sabato 26 maggio 2018

DOVE NON C'E' NESSUNO

Dove non c'è nessuno, dove c'è il silenzio, dove il grado non esiste, ma serve il sapere che esiste. Centinaia di passi per arrivare alle Torri, caldo, sole, vento e nuvole, freddo...e la nebbia tipica del luogo. La roccia è "sembra di essere in Dolomiti".
Federica in gran forma mi tira il collo per i mille metri di dislivello che bisogna superare prima di toccare la roccia, io .. dopo più di tre mesi lontano dal verticale, salgo poco sicuro, lento e poco elegante, ma salgo, mi impegno e "credo" di ricominciare ad impegnarmi.
Sono guarito? Certo che sì!!!! avanti tutta all'ora e, se volete uscire dalla normalità e godervi un ambiente solitario...le Torri della Punta Nella, Punta Centrale e Punta Maret sapranno accontentarvi, con la dovuta esperienza ovviamente.

Un GRAZIE a GIUSEPPE ROCCHI, Valorizzatore del luogo.



attacco via Adele




A pochi metri dalla cime della T.Centrale via Adele



giovedì 24 maggio 2018

Le Parole di Giuliana...GRAZIE



Il Gigante e un po’ di storie!!!
Grazie Ivo Ferrari per questa bellissima raccolta sul Gigante, di racconti di Alpinismo, alcune volte eroico e altre volte romantico.
Comunque per chi entra nelle sue rughe lo porterà sempre nel cuore.
Io devo ringraziare il mio compagno per avermi spinto a seguire quella lunga linea che spicca nel cielo, era un mio Sogno che da ragazzina custodivo nel cuore, grazie anche a te Paolo Colli per essere stato mio compagno in questa salita e aver esaudito questo mio Sogno...
Ogni volta che passavo di lì lo guardavo con rispetto per la sua enormità ma anche perché lui è selvaggio e ricco di storia di Alpinisti di grande valore.
Un Sogno che finisce ma che rimane nel cuore e che ti fa ancora Sognare altre avventure

martedì 22 maggio 2018

OLAN INVERNALE

OLAN INVERNALE   di Rene Desmaison
Da: La montagna a mani nude edizione  DALL’OGLIO
Dopo l’invernale della parete ovest dei Dru credevo, con Jean Couzy, che gli alpinisti, di qualsiasi nazionalità, si sarebbero lanciati a loro volta nella lizza: le invernali delle grandi pareti. Invece, tre anni dopo, nel 1960, non era ancora accaduto nulla degno di essere registrato nella storia dell’alpinismo invernale.
Avevo segretamente in animo un’ascensione di una parete nord. Una parete che fosse ancora più difficile a causa del freddo e della neve. Osare sempre di più, insomma, spingermi sempre più al di là sulla strada delle difficoltà. Il mio sogno era l’invernale allo sperone Walker, nelle Grandes Jorasses, ma il caso volle che non potessi realizzare il mio progetto nell’inverno 1960-61.
Spinto dalla prudenza, avevo deciso di tentare con una cordata di quattro alpinisti. Così avremmo potuto portare con noi un equipaggiamento maggiore, il che, se il tempo si fosse guastato, ci avrebbe consentito più facilmente di tornare indietro o di forzare la via verso la vetta; se poi uno di noi fosse disgraziatamente rimasto vittima di una caduta grave e si fosse fratturato un braccio o una gamba, il trasporto sarebbe stato più agevole. In due, al contrario, la situazione sarebbe divenuta drammatica, anche perché non avremmo potuto sperare in alcun aiuto esterno.
Jean Puiseux, un bravissimo alpinista su ghiaccio e su roccia che aveva già al suo attivo pareti alquanto difficili, era d’accordo con me per tentare. A lui si unirono Georges Payot e Fernand Audibert.
Quell’inverno andavo e venivo da Chamonix, per osservare da vicino la montagna, ma il tempo era sempre pessimo e vedevo avvicinarsi con stizza la fine della stagione. Allora, rinunciammo al progetto iniziale, ripiegammo decidendo di andarcene nell’Oisans, dove avremmo potuto scalare la parete nord-ovest dell’Olan. Chissà che nell’Oisans le pareti non fossero meno ostili… Quell’ascensione doveva segnare l’inizio del grande alpinismo invernale.
La sera del 15 marzo, un mercoledì, arriviamo al Désert-en-Val-Jouffrey. Il tempo non sembra affatto dalla nostra, come del resto ci aveva annunciato l’ufficio meteorologico. Da otto giorni in vetta c’è sempre tempesta e in valle piove. Tra di noi c’è un traditore che fa il disfattista: Un’invernale alle Calanques, ci pensate? Altro che andare a congelarci le… Per fortuna non sempre il cielo osteggia i desideri degli uomini: nel corso della notte il vento gira a nord. Alle sette del mattino non c’è più una nube all’orizzonte. I pendii intorno alle baite sono coperti di neve fresca. Fiducia o incoscienza? Lasciamo perdere…
Ci carichiamo in spalla gli enormi sacchi e, sci ai piedi, incominciamo a salire verso il rifugio di Fond Turbat. Purtroppo d’inverno i muli non servono! Le grandi scarpate che dominano la valle di Bonne e le recenti valanghe, che la interrompono qua e là, ci spingono ad accelerare la cadenza. Il peso dei sacchi, però, ci riconduce a più miti propositi e a moderare il passo. Costretti a fare di necessità virtù, affidandoci ai geni di quei luoghi, ci diamo reciprocamente il cambio in testa per battere la pista, affondando nella neve fino al ginocchio. A una svolta della valle finalmente la parete: ci immobilizziamo colpiti. Sapevamo che l’avremmo trovata impastata di neve, ma non credevamo che lo fosse tanto.. A giudicare da sotto, le condizioni sembrano spaventose. Quanto al rifugio, lo individuiamo sotto una montagna di neve. Usando gli sci come badili, scaviamo un buco per trovare l’ingresso. Prima che faccia buio sgattaioliamo fuori dal buco per esaminare la parete un po’ più seriamente. Io contavo di attaccare lungo il colatoio centrale e di guadagnare così rapidamente circa cinquecento metri. Invece non è possibile: nella parte inferiore una cascata verticale di ghiaccio, alta un centinaio di metri, ne sbarra l’accesso. Saremo costretti a seguire integralmente l’itinerario di Devies-Gervasutti che, peraltro, è segnato da grandi colate di neve su tutta la sua altezza.
Già d’estate, quando la roccia è asciutta, l’ascensione è resa difficile dagli appigli levigati e dalla scarsezza di fessure, con la conseguente difficoltà di piantar chiodi, il che impone all’alpinista di compiere prodigi di equilibrio e di abilità, alleati a una forza fisica non comune. D’inverno è ancora peggio. La neve e il ghiaccio rendono ciascun passaggio ancora più duro, ancora più difficile. Non credo proprio che ce la faremo, ma, visto che siamo lì, domani tenteremo. Nessuno ci costringe a fare l’impossibile. Torneremo giù con il cuore in pace. Il sole al tramonto si lascia alle spalle una larga scia arancione. Il freddo si fa pungente: domani il tempo sarà senz’altro bello. Che altro chiedere, in montagna, se non il bel tempo? Se si mantiene, ogni speranza è permessa e se no…ebbene, non ci lasciamo andare al pessimismo. Bisogna sempre sperare. Quel che conta è partire e trovarsi troppo in alto, quando sopraggiunge il maltempo. Così, posto che non si può restare indefinitamente in parete (a meno che…) l’unica è di cercare la via del ritorno passando dalla vetta. Ed ecco come, qualche volta, si riesce a realizzare una grande prima.
La mattina dopo risaliamo il cono di neve sotto il colatoio centrale, sprofondando nella neve fino al ventre. Prima di partire, abbiamo rispedito gli sci verso il fondo del ghiacciaio della Maye, mandandoli a finire un po’ dovunque. Non è stata una mossa tanto furba: se viene il maltempo, c’è da scommettere che non li troveremo più. Sarebbe bella! Ridiscendere a piedi fino a Désert… Siamo appena arrivati alla crepaccia terminale, che una colata di neve farinosa staccata dal vento, salta lo sbalzo di ghiaccio e precipita su di noi. Abbiamo appena il tempo di piantare la piccozza: una nube impalpabile e ghiacciata si infiltra fin sotto gli abiti e ci raggela le ossa. Veloci, attraversiamo il colatoio e attacchiamo i primi centro metri, resi più facili dalla neve intasata dal vento. Ci riposiamo un momento in una piccola cavità della roccia e ne approfittiamo per toglierci di dosso la neve. E’ già mezzogiorno: duecento metri più su, una spalla coperta di neve segna la fine di un tratto difficile: sarebbe un buon posto per il bivacco, a condizioni di arrivarci in serata.
La parete diventa decisamente verticale e la roccia è meno innevata: in compenso è ricoperta da uno spesso strato di vetrato. Se non è zuppa è pan bagnato. Piano piano, in punta di ramponi, attacco; gli appigli si fanno più piccoli e sono costretto a togliermi i guanti. Le dita diventano insensibili e quando, dopo averle massaggiate a lungo, riprende la circolazione, sono le unghie che diventano viola e doloranti. Nonostante il rischio, spesso rinuncio a piantare chiodi, anche perché quelli che pianto non tengono poi molto. Mi faccio così delle lunghezze di quaranta metri senza assicurazione. Intanto, da sopra, si staccano a intermittenza delle colate di neve che valgono solo a complicare le cose. Per evitare a una seconda cordata di correre gli stessi rischi di quella pericolosa ascensione, decidiamo di fare cordata unica. Scende la notte e io mi trovo ancora a trenta metri dal punto di possibile bivacco: non ci si può fermare. Georges viene a raggiungermi. Il chiodo di sicurezza è abbastanza solido. Sotto, Jean e Fernand tirano su il mio sacco: l’avevo affidato a loro la mattina, non senza un certo piacere. D’altra parte non è possibile arrampicare in testa con un simile peso sulle spalle. Il punto ove sono fermo è decisamente troppo angusto per quattro persone e quando Jean e Fernand ci chiedono se possono salire, dato che la loro posizione è quanto mai precaria, rispondiamo con un <<no>> secco che ha la virtù di mandarli su tutte le furie. Segue uno scambio nutrito di insulti e di rimproveri.
-Bastava bivaccare cinquanta metri sotto: c’era una piattaforma sulla quale avremmo potuto sistemare le tendine-
-Sì, ma sopra è meglio e per di più guadagneremo tempo per domani-
- E se si rimane qui tutta la notte? Se più su non c’è niente?-
-Se vi piace così, se no potete anche tornare indietro…-
La prima giornata è stata durissima. Sono le dieci ed è buio pesto. La stanchezza e il freddo si fanno sentire pesantemente. Con tutto ciò ciascuno di noi ha i suoi problemi: aspettare al buio battendo i denti, issare il maledetto sacco che si impiglia dovunque, fare assicurazione, arrampicare. Finalmente, venti metri più su, trovo una piccola cengia, dove, in mancanza di meglio, si potrà star seduti. Georges assicura Jean Puiseux mentre sale, dopo di che si spingerà fino alla mia cengia, per lasciare il posto a Audibert. Seduto sullo stretto gradino, alla fioca luce della mia lampada, non appena comincio a mia volta a battere i denti, capisco l’impazienza dei miei compagni. Man mano che il tempo passa, la cengia, che sulle prime mi pareva buona, sembra rimpicciolirsi fino a diventare ridicolmente minuscola. L’idea di trascorrere tutta la notte in una posizione tanto scomoda, dopo una giornata come quella, mi spinge a scrutare in alto: voglio arrivare a un punto più su: potremmo scavare una trincea e montare le tendine. C’è però un muro verticale di cinque metri, prima dello spigolo, un muro che non dovrebbe essere molto difficile da superare, ma di notte e con i ramponi… Georges, occupato ad assicurare Jean, non può aiutarmi. Sarebbe prudente aspettare che avesse finito. Il tempo passa e non succede nulla.
Anzi succedono tante cose che, purtroppo, non facilitano per nulla l’avanzata dei miei amici. Il sacco si è di nuovo impigliato. Fernand deve scendere per sbloccarlo. Per poco un rampone non vola via. Una lampada si spegne. Insomma succede tutto quello che di solito succede in quel tipo di circostanze. L’ora avanzata, sono le undici, non invoglia certo a essere di buon umore. Moccoli violenti riecheggiano secchi nella bella nottata invernale La mia impazienza, nella morsa del freddo, aumenta e quando, per mia sventura, mi permetto di gridare verso il basso che forse sarebbe il caso di sbrigarsi un po’, è facile immaginare le pronte e pepate risposte dei miei compagni. Comincio davvero a non poterne più di quell’immobilismo forzato. Dopo tutto il passaggio del muro non dovrebbe presentare tanti rischi. Perché non provare? Non sono caduto fino a quel momento e non c’è ragione che cada proprio ora… Pianto l’ultimo chiodo che ho appeso alla cintura, e si direbbe che tiene bene. Un moschettone. La corda. Bene, muoviamoci.
Accidenti! Fa un freddo cane. Ma cosa fanno gli altri, sotto? René, sta calmo, non fare lo zelante. E se aspettassi che arrivino anche loro?... Beh? Vecchio mio: hai paura?
Un primo tentativo mi permette di salire di due metri. Il resto mi sembra evidente: un’opposizione, poi uno sforzo sulla gamba destra per riprendere l’equilibrio ed è fatta. Certo che, fatto quel passo, non si parla più di ridiscendere. E io non oso farlo, perché non sono assicurato. Il vuoto che si immerge nella notte non ha proprio nulla che mi attiri. Torno sulla cengia. Lascio passare un lungo momento. Sotto stanno lottando seriamente. Un secondo tentativo mi riporta al punto di prima.
Che barba! Per la quinta volta, do l’assalto a quel maledetto muro, che incomincia a uscirmi dagli occhi. Se non sono capace di fare un passaggio di 4° grado senza assicurazione posso tranquillamente rivendere il mio equipaggiamento. Questa volta ce la metto tutta. La mano destra, il piede destro, il rampone raschia la roccia e la lampada batte una sporgenza, si sposta e illumina le stelle. Eccomi nel buio fondo, senza che possa liberare una sola mano. Un pizzico di panico. Non posso puntare ancora a lungo sulla gamba destra. Il rampone sinistro sembra agganciare qualche cosa. Ho fiducia in lui. Finalmente sono in cima al muro. Era più difficile di quanto pensassi. La neve tiene. Veloce, risalgo la cresta, ma non posso arrivare sopra, perché non ho più corda. A cavalcioni con i piedi ai due lati della cresta nella parte più curva che si tuffa nel vuoto, non posso impedirmi di pensare al lato comico della mia posizione, nonostante la situazione poco invidiabile in cui mi trovo. E’ mezzanotte. Non abbiamo bevuto nulla dal mattino. Ho la gola secca. A colpi di piccozza, scavo un buco sulla cresta: la mia posizione diventa subito più comoda.
Finalmente anche Georges può salire. La sua lampada è guasta. Mi chiedo come può trovare gli appigli nella notte senza luna e con il sacco in spalla. Ci siamo veramente caricatoi troppo. E d’altra parte, come potevamo fare diversamente? Cedo il mio posto a Georges e risalgo per una trentina di metri la cresta fin dove diventa orizzontale. In attesa che arrivino anche gli altri, incomincio a scavare una trincea sul filo della cresta. Non c’è dubbio: sarà un signor bivacco!
Ed eccoci tutti riuniti: è dal mattino che non abbiamo avuto modo di vederci da vicino. Jean Puiseux prende dal sacco una bottiglia di cognac. Non c’è da stupirsi che i sacchi pesino tanto! L’idea, però, è eccellente. Scoliamo la bottiglia a grandi sorsate, dopo di che la lanciamo nel vuoto. Gli effetti dell’alcool, dopo la stanchezza della giornata, si fanno rapidamente sentire. Canzoni da corpo di guardia vengono intonate a turno da tutti e quattro. In quei luoghi eterei ci ritroviamo tutti sbronzi e sguaiati. Quando finalmente ci sistemiamo sotto le tendine, sono le due di notte. Per oggi abbiamo strappato alla montagna solo trecentocinquanta metri, ma erano davvero difficili.
Sabato 18 marzo: Usciamo dal bivacco alle dieci. E’ tardi, ma il giorno prima è stato pesante e dovevamo recuperare le forze. Centocinquanta metri più su c’è una grande torre gialla. Per arrivarci, bisogna praticare lo stesso tipo di salita del primo giorno, ma su una parete un po’ meno ripida. Per i primi cinquanta metri, la neve è più spessa e i ramponi fanno presa. Poi la parete si raddrizza: la roccia è coperta di vetrato e assicurarsi è una parola. Alle due del pomeriggio arriviamo alla torre gialla. Con una difficile traversata a destra la aggiriamo in direzione del versante ovest. Con la parete in quelle condizioni la traversata può essere considerata il <<punto del non ritorno>>. Sistemiamo il bivacco alla base della torre gialla, sul versante ovest. Oggi, altri duecento metri sono fatti. Dalla base, sono cinquecentocinquanta metri. L’uscita ormai obbligatoria passa cinquecento metri sopra. Il tempo è sempre bello. Speriamo che rimanga tale ancora per due giorni.
Domenica 19 marzo: Risveglio penoso. Fernand, che è in piena forma, prepara il tè. Ha solo il volto un po’ bruciacchiato dal freddo. Io ho le mani che mi fanno molto male: sono terribilmente gonfie e riesco a chiuderle a malapena. L’interno della tenda è ricoperto di brina.
Il tempo mi preoccupa: socchiudo la tenda e do un’occhiata fuori. E’ sempre bello. Nella tenda vicina anche Jean e Georges danno segni di vita. Dall’apertura esce fumo. Jean brucia una sigaretta dopo l’altra. Georges fa capolino: si sgancia dagli sbadigli alla ricerca di un po’ di aria pura. Alle otto attacchiamo la torre gialla sul versante ovest. La parete è verticale. Non calziamo i ramponi. Una fessura strapiombante pone alcuni problemi seri. Dal fondovalle ci giunge il rombo di un piccolo aereo che dopo un po’ effettua diversi passaggi davanti alla parete, ad altezze diverse. All’ultimo passaggio è a una trentina di metri da noi. Poi se ne va, il rombo diminuisce e torna il silenzio. La fessura è sempre là. Dopo alcuni tentativi devo arrendermi all’evidenza: devo cambiare tecnica, se voglio passare. Il primo chiodo, non molto solido, si trova cinque metri più sotto: se volo, finisce male. I cunei sono nel sacco di Fernand che è cinquanta metri più in basso. Prima che me li mandi, rischia di passare del tempo che è più prezioso che mai. Ce ne vorrà ancora, prima di arrivare a un bivacco.
Con il braccio e la gamba sinistra nella fessura, risalgo due metri con difficoltà. Più sopra la fessura è ostruita dal ghiaccio. Non posso certo rimanere a lungo in quella posizione. A destra c’è una piccola scaglia, nella quale riesco a far penetrare un chiodo per un paio di centimetri. Con il freddo che fa, non sento più la mano sinistra. Mi isso progressivamente sul chiodo, uscendo dalla fessura.
La scaglia si sbriciola: mi incastro veloce di nuovo nella fessura. Il chiodo mi rimane in mano. Forse un chiodo corto andrà meglio. Secondo tentativo: il chiodo si piega e non si muove più. Esco del tutto dalla fessura e mi ritrovo a gambe larghe sulla lastra di destra. Mi aiuto facendo forza con una mano sul chiodo e con l’altra su un piccolo appiglio, finché riesco a mettere un piede sul chiodo e a rimettermi ritto. Più su, sistemo un chiodo da ghiaccio tra ghiaccio e roccia, mi isso nuovamente, salgo alcuni metri di roccia asciutta e sono fuori. Ce l’ho fatta. Altri sessanta metri un po’ meno difficili e scende la notte. Dal mattino ho fatto centocinquanta metri, superando la parte più difficile. Tagliamo un ballatoio su un pendio nevoso, ma la neve non tiene. E’ un bivacco fragile: prima di coricarci, ci leghiamo.
 Nonostante tutte le precauzioni che abbiamo preso, la neve e la condensazione della tenda hanno bagnato i sacchi a pelo, e di notte aumenta il freddo. Con tutta quell’umidità gelata le mani diventano di nuovo doloranti. Sarebbe ora di arrivare in cima.
Lunedì 20 marzo: Partiamo di buon’ora. La salita si fa meno difficile e il tempo è bello. Con la fretta che abbiamo di uscire in vetta, trascuriamo la sicurezza. I chiodi rimangono nello zaino. Alla fine di una lunghezza di corda un masso che oscilla per poco non mi scaraventa nel vuoto. Trovo un appiglio per miracolo. I chiodi escono dallo zaino. Alle cinque, fatti gli ultimi metri, usciamo in vetta in pieno sole. La montagna è sotto i nostri piedi. Esplode in tutti noi una gioia immensa. Lontano, giù giù a valle, verso ovest, il Val-Jouffrey e il Valgaudemar serpeggiano tra le montagne. Già si accendono alcune luci, qua e là, mentre noi siamo ancora illuminati dal sole. Viviamo un momento straordinario. Eccoci tutti e quattro su una vetta conquistata metro per metro, dopo avere deliberatamente corso ogni rischio. Un miracolo! Se fossimo stati sorpresi dalla tempesta a metà parete, con tutta la neve che c’era, non ce l’avremmo mai fatta a scendere: non avevamo corda a sufficienza. In ogni caso, che si trattasse di salire o di scendere, avremmo dovuto correre il rischio delle enormi scariche di neve.
Dopo quell’invernale ho scalato ben altre pareti difficili e ho affrontato tempeste terribili, ma l’Olan, proprio a causa delle condizioni in cui lo abbiamo trovato, rimane fra le pareti più difficili che io abbia mai avuto la fortuna di vincere. Il giorno dopo, mentre scendevamo verso il rifugio di Fond-Turbat, il cielo si andava coprendo. A sera nevicava.

domenica 20 maggio 2018

IL DRAGO E' MORTO ...o non è mai esistito!


Se vi riesce ingranditela, altrimenti ve lo dico io, questo è un torrione in Grignetta, insignificante per molti ma, non per tutti. Una vecchia via artificiale solcava l'unica fessurina scalabile con la dovuta bravura anche in libera...ora nel solo raggio visivo della foto sono presenti più 30 spit!!!!! Bravura? no, io personalmente penso che li sia solo IGNORANZA e mancanza di cultura storica e ....del famoso domani! linee aperte a un metro e poco meno una dall'altra non sono certo il domani, ma forse non dovrebbero essere nemmeno il presente.  
Ma...... forse questa è una mia idea o fissazione ...LEVATI DAI COGLIONI IVO!

sabato 19 maggio 2018

SI RICOMINCIA ...




Senza bandiera e stendardi, ma con un etica morale ... oggi abbiamo ricominciato, Grazie Federica di avermi recuperato bene!

mercoledì 16 maggio 2018

ZINALROTHORN


D.Marchart



AVVENTURA FRA GIORNO E NOTTE     di Diether Marchart

<< Attorno a me è chiaro come il giorno, poiché la luce getta una dolce eco della luce del sole sul paesaggio come un generoso contadino che va seminando attraverso i solchi. Il sentierino si ferma proprio sulla cresta di una morena, che offre un fianco alla luce e immerge l'altro nelle ombre.
Improvvisamente mi avvolge la sensazione di aver lasciato la terra. Procedo lungo uno stretto sentiero, un sentiero privo di materia, sostenuto da luce e ombra, con innumerevoli scintillanti fili di stelle assicurati alla volte del cielo.
Presto penzola sul mio petto la vite da ghiaccio, i ramponi scricchiolano impazienti sotto i miei piedi e il liscio acciaio della piccozza si stringe nella mia mano. L'avventura del mio corpo si impadronisce di me, la coscienza di forza e fiducia in se stessi. Allo stesso tempo tuttavia anche la coscienza del mio legame con la terra, sul cui volto cammino ad ogni passo con ventiquattro aguzze punte d'acciaio.
Al margine superiore del ghiacciaio si deve procedere sulla roccia. Il ghiaccio non può mai diventare completamente amico della sorella pietra e fra questo e quella si crea una fessura, attraverso il quale spira un vento ostile. Mi protendo verso l'alto e sono per un attimo sospeso come un ponte vivente fra due mondi morti.
Ad est nasce il giorno tra rossi banchi di nuvole. Dapprima era solo un bagliore, come un delicato riverbero sulla volta di seta di una perla. Successivamente però le nuvole si orlano di nastri rosa, si adornano di fiocchi rossi per la festa del giorno. Sboccia un fiore rosso fuoco, il sole. La luna si spinge all'orizzonte come una navicella alla deriva e perduta. Sto seduto a lungo e osservo il cambio della guardia delle stelle >>.

Da "Bergkamerad luglio 1962"

lunedì 14 maggio 2018

NATALE SOLITARIO SUL CERVINO





NATALE SOLITARIO SUL CERVINO  di Giusto Gervasutti

Dopo due mesi di forzata immobilità, le conseguenze dei duri colpi subiti all’Ailefroide erano già scomparse completamente, tanto che a fine settembre avevo potuto riprendere ad arrampicare sulle rocce della palestra torinese.
Insieme all’efficienza fisica, ora che dalla grave avventura vissuta nelle solitudini del Delfinato non resta che l’ambito ricordo, ritorna anche il desiderio di essere nuovamente impegnato in qualche grossa battaglia. L’inverno, che si approssima, si preannuncia ottimo per chi voglia salire in questa stagione sulle grandi montagne; ma, sapendo per esperienza mia e altrui, che il periodo buono per le ascensioni invernali cade generalmente in febbraio, non formulo nessun programma preciso e vicino. Intanto dedico le domeniche a escursioni con gli sci.
La mattina del 20 dicembre, con gli amici Ceresa, Fiorio e Poma, salivo in macchina a Breuil. Meta erano i 4000 del Breithorn, ascensione sciistica ben nota agli alpinisti torinesi e che ora la funivia di Plan Maison permette di compiere agevolmente in giornata. Mentre superavamo il ghiacciaio sopra il Colle del Teodulo i miei sguardi si volgevano di frequente verso il Cervino. Nella fredda limpidità della giornata dicembrina, il <<più nobile scoglio d’Europa>> sembrava un gigante insonnolito, accoccolato al margine delle immense distese nevose della conca di Breuil. Di tratto in tratto dai ghiacciai sospesi tutt’intorno tuonava la valanga. Sui salti di rocce il lungo periodo di bel tempo e le tempeste di vento avevano fatto scomparire la neve. Solo sul Pic Tyndall una sottile linea bianca lasciava indovinare la cornice. In una sosta scambiai qualche commento con i compagni: <<Mi sembra che si potrebbe salire…>>. Ma non definii il proposito che intanto andava maturando nel mio animo. Io non avevo ancora salito il Cervino dal versante italiano. Sorse in me il desiderio prepotente dell’avventura nuova ed ignota, e con il desiderio quel particolare stato d’animo che precede l’azione, quando tutti i nervi, tutti i muscoli vibrano all’unisono e una necessità imperiosa del nostro essere vuole la lotta, sente il bisogno dell’aria frizzante e vivida, del pericolo, dell’ostacolo da combattere e vincere. A sera ritorno a Torino con l’ansia che mi rode. Vorrei già essere lassù…

Nel pomeriggio del giorno seguente, ultimata la preparazione del sacco esco per le vie della città per dar aria alla mia eccitazione. Quasi automaticamente salgo al monte dei Cappuccini. Sento il richiamo del vento lontano che rende più trasparente il tramonto, colorando di verde l’orizzonte. Sopra il Gran Paradiso due nuvolette riflettono ancora l’ultimo sole. Sotto di me la città sta accendendo le prime luci. L’idea dell’azione vicina suscita in me strane sensazioni e contrastanti pensieri. Provo una grande commiserazione per i piccoli uomini, che penano rinchiusi nel recinto sociale che sono riusciti a costruirsi contro il libero cielo e che non sanno e non sentono ciò che io sono e sento in questo momento. Ieri ero come loro, tra qualche giorno ritornerò come loro. Ma oggi, oggi sono un prigioniero che ha ritrovato la sua libertà. Domani sarò un gran signore che comanderà alla vita e alla morte, alle stelle e agli elementi. Ridiscendo verso la città camminando senza meta per le strade affollate di gente festosa che si prepara a celebrare la grande solennità vicina. Mamme e bimbi passano con grandi pacchi sulle braccia. Qualche fanciulla mi sfiora passando, ridente. Il richiamo è ora lontano, sommerso dal rumore chiassoso, e una strana nostalgia affiora dal fondo dell’animo, che aumenta ancora il piacere del prossimo distacco da tutto quel mondo.

Martedì 22 sono a Breuil, alla ricerca di un portatore che mi accompagni nell’approccio sciistico, alleviandomi così la fatica del sacco. Trovo Marco Pession, di Valtournanche. Avverto del mio intento Graziano Bich, conduttore dell’albergo omonimo, e il 23 mattina alle ore 8,15 io e il portatore partiamo con la funivia di Plan Maison, che ci farà risparmiare 600 metri di dislivello. Alle 10,20 siamo alla croce Carrel. Pession viene su con me ancora per mezz’ora. Poi io prendo il sacco e proseguo da solo. All’inizio del ghiacciaio del Cervino abbandono gli sci oramai inservibili e proseguo a piedi, affondando faticosamente nella neve. Alle 12,30 arrivo alla crepaccia terminale del canalone che scende dal Colle del Leone. Infilo i ramponi. E’ il momento decisivo. Confesso che mi sento un poco intimorito. Il Cervino, con tutte le sue leggende, con tutte le sue tragedie sta di fronte a me.
Marco Pession è ormai lontano. Scende veloce sugli sci, verso la nuova Cervinia. In alto neve e ghiaccio, roccia e solitudine. Quasi quasi sento il bisogno di un compagno. Ma poi penso che così la lotta sarà ancora più bella. Un ultimo sguardo alle fettucce dei ramponi, poi affronto la crepaccia. Mi innalzo piano piano, passo là dove il ponte sembra più solido. Sondo con la piccozza: il ponte è molle e non troppo spesso. Salgo strisciando su un blocco di ghiaccio, pianto la piccozza sull’altro bordo della crepaccia, il più alto possibile. Mi sollevo di scatto, passo. Nel canalone la neve è molle. Salgo facendo delle piste profonde, senza interruzioni, con rilevante fatica. Alle 13,45 sono al Colle del Leone. Mi fermo a mangiare. Riparto alle 14,30. Le rocce che portano al Rifugio Luigi Amedeo sono pulite. Solo di tratto in tratto qualche placca di ghiaccio mi obbliga a gradinare. Alle 15,40 arrivo all’aereo ricovero, vero nido d’aquile, costruito sotto una torre verticale, a 3850 metri d’altezza, sulla formidabile cresta S.O del Cervino.
La sera la passo nei preparativi per l’indomani. Sono perfettamente calmo e sicuro di me e a punto fisicamente, per niente provato dallo sforzo compiuto in questa prima parte della scalata. Alle 19,30 mi metto sotto le coperte. Alle 7,30 del 24 mattina mi alzo. Il termometro tascabile che ho con me segna all’interno della capanna 9 sotto zero: segno che la temperatura non è tropo rigida. Alle 8 esco dal Rifugio, ma il sole non è ancora giunto e aspetto ancora mezz’ora. Alle 8,30 lascio definitivamente il Rifugio. Sui 30 metri di corda fissa che bisogna superare, subito le mani mi si intirizziscono, malgrado abbia tenuto i guanti di pelle. Continuo ugualmente l’arrampicata fino all’inizio del Linceul, sbattendole ogni tanto sulle cosce per riacquistare la sensibilità. Il Linceul è una placca di neve che bisogna attraversare obliquamente. In questo punto è caduto, dopo una nuova via sul Pic Tyndall, tradito dalla neve, l’amico Crétier con due compagni. Il ricordo non serve certo ad incoraggiarmi. Tasto la neve: è pessima, molle, con fondo gelato. Allora preferisco tentare di passare sopra, sulle rocce, in leggera traversata ascendente, sia pure con maggiori difficoltà. Evito così la prima parte della placca. Ma la seconda non mi è possibile girarla. Mi metto i ramponi in una posizione piuttosto scomoda e poi scendo sulla placca. Attraverso lentamente, pigiando prudentemente la neve finché le punte dei ramponi trovano sotto il ghiaccio. Riprendo le rocce e due corde fisse mi portano in cresta. Proseguo per questa tenendomi alquanto sul versante ovest, molto freddo perché ancora nell’ombra, superando salti di rocce e gradinando placche e canalini ghiacciati.

Arrivo così sotto la punta del Pic Tyndall. La cresta a questo punto diventa uniforme, senza salti, a forma di dosso. La neve vi può quindi stazionare sopra. Mi rimetto i ramponi. E’ questo uno dei punti più pericolosi. La neve forma una crestina sottile ricoperta da una lieve crosta di vento. Sotto è polvere. Fin dai primi passi mi convinco dell’instabilità di questa costruzione. I ramponi non trovano da mordere, la piccozza non trova consistenza. Procedo come un equilibrista sulla fune, librato tra due abissi di oltre 1000 metri, senza nessuna sicurezza. Quando la pendenza diminuisce e la cresta diventa quasi orizzontale dimentico ogni dignità stilistica e mi metto a cavalcioni, avanzando muovendo i piedi a paletta, come fanno i bambini quando nelle piscine vanno a cavallo di mostri marini, sollevando la neve farinosa che il vento di N.O mi sbatte sulla faccia e dentro il collo, con mio grande godimento. Sulla spalla la neve migliora e posso così riprendere una posizione normale; ma intanto sono in ritardo di quasi un’ora sull’orario previsto. Comprendo che, data la brevità delle giornate, difficilmente potrò far ritorno con la luce del giorno. Ho quindi i minuti contati. Un momento di scoraggiamento mi assale. Guardo verso il Col Felicité. Il primo salto e l’Enjambée sono in pessime condizioni e tutti arzigogolati di neve. Altro tempo da perdere. Penso che potrei far ritorno al Rifugio e ritentare la prova domani, con le piste già fatte.

Faccio dietro-front e una decina di passi. Ma la visione della cresta percorsa a cavalcioni e delle cornici della spalla mi fermano. Dovrei ripercorrere quei passaggi altre tre volte, moltiplicando il rischio. Tanto vale dunque affrontare l’ultimo pezzo di discesa con la luna. Nuovo dietro-front e avanti nuovamente. Attraverso il Col Felicité, attacco il pendio sotto la Testa del Cervino. Vedo in alto penzolare la scala Giordano. Questo tratto normalmente facile, è ora tutto ghiacciato. Dovendo passare ripetutamente da ghiaccio a roccia, mi levo i ramponi e lavoro di piccozza. Sono costretto a diversi tentativi con relative piccole varianti e conseguenti perdite di tempo. Arrivo così alle corde sotto la scala. Per mia fortuna sono pulite. Procedo forzando l’andatura, malgrado la stanchezza che comincia a farsi sentire. Supero la scala Giordano, ma al termine di questa ho una brutta sorpresa. La placca che la sovrasta è coperta di neve e sia il piolo di attacco che la corda sono completamente sotterrati. Allora con i piedi sugli ultimi pioli della scala, sospeso completamente nel vuoto inizio un lavoro interessante: sfilo la piccozza dal sacco e incomincio a rompere il ghiaccio che trattiene la corda. Guadagno metro per metro, riuscendo a liberarla completamente. Finisco con le mani gelate. Mi arresto un momento per rimetterle in attività; poi quasi di corsa per la cresta più facile in pochi minuti raggiungo la vetta. Sono le 14,10. Uno sguardo circolare sull’orizzonte. Un mondo immenso è sotto di me.
Montagne e montagne, dal Rosa all’Oberland Bernese, dai più vicini Taschhorn, Weisshorn e Dent Blanche al Bianco gigante e massiccio, giù giù fino al Delfinato e al Monviso, si perdono in sfumature azzurrognole. La pianura è sommersa nella nebbia. Ma il tempo incalza. Deposito un biglietto in una scatoletta sotto il segnale trigonometrico, metto in bocca qualche zolla di zucchero e qualche prugna secca e alle 14,20 mi butto nella discesa. Ho poco più di tre ore di luce davanti a me. Brucio le corde e la scala, pasticcio nuovamente sulle placche sotto la Testa, supero l’Enjambée, sono di nuovo sul Pic Tyndall. Le piste della salita mi agevolano ora alquanto, d’altronde non ho tempo per considerazioni pessimistiche. Sotto, sulla cresta, due corde doppie mi permettono di evitare dei passaggi ghiacciati.
Arrivo sul Linceul che il sole sta scomparendo. Ora, nell’incerta luce crepuscolare, non posso più rifare la via della salita, percorro perciò completamente il pendio sospeso con infinite cautele. Oramai è notte. Ma la luna quasi piena mi permette di vedere sufficientemente. Folate di vento gelido mi investono a raffiche. Attraverso sotto la Gran Torre e da un terrazzino vedo il tetto del Rifugio luccicare poche decine di metri sotto di me. Mentre discendo l’ultima corda fissa, il puntale della piccozza, che ho infilata tra le bretelle del sacco, urta contro la roccia con violenza. La piccozza sfugge dai passanti e s’inabissa nel buio, sul versante ovest, sprizzando scintille al primo rimbalzo sulla roccia. Non mi prendo la cura di meditare sull’inconveniente: ci penseremo domani. Ancora pochi metri e sono al Rifugio. Saranno le 18,15. In fondo luccicano i lumi di Breuil. Entro nel ricovero e finalmente  -non ho mangiato in tutto il giorno- mi preparo qualche cosa di caldo con un provvidenziale fornello a spirito. E’ la notte di Natale. Termino il banchetto ingollando dell’acqua calda dove ho fatto bollire sei prugne secche.
Poi esco un momento all’aperto. Si è alzato un vento freddo, impetuoso. Nel chiarore lunare le montagne intorno sembrano irreali, evanescenti. Mi pare di essere in un mondo di sogno e di vivere una favola per piccini. Passa un’ondata di malinconia. Ma il rombo di un seracco che si stacca dalla parete nord della Dent d’Herens mi riporta alla realtà. Rientro nel Rifugio e mi butto sotto le coperte.
Per tutta la notte infuria la tormenta. Al mattino non cessa. Verso le 9 esco, ma il vento gelido mi ricaccia nel ricovero. Aspetterò che il sole abbia acquistato un po’ di forza. Nel frattempo cerco qualcosa per sostituire la piccozza. Non trovo che il manico della scopa, tagliato e appuntito come un bastone. Non servirà gran che, ma nel canalone mi sarà necessario come appoggio. Alle 10,30 incomincio la discesa. La tormenta che continua a soffiare ha rivestito tutte le placche di una patina di nevischio gelato che le rende pericolosissime, perciò scendo prudentemente facendo numerose corde doppie dove mi è possibile. Raggiungo così le piste di salita al Colle del Leone. Scendo in ramponi. La neve è sempre molle, di modo che il pezzo di bastone mi serve ottimamente. Il passaggio della crepaccia è più facile in discesa. Sul ghiacciaio usufruisco ancora delle vecchie piste fin che raggiungo gli sci. Piano piano –non ho nessuna fretta- mi lascio portare verso la valle dai docili legni. Sopra il Plan Torrette vedo degli sciatori che mi vengono incontro. Punto deciso gli sci verso di loro. Il sogno è finito

Tratto da: Giusto Gervasutti  Il Fortissimo Melograno edizioni