domenica 18 febbraio 2018

RITORNO ALLE ORIGINI?




Senza luogo e senza tempo   

Piccozza, ramponi, tre viti da ghiaccio, tre chiodi da roccia del tipo Cassin universali, una linea effimera davanti a noi. Il nostro unico cordone ombelicale: una minuta corda del sette da cinquanta metri, sottile e leggerissima, da usare solo in caso di estrema necessità.
La luce artificiale delle nostre frontali illuminava i nostri passi nella gelida notte, le punte dei ramponi mordevano alla perfezione il ghiaccio duro. Tutto stava andando per il verso giusto: entrambi slegati ma entrambi legati dalla fiducia reciproca, salivamo al ritmo dei nostri pensieri. I metri percorsi aumentavano con il nostro battito del cuore. Salivamo leggeri, nascosti dal buio, consapevoli che buio voleva dire freddo e freddo voleva dire sicurezza … Sì, perché nei canali bisogna anticipare il sole, bisogna goderli di notte, e festeggiare di giorno seduti sulla cima, fuori da ogni pericolo.
Ma quella volta commettemmo uno sbaglio, o semplicemente stava scritto così, perché quasi in prossimità della cima, a due passi dal giorno, quasi fuori dal freddo, la cornice terminale cedette con tutto il suo carico: neve, ghiaccio e sassi di ogni forma e dimensione … tutto giù, nel canale, che per noi due si trasformò in una trappola senza uscita. Un rumore, uno spostamento d’aria anticipò il tutto. Poi solo buio. Le frontali si spensero, la neve ci gelò i vestiti, perdemmo le piccozze, perdemmo il tempo  Mi svegliai, ma forse non mi ero neanche addormentato, e mi resi conto che era successo un gran casino. Lui stava a pochi metri da me, mi guardava, dalla sua fronte usciva una fontanella di sangue. Ci abbracciammo, con un dito gli tappai il buco tamponandolo alla meglio. Niente cellulari, non esistevano, soltanto buio, freddo e paura. Ci ritrovammo alcune settimane dopo. Ci ritrovammo davanti ad una birra (lui) e ad un succo (io): ci ritrovammo tutti ammaccati ma felici di avere qualcosa da raccontare … a chi? Al sole, alle stelle, al cielo, alla luna e a tutte le cose e alle persone buone di questo mondo... streghe comprese!





Oggi, dopo parecchio tempo, quello che serve per farti pensare che non lo rivedrai più, è venuto a trovarmi l'Amico di tante folli salite, quel tipo di salite mai raccontate e che mai racconteremo. Troppo uniche, troppo forti soltanto "il pensarle". Ci siamo riabbracciati, Lui è invecchiato, io di più. Entrambi, su due binari differenti continuiamo ad andare per monti, entrambi abbiamo "obblighi quasi obbligatori". Una piccola cicatrice ricorda il momento descritto poco sopra, ed i suoi occhi sono ancora gli occhi lucidi dei geni, dei fuoriclasse ...

"Cosa ne dici Zar, se quando il tuo braccio ti da l'ok, di andare a farci una viozzola insieme, magari una di quelle lasciate là, mai iniziata ed ora da finire, sì, quelle che conosciamo e sappiamo vedere?"

"Ci puoi contare E..."

sabato 17 febbraio 2018

L'ALPINISTA DI RICERCA GIAN CARLO GRASSI

da: http://gognablog.com/un-ricordo-gian-carlo-grassi/

Rifugio Treviso, Pale di San Martino, Dolomiti, una giornata come tante in un periodo dove arrampicare era "quasi" normale ...pioggia, tanta pioggia, entro in compagnia di Amici all'interno del rifugio, ambiente caldo e orario di cena. Accanto a noi un uomo piccolo, sconosciuto a molti, ma conosciuto a chi vuol conoscere. Un uomo piccolo, un Gigante dell'alpinismo, Gian Carlo Grassi in trasferta Dolomitica con un cliente. Sono rimasto affascinato da Gian Carlo, di lui leggevo quello che saliva in giro per le Alpi, Lui, il Vero Alpinista di ricerca. Cena, due parole, poche le sue, pochissime le mie, impacciato da tale incontro ... il giorno dopo Manolo ci supera sulla Pala del Rifugio a tutta velocità, libero e leggero, leggerissimo ... che giorni mai dimenticati.

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                                                      Opera d'arte


Un nastro di ghiaccio sulla sud delle Jorasses 
di Gian Carlo Grassi

Nel 1979, in un'ottica di ricerca di ascensioni su ghiaccio, mi ero reso conto che in determinati momenti la parete sud delle Grandes Jorasses si poteva superare per una via completamente autonoma, in piolet-tracion, interamente su ghiaccio. Era l'embrione di una nuova ricerca, un nuovo modo di concepire la scalata su ghiaccio:
l'ascensione dei "couloir fantasma". Con Gianni Comino ci  eravamo posti due alternative: affrontare questa salita oppure il seracco a sinistra della Poire, sulla parete della Brenva. Scegliemmo la seconda forse perché meno intimoriti dalla tradizione dialettica della letteratura precedente.
L'anno scorso, a giugno, con il canadese Bernard Maillhot ho tentato due volte il problema senza speranze di successo, prima per il tempo brutto poi per il forte disgelo che trasformava la goulotte incassata dell'imbuto iniziale in un vero torrente ruscellante sul ghiaccio, con caduta di pietre e ghiaccio di ogni dimensione. 


Gian Carlo Grassi

Il momento giusto


Ad aprile la goulotte era tutta formata. Sette ore di avvicinamento da Planpincieux con Piero Marchisio, un ghiacciaio relativamente facile, una giornata calda. A mezzogiorno, al riparo di una grotta fra ghiaccio e roccia, assistiamo per tutto il pomeriggio a un bombardamento continuo del ghiacciaio. Le scariche scendono dappertutto lungo le pareti che racchiudono la conca, tanto da fare impallidire le più impressionanti storie dell'Eiger. Alla sera iniziamo la scalata, l'acqua ruscella sul ghiaccio anche se la temperatura è sotto zero. Usciamo fradici dalla prima goulotte, per vedere poco dopo abiti e materiali ricoprirsi di ghiaccio. Eppure l'acqua continua a non gelare nemmeno dopo 300 metri di dislivello, alla base di una stalattite orripilante nella semi-oscurità. Scendiamo e ad ogni doppia siamo obbligati ad abbandonare un moschettone, altrimenti la corda si gela nelle fettucce e non può essere recuperata. Alle quattro di mattina rieccoci a Planpincieux, con un'avventura in più nelle nostre esperienze, un'avventura con la A maiuscola.

Il "break" di un altro tentativo distolto dal maltempo e poi, il 9 giugno, la riuscita. Il freddo fuori stagione ha trasformato la parete in una corazza di ghiaccio, è un momento magico che bisogna sapere interpretare. Un momento che non è difficoltà e basta, ma che coinvolge la conoscenza dell'architettura della parete e delle possibilità che essa ci suggerisce. Un momento atteso da anni, capace di trasformare una successione rovinosa di scariche in un'oasi tranquilla, una natura da ascoltare con orecchi finissimi e non da dominare. La paura è rimasta intrappolata nell'auto laggiù in fondovalle. 
In vetta alla Walker la strana sensazione della conclusione di un ciclo di ricerca che mi ha permesso di vivere una delle idee alpinistiche più importanti del Bianco.



http://ivoferrari.blogspot.it/2016/12/direttissima-gianni-comino-punta-walker.html

venerdì 16 febbraio 2018

CI VUOLE COSTANZA



La linea, il luogo, l'isolamento, il freddo e LA COSTANZA. Sì, perché già il solo pensarle certe salite richiedono costanza. 
Un inverno freddo e nevoso, come da anni non se ne vedevano, un uomo solo in uno degli angoli più selvaggi del Monte Bianco. 
Salite e discese, tentativi, sudore e fatica... posso solo immaginare, cercare almeno d'immaginare, ma nono credo sia possibile ...

Un primo tentativo, ore di marcia, pericoli e giù, niente da fare. Le giornate brevi e il tempo che non vuole mettersi al bello, rasserenarsi. A valle, molto più in basso la compagna di vita, attenta e vigile scruta col binocolo. Secondo, terzo... quinto tentativo, il tempo passa e l'inverno si riempie sempre più di neve, il freddo mette in ginocchio paesi e città. Le Montagne sono cariche, bianche, completamente in letargo ... poi c'è  il vento, sempre furioso e forte.

Che cosa è la "COSTANZA", come ci si impossessa di questo dono raro? L'alpinismo è pieno di alpinisti, la "costanza" però non è dote di in tanti, bisogna essere veri fuori e dentro, è un dono!

In estate la Est delle Jorasses non è la classica parete alpina, la Est è lontana e ricca di Storia, quella pesante, quella per cui non ci si inventa niente.


Casarotto scrisse:
"La Est delle Grandes Jorasses è una delle più selvagge delle Alpi. Una scalata di 750 metri su granito, più ardua di quella della parete Nord. Questa salita l'ho in mente da tanto di quel tempo che non saprei più dire quando ho cominciato a pensarci.
A Natale mi era parso quasi normale il fatto di dover rientrare a valle dopo un 'primo' assaggio. Un'invernale come questa, lungo la Gervasutti-Gagliardone sulla parete Est delle Grandes Jorasses non poteva cadere al primo colpo. Doveva ben esserci una ragione se una perla del genere, nascosta nell'angolo più defilato del Bianco, non era ancora stata raccolta d'inverno da un alpinista solitario. Purtroppo, sono stato costretto a tornare indietro più volte.
Ricordo le discese a corda doppia, sotto le colate di neve nel canale iniziale, tutto incrostato di ghiaccio; la tendina resa inservibile dal vento e dalle pietre che precipitavano dall'alto; i primi sintomi di congelamento ai piedi e al viso in quei giorni freddissimi di gennaio.
Eppure allora avevo una volontà incrollabile. Adesso, dopo sei tentativi, sono un po' stanco..."

Sei tentativi, sei volte in pieno inverno, questa è la traduzione della parola "Costanza", ma difficilmente si troverà un vocabolario che l'ha riporta.
Che cosa sono 50° gradi sotto lo zero? come può un uomo sentire il desiderio?
Nel primo numero di Alp, storica e dettagliata rivista di Montagna, la salita di Renato Casarotto viene riportata con un piccolo trafiletto nella pagina degli exploit, sono gli anni del cambiamento, gli alpinisti sul Monte Bianco cominciano a correre lungo itinerari sempre più difficili. A volte si fatica a soffermarsi su certe salite: troppo presi dalla novità, la solitudine è ancora quasi indecifrabile, in inverno poi, un mondo sconosciuto.



Da Alp n1 Maggio 1985

Monte Bianco
SUPERCASAROTTO ALLE GRANDES JORASSES

Ancora una grande impresa del vicentino Renato Casarotto, che nel marzo di quest'anno, dopo ben sei tentativi ( di cui uno a 50 gradi sotto zero nei giorni polari di quest'inverno), è riuscito nella prima solitaria invernale della parete Est delle Grandes Jorasses. Oltre che di solitaria, e non è poco in quell'ambiente estremamente selvaggio e ostile che è il bacino di Frebouzie, si tratta di prima invernale in stile alpino (la salita di Marmier e compagni si era svolta infatti con abbondante uso di elicottero e corde fisse) e, come puntualizza con passione lo stesso Casarotto, di rigorosa ripetizione lungo l'itinerario originale di Gervasutti.
Casarotto, che ha trovato condizioni quasi proibitive a causa della neve e del freddo (grandi pericoli oggettivi soprattutto sulla <<Y>> iniziale con tratti estremi in piolet-traction), ha attaccato sabato 9 marzo per uscire dalle difficoltà dopo sei giorni consecutivi, esattamente alle 16,30 del giovedì successivo. Ma la vetta è stata raggiunta solo verso le 12 di venerdì 15, con un ultimo bivacco lungo la via normale italiana.


giovedì 15 febbraio 2018

È PERCHÉ mi MANCANO LE RIVISTE?




È PERCHÉ mi MANCANO LE RIVISTE?
Che bello spulciare nell'armadio delle Riviste, apri e senti l'odore della carta, l'odore del tempo che non si ferma, e quando lo fa, è perché qualcosa si è fermato insieme a lui.
Scandere 79 è una delle mie preferite, ne ho molte tra le preferite, ma quella in particolare mi piace perché pesa, carica di pezzi e personaggi da Storia.
Sono un maniaco della carta, rasento la perversione ... ho centinaia di libri e riviste, mi rendono ricco dentro. Il mio desiderio sarebbe stato "scrivere" pezzi di alpinismo classico, ho anche chiesto, domandato e fatto capire a certi editori o capi rivista che se ci metti il cuore, tutto esce bene, ma niente... Il gratis prevale sulla passione a volte, mettersi in mostra è facilissimo oggi giorno e il facile piace ai capi "rivista", poco importa se a volte si perde in qualità. Ho un blog, lo tengo sempre aggiornato e cerco di non far dimenticare il passato, ma non mi procura erezione, è Dario, mio figlio che vuole tenerlo aperto, le letture le vedo, ci sono, ma non può ingiallirsi e profumare di muffa .... mi piace la carta, e gli alpinisti veri fuori e DENTRO.
Andiamo avanti? forse....

SERATA RIPIDA AL CALDUCCIO



NEL MIO GIARDINO ...

www.paolocolombera.it/

VELOCEMENTEVELOCE
E’ tutta l’estate che piove, dopo undici mesi di lavoro, finalmente le ferie... finalmente, ma piove! Con Federica vado avanti e indietro dalle Dolomiti, due giorni in tenda e via! Di nuovo a casa per asciugare tutto.
La Valle di San Lucano sembra una foresta amazzonica: piove, acqua e umidità da artrite fulminante! Stiamo ritornando sotto l’Agnèr, le speranze di combinare qualche cosa le abbiamo oramai annegate nel Tegnas, che con le sue acque movimentate scende verso valle colorato come la cioccolata che beviamo a litri in queste "fresche" e "tranquille" giornate.
Sono le 11 di mattina, rimonto frettolosamente la tenda, sicuro che anche stanotte dormirò nella macchina; da ieri sera non piove più, il cielo oggi è stranamente azzurro, ma "Arabba Meteo" parla chiaro: da stanotte si ricomincia con un nuovo bellissimo, arrabbiato ciclone… amazzonico!
Giro nervosamente tra le poche tende che hanno resistito alla meteo, mille pensieri nella testa, cosa fare, dove andare, perché andare... Federica mi viene in aiuto, bastano poche parole ma, dette nel momento giusto, fanno miracoli: "Ivo, vai a farti un giro sullo Spigolo Nord, col binocolo ho visto che non saresti solo".

Niente corda, niente moschettoni, solo scarpette e una voglia matta!!! L’indecisione non mi appartiene oggi, guardo l’orologio, sono da poco passate le 12.30 … con l’allegria di un bambino che scopre un nuovo gioco, m’incammino in velocità verso lo Spigolo del Gigante… dall’euforia non ho preso nemmeno uno zainetto, mi accorgo di camminare con le mani occupate dalle mie comodissime scarpette d’arrampicata!
Sono sudato ma non stanco quando inizio a salire i primi metri di roccia resa infida e bagnata da queste "balorde" giornate. Ho legato le scarpe con le stringhe intorno alla vita… salgo facilitato dalla voglia di salire, è la seconda volta che vivo lo Spigolo, ma ora sono solo. Con movimenti delicati e precisi guadagno quota. Nella sezione dei mughi incontro una cordata, i loro sguardi trasmettono meraviglia nel vedermi sbucare all’improvviso. Saluto come faccio sempre in Montagna, sorrido e scambio due frettolose parole, poi la mia velocità aumenta a ogni appiglio che incontro...

Nella parte centrale "invento" una breve variante capace di farmi bestemmiare e nella parte finale, poco prima dell’ultimo tratto incontro due simpatici ragazzi, uomo e donna di nazionalità diversa dalla mia. Sono in Cima... tre ore e quindici minuti dopo aver salutato Federica, mi ritrovo solo sulla Cima Più Bella! Senza volerlo e senza saperlo (l’ho saputo una volta a Valle) ho giocando con la mia voglia verticale, stabilendo a mia insaputa un inusuale record, il più veloce sullo spigolo del Monte Agnèr, due ore e qualche minuto... DEVO vantarmi? Forse, può darsi... non so! Sicuramente ne sono fiero!!!!

Non sono più transitato lungo lo Spigolo, ma ogni volta che lo guardo... mi piace ammirarlo.

mercoledì 14 febbraio 2018

UNA CRESTA SENZA FINE PARTE 9


Lunedì 24 agosto

Devo attendere fino allo otto per indovinare che il tempo è bello. Il Monte Bianco è nascosto da un'enorme nube lenticolare, la cui estremità scende fino alla Fourche. C'è un bello strato di neve fresca. Preferisco offrirmi lo sperone della Brenva, che attacco dai pendii Güssfeldt. E' un percorso che adoro. Mi sento davvero le ali, e malgrado debba fare la traccia su neve instabile, mi muovo veloce. Il livello delle nuvole si alza al ritmo della mia progressione. Grande felicità. La montagna è magnifica, purificata dalla siccità, illuminata da una luce cruda  limpida. passo i seracchi  sulla destra e sbocco al Colle della Brenva, in pieno vento. Violenza. La nebbia si squarcia per riformarsi. Raggiungo la traccia della traversata dei quattro "4000". Mi muovo piegato in due controvento, penando. Poi mi raddrizzo e apro le braccia sottovento. Prendo il volo. Incrocio qualche rara corda congelata.
la cima. Sono solo. Sono commosso. E' stupido ma è così. Mi tuffo nella discesa. Di nuovo nebbia al Col du Dôme. Alcune cordate, fantomatiche, perdute. degli italiani mi domandano la direzione per rifugio Gonella. Insistono per saper dov'è la traccia che lo raggiunge. Non capisco perché non ci sia... Un signore anzianotto, con una barba di tre giorni e occhiali da saldatore, mi interroga intedesco. Cerca il <<sentiero per il rifugio del Goûter>>. Lo riconduco sulla traccia e l'abbandono al suo destino per risalire il Dôme e filare sulla Biannassay. La cresta è sottile. Abbastanza perché, per alcuni passi, io mi metta umilmente a quattro gambe. Scendo sul rifugio Durier, dove i custodi mi chiedono se io sia una guida o se sto facendo una traversata. Non so perché ma la formulazione delle domande mi fa sorridere. Mi offro la migliore omelette della mia vita. Le chiacchere scorrono: cristalli, macchie solari, tecnica foto. Ma mi sento completamente da un'altra parte, ho difficoltà a stare attento. Come spiegare che ho già bisogno di starmene da solo, che ho ancora la necessità di camminare, di arrampicare?
La luce diminuisce, l'orizzonte si addolcisce. Le mie gambe vanno da sole. Mi lascio andare. Mi sento in armonia. Non è una pretesa: è il benessere di vivere in modo intenso l'equilibrio che si è attinto in montagna. Sono semplicemente felice di trovarmi là. Felice dei giorni passati, felice di ritrovare ciò che amo.

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