venerdì 21 ottobre 2016

" ..E FORSE IL FREDDO AIUTERA A TENERE UNITI GLI APPIGLI .."


AD OVEST  D’INVERNO  di Silvestro Stucchi

Nel campo dell’alpinismo invernale in questi ultimi anni si è assistito ad un cambiamento radicale nella scelta dei versanti da scalare. È infatti sempre il versante Sud che attira la maggior parte degli alpinisti. Premetto subito di non essere un “cecoslovacco” né tantomeno un amante del freddo a tutti i costi, ma ritengo che una salita invernale non sia solo una questione di date, ma soprattutto di ambiente.
È con questa idea che insieme a Ivo, decido di effettuare la ripetizione della via “Aste-Aiazzi” sulla Cima della Busazza. La relazione parla di questa via come una delle più friabili del gruppo, ed è forse per questo che in 27 anni conta solo una ripetizione  (Mauro Moretto nel 1987 da solo).
Pochi chiodi, ambiente isolato: questa via fa al caso nostro e forse il freddo aiuterà a tenere uniti gli appigli! È venerdì notte, e per la terza volta arriviamo al Rifugio Vazzoler. Costatiamo subito che la grande quantità di neve caduta in settimana, e in quelle precedenti, ci darà parecchi problemi. Passiamo la notte nel locale invernale, cercando di incamerare più calore possibile, visto e considerato che la temperatura all’esterno è di dieci gradi sotto lo zero. La mattina seguente ci alziamo di buon’ora e, dopo una rapida colazione, incomincia la nostra “avventura”.
Dopo due ore di “lotta” con la neve, raggiungiamo il canale d’attacco. E, dopo esserci preparati per la salita, ci accorgiamo di aver portato un accessorio che purtroppo non ci servirà: le scarpette di arrampicata. Arrampichiamo slegati i primi centocinquanta metri dello zoccolo senza difficoltà. Giunti all’attacco del diedro ci leghiamo, dato che le difficoltà incominciano a farsi sentire. Dopo alcuni tiri di corda arriviamo ad uno dei tratti più impegnativi, e la neve ed il ghiaccio ricoprono gran parte del diedro da salire.
Troviamo, dopo aver scavato nella neve, uno dei tre chiodi lasciati da Aste, ed è proprio quel chiodo che permetterà a Ivo di superare una strozzatura strapiombante. Dopo un alternarsi di tiri più o meno friabili, giungiamo ad una piccola cengia spiovente, dove  -considerata la tarda ora- decidiamo di fermarci per il bivacco. Il posto non è dei più comodi, ma ci ripaga un panorama straordinario: davanti a noi si distingue tra tutte, lei, la Marmolada, Regina delle Dolomiti.
Dopo uno sguardo alle più belle montagne del gruppo la nostra attenzione si sofferma sulle grandi placche lisce alla nostra destra, ove salgono due vie di grande prestigio, quali la Cozzolino e la Casarotto, ben conosciute da noi e dove, chissà, in un prossimo futuro …
Soffia una leggera brezza ed il freddo si fa più pungente, ma la stanchezza sopraggiunge e mi addormento. Finalmente la prima luce dell’alba illumina le vette più alte, a preannunciare che oggi sarà una splendida giornata. Solo trecento metri ci separano dalla cima, ma dopo uno scomodo e freddo bivacco possono essere interminabili. Superiamo a fatica due tiri di corda su roccia friabilissima, finché giungiamo all’inizio di un bel diedro fessurato, al termine del quale troviamo l’ultimo chiodo lasciato dai primi salitori.
Con un traverso verso sinistra raggiungiamo la cresta terminale. Alle 14 di domenica 12 marzo siamo finalmente in vetta. La gioia è tanta da non farci notare una leggera nebbia che sta nascondendo il percorso di discesa. Ci affrettiamo quindi per la faticosa discesa verso il Van delle Sasse. Dopo circa tre ore di cammino giungiamo sula strada che porta al rifugio, e lì finisce finalmente la nostra avventura.
Probabilmente anche l’idea di salire le pareti rivolte a Sud non deve essere poi  così male  …







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