mercoledì 26 ottobre 2016

IL PULPITO VIA DEL "RICORDO"



TRACCIATO VIA DEL RICORDO ( COSI ME LO RICORDO)

Foto di ELVIO DAMIN https://www.facebook.com/photo.php?fbid=1874901969409487&set=gm.1201125119948420&type=3&theater
CHE RINGRAZIO PER AVERMI "RICORDATO" CON QUESTA IMMAGINE UNA BELLA AVVENTURA VERTICALE CON DUE AMICI, RICCARDO ED ENEA.


da Corriere delle Alpi 2004

Schiara, la Via del Ricordo

«Le alte pareti a picco del Pulpito avrebbero tutti i titoli per attirare l'attenzione dei moderni scalatori estremi», profetizzava Piero Rossi nella celebre guida 'Schiara" data alle stampe negli anni Ottanta. A più di vent'anni di distanza dalla pubblicazione di quel testo, il «poderoso contrafforte che la Pala Bassa protende sopra la Val de Piero» può finalmente vantare una nuova e impegnativa via alpinistica che sale lungo la difficile parete nord. Autore dell'impresa è ancora una volta Ivo Ferrari, arrampicatore bergamasco di Treviglio che da qualche anno ha preso a ben volere gli angoli più nascosti, scomodi e selvaggi dei Monti Pallidi: di casa anche nei più profondi recessi della valle di San Lucano all'ombra dell'Agnèr, Ivo si era già fatto notare nell'estate di quest'anno per la prima ripetizione della Via dei Bellunesi sullo Spiz di Lagunàz, una temeraria ascensione aperta venticinque anni fa dalla cordata Miotto- Bee-Gava. Ma Ferrari non è tipo da riposare troppo sugli allori. Nelle due giornate del 18 e 19 settembre, insieme ai compagni di cordata Enea Colnago e Riccardo Redaelli, Ivo Ferrari ha lasciato la sua firma anche sui 1.671 metri del Pulpito con un nuovo itinerario che è stato battezzato Via del Ricordo: 800 metri di sviluppo e difficoltà fino al VI grado, con un passaggio di A1, sono le caratteristiche di questa via di salita.
Cosa può raccontarci dei due giorni dell'ascensione? «È una scalata che mi è piaciuta molto, sebbene la qualità della roccia non possa essere definita delle migliori. Non capita comunque tutti i giorni di mettere le mani su una parete di quelle proporzioni, sulla quale non esistevano precedenti vie alpinistiche, e posso dunque ritenermi soddisfatto. Il Pulpito è una cima piena di cenge e viàz, attraversamenti che avvolgono i fianchi del monte come tante stratificazioni. La nostra via ha dovuto tenere conto di tutto ciò, tanto che la progressione su roccia è tutto un alternarsi di brevi traversi e strapiombi. A vederla dal basso sembrava più facile, ed ora che la salita è finita la ricordo come un'esperienza impegnativa. La parte bassa, i primi 200 metri in particolare, è composta interamente di macchie d'erba verticali, una caratteristica tipica delle Dolomiti Bellunesi che i miei due compagni ancora non avevano sperimentato di persona. Abbiamo bivaccato circa a metà del percorso, all'interno di una grotta, e siamo usciti sulla cima del Pulpito a mezzogiorno del secondo giorno. Il tempo per fortuna ci ha dato una mano per tutta la durata dell'impresa». Maurice Martin, già segretario generale del Club Alpin Français, sostenne una volta che una valle cosi selvaggia e grandiosa l'aveva incontrata solo durante le marce di approccio ai colossi himalayani. Voi che impressione avete avuto dell'ambiente della Schiara, ed in particolare della Val de Piero? «È un posto affascinante, pieno di salti e torrenti che vengono giù dappertutto. Anche una volta giunti in vetta, il ritorno a valle si è dimostrato particolarmente impegnativo proprio per la natura del territorio. Conoscevo già la Val de Piero perché Franco Miotto mi aveva precedentemente accompagnato per un sopralluogo, ma anche cosi ci sono volute sei ore per tornare alla base, ed un numero imprecisato di corde doppie. D'altra parte, nella zona esiste solo una manciata di itinerari su cenge e viàz dove sono passate poche persone, tra le quali lo stesso Miotto. Si tratta di posti isolati che non saranno mai di moda, cime senza gloria che diversamente dalla Marmolada non godranno mai della benevolenza degli alpinisti. È un ambiente che ricorda un po' le Pale di San Lucano, ma forse è ancora più isolato. Il bello è che in zona c'è ancora molto da fare, ho visto diverse vie che varrebbe la pena di tentare, e c'è solo l'imbarazzo della scelta». Gianpaolo Sani e Franco Bristot, nella recente guida pubblicata da Luca Visentini, hanno definito le vette della Schiara come 'le montagne dei fuggitivi": le sembra una definizione appropriata? «Non potrebbe essere più azzeccata. A tale proposito mi piace ricordare un incontro con degli alpinisti bellunesi avvenuto qualche mese addietro in un'altra località dove si pratica l'arrampicata. 'La Schiara? Non ci andiamo mai, la roccia è troppo marcia, non ne vale la pena", sono state le loro parole. Da un certo punto di vista però è meglio cosi, l'ambiente rimane più intatto. Per quanto mi riguarda spero comunque di tornarci presto, è stata una bella avventura che vorrei ripetere quanto prima».

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