venerdì 4 novembre 2016

CON I PRUSIK SUL MONTE WATKINS



 1978, Io inizio con i miei ricordi ... Pietro il Grande stupiva il Mondo con il suo 19,72 a Citta del Messico, il dito al cielo ed un futuro da storia della velocità. Io inizio a ricordare, 1978, ancora poco e quel decennio che avrebbe riscritto tutto sarebbe iniziato. E Renato Casarotto, prusik, su e giù in completa autoassicurazione lungo una lavagna granitica infuocata ... che scritti puliti, sani, veri ... belli come quel dito puntato verso il cielo a significare la preparazione intrisa di passione.

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La prima ascensione solitaria ad opera di un Italiano
MONTE WATKINS di Renato Casarotto

In questi ultimi anni è apparsa sulla scena alpinistica la Yosemite Valley dove si pratica un'arrampicata d'avanguardia per quanto riguarda la tecnica e le difficoltà superate. Come altri alpinisti anch'io sono stato attratto da queste montagne granitiche e finalmente nell'autunno del 1978 mi si è presentata la possibilità di poterle conoscere. Nel programma che mi ero prefissato era compresa un'ascensione solitaria che desideravo definire sul posto dopo aver fatto una sufficiente esperienza.
Fu così che entrato in contatto con un giovane americano, assiduo frequentatore del luogo, riuscii a farmi un'idea più completa sulle salite che si avvicinano maggiormente alla mia etica alpinistica. Egli mi descrisse un'ascensione in termini entusiasmanti sia per l'arrampicata prevalentemente libera che per il luogo lontano dal caos turistico della Valle: il monte Watkins. Partii alla volta di questo per salire la via Chouinard-Harding-Pratt del versante sud.
Le difficoltà si dimostrano subito notevoli e dovetti effettuare più volte la classica manovra "californiana" costituita dal pendolo. Fin dal primo giorno di arrampicata capii quale sarebbe stato l'ostacolo più fastidioso da superare: più che altrove avrei dovuto soffrire per la temperatura insopportabile; questo lo potevo anche prevedere. Non altrettanto però un episodio curioso occorsomi: dopo un centinaio di metri di arrampicata notai in una fessura alcuni cordini rosicchiati e ammucchiati come per la costruzione di un nido. Osservando meglio vidi nell'interno un grosso topo capitato lassù chissà da dove.
Praticando come di consueto l'autoassicurazione dinamica fui pervaso dalla paura che quel topo mi avrebbe potuto rodere le corde facendomi precipitare e nello stesso tempo, dovendo usare la tecnica ad incastro per proseguire lungo le fessure, ebbi un attimo di esitazione ad infilarvi le mani temendone le conseguenze.
Più avanti prosegui per più di cento metri, su un percorso non corrispondente alla via originaria. Quando mi resi conto di non essere sull'itinerario giusto, ritornai al punto di partenza, perdendo così una giornata.
Considerato che avevo calcolato una permanenza massima in parete di tre giorni, si rendeva necessario il razionamento dell'acqua. Nei giorni seguenti il sole implacabile continuò a torturarmi al punto che avevo la gola talmente riarsa da soffrire nel deglutire. Mi sforzavo di ricercare i più piccoli angoli d'ombra, ricavandone una sensazione di sollievo. Ad aumentare la sofferenza contribuivano le scarpe di tela e per il gran calore mi friggevano i piedi. Il pomeriggio del quarto giorno di arrampicata arrivai in vetta ormai esausto, ma stroncato soprattutto dal fatto di aver finito l'acqua fin dal termine del terzo giorno. Sulla cima mi fermai per qualche istante a riordinare il materiale da arrampicata e guardai per qualche attimo l'ambiente circostante: lo vidi sotto una luce maestosa e d'incanto, nella pace interiore raggiunta a conclusione dei miei sforzi, dopo i giorni intensi vissuti in parete.
Avevo intravisto la via di discesa in occasione dell'ascensione precedente all'Half Dome, e pur essendo sopraggiunta ormai l'oscurità, udito il rumore di una cascata, mi avviai in quella direzione.

Da Rivista della Montagna n36 Settembre 1979 pag.79

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