martedì 1 novembre 2016

LORENZO


Per raccontare e ricordare Lorenzo Massarotto credo che gli scritti più belli e intensi siano quelli di Leopoldo Roman, suo insostituibile compagno d'arrampicata negli anni dove "si aprivano le grandi vie".


SASS MAOR DI GIORNO E ... DI NOTTE  di Leopoldo Roman (Le Alpi Venete n.1/1987)

La parete nord-est del Sass Maor, sulle Pale di San Martino era ormai alle nostre spalle. Seduti sui massi scomposti della vetta, stavamo assaporando il piacere della nostra avventura e riprendendo fiato, perché eravamo molto stanchi.
Avevamo scalato una nuova via di mille metri con difficoltà costanti di sesto grado in sole dodici ore. Le mie spalle sanguinavano perché le cinghie dello zaino, per il continuo strofinamento, le avevano segnate profondamente. Ma il sapore della vittoria era come una droga, che leniva il tormento.
In vetta l'atmosfera era ovattata dalla nebbia e la notte stava già stendendo la sua mano. Sia io che Lorenzo eravamo molto tranquilli perché, dopo le tremende difficoltà che avevamo superato in parete, nulla poteva più fermarci. Di bivaccare neanche a parlarne perché non avevamo con noi i sacchi a pelo. Se lo avessimo fatto sarebbe stata decisamente una notte fredda perché a quelle altezze, senza il sole, la temperatura non è mai addomesticata. Dunque decidemmo di calarci dal Sass Maor con il buio e senza la luna nel cielo.
Sarebbe stata una nuova esperienza, e si sa che in montagna acquisire esperienza è molto importante perché in futuro, quando se ne avrà veramente bisogno, tornerà utile ciò che si è imparato.
Eravamo costretti a procedere molto lentamente, testando ben bene ogni appiglio ed ogni appoggio. L'importante era arrivare alla forcella con la Cima della Madonna. Poi sapevo che bastava seguire un canalone fino al vallone sottostante. I passaggi non erano mai difficili, ma ogni tanto, non vedendo la strada giusta, ci si trovava in difficoltà.
Alla forcella, un pungente venticello ci spiegò che di notte la montagna non intende mai scherzare. Trovammo subito un riparo dove prendemmo fiato per qualche minuto. Parlammo dell'arrampicata, del tetto di trenta metri, che avevamo evitato con una suggestiva ed esposta traversata laterale, della placca compattissima, passaggio chiave della via, che non accettava chiodi, dell'ambiente molto selvaggio dove si era svolta la nostra impresa.
"Lo sai Leopoldo - mi disse Lorenzo - che dalla cengia dove abbiamo mangiato qualcosa, sarebbe stato più difficile tornare indietro che andare avanti?". Ed ancora. "Ti immagini cosa sarebbe successo se sulle placche sommitali fosse scoppiato un temporale?".
Ed il ricordo andò a quella volta che su una vetta secondaria dell'Agner, fummo sorpresi da un temporale di inaudita violenza. La parete si trasformò in una cascata vera e propria. Noi trovammo riparo in una nicchia dove per sicurezza ci assicurammo con la corda. E fu una vera fortuna perché un fulmine che colpì la cima e scaricò a terra la propria elettricità, ci spostò con violenza inaudita verso il vuoto. Se non fossimo stati legati, sarebbe stata la fine.
Ma quella sera sul Sass Maor, nonostante la nebbia, il tempo era buono.
Ci rimettemmo in cammino. Sul fondo del canalone i bianchi riflessi della neve gelata erano per noi come una stella cometa; ci indicavano la via da seguire.
La concentrazione ci rendeva silenziosi. Solo ogni tanto ricorrevamo alla voce per non perdere contatto. Come sempre succede quando si brancola nel buio, giungemmo sul vallone sottostante senza accorgersene. Ce ne rendemmo conto soltanto quando sotto i nostri piedi la terra non divallava più.
Rilassati e distesi ci avviammo verso il vicino Rifugio del Velo. Come per incanto i vapori della notte si dissolsero e ci apparve un cielo stellato come non mai.
Una sensazione di felicità ci riempì entrambi e, nonostante il freddo, fummo contenti di trovarci lì, in quel momento.

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