giovedì 17 novembre 2016

POLACCHI


Un alpinismo d’altri tempi in uno degli angoli più remoti e maestosi del Monte Bianco, quasi difficile da immaginare, lontani, sperduti … determinati!

http://ksiegarnia.wspinanie.pl/andrzej-mroz-cudowna-cudowna-historia-ludwika-wlodek-p-522.html

VIA dei POLACCHI  PARETE SUD-EST del PILIER d’ANGLE

Nel 1969 ai primi di luglio tre polacchi gironzolavano per le vie di Chamonix sotto la pioggia, disperando di riuscire a fare qualche ascensione; Genek Chrobak, Tadek Laukaijtys e Andrzej Mroz devono cercare di fare ascensioni di gran classe per tenere alto il nome, perché i primi due sono delegati dal loro Club polacco di Alta Montagna in rappresentanza del loro paese all’incontro internazionale di alpinismo di Chamonix, organizzato ogni due anni dall’Ecole Nationale de Ski et Alpinisme (ENSA).
Mroz invece sta a Parigi e non deve rappresentare nessuno oltre se stesso. Quattro anni prima aveva fatto due tentativi al pilastro di destra del Brouillard, prima che due inglesi riuscissero a salirlo nel 1969. Per i suoi compagni Mroz era un prezioso aiuto. Passando da un bar all’altro a Chamonix i polacchi trovano infine il locale dove si riuniscono gli alpinisti di tutto il mondo. Timidamente parlano del Pilier d’Angle. Per loro ripetere la via Bonatti-Gobbi sarebbe già un impresa al limite del pensabile. Si aspettavano un atteggiamento d’ammirazione, per lo meno di rispetto: invece elogiare in pubblico una via, anche se aperta da un Bonatti, significa ammettere che forse non se ne è all’altezza. In società gli alpinisti si lasciano andare volentieri allo snobismo e alla competitività, talché Mroz si domanda perplesso: “Che fare? Il Pilier d’Angle è una grande via oppure no?”.
L’anno prima Genek vi aveva fatto un tentativo e aveva perfino lasciato sotto uno strapiombo alla base della parete provviste e materiale.
Sabato 12 luglio torna il bel tempo e il 13 Genek e Tadek vanno a cercare il loro amico che intanto doveva fare dei cunei di legno che avevano dimenticato.
Il 14 luglio, mentre la festa nazionale è al colmo, salgono con la funivia alle Aiguille du Midi da dove si dirigono al bivacco della Fourche della Brenva per pernottarvi. Il giorno seguente come il sole tocca la parete nord-est del Pilier cominciano le scariche mentre loro non sono ancora arrivati al deposito. I sacchi pesantissimi hanno impedito loro di scendere rapidamente dal Colle Moore e comunque trovano il nascondiglio, dove devono aspettare che le scariche cessino. Sono al sicuro? Lo sperone sotto il quale si trovano li ripara? Forse, ma non dall’inquietudine: in effetti un grosso blocco passa frullando a pochi metri da loro. Alle 15 l’ombra sembra aver calmato la montagna, così attaccano in un canalino a sinistra della via Bonatti. Si innalzano per neve di quattro lunghezze di 60 metri, poi fanno ancora una lunghezza in roccia e si fermano per il primo bivacco. Erano partiti anche troppo presto perché ogni tanto dei sassi cadono ancora fischiando a grande velocità giù per il canale che hanno appena scalato.
All’indomani Genek parte in testa in una lunga traversata verso sinistra. Mroz pensava invece di salire direttamente per strapiombi fino a raggiungere uno sperone che fiancheggia a sinistra (destra orografica) un caratteristico colatoio che inizia dalla cima del Pilier. La traversata conduce a una fessura di oltre 200 metri che sembra indicare la via. Quando Mroz arriva al posto di sosta Genek e Tadek gli propongono: “Se vuoi chiodare un po’, è in artificiale”.
Così Andrzej Mroz passa in testa e avrà da chiodare per tre giorni per tutta la lunghezza della fessura senza vederne la fine. Per due notti bivaccano sulle staffe appesi alla muraglia. Talvolta c’è qualche appiglio o piccoli appoggi per i piedi, ma è impossibile salire in libera. Qui Mroz dà prova di una forza d’animo eccezionale simile a quella di Riccardo Cassin che durante la prima alla parete Nord della Cima Ovest di Lavaredo impiega tre ore e mezza per piantare un chiodo.
La durezza della scalata è ben messa in evidenza da quanto scrive Mroz: “Questa fessura mi sembra non finire mai e talvolta mi lascio prendere dallo scoramento, mi sembra di essere lento, tutto mi soverchia, questo granito, questa prospettiva che non cambia mai. Speravo di sbrigarmi e invece non faccio apprezzabili passi avanti”.
Il quinto giorno infine la scalata si fa più facile e sono confortati dalla certezza di riuscire, quantunque una frana di sassi abbia tagliato una delle loro corde colpendoli un po’ tutti. Il 20 luglio alle 10, dopo cinque giorni di scalata, arrivano in vetta al Pilier ma devono aspettare fino alle sei di sera che la neve si rassodi per ripartire. Sarebbe stupido rischiare di essere travolti da una valanga di neve marcia nell’ultima parte dell’ascensione. Arrivano in cima alle 21 e pernottano alla Vallot. Le provviste calcolate per tre giorni sono finite, ma l’uomo è resistente. Perdura anche il bel tempo che li aveva favoriti.
È un exploit considerevole, un nuovo, grandioso itinerario all’altezza della loro capacità e costanza.


Tratto da “GRANDI IMPRESE SUL MONTE BIANCO” di André Roch edizione dall’Oglio

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