domenica 6 novembre 2016

QUARTO PILASTRO

FABRIZIO DURANTE LA 1° RIPETIZIONE

PRIMA SALITA DEL IV PILASTRO DEL PARETONE  DI  LUIGI MARIO
TRATTO DA: “CON GLI SCARPONI E LA CORDA LEGATA IN VITA

12.13 Settembre Gran Sasso
“ … sono le 8. Vado per una tirata abbastanza facile con un leggero strapiombo. La roccia non è buona e ho freddo alle mani. La parete è tutta in ombra e fino alla fine non saremo lambiti dal caldo sole. Poi va Emilio e sale lentamente. Non mi spiego il perché. Ogni poco arriva giù qualche sassetto. Quando sta a me vado su dritto ma il sacco, le mani fredde, la roccia malsicura e l’andare da secondo mi mettono un poco di “caca”. Scenderei con molto piacere se si potesse piantare un buon chiodo. Emilio sta su un minuscolo terrazzino, che si può sostare, assicurato a un chiodo, che si può staccare. È stato bravo a fare questa tirata. Poi siccome non ci possiamo muovere, va su altri dieci metri e si piazza in un posto migliore all’inizio del “camino”. Vado io e la roccia diventata ottima mi permette di arrivare velocemente dopo venti metri ad un buon terrazzino con buon chiodo.
Sopra si innalza, liscia e verticale per una quarantina di metri, una fessura diedro. Va Emilio che prova a destra, poi torna a sinistra. Sta del tempo nel fare pochi metri. Allora penso che sia meglio che vada io e glielo dico. Vado abbastanza agevolmente per i primi metri. Pianto un chiodo e proseguo dopo vari tentativi, usando ganci, staffe, chiodi malsicurissimi. Procedo lentissimamente con una gran voglia di tornare, ma il pensiero di fare corde doppie su chiodi poco sicuri non mi alletta e poi mi sento una spinta della volontà come non ho avuto mai e che ho sentito già, ma meno, sul Salame. Comunque, dopo due ore arrivo alla forcella tra la Guglia di Bambù e il pilastro. Emilio viene faticando molto e pure un po’ tirato perché usa le staffe meno di me … Si percorrono caminetti, crestine, pareti e alla fine dopo 7 ore siamo in cima al pilastro accolti dal sole …”
“ …Che sia contento della via è certo, però, più che la via quello che mi dà gioia è la volontà che sono riuscito a tirare fuori durante la tirata greve. Effettivamente non mi ero mai impegnato così in una via nuova in ambiente così opprimente e freddo …”
QUARTO PILASTRO


STORIA DELL’ALPINISMO IN ABRUZZO (Ricerche & Redazioni)
per gentile concessione di Stefano Ardito

"... Per Gigi, però, il vero problema da risolvere è il Quarto Pilastro. Il più verticale, il più ostico, il più freddo. Nel settembre del 1959, ancora insieme a Caruso, Gigi raggiunge il Paretone dal rifugio Duca degli Abruzzi. Chiodi, moschettoni e staffe rendono pesanti gli zaini. Fa freddo, e nel camino all’attacco della via dalla roccia pendono delle stalattiti di ghiaccio. Due tiri freddi e sgradevoli portano a un camino svasato, con le pareti lisce, dove è difficile assicurarsi.
Emilio tenta di salire da capocordata, ma è lento. Gigi, che si sente in forma come non mai, gli urla di scendere, lo cala alla sosta, riparte da capocordata, come un razzo. "Gigi era quasi in trance" racconterà Caruso. Qui le cose diventano dure davvero. Si sale in libera, piantando dei "chiodi malsicurissimi".
Dove le fessure finiscono, sfrutta dei piccoli buchi con dei ganci, ai quali appende le staffe. A spingerlo verso l’alto, racconterà, è "una spinta della volontà come non ho avuto mai".
Gigi Mario ha ventun anni, è un arrampicatore straordinario, è in piena forma. Ma su quel tiro impiega più di due ore. Emilio, da secondo, dev’essere aiutato dall’alto con la corda. Nella parte alta il Pilastro lascia il posto a un labirinto di cenge, camini e fessure. Dalla vetta, i due tornano di corsa a Campo Imperatore, perché la funivia alle 17.20 si ferma, bisogna tornare a Roma in Lambretta, e il giorno dopo si lavora..."



IL LIBRO IMPORTANTE PER CONOSCERE LA STORIA

PRIMA RIPETIZIONE DEL QUARTO PILASTRO DEL PARETONE per gentile concessione di: Fabrizio Antonioli

Anche se sono trascorsi quasi quaranta anni, mi ricordo con grande lucidità. Era Luglio del 1977, una indimenticabile stagione per me che mi ero affacciato nel mondo alpinistico romano solo due anni prima. L’ambiente stimolante di grandi alpinisti e arrampicatori, la frequentazione di falesie severe come Gaeta, Leano e il Circeo, mi avevano formato rapidamente. Eravamo un trio ben amalgamato (Frezzotti e Cutolo) e ci incuriosiva tentare la ripetizione di uno dei capolavori di Gigi Mario: la sua irripetuta via al Quarto Pilastro del Gran Sasso.
Al rifugio Franchetti, Pasquale Iannetti, allora gestore, ci aveva accolto con simpatia e, saputi i nostri obiettivi, si era svegliato alle 5 per preparaci la colazione. Iniziamo con le primissime luci: su per la cengia alla base della parete Ovest fino ad affacciarsi sul Paretone, a meno di 200 metri dalla cima della Vetta Orientale. Come tutti gli amanti del Paretone sanno bene, una parte molto complessa della salita è la discesa. I primi raggi di sole ci scaldano ed iniziamo ad arrampicare in discesa per le magnifiche placche finali dello sconfinato Canale Iannetta che taglia diagonalmente in due il Paretone. La roccia era calda e asciutta, l’Abruzzo e poi il mare laggiù in fondo ci davano una sensazione di piacere.
Il Quarto Pilastro e’ il primo che si raggiunge scendendo, per gli altri Pilastri bisogna continuare ad arrampicare in discesa. Attraversiamo un nevaio e siamo all’attacco. La via, aperta da Mario e Caruso nel 1959, era rimasta senza ripetizioni per 18 anni, anche a causa delle dichiarate difficoltà incontrate dai primi salitori. Sulla guida si leggeva che "il tiro chiave (dato di sesto e A3) era costituito da una fessura-diedro strapiombante con poche possibilità di chiodare". Gigi Mario aveva detto che si trattava di un tiro estremamente difficile con pochissime possibilità di protezioni e che aveva fatto uso di staffe su "ganci da macellaio ..". Avevo con me dei rudimentali skyhooks e delle staffe, ma soprattutto i primi nuts provenienti dall’Inghilterra, avevo scelto gli scarponi Galibier e non le Superga (introdotte nell’ambiente alpinistico romano da pochi mesi da Pierluigi Bini) soprattutto per il freddo che sprigionava la mitica Cannuccia di Bambù. Mi ricordo l’urlo di gioia in cima al tiro chiave salito peraltro senza usare le staffe.


Quarto Pilastro del Paretone Gran SassoVia Luigi Mario e Emilio Caruso 1959
Prima ripetizione: Fabrizio Antonioli, Massimo Frezzotti e Paolo Cutolo 1977Prima invernale: Marco Marziale e Luciano Mastracci 1995

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Devo RINGRAZIARE  chi mi ha permesso di conoscere un pezzo di quello che mi piace conoscere, Gigi Mario per la gentilezza nel mandarmi il suo splendido libro "Con gli scarponi e la corda legata in vita", ricco di aneddoti e  storie di un andare in montagna come piace a me.
Stefano Ardito e Giacinto Damiani per il Libro capolavoro, frutto di ricerca e amore per le montagne e gli alpinisti del centro italia.
Fabrizio Antonioli, per quel semplice regalo al Rifugio Duca degli Abruzzi, una guida, la prima guida e quella foto in bianco e nero ... importante. Io aspetto una tua biografia perché tu puoi raccontarci molto.
GRAZIE  ivo

1 commento:

  1. Il Gran Sasso è qui dietro l'angolo, ma mentalmente, nell'idea alpinistica che ne abbiamo è mille volte più lontano della Patagonia, di Yosemite o delle Ande. A noi lombardi o piemontesi sembra un mondo chiuso.. gente a noi sconosciuta.. invece anche lì ci sono grandi storie. E grandi personaggi.w gli amici abruzzesi

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