sabato 24 dicembre 2016

I CONCATENAMENTI 1961/1995

Claudio Barbier
"... Nel 1961 ha luogo un exploit sbalorditivo, incomprensibile per quell'epoca e premonitore dell'evoluzione futura.
Il belga Claudio Barbier percorre in giornata le cinque pareti nord delle Cime di Lavaredo: via Cassin alla Cima Ovest, via Comici alla Cima Grande, via Preuss alla Cima Piccolissima, Via Dulfer alla Punta Frifa, via Innerkofler alla Cima Piccola. Non soltanto Barbier da prova di una maestria in arrampicata fuori dal comune, ma era anche logico riunire queste cinque vie storiche e vicine.
Il calcio d'inizio dei concatenamenti moderni è dato da Nicolas Jaeger, che sale in successione il Grand Pilier d'Angle e il Pilone Centrale del Freney nel 1975; poi nel 1978, Marc Batard scala la Major, scende per la Sentinella Rossa, risale infine alla vetta del Monte Bianco per lo Sperone della Brenva. A partire dal 1980 i concatenamenti si moltiplicano: parete sud del Fou e Diretta Americana al Dru, da parte di Patrick Bérhault e Jean-Marc Boivin (1982); Diretta Americana e Pilier Bonatti al Dru, da parte di Eric Escoffier e Daniel Lacroix (1982); Diretta Americana al Dru e Sperone Walker alle Grandes Jorasses, da parte degli stessi Escoffier e Lacroix (1984); i quattro Piloni del Freney, uno di seguito all'altro, da parte di Christophe Profit e Dominique Radigue (1984). Tutto questo in giornata ...
Il concatenamento può essere valutato secondo diversi aspetti: quello della difficoltà, della logica, della lunghezza, ma anche da un punto di vista simbolico. Le vie sono numerose, e i concatenamenti possibili lo sono ancora di più. Logico, per esempio il concatenamento di Barbier nel 1961; illogico, ma simbolico, quello di cui si sono occupati molto i media specializzati negli anni '80, la "trilogia". Si tratta delle pareti nord del Cervino, Eiger e Jorasses, i "tre ultimi problemi delle Alpi" di Heckmair.
Ivano Ghirardini le aveva già salite nel corso di un'unica stagione invernale; nel 1985, Christophe Profit riusci a concatenarle in una sola giornata, facendo ricorso all'elicottero per collegarle. Tuttavia quando risale il Linceul alle Jorasses è ben più rapido che sullo Sperone Walker. Nel 1987, Profit rinnova la sua performance, ma in inverno, risalendo questa volta lo Sperone Croz in sole quarantadue ore filate. Si vedranno imprese ancora più strabilianti, ma meno logiche, per esempio quando, nel 1990, Alain Ghersen scala in sucessione la Diretta Americana, la Walker e la cresta integrale di Peuterey. Si vedranno scelte ancora più bizzarre: lo stesso Ghersen concatena, con l'aiuto dell'automobile, un passaggio estremo a Fontainebleau, una via della falesia del Saussois (Yonne) e la cresta integrale di Peuterey, nel 1987; Hans Kammerlander e Hans Peter Eisendle utilizzano la bicicletta per collegare la parete nord dell'Ortles e la parete nord della Grande di Lavaredo ... Al di fuori del massiccio del Monte Bianco i concatenamenti sono più rari.
Significa forse che gli altri gruppi non sono adatti a questo genere di prestazioni?
No, semplicemente il concatenamento è legato alla mediatizazione, e le vette del Monte Bianco sono le più note. Se nel 1988 il concatenamento da parte di Thomas Bubendorfer di cinque grandi vie delle Dolomiti è molto (troppo?) pubblicizzato dalla stampa, questo non avviene invece nel 1990 per Manrico dell'Agnola e Alcide Prati, che scalano in giornata la via Solleder e il diedro Philipp-Flamm in Civetta, concedendosi per di più il lusso di scendere a piedi. Ancora meno, nel dicembre 1993, ci si occupa di Christophe Moulin, che da solo, in inverno, scala in cinque giorni le due pareti più severe dell'Oisans, la parete nord de la Meije e la parete nord ovest dell'Ailefroide.
Tra gli ultimi concatenamenti, quello del tedesco Frank Jordan, nel 1995, è un omaggio dedicato al precursore Claudio Barbier e a tutta la storia alpinistica  delle Dolomiti: in quindici ore, via Cassin alla Cima Ovest, via Preuss alla Piccolissima, via Brandler alla Grande. Sulle famose Tre Cime di Lavaredo, tre epoche e tre grandi vie ...."


Thomas Bubendorfer
Tratto da: R.Frison-Roche e S.Jouty    Storia dell'Alpinismo  Casa Editrice Corbaccio  pag: 158/159

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