sabato 21 gennaio 2017

BOB MARLEY




IL VECCHIO CHIODO NON È PIÙ SOLO

Fradicio di sudore come non mai, mi siedo ai piedi della slanciata torre. Oggi è una giornata splendida, nel cielo soltanto il colore più vivo, l’azzurro…
Sono solo, volutamente solo, sì! Perché nella mia testa, da giorni, si è depositato il desiderio di salire il Campanile: lungo la sua linea più logica, lungo la sua linea più bella, la via
Augusto. Lo zaino è praticamente vuoto: niente acqua, niente barrette energetiche, niente corda e imbragatura. Soltanto le scarpette e un cordino di un metro, ricavato da una vecchia corda da nove millimetri (rossa).
Sono seduto: godo il silenzio di queste montagne, cerco di sentire i profumi del Boràl sottostante, pieno di piante, sassi, neve marcia… Non ho fretta: oggi devo soltanto arrampicare libero, con calma e concentrato sui gesti. Oggi non sono ammessi ripensamenti e tantomeno errori. La torre corre verso l’alto per seicento metri e… niente corse verso il basso, Ivo, niente cazzate!
Pronto: sono pronto a partire lasciando la certezza per il suo opposto, che è ciò che più mi spinge a queste “passeggiate” un po’ folli, in questo mondo selvaggio fatto di roccia e di silenzio.
Salgo con movimenti sicuri, forse eleganti da vedere. Ma io non posso vedermi… Riesco però a “sentirmi” e capisco che sto salendo padrone del gesto, per nulla spaventato dal vuoto. Anzi: innamorato del vuoto che mi sta intorno, sopra la testa e sotto la gomma delle scarpette. Salgo calmo: ora non sto sudando come sul ripido sentiero. Ora mi sto trasformando in quello che sto toccando… la roccia!
Le difficoltà ci sono, sono vere: rispettano quella gradazione che non subisce inflazione, che non si abbassa o si alza a seconda del momento. Il grado, per essere vero, si deve sentire, e gli avambracci si stanno gonfiando: sentono il vero…
Arrivo davanti ad una placca. Bisogna traversare a sinistra in piena esposizione: lo capisco dalla logicità del passaggio e… da un chiodo piantato nel mezzo della placca stessa. Parto deciso, duro, continuo ancora più deciso, durissimo. Sono vicino al chiodo: un minuscolo pezzo di ferro che da anni se ne sta lì, solo e tranquillo. Le braccia cominciano a sentire lo sforzo, la tensione supera il livello di guardia… ma cosa cavolo sto facendo! Dovrei pensare a come risolvere il tutto e invece, nella mia testa, arriva la melodia di una bellissima canzone. Arriva Bob Marley con la sua
Redemption Song!
Sono al limite, fermo su due tacche minuscole, con le braccia che stanno pompando anche la riserva e la testa si mette a cantare! Ma se la testa è da un’altra parte, fortunatamente arriva l’istinto a tirarmi fuori dai guai. In fretta infilo il cordino nel chiodo ma non lo tiro: il buon senso mi dice di no. Poi infilo il braccio nel cordino, sempre senza tirare, e penso: «Se scivolo magari rimango impigliato». Un attimo dopo sono al sicuro, cinque metri più in alto.
Follia, questa è pura follia. Questa è l’arrampicata solitaria secondo Ivo Ferrari. Sono passato in libera, al limite, con un braccio in un cordino, aggrappato ad appigli minuscoli nel mezzo di un vuoto da paura, con la testa che cantava Marley e l’idea di rimanere appeso a quel braccio in caso di volo! Follia o bravura, stupidaggine o intelligenza? Direi passione: un’incosciente passione che sta nel mezzo di un percorso tutto mio.
In cima rimango sdraiato per parecchio tempo: è ancora presto e domani in valle racconterò agli amici, quelli veri, del cordino rimasto lassù a tener compagnia, nel cuore della placca, ad un chiodo solitario, perduto su una torre dal nome quasi impronunciabile.
Oggi ho goduto ogni appiglio, ogni movimento, ogni respiro. Oggi ho goduto e mentre riporto me stesso verso la locanda, verso la mia amica Ester, fischietto una canzone…
Redemption Song: è proprio una bella canzone. Grazie Bob!



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