mercoledì 18 gennaio 2017

FULVIO IL MAESTRO

FULVIO SCOTTO

Fulvio, il Maestro, Grandissimo interprete di un Alpinismo Classico

DOLCE VITA

di Fulvio Scotto

Il fascino dell'alpinismo invernale, soprattutto quello solitario, è il fascino che scaturisce dalla grande solitudine, dall'ambiente selvaggio ove si è spinti forse dall'egoismo di non essere costretti a dividere con altri le intense sensazioni, le fatiche, le soddisfazioni.
Il nome del francese Patrick Bérhault è un marchio di garanzia, e per me un accattivante richiamo alpinistico. La sua Dolce Vita aperta con Jean Gounand nel 1978 sulla Punta Piacenza alla Catena delle Guide è una via che conta poche ripetizioni e soprattutto non è mai stata salita in inverno, né in solitaria ...
L'aurora del cinque gennaio 1984 deve ancora dissipare l'oscurità della notte quando ormai, pronto alla partenza, sto per calzare gli sci, presso le ultime case di Tetti Gaina in Valle del Gesso. Qui in inverno l'asfalto della strada va in letargo per lunghi mesi sotto la coltre di nevosa.
Del tutto inaspettata giunge un'auto, dalla quale, dopo aver spento i fari, scendono due persone. Ci salutiamo: sono Alessio Pasa e Massimo Barbieri di Genova. Alessio mi riconosce, mi chiede dove vado. Loro tenteranno la prima invernale della via dell'Aspirazione sulla Nord del Corno Stella, un progetto ambizioso. Il freddo è pungente e mentre Alessio e Massimo preparano il materiale, io sono in partenza.
Sci ai piedi mi avvio, sotto il pesante fardello. Non ho ritirato le chiavi del rifugio Bozano, un po' per guadagnare tempo e un po' perché, per vivere più intensamente questa invernale, ho deciso di bivaccare all'attacco della via.
Nel sacco ho due corde, ferraglia varia in abbondanza, maniglie jumar, pedule, telo da bivacco, sacco piuma, duvet doppio e quindi fornello, cibarie, borraccia e tutto quel che d'abitudine si porta, macchina fotografica compresa. Ma come mai farà Renato Casarotto a stare settimane? ...
Già la strada che porta alle Terme sembra non finire mai, più avanti poi il Gias delle Mosche pare l'abbiano spostato più a monte ...
Il ripido bosco che precede il Gias del Saut è micidiale, poi finalmente compaiono la bastionata della Madre di Dio e l'Argentera.
Ma quanto è lontano questo rifugio?
Sotto il sole risalgo il vallone puntando verso la grande parete ovest. Anziché seguire l'itinerario estivo vado diritto e, risalendo nell'ultimo tratto ripidi e sempre più faticosi pendii, alle quattordici e trenta raggiungo il rifugio Bozano. Il dislivello da Tetti Gaina fin qui è di quasi mille e quattrocento metri e lo sviluppo è assai lungo.
Vedere il rifugio così, chiuso e in mezzo alla neve, aumenta il senso di solitudine; mentre salivo, inconsciamente, quasi avevo l'impressione di potervi trovare qualcuno, una compagnia, chissà chi ... forse un folletto ...
Dopo una breve sosta riparto per la vicina bastionata della Catena delle Guide. Quando la pendenza aumenta ed anche con i bilgheri fatico troppo, mi fermo a togliere gli sci e li lascio, conficcati nella neve, presso un masso affiorante.
Per arrivare a toccare le rocce bisogna scavalcare una specie di crepaccia tra neve e parete. Lascio i bastoncini e salgo per l'imbrattato diedro canale obliquo a destra. Cinquanta metri più in alto mi fermo su un piccolo gradino ove dovrebbe attaccare la via, ma non riesco ad interpretare bene la relazione. Vedremo poi al momento opportuno ...
Ripulisco il terrazzino dalla neve, pianto alcuni chiodi e vi assicuro il sacco. Mi appronto subito al bivacco e, quando ho terminato i preparativi già il sole sta scendendo dietro le montagne: è l'imbrunire.
Non fa freddo, il termometro si è fermato a meno otto. Mi assicuro ai chiodi e dall'interno del sacco piuma sfornello un brodino bollente a base di neve e dado Knorr, quindi mangio qualcosa. Segue un lungo torpore, un dormiveglia ad intervalli per quattordici ore. Un'infinità di pensieri si succedono nella mente, mentre gli occhi, incantati, cercano nella miriade di punti luminosi della volta celeste, introspettive verità che non sempre sono decifrabili.
L'aurora mi sorprende intento nuovamente ad operazioni culinarie. Sono già fuori dal sacco per prepararmi alla luce della pila frontale quindi, appena possibile, attacco: è ormai giorno.
Spostandomi a sinistra trovo un chiodo e da qui fortunatamente la relazione corrisponde. Sosto alla sommità del primo diedrino.
Mi assicuro sempre. Per tutta la via, salgo, scendo e risalgo come mia abitudine portando il sacco. Le manovre sono lunghe ma vanno eseguite attentamente. Trascorrono le ore, il sole si è ormai alzato nel cielo ed ha quasi intiepidito la roccia. Giù, sotto di me, il fagotto rosso del sacco da bivacco, ove ho lasciato tutto ciò che non doveva servirmi, scarponi compresi, mi fa compagnia.
Quando sono in cima è già pomeriggio, il Corno Stella e la parete ovest dell'Argentera sono in pieno sole. Il tempo incalza e devo buttarmi a corde doppie giù per la parete. Recupero il materiale da bivacco, calzo scarponi e ghette e quasi di corsa raggiungo gli sci.
Mentre mi avvio il sole è già scomparso ad occidente dietro le montagne. Con lunghi diagonali mi abbasso gradualmente. Il sacco mi stronca la schiena, e le gambe in perpetua contrazione sono ormai prossime alla paralisi. Mi sento un kamikaze allo sbaraglio.
Al Gias del Saut è ormai notte. La discesa del bosco, alla luce della frontale è tragicomica, poi la lunga strada è un Oceano Pacifico. Il lampione che rischiara le case di Tetti Gaina e l'auto sono un miraggio.
Penso ai due genovesi che, saliti ieri al bivacco Varrone hanno attaccato oggi la parete e saranno ora appesi da qualche parte a bivaccare. Purtroppo il loro tentativo non andrà a buon fine, infatti l'indomani mattina in un difficile passaggio sopra la grande lama staccata all'inizio delle maggiori difficoltà,  Alessio da primo volerà per trenta metri fin sotto la sosta, a causa della rottura di un vecchio chiodo arrugginito, e Massimo che lo assicura con il mezzo barcaiolo avrà due dita tranciate dalle corde. Il ristabilimento e la ritirata in doppia saranno drammatici, ma i due riusciranno a tornare a valle entro la sera con le loro forze e Massimo potrà essere ricoverato d'urgenza all'ospedale di Cuneo. Per le sue dita purtroppo nulla da fare.
Recupererò io stesso una parte del loro materiale ripetendo la via dell'Aspirazione nel luglio dell'anno successivo.
La mia avventura avrebbe dovuto concludersi proprio all'auto, ma la vecchia Fiat 127 non vuol saperne di partire e mi tocca spingerla (!) fino a S.Anna, nonostante i tratti di discesa, purtroppo insufficienti per avviare il motore. L'ultima speranza è la discesa un po' più lunga sulla strada che passa fuori dal paese ... e questa volta mi va bene! Quest'ultimo sforzo mi ha totalmente stravolto.
Quando arrivo a Cuneo trovo ancora un bar aperto. Ho nausea e faccio fatica a deglutire e persino a bere: in tutto il giorno non ho ingerito nulla. Un pezzetto per volta ingoio un toast, fissando con occhi allucinati un bicchiere di acqua minerale. Il barista mi scambia certamente per un drogato all'ultimo stadio. Fra cento chilometri c'è il mio letto, ma mi appisolo assai prima a lato della strada nell'ospitale 127, orgoglioso della mia giornata.

Il racconto di Fulvio è tratto dalla Stupenda guida  di Gianluca Bergese e Gianfranco Ghibaudo, vero "lavoro" di storia, conoscenza, esperienza e passione.




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