lunedì 16 gennaio 2017

LA PLACCA


Marcello Cominetti e Alberto Graia

TESTO di ALBERTO GRAIA


La Placca

una bella lezione di storia 



Via Vinatzer Parete Nord del Sass de Luesa 1933
Insieme a Marcello Cominetti

Passo Gardena si fa lontano, è mattino presto e l’aria ancora non si è riempita dei suoni invadenti dei primi turisti.
La Nord del Sass de Luesa è maestosa sopra di noi, saliamo veloci per il sentiero e presto siamo alla base, sono con Marcello*, ci prepariamo, infiliamo l’imbraco, ci dividiamo il materiale, qualche anello di cordino, moschettoni a ghiera poche cose, leggeri, tutto in silenzio da veri montanari, di noi due il vero montanaro è lui, ma tutto è, meno che rude e silenzioso, come sempre è allegro e si prepara a partire con la semplicità di chi è padrone di quello che fa.
La parete è subito verticale, la roccia è fredda, velocemente, saliamo senza difficoltà i primi tiri, segnati dalle urla classiche di una cordata,

“Corda”
“Blocca”
“Molla Tutto”
“Liberaaa”

Un linguaggio essenziale, semplice, come essenziale è tutto l’arrampicare, gesto tanto istintivo da bambini, quanto spesso rifiutato da adulti, nella montagna ho sempre trovato una fondamentale verità, tu la roccia, l’ambiente, le parole non contano, se hai l’esperienza, la giusta conoscenza tecnica per riportare a casa la pelle questo basta, un binomio perfetto, dove valenze cerebrali vengono santificate e nello stesso tempo purificate dall’azione.


Mi tornano in mente le parole di Mila* “..Secondo un mio vecchio chiodo l’alpinismo è cultura, è attività perfetta dell’uomo, dove l’uomo è uguale a Dio, perché è l’unica dove conoscere e fare sono una sola cosa....”*

Arrivati a una buona sosta, dopo due veloci chiacchiere Marcello parte e sparisce dietro lo spigolo, io aspetto e faccio scorrere la corda, cercando di seguire come un ombra attenta e leggera i passi di Marcello, è solo la corda, con un linguaggio sapiente che mi fa capire il suo procedere, mi trasmette i suoi movimenti, non lo vedo per tutto il tiro, ma attraverso lei sono anche io li.
In questi momenti, quando il compagno non si vede, li da soli in sosta, la mente anche se vigile, riesce a muoversi leggera tra altri pensieri, i gesti delle mani sono quasi automatici, e allora lo sguardo non assorbito dal compagno si può permettere di vagabondare, prima verso il basso dove l’abisso si apre sotto i miei piedi, poi si sposta prima sul passo dove ormai gruppi di turisti sciamano, avidi di immagini da portare a casa, ti senti lontano da loro, non solo fisicamente, e ne sei felice, ti senti anche un poco superiore, loro piccoli e ancorati alla terra, tu leggero, libero dai legami con la gravità che sembrano essersi sciolti, poi guardi ancora più lontano, verso le linee delle montagne, il confine è segnato dal blu del cielo e il cuore si gonfia di gratitudine per quello spettacolo.
Poi torni alla parete, le pareti Nord hanno sempre un grande fascino, spesso repulsive, donano i loro segreti con parsimonia, l’ombra regna silenziosa, e il freddo anche in estate si fa sentire, tutto lo devi guadagnare con un poco più di fatica.
La corda ferma, mi fa capire che sta arrivando il mio momento, spesso neanche la voce giunge su tiri un poco contorti, allora aspetti, aspetti e poi decidi che è ora di salire, mi fido del mio compagno, e della mia esperienza, so che la sosta è pronta, la conferma mi viene anche dalla leggera tensione che si crea tra me e la corda e allora, ancora più fiducioso mi sgancio dalla sosta e via, inizio a salire.
Aggirato lo spigolo guardo in alto, Marcello non si vede, la parete è sempre molto verticale e in alto leggera strapiomba, la corda segna la strada da seguire, lento salgo, stranamente riesco a non aver fretta, mi sento bene li, arrampicare oggi mi da una grande gioia, qualche metro ancora, poi mi fermo, la corda morbida disegna un arco al mio fianco, la voce mi fa capire, che ci sono 20 metri circa tra me e lui, non ci sono ancoraggi intermedi, mi fermo a riflettere, sono leggero, stabile sui piedi su una placca liscia, le mani mi aiutano solamente a mantenere l’equilibrio, non vedo appigli, una grigia lavagna liscia, compatta, passa qualche secondo, sono allenato e non mi sto stancando, ma non vedo uscita, non ho ancora paura, ma lei è sempre nascosta dentro di noi, pronta a uscire fuori, a far rompere quel leggero diaframma che è il confine tra la razionalità che ti fa dire “guarda dove ti sei cacciato, ora sei nei guai” e il piacere e la sublimazione del gesto sul verticale.

“Che stai facendo” mi grida Marcello, abituato alla mia solita velocità.
“Marcello, non riesco a uscire da questa placca” gli grido.
Placca?”
Ma dove sei andato a finire?”

Quel, dove sei andato a finire, fa incrinare il diaframma, eccola la tensione, respira Alberto controlla la gamba che maledetta inizia a tremare, volare, adesso, vorrebbe dire fare prima un metro di caduta, poi un gran bel pendolo a trecento metri di altezza è un esperienza che vorrei risparmiarmi.

“Perché? Dove dovevo passare? È una placca bellissima, a sinistra c’è solo un fessura umida e strapiombante.” Gli Grido.
E’ li che devi passare vedrai ci sono appigli enormi

Silenzio fuori e dentro al mio Cuore, come se qualcuno mi avesse messo dei batuffoli di cotone alle orecchie, impreco, va bene mi dico, ora pian piano scendi, e cerca di uscirne fuori da questa situazione Non mi è mai piaciuto arrampicare in discesa, come molti alpinisti, dimentico spesso, che il muoversi sul verticale non è solo verso l’alto, benedetto Preuss, aveva proprio ragione, lo giuro, se esco fuori in maniera onorevole, mi alleno in discesa, lo giuro.
Scendo nella maniera meno elegante possibile, non arrampico, spalmo il mio corpo alla roccia sperando in attriti improbabili, , mani due spugne la magnesite si impasta, tra poco mi faccio una calco alle mani, cosi lo porterò come ex voto alla cappella sul passo, supero questi due metri, i più lunghi della mia vita verticale, ci sono, arrivo alla fessura, prendo fiato, lascio che la tensione scivoli via, riparto, è vero è facile e divertente, un grande, un vero grande Vinatzer, esco velocemente e arrivo in sosta da Marcello, che mi fa subito un bel rimprovero.

Alberto, anni 30, anni 30 , a quei tempi si seguivano le linee logiche della parete, fessure, camini, diedri, mica si facevano chiacchiere sull’estetica della placca”.
“Guarda, giusto perché non vedo lavagne in giro, altrimenti mi mettevo nascosto dietro con il cappello da ciuco in ginocchio sui ceci” Gli dico

Continuiamo, ora le difficoltà sono finite, e presto siamo in cima, di nuovo sull’orizzontale, che bella via, che bella lezione di storia, che giornata fantastica.
Rimettiamo il materiale nello zaino per scendere c’è un bel sentiero, facciamo su la corda, mi è sempre piaciuta la sensazione di mettere a posto la corda, come una firma della giornata appena vissuta, ora classica pacca sulla spalla, stretta di mano accademica, bacio, no questo proprio no, che poi ci sentiamo degli stupidi sentimentali, e il vero montanaro è rude e anche sudaticcio, ha lo sguardo perduto all’orizzonte e speriamo il piede sicuro, via si ritorna al passo e mi raccomando corde bene in vista, che lo devono capire tutti che siamo Alpinisti.

Guardare al passato è la migliore lezione per capire per conoscere, per imparare.

Non possiamo affrontare il nostro presente senza imparare da chi prima di noi ha affrontato, inventato, disegnato queste linee.



*(Marcello Cominetti Guida alpina di Corvara  http://www.marcellocominetti.com/ )
*(Massimo Mila 1910-1988 è stato uno dei più importanti studiosi e divulgatori della storia della musica oltre la musica altra grande passione era la montagna)
*(da “La letteratura dell’alpinismo” in “Sapere e sport” Guanda editore 1983)




ALBERTO

MARCELLO

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