lunedì 30 gennaio 2017

L'INIMITABILE OPERA D'ARTE




I sogni se visti da sveglio non durano niente, ma da dentro sono lunghissimi

Fotografia di archivio Goretta Casarotto

Il Trittico del Freney

“...Di una cosa sono sicuro. Una cosa che ho sperimentato più volte nella mia lunga carriera di alpinista solitario: se si accetta la regola fondamentale di salire in modo semplice e pulito, senza barare con se stessi e senza imbrigliare con chilometri di corde fisse la montagna, le difficoltà, le preoccupazioni per il tempo che può cambiare da un momento all’altro, i dubbi di essere sulla via giusta e l’angoscia di una ritirata non sempre possibile arrivano piano piano a stemperarsi in una grande e appassionata partita con l’ignoto; una partita che trascende la dimensione normale dell’esistenza e rende l’arrampicata degna della più grande avventura umana, quella che ha affascinato gli uomini fin dai primi giorni della storia”.

Sono passati 35 anni, l’alpinismo e gli alpinisti sono cambiati, il materiale è cambiato, a volte anche le stesse montagne sono cambiate, il tempo... è cambiato! Ma, nessuno si è scordato quell’inverno, quel magico mese di febbraio, quell’uomo solo ed il suo enorme zaino, quell’avventura da sogno realizzata per farci sognare ancora adesso, 35 anni dopo!
Era una mattina, una fresca mattina, io, ragazzino, iniziavo i primi “giochi” verticali. Non ricordo come riuscii a raggiungere di buon ora la Cava di Nembro, allora punto di ritrovo dell’arrampicata in bergamasca. Era mattina e non c’era nessuno, solo io, mezzo spaventato dall’incapacità di salire e un uomo alto, robusto, un gigante... ai piedi portava scarponi bianchi in plastica, duri, pesanti, ma non sembrava facesse fatica attraversando a pochi metri da terra l’intero scuro ed umido androne della Cava. Quell’uomo era famoso, conosciuto ed importante nel mondo dell’Alpinismo, ma io, a quel tempo conoscevo poco e capivo ancor meno!
Fu solo qualche anno dopo che, ripetendo alcune superbe linee tracciate dall’uomo con gli scarponi bianchi, mi resi conto che, in quell’occasione, dinnanzi a me, non avevo avuto solo una persona alta di statura, ma avevo incrociato un Gigante dell’alpinismo, il più forte solitario di tutti i tempi.
1 Febbraio 1982, Renato Casarotto inizia il suo viaggio solitario. Quindici giorni di sforzi, salite e discese, sole e tormenta, quindici giorni per inventare e realizzare il “Trittico del Freney”. E qui, il tempo si ferma, si deve fermare, siamo obbligati a rallentare e pensare... quindici giorni nella più completa delle solitudini lungo tre delle linee più belle del versante italiano del Monte Bianco, fantascienza o realtà? Cosa è stato fatto poi di così puro, bello e duraturo? Molto, moltissimo, ma 35 anni fa Renato Casarotto usò la chiave magica della fantasia, della passione, regalandoci il “Sogno”.

Ho provato a dormire fuori nelle notti invernali, uno, due, poche altre notti, poi la testa ha detto basta, la fatica è andata oltre. Sì, perché per rimanere quindici giorni solo tra mille difficoltà bisogna essere diversi, forti, duri, decisi. Bisognava chiamarsi Renato Casarotto


“... La sommità del Bianco l’ho raggiunta il giorno dopo, quasi senza rendermene conto, nella nebbia fittissima. Erano le 12.10. In quel momento l’altimetro segnava 5000m. Da ovest stava arrivando il finimondo: ho scavato una buca nella neve e ho aspettato. Secondo la mia logica non c’era altro da fare. Ho bivaccato: è stata una delle notti più dure di tutta la mia carriera alpinistica. Sul Bianco, per la particolare posizione del massiccio, quando arrivano da occidente delle grosse perturbazioni sembra di essere nell’occhio del ciclone.”

Sono un ragazzo impaurito e quel gigante mi passa vicino, non c’è nessuno ed io ho paura, chi sarà? Cosa mi dirà? Non disse niente, solo un semplice sorriso che ricordo ancora. Non disse niente e continuò ad allenarsi a pochi metri da terra tirando prese rovesce, unte e umide... continuò usando i suoi pesanti scarponi bianchi!

Io non l’ho dimenticato e l’alpinismo non lo dimenticherà mai.






La lunga via verso l’infinito di Roberto Mantovani Rivista della Montagna n°51 Anno1982.

Febbraio 1982.
Parete ovest dell’Aiguille Noire de Peuterey per la via Ratti-Vitali, via Gervasutti-Boccalatte al Pic Gugliermina e il Pilone Centrale in quindici giorni esatti.
Un’impresa che sconcerta.
E non solo perché è appena concepibile, perché è il massimo per ora realizzabile sulle Alpi, o perché ancora è stata portata a termine in perfetto stile alpino e senza collegamenti con il fondovalle.
Siamo piuttosto in presenza di una concezione nuova, che in qualche modo sembra finalmente ricollegare l’alpinismo alla storia, annullando la frattura di significato venutasi da tempo a creare tra le prime salite e il fenomeno delle ripetizioni in serie delle grandi vie.
É il ritorno alla circolarità del tempo, che ripropone nuovamente sentieri appena imboccati e mai percorsi per intero.
Casarotto, ripercorrendo fino in fondo l’atto della creazione delle grandi vie e rivivendo in proiezione storica le esperienze di Gervasutti e dei primi salitori, sembra essersi riappropriato di un tenue filo conduttore da tempo perduto.
Profondi e sottili sono gli echi di Parsifal , che vagava per il mondo fino ai limiti del suo essere per ritrovare il Graal.
La trilogia realizzata quest’inverno sul Monte Bianco, frutto di una intuizione bellissima, è maturata nel lungo cammino di questi anni, che ha portato Casarotto a battere le strade solitarie delle Alpi e della Patagonia, e i picchi dell’Himalaya.
Siamo stati a trovare Renato pochi giorni dopo il suo rientro da Courmayeur.
Ciò che ci ha colpito in lui è stata la serenità, per nulla ingenua – come da più parti si vorrebbe – e un profondo equilibrio. Ma facciamo parlare i fatti.
Tutta la storia comincia lunedì 1 febbraio, con una faticosa marcia di avvicinamento durata poco più di sei ore, che lo conduce a bivaccare alla base della parete ovest dell’Aiguille Noire, dopo essere passato sotto l’Aiguille Croux e aver attraversato il ghiacciaio del Frèney.
Da questo punto ha di fronte a lui un cammino nuovo.

“Non conoscevo nessuna delle tre vie che ho percorso. L’idea del trittico l’avevo maturata ancor prima del febbraio dell’80, quando feci un tentativo alla sud della Noire. Nell’inverno scorso ho tentato altre tre volte, ma non sono mai riuscito a superare la sommità della torre Welzenbach. Quest’anno ho eliminato dal mio percorso la cresta sud perché volevo rimanere fedele a una precisa scelta, quella di non ripetere mai d’inverno una via già percorsa in precedenza in altre stagioni”.

Il 2 febbraio Renato sale un terzo della Ratti. I camini iniziali e i passaggi che d’estate sono relativamente facili, ora sono i più impiastrati di neve e di ghiaccio.
Il giorno successivo percorre la parte centrale della via e bivacca sotto il famoso tiro del secondo diedro strapiombante, il tratto più difficile della parete. Il 4 febbraio la salita si snoda su grosse difficoltà, lentamente, a causa del brutto tempo.

“Ho sempre arrampicato autoassicurandomi e, se escludiamo il difficile traverso del Gugliermina e i tre tiri in artificiale della Chandelle al Pilone, sono sempre salito con il sacco in spalla. Un sacco di 40 Kg. Di meno non ho potuto, anche perché avevo deciso di alimentarmi con viveri normali. Avevo 3 Kg di prosciutto crudo, 3 Kg di formaggio grana, e poi pane valdostano, miele, marmellata, the”.

Nonostante il maltempo che intanto si è letteralmente scatenato, Casarotto raggiunge la vetta della Noire e bivacca nella tendina di gore-tex. La mattina del 5 febbraio è un momento cruciale: si tratta di calarsi lungo l’impressionante versante nord dell’Aiguille Noire, una quindicina di doppie da iniziare sui chiodi. Gli ancoraggi, semisepolti dalla neve, sono spesso insicuri e, per effetto del gelo, “ballano” . Bisogna controllarli scrupolosamente uno per uno, ribattere i chiodi e sostituire quelli che non danno sufficienti garanzie.
Il giorno 6, Casarotto si trova a dover risalire il caotico ghiacciaio del Freney, il tratto forse oggettivamente più pericoloso di tutta la lunga cavalcata.

“Per sondare la neve avevo pensato di servirmi di un paio di bastoncini di quelli abitualmente usati per lo sci di fondo. Così potevo sondare il terreno per circa 140 centimetri di profondità”.

L’indomani lo zoccolo della via Gervasutti-Boccalatte al Pic Gugliermina si rivela – anche per la sfavorevole esposizione – carico di neve. Casarotto sale in giornata un terzo dei 700 m del percorso. Gli ultimi 400 m, i più difficili ed esposti per l’estrema verticalità della via – cosa eccezionale nel massiccio del Bianco -, vengono superati nei due giorni successivi, il primo dei quali nel pieno di una furiosa nevicata.

“II 9 febbraio, oltre il Gugliermina, la situazione, a causa della neve instabile, simile a quella che a volte si trova nelle Ande peruviane era veramente critica. Dalla sommità dell’Aiguille Blanche mi sono calato con tre doppie sul Col Peuterey. Là ho scavato una truna per riposarmi e bivaccare”.

Dopo la discesa, il giorno 11, è la volta del Pilone Centrale, l’ultima ciclopica fatica, oltre 600 m di granito, i più difficili dell’intero lungo percorso. D’inverno la scalata del Pilone è un avvenimento già eccezionale di per sé: le sue particolari condizioni di totale isolamento lo rendono una meta temuta da tutti gli alpinisti. Quest’angolo del Bianco, per la sua grandiosità, le sue caratteristiche e la sua morfologia, può sicuramente essere paragonato all’ambiente himalayano.
Casarotto attacca il Pilone dopo ben 11 giorni di durissime fatiche e di stress psichici continui. Nonostante le cattive condizioni della montagna Renato, in due giorni, arriva a bivaccare ai piedi della Chandelle, la superba stele di granito di 100 m su cui sono concentrate le difficoltà massime. Il giorno 13 l’appuntamento con il cattivo tempo è nuovamente inevitabile. Per uno strano quanto simbolico destino, l’ultima parte di ciascuna via, la più difficile, impegna sempre duramente lo scalatore vicentino.
Nell’ultimo tratto del Pilone, le possibilità di ripararsi sono praticamente nulle, il rischio di congelamento agli arti inferiori è fortissimo.

Dalla vetta con una doppia ho raggiunto la forcella e, all’inizio della cresta del Brouillard, ho montato velocemente la tendina. La sommità del Bianco l’ho raggiunta il giorno dopo, quasi senza rendermene conto, nella nebbia fittissima. Erano le 12.10. In quel momento l’altimetro segnava 5000 m. Da ovest stava arrivando il finimondo: ho scavato una buca nella neve ed ho aspettato. Secondo la mia logica non c’era altro da fare. Ho bivaccato: è stata una delle notti più dure di tutta la mia carriera alpinistica. Sul Bianco, per la particolare posizione del massiccio, quando arrivano da occidente delle grosse perturbazioni sembra di essere nell’occhio del ciclone”.

Il 15 febbraio inizia la discesa. Casarotto non ha mai percorso il versante francese del Monte Bianco. Sa che c’è la capanna Vallot, la raggiunge per istinto, ma questa non è utilizzabile. Fortunosamente, in mezzo a una quantità enorme di neve instabile e inconsistente, riesce a raggiungere il Goûter. Nella nebbia la situazione è drammatica. In giornata Renato in qualche modo scende a Chamonix.
La lunga via è finita. Sopiti i soliti echi che sempre accompagnano le grandi imprese alpinistiche, crediamo che la salita di Renato Casarotto, realizzata in puro stile alpino, nell’isolamento più completo, senza radio e senza far ricorso a depositi preliminari di cibo, finirà inevitabilmente per diventare la pietra miliare con cui il Grande Circo dell’Arrampicata dovrà fare i conti.





Un Grazie particolare a Roberto Mantovani

1 commento:

  1. Solo LUI ha fatto una roba così...... e di anni ne son passati tanti!

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