sabato 25 febbraio 2017

FUOCO VERO



" Il fuoco dell'anima è quella spinta interiore che permette a ognuno di seguire la strada, anche difficile e faticosa, che porta alla realizzazione di un sogno. L'importante è tenere questo fuoco sempre acceso"

Si Andrea, penso che tu abbia ragione, il fuoco va tenuto sempre acceso, un fuoco che ti fa iniziare da ragazzino e con alti e bassi scalda sempre ... Negli anni ho conosciuto tanta gente, ho visto fiamme alte spegnersi in poco tempo, fiamme "pazze" e "incontrollabili" che hanno raso al suolo tutto, bruciando tappe e scavalcando montagne .. e, fiamme "quasi" eterne, quelle vere, quelle che arrivano in alto e sono capaci di scendere in basso, senza avere timore e ansia di non scaldare come un tempo ... i fuochi più belli, più veri.
Aspettavo da tempo questo tuo libro ... immaginavo la copertina, la immaginavo come è!
grazie ...
ivo

"...Ed eccomi sotto la verticale dell'attacco della <<Zarathustra>>.
C'era ancora un residuo d'ombra. Me la presi comoda e aspettai il sole. Con quegli appigli e buchetti piccoli, era saggio avere le mani calde per sfruttare al massimo la sensibilità. Cominciò ad arrivare gente, escursionisti e arrampicatori che si accingevano ad attaccare le vie della parete. Non me ne curai..."
[...]
"Sapevo con certezza assoluta che la riuscita della salita sarebbe dipesa dalle scelte di quel preciso momento"
[...]
"Arrivai in uno stato di totale simbiosi con ciò che mi circondava"

Da IL FUOCO DELL'ANIMA  Andrea Di Bari con Luisa Mandrino
edizione CORBACCIO

http://www.andreadibari.it/

mercoledì 22 febbraio 2017

LA GRANDE CAVALCATA


 ...Non mi riesce di dimenticare ...

                                              LA GRANDE CAVALCATA
C'era una volta l'Himalaya e qualcuno pensò di portarvi la mentalità alpinistica del vecchio continente. Cominciarono così a salire quelle montagne nel cosiddetto stile alpino. A qualcun altro oggi è venuto in mente di fare proprio il contrario, cioè trasferire l'impegno, le difficoltà e soprattutto la durata di una salita himalayana sulle Alpi. Detto e fatto: Erhard Loretan e André Georges hanno prenotato tre settimane bianche consecutive, dal 14 febbraio al 4 marzo, alla "Corona Imperiale" di Zermatt. In settimana bianca, si sa, la più grande incognita restano le condizioni metereologiche: se fa brutto è proprio un grosso fastidio, bisogna essere fortunati nella scelta del periodo. Erhard e André non lo sono stati molto, per la verità: per ben undici giorni hanno avuto condizioni di tempo brutto per non dire pessimo, bilanciati da sole sette giornate di vero bel tempo.
La "Corona Imperiale" è la cerchia di montagne che contorna Zermatt. Molti problemi si ponevano per la realizzazione di un progetto di questo tipo, primo fra tutti quello del rifornimento di viveri, non essendo nelle intenzioni dei due scendere sotto i 3000 m di quota per tutta la durata dell'impresa. Ci hanno allora pensato gli sponsor, in particolare l'Air Zermatt, che per otto volte si è fatta carico di trasportare il necessario ai due nei punti prefissati. Si trattava poi di valutare la reazione psico-fisica allo sforzo prolungato nel tempo, in condizioni sfavorevoli e severe come quelle invernali: 10-20 ore giornaliere di fatica non sono cosa da poco. André, dal canto suo, ci aveva già provato due volte, in anni precedenti, trovando prima nel maltempo un ostacolo insuperabile, poi rischiando la vita, travolto con un compagno da una slavina.
L'itinerario è semplicissimo: seguire per intero le creste che vanno da Grachen a Zinal, superando in successione 38 cime, 30 delle quali al di sopra dei 4000 metri, tra cui quelle del Mischabels e del Monte Rosa, il Cervino e la Dent Blanche; in pratica tutte le cime più alte della Svizzera.
Come si diceva, l'ostacolo maggiore è stato il maltempo, cosa per altro prevista. Per dieci giorni ha nevicato abbondantemente, spesso con violente tempeste, tanto da costringere i due a restare per tre volte bloccati un'intera giornata in tre diversi bivacchi, almeno per far asciugare i vestiti! Oltre ad utilizzare le strutture fisse esistenti sul loro percorso, i due hanno affrontato sette bivacchi all'aperto!
Il 4 marzo l'avventura si è conclusa a Zinal. Racconta Loretan: <<Non abbiamo mai pensato neanche per un momento di abbandonare l'impresa; il nostro stato di forma migliorava di giorno in giorno: non c'era proprio motivo di ritirarsi. D'altra parte, il quotidiano "La Suisse", che era tra gli sponsor, usciva con titoli come "Quattromila, di fila", oppure "A tutta birra!" o ancora: "Fantastica Cavalcata". Con che faccia avremmo potuto presentarci in valle? ... Anche noi, però, che dall'alto delle nostre vette abbiamo visto l'affannarsi degli uomini, tuttavia siamo infine, scesi, per riprendere questa vita da formiche ...!>>

Da Alp n15 luglio 1986



lunedì 20 febbraio 2017

LIVANOS D'INVERNO


IL CONTO CON IL GRECO   di Ermanno Salvaterra

Che lavoro il maestro di sci! Programmare un'ascensione invernale e fissare la data di partenza 20 giorni prima, non preoccupandosi delle previsioni metereologiche, ma solamente della settimana in cui hai meno lavoro.
13 gennaio 1986, ci risiamo: ha inizio un'altra "passeggiata". Il tempo è bello anche se purtroppo c'è il nostro "amigo viento" e così, sempre più spesso, ci fermiamo ad attendere che termini la cascata di neve che ci viene addosso. Intanto Icio sale veloce e deciso con i ramponi su quei "terzi gradi" e...se va avanti di questo passo lo lasciamo tirare fino alla fine!
14 gennaio: siamo alle solite. Per tirar fuori quei due dai sacchi a pelo devo sempre urlare. <<Sì, lo so che è presto. Ma qui non siamo mica al Torre dove fa chiaro alle 9.30... tra un'ora dobbiamo ripartire>>.
Se non ci fosse la neve spinta dal vento che mi punge la faccia e le mani, quasi mi divertirei a salire lungo le prime lunghezze difficili della fascia centrale. Ogni passo ripenso allo scorso anno ... non avevamo le scarpette invernali e poi forse con quei -20, -30 non avremmo nemmeno potuto usarle. Prosegue Andrea e rivedo nella mia mente le sue dita congelate dopo quella rinuncia. Intanto è già buio e non siamo ancora alla seconda cengia, così, per il bivacco comodo, dobbiamo rimandare a domani sulla stessa rete.
15 gennaio. Magnifico! Non c'è un filo di ghiaccio nei colatoi d'uscita però la neve che ricopre le facili rocce che portano alla vetta ci obbliga ancora, ramponi ai piedi, a fare tiri di corda. Anche circa 7 mesi fa stava tramontando il sole quando giungevamo in cima a quella montagna a 15.000 chilometri da qui! Però lassù non c'era un bivacco Castiglioni ad aspettarci, e nemmeno questa succulenta cenetta.
16 gennaio, 19 ... ma senza un filo d'aria sembra persino caldo.
<<Dai, dai, che questo chiodo tiene!>>.
<<Però non saltiamoci sopra troppo>>.
<<Se alla prossima doppia non metti due chiodi...>>.
<<E dove vado a prenderli?>>
Intanto siamo già con gli sci ai piedi lungo la Val Brenta. Il conto col Greco è chiuso.

Sulla cima  ...Andrea Sarchi
(Prima salita invernale della via Livanos al Crozzon di Brenta : Maurizio Giarolli, Ermanno Salvaterra, Andrea Sarchi, gennaio 1986).



domenica 19 febbraio 2017

LA SVEGLIA LA COMANDI TU!


"Oggi hai arrampicato con i tuoi vecchi Amici, domani andiamo in Segantini, ho voglia di pestare neve a Nord?"

"Va bene, nessun problema, ad una Sega non si dice mai di no!"

Durante la notte il serpente del film "Dal tramonto all'alba" viene a farmi visita, con Salma Hayek inclusa ... la mattina la sveglia suona e, non mi trova impreparato, prima che Federica se ne accorga, la metto a tacere (la sveglia).
Il tempo passa come giusto che sia, troppo tardi per andare in Grignetta, il sole è già alto e io devo fare la colazione lentamente, i biscotti vanno gustati piano, devono assorbire per bene il bianco latte!
Oggi si potrebbe andare a fare una breve via in Antimedale ...
Frecce Perdute è una linea logica, mai banale e tutta da scalare, difficilmente negli ultimi anni si deve aspettare il proprio turno alla base. Tre lunghezze diritte con un ultima placca dove la scelta non manca in fatto di bellezza, originale e variante sono entrambe superbe ... io ho un debole per la variante!
Scendiamo velocemente e prima che venga smaltito totalmente il mio chilo di biscotti, sono seduto nuovamente davanti ad un piatto di polenta e coniglio!
Non sono vegetariano ne vegano, non me ne vogliate!😏

IL SOGNO DI QUESTA NOTTE








FRECCE PERDUTE: Dal sito degli Amici Balossi http://www.sassbaloss.com/pagine/uscite/antimedale4/antimedale4.htm

PS: la prima lunghezza di Frecce sarebbe da "pulire" un po', la vegetazione incomincia a disturbare l'arrampicata ...magari se c'è qualcuno disposto ad aiutarmi, una mezza giornatina appesi e tutto ritornerebbe ancor più bello ... fatevi avanti!

giovedì 9 febbraio 2017

FIGLIO DEL CUORE


Uno degli scritti più favolosi di Reinhard Karl,  due libri fantastici che raccontano un "Personaggio" importante nel mondo dell'alpinismo e della passione per la Montagna.






di Reinhard Karl

SON OF HEART     

... I pensieri nel cervello incominciano a lavorare come un formicaio e a consumarti. Perché tu non vuoi salire per quella parete? Ma perché lo fai allora? Non sei obbligato a farlo, veramente volevi sposarti adesso, proprio adesso. Eva è a Heidelberg. Non avresti più tempo da perdere. Che razza di vita è quella di girovagare da soli nelle rocce, nelle pareti, nelle montagne? E' terribile essere da soli. Le montagne possono darti l'amore? Tu fuggi nella solitudine delle montagne solo perché non riesci a sopportare la tua solitudine in mezzo alla gente. Tu hai bisogno di una donna, ora lo so. Tu ami Eva e adesso ti vuoi sposare. Domani scendi in doppia, e dopodomani sbarchi a Francoforte. E mandi un telegramma che stai arrivando. Pian piano stai diventando duro come il granito su cui arrampichi sempre. Le tue emozioni si pietrificano. Cos'è El Cap paragonato con una donna? Ti ricordi ancora com'è, passare una notte con una donna? Reinhard, stai diventando vecchio, hai bisogno di una donna - Eva. Hai trascorso abbastanza notti sul ghiaccio e sulle pietre. Tu sai che ami Eva, lascia perdere queste montagne morte, cosa vuoi che ti diano! Immagina, tu giaci adesso vicino a Eva, nelle sue braccia e lei ti bacia. Non sei più un ragazzino. Tua madre non può più darti amore. Adesso hai bisogno di una tua donna - Eva.
Che razza di libertà è quella che ti lascia andare sempre in montagna? Da solo in montagna, diventi un solitario, forse anche un introverso, un eccentrico, una figura tragica. Quando sarai sposato potrai sempre ancora andare in montagna. E adesso hai una donna che ti ama, che puoi amare, e tu idiota stai qui a martellare le pietre. La libertà totale non è la libertà più grande. Rinuncia a qualcosa, e riceverai di più. Spiega domani agli altri che non puoi più arrampicare, scendi in doppia. Racconta che hai avuto presentimenti di morte, o mal di pancia, o semplicemente che non vuoi. Non sei poi obbligato!
Se gli altri vogliono continuare, possono farlo anche in due. Io voglio scendere domani e sposare Eva. Cosa me ne faccio del Cap quando voglio l'amore?
Domani scendo.
E' strano, tu lotti sulla montagna, condividi tutto con il partner, la paura, lo sfinimento, parli molto, però in fondo non sai nulla dell'altro, proprio nulla. Sai che arrampica bene e come si comporta quando è in difficoltà o quando vola. Qui siedono due figure accanto a me con cui arrampicherò domani. Non sai nient'altro di loro, come loro non sanno niente di te. In questo momento ambedue mi sono estranei come robot.
Il mattino successivo arriva puntuale come le ferrovie tedesche. Tutti e tre siamo seduti nei sacchi a piumini e mastichiamo svogliati la nostra colazione.. Allora Reinhard, adesso spiega loro che tu non ce la fai. Aspetto ancora di aver finito la colazione. Richard e Sonny si preparano.
(...) Sono stato un asino a non dirlo già prima di colazione, adesso sarei già giù.
<< Ecco, ascoltate, devo dirvi qualcosa >>vorrebbe pronunciare la mia bocca, ma non esce una sola parola << Ecco, qui c'è la corda di recupero, hai le tue Jumar? Su, da bravo >>.
Automaticamente aggancio le Jumar e salgo. Che merda, sono il più grande degli idioti. Sto salendo El Cap quando invece mi voglio sposare. Prima sosta su staffe con tre chiodi, tutti collegati ma poco buoni. Tiro il sacco come un dannato. Dio mio, che lavoraccio, quando invece mi voglio sposare! Richard segue lungo la corda. << Richard, per favore, aiutami, questo sacco pesa tonnellate, da solo non ce la farò mai >>.
Richard è in piedi sulle fettucce delle Jumar e tiriamo con tutto il peso del nostro corpo. Improvvisamente -peng- rumore di ferri - e voliamo, sono usciti i chiodi della sosta. Adeso non hai più bisogno di sposarti, adesso Eva sposa un altro - frazioni di pensiero in millesimi di secondo. Non basta per formulare parole. E' da meravigliarsi quanto veloci precipitiamo verso l'abisso. Di colpo - zac - tintinnio di ferraglia - e picchiamo duramente contro la roccia. Siamo sempre ancora appesi alla corda, Richard sotto di me nelle sue Jumar, in qualche moschettone. Non riusciamo asd articolare nessun suono. Allora è così in fretta che si può morire. Vedo la faccia terribilmente contratta dio Richard, pallidissima, con una barba ancor più nera del solito. Ieri sera avevo ancora collegato la corda fissa superiore con quella inferiore, e così noi tre elefanti siamo caduti appesi a quelle corde che sono peggio di un elastico.
<< Bella sorpresa questa mattina. Se continua così, va a finire male per noi >> dice Richard che si è ripreso per primo dallo spavento. Sale di nuovo i 6 metri con le Jumar fino alla sosta e pianta altri chiodi. <<Sonny, è meglio che tu stia giù fino a quando siamo ripartiti >>.
Sonny, che potrebbe essere l'inventore dell'altoparlante, è perfino ammutolito. Adesso, Reinhard, prudenza estrema. Questa volta i chiodi tengono e il sacco di cento chili è stato recuperato. Agganciare le Jumar alla prossima corda fissa, salire, fare il cambio delle maniglie e recuperare il sacco. Dallo spavento ho dimenticato la mia voglia di sposarmi. Finalmente il sacco è su, lo fisso, la sosta è buona e si può perfino stare in piedi; segue Richard, poi Sonny. Esaminiamo criticamente i chiodi di sosta. Un fatto simile non deve più accadere, se no è forse finita per sempre con noi. Richard si mette al lavoro. Sonny fa sicurezza, io sono libero.
Pari a formiche, ritornano i pensieri tormentosi e inconcludenti, assaltandomi come una mela marcia. Adeso puoi dirglielo, adesso, dopo quello che è successo, dì semplicemente che hai paura di morire, racconta qualcosa di una premonizione, che non te la senti più.

( ...)Ma ora mi è venuta l'idea! La Jumar! Senza la Jumar non posso continuare, senza Jumar devo ridiscendere. Normalmente è impossibile perdere le maniglie, perché sono fissate all'imbragatura con moschettoni a vite. Tuttavia rimettendole sulla corda fissa per risalire dopo aver recuperato il sacco bisogna toglierle dal moschettone. E perché non potrebbe sfuggirmi una Jumar dalla mano? Potrebbe succedere. E' raro, perché le Jumar rappresentano qualcosa come un biglietto ferroviario verso l'alto. Ma c'è anche gente che perde il biglietto in treno. Improvvisamente la Jumar mi sfugge di mano e con fettuccia al vento vola giù per la parete.
<< La mia Jumar, la mia Jumar, mi è volata giù la Jumar dalla parete, che sfortuna, adesso cosa faccio? >>. - Cretino, sta attento, è giù sulla cengia dove abbiamo bivaccato! - mi grida Richard dall'alto. Maledetta Jumar, perché non è volata giù per tutta la parete? Mi calo per due lunghezze fino al Heart. Sopra di me vedo Sonny e Richard piccolissimi nel grande cuore di granito. Eccola qua, la maledetta Jumar, potrebbe almeno essere rotta. Non ne posso più di questa storia di scendere per sposarmi. Se la Jumar è rotta, scendo, se no, risalgo. Sono stufo di quest'altalena di tensioni. Le mie mani afferrano le Jumar, questa meraviglia di alluminio, non è rotta. Respirare profondamente, non si è rotto nulla, funziona tutto, incredibile!
<<torno su>> grido. La decisione è presa.

lunedì 6 febbraio 2017

GRIGNETTA TRA GLI AMORI



Passi ripetuti centinaia di volte. Lo stesso ripido sentiero conosciuto. Quella Cresta che chiama decine di persone ogni fine settimana, la più sicura con la neve ... il tempo è FINALMENTE diventato brutto, la neve FINALMENTE è caduta ed i colori sono scomparsi lasciando il desiderato bianco e nero.
L'acqua ha iniziato a cadere: mentre guardavo il buio della camera in piena notte, scaldato dal caldo piumone sentivo la pioggia rimbalzare in cortile ... beh...ogni tanto anche Federica russare...
E mi sono alzato con il primo chiarore del giorno ...acqua, nuvole ... scarponi, indumenti caldi e via verso quella cima che a volte mi annoia, ma che mi permette di essere dove mi piace essere ...
Cara Grignetta, lo sai che chi disprezza ama ed io, penso di amarti quasi come  Amo:
Penélope Cruz
Keira Knightley
Scarlett Johansson
.... e la Mamma dei miei bimbi.








sabato 4 febbraio 2017

TORRE VENEZIA IN CENTRO


TREDICI NOTTI SULLA DIRETTISSIMA BOB KENNEDY ALLA TORRE VENEZIA

Di: M.Enrico e M.Minuzzo

La Torre Venezia venne salita la prima volta dal versante Sud da Tissi e Andrich nel 1933, giudicata un classico itinerario degno del più ossequioso rispetto, per le difficoltà di arrampicata in libera veramente sottili nel suo genere. Nel 1936 Ratti e Panzeri segnano un'altra via sulla sinistra della parete Sud, questa venne detta "severissimo banco di prova" per gli arrampicatori di quei tempi.
L'idea di risalire il centro della parete della Torre Venezia fu di Mauro, mio caro amico e compagno, sempre pronto a dare tutto se stesso, per quel reciproco ideale che ci accomuna tenendoci legati dalla più spontanea amicizia. I giorni di preparativi al Breuil si susseguiranno alacremente gli uni agli altri.
Avevamo bisogno di un allenamento fisico e psicologico, sapendo che la Torre Venezia poteva essere un duro campo di battaglia, difendendo sino all'ultimo il suo vergine fianco. Pensavamo anche alla nostra adozione Valdostana, sentendoci orgogliosi di poter tenere in alto il valore delle nostre gloriose Guide, esprimendo un tema di massima attualità dell'Alpinismo. Chiodi, corde, staffe, sono sistemi usati soprattutto dagli arrampicatori dolomitisti. Con questa esperienza abbiamo dato prova di essere a conoscenza dei moderni sistemi studiati negli ultimi anni, per la progressione in artificiale puro, sulle lisce pareti delle Alpi Orientali. Fisicamente, già mesi prima, avevamo condotto un intenso allenamento con lunghi bivacchi in parete seduti su minuscole staffe. Avevamo studiato e realizzato sedili formati da una larga tavoletta di legno per rendere mono scomode le lunghe attese, imbragature speciali, scarponi d'arrampicata a suola estremamente rigida. Partimmo per la grande avventura il 5 giugno 1968, il tempo era inclemente, enormi nuvoloni si sovrastavano, nell'aria si sentiva un forte odore di pioggia, gli insetti erano molesti quasi sentissero l'incombente maltempo.
I primi tiri di corda si risolsero facilmente, due grossi sacchi ci seguivano trascinati dal cordino di recupero, contenevano viveri, materiale di progressione, equipaggiamento, sacchi piumini per bivacco; un carico complessivo di cento chilogrammi. La notte venne trovandoci su di un piccolo ballatoio, a cento metri dalla base, a malapena riuscimmo a scaldare un sorso d'acqua.
Pioggia, raffiche di vento, l'indomani accolsero la nostra seconda giornata sulla gialla parete Sud della Torre Venezia, la progressione continuava ostacolata dal tempo, rocce che a prima vista sembravano facili e sicure, diventando bagnate erano infide e pericolose, sulle corde scorreva un rigoletto di fredda acqua entrando poi attraverso la giacca a vento. Dopo la conformazione iniziale, tutta a placche lisce, la parte alta diveniva ricca di piccoli camini, diedri, che conducevano all'enorme placca gialla dove sicuramente avremmo dovuto ricorrere ai chiodi a pressione per superarla. La successione dei tiri di corda si fece spasmodica, enormi squame di rocce friabili rendevano i passaggi veramente rischiosi. Nove giorni passarono lentamente, lunghi bivacchi su staffe, una moltitudine di pensieri arrovellava il nostro cervello, eravamo stanchi di vivere sospesi nel vuoto, i movimenti potevano, talune volte, essere un lusso, i minuti trascorrevano lunghi come l'eternità. Solo tre quarti di parete era il bilancio conclusivo dopo undici esasperanti giorni in parete. Ma eravamo spinti da una vera passione, e decidemmo di continuare finché fisicamente avremmo retto. Un mattino uscendo dal mio piumino mi trovai circondato da uno spettacolo addirittura sconcertante: durante la notte l'acqua si era tramutata in neve ricoprendo così tutta la parete di un bianco manto. Il freddo pungente ci obbligo a rimanere inattivi per parecchie ore, facendoci così perdere tempo prezioso. La prolungata fatica, le sofferenze, le interminabili attese seduti su quei trespoli, le mani piagate, i giochi d'equilibrio, il lentissimo procedere stavano sopraffacendo la nostra resistenza e volontà. L'ultima notte in parete trascorse in mezzo a tuoni e lampi, il cadere della pioggia si faceva insistente raffreddandosi sempre più. Quando Mauro mi gridò dalla vetta di essere arrivato, il cuore mi si apri di gioia e commozione. Un meraviglioso arcobaleno coronava il nostro abbraccio, segno di vittoria, conquista con duri sacrifici. La montagna ci ha riconfermato di essere una nobile scuola di vita.

Tratto da: La Grande Civetta a cura di Alfonso Bernardi
Zanichelli editore 1971 pag:331/332