mercoledì 15 febbraio 2017

INVERNO 1968



Da “Pareti d’inverno”

Inverno 1968  TORRE TRIESTE

…“Da cinque giorni ormai viviamo circondati dal vuoto ed a pensarci bene ci meravigliamo di non sentirne l’avversione. La nostra attrezzatura è quel che è: sacco a pelo e piede d’elefante ce li hanno prestati; gli indumenti del giorno sono anche quelli della notte. “Li procureremo in seguito“, abbiamo detto e dopo questa esperienza, poco alla volta, adeguando i desideri, tanti ai soldi, pochi, ci provvederemo del necessario. Comunque, della presente penuria non ci lamentiamo: se i polpastrelli non ci facessero tanto male!
Al contatto con la roccia gelida, l’epidermide si è cotta; talvolta si sentiva la punta delle dita attaccarsi al sasso e, levando la mano, sul sasso restava un leggero strato di pelle. Si sono anche formate lunghe setole e tra queste e le spellature, le nostre povere dita sembrano quelle di un lebbroso. Con la differenza che è carne viva e spesso il contatto con la roccia è doloroso. Mentre ero intento a piantare un chiodo, mi sono concesso l’ingenuità di mettere un moschettone in bocca: subito la lingua si è attaccata al ferro ed ora ha come un anello rosso intorno alla punta. Ad Antonio cominciano ad ingrossarsi le labbra screpolate; la parte destra del mio naso si sta ingrossando; questi inconvenienti anziché attenuarsi assumeranno forme sempre più fastidiose e si aggiungerà per me un principio di congelamento ai piedi. Sono passati quattro anni e, stando ai medici, non me la sono ancora cavata del tutto. Tanto per conformarsi al ritmo di questa parete, il diedro giallo che ci sovrasta, strapiomba.
Più ci alziamo, più le difficoltà aumentano. Il sole ci ha raggiunto, batte implacabile sulla roccia nuda: l’aria diventa secca. Un’arsura crescente ci infastidisce; con il trascorrere delle ore il disagio aumenta, la gola è arsa, la lingua si gonfia al punto da non poterla muovere; limitiamo al massimo le scarse parole che ci scambiamo, perché proviamo difficoltà a pronunciarle, e dolore. Nel superare un’ennesima pancetta, un chiodo messo come si suole dire con le mani, esce. Mi trovo tre o quattro metri più sotto: dondolo con in mezzo alle gambe l’immenso vuoto, sino ai ghiaioni sotto l’attacco:non è sensazione allettante, credetemi.
Che cosa accade in simili frangenti? Si pensa troppo e si pensa niente. Non è un gioco di parole, il mio: con velocità supersonica, impressioni d’ogni genere si sovrappongono in serie infinita e nello stesso tempo la volontà e l’istinto suggeriscono i movimenti da compiere; non è concesso un attimo di titubanza e se ne ha la piena certezza. Per fortuna ho potuto dare in tempo l’avvertimento ad Antonio, che stava sul chi vive, seguendo le mie mosse; l’immediata manovra delle corde ha contenuto la caduta e tutto si è risolto senza gravi inconvenienti. Non ho mai sentito battere così forte il cuore! Con mosse da gatto, imponendomi di vincere un tremito che tutto mi percorre -eppure le mani non tremano – risalgo aiutato da Antonio, ed il suono delle mie parole mi sembra estraneo. Sono attimi, ma si incidono nella carne e non solo nella memoria. Forse vale la pena di viverli: comunque, non sono affatto un esaltatore del rischio. Eccomi ritornato in posizione normale, con i piedi appoggiati sulla roccia – anche se non con l’intera superficie della suola – e con le mani aggrappate ad appigli sicuri. Le parole di Antonio hanno il potere di ridarmi la calma: parla del chiodo, dello scorrimento della corda, di una certa staffa; “è stato un bel volo”, conclude, e così – l’animo tornato tranquillo – riparto. Il terreno è decisamente ostile: solo dopo più di un’ora di continui sforzi riesco a superare quel passaggio che sembrava volermi impedire il proseguimento della salita. Aggiro un masso incastrato ed al termine di questo tiro di corda arrivo al punto dove, di comune accordo, decidiamo di fermarci. É troppo tardi per proseguire; il buio si annuncia ed il passaggio tra il giorno e la notte sarà breve assai. Bivaccheremo seduti sui seggiolini.”


Dopo sette bivacchi i fratelli Gianni e Antonio Rusconi raggiunsero la vetta della Torre Trieste ... altri tempi, altro alpinismo  ...Vero Alpinismo.

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