giovedì 2 febbraio 2017

LA LINEA E IL DESTINO

la foto Simbolo dell'alta quota

Una grande linea su una Grandissima Montagna, a mio avviso la via più spettacolare. Una storia dall'alta quota  dove il destino è più vicino al cielo ...


 LA VIA DEI POLACCHI AL K2   Parete Sud
di Jerzy Kukuczka

...Il maltempo ci costrinse al campo base per una settimana, ma eravamo determinati e convinti che al prossimo tentativo avremmo raggiunto la vetta. Il 3 luglio il sole rispuntò, e noi ripartimmo. Senza difficoltà raggiungemmo il campo II e, il giorno seguente, quota 7400, dove avevamo lasciato il materiale. I mille metri di dislivello superati ci avevano resi esausti. Il 5 risalimmo i pendii ghiacciati e ricoperti di neve verso un gigantesco canale che battezzammo la" mazza da hockey" per via della sua forma. Dopo un bivacco a 7800 metri, superammo il couloir e ci trovammo ad affrontare un muro roccioso molto verticale, non visibile dal basso. Alla fine, decidemmo di piazzare il bivacco a quota 8200, nella speranza di trovare un passaggio per superare la barriera. Il punto più logico ci sembrò una sezione alta un centinaio di metri, ma i primi trenta furono i più estenuanti.
Il giorno 7 riprendemmo la salita convinti di superare l'ostacolo per raggiungere la cima lo stesso giorno. Ma ben presto le nostre speranze si infransero su un tratto di V+ che sui Tatra polacchi avrebbe richiesto il massimo sforzo e la massima concentrazione, figuriamoci a 8000 metri! Inoltre, per ridurre i pesi, avevamo portato con noi soltanto quattro chiodi e una corda da trenta metri. Mi ci volle l'intera giornata per superare questa unica lunghezza di corda. E così, invece della vetta, ci attendeva un nuovo bivacco a 8200 metri. La sera esaurimmo anche il gas del fornelletto per far sciogliere la neve: per disattenzione, infatti, una bomboletta ci era sfuggita poco prima di mano. La mattina seguente cercammo di arrangiarci facendo sciogliere l'acqua in una coppetta con il calore di una candela.
Dovendo far fronte a tutti questi problemi, non era pensabile raggiungere la vetta con gli zaini pieni, così decidemmo di abbandonare la tenda, i sacchi di piumino, i materassini, il cibo, tutto insomma. Con i soli sacchi da bivacco e le macchine fotografiche partimmo ancora una volta verso l'alto. La difficile sezione superata il giorno prima era seguita da una quarantina di metri di facile arrampicata, cosicché a mezzogiorno raggiungemmo lo Sperone Abruzzi, a quota 8300 metri, nel punto in cui Wanda Rutkiewicz e i suoi compagni francesi avevano bivaccato in giugno. La via di salita era facile, ora, ma ricoperta di neve inconsistente, che rallentava la progressione. Erano circa le sei del pomeriggio e mi chiesi se ce l'avremmo mai fatta a raggiungere la cima: pensai "Adesso o mai più".
Il tempo stava nuovamente cambiando e la nebbia saliva a nascondere ogni cosa. Sotto un seracco trovammo resti di passaggio: buste francesi, vuote, di minestra. Era stato un altro dei loro bivacchi? Aggirai il seracco e subito intravidi che il terreno perdeva inclinazione. Alle 6 e 25 ero finalmente in punta. Presi dallo zaino due sciarpine che mi aveva dato mio figlio, le fissai alla piccozza insieme alla bandiera rossa e bianca della Polonia e scattai qualche fotografia. Proprio all'ora apparve Tadeusz.
Ci congratulammo l'uno con l'altro: eravamo in estasi. Io per il sogno realizzato di aver salito la Sud del K2, il mio dodicesimo 8000, Tadeusz per aver raggiunto la vetta di un 8000, uno dei più alti e difficili del mondo.
La notte piombò su di noi quando eravamo a circa 8300 metri di quota. Estrassi la frontale e proseguimmo la discesa. Ma all'improvviso la lampadina si bruciò e sprofondammo nell'oscurità. Scavammo allora una buca nella neve e ci infilammo nei sacchi da bivacco. Ci agitammo contro il freddo fino alla mattina. Poi, alle prime luci del giorno, riprendemmo a scendere. La neve pesante veniva giù in piccole valanghe. Spesso eravamo incapaci di trovare la giusta direzione e alla fine ci ritrovammo sul difficile e fummo costretti a calarci in doppia. In tutta la giornata riuscimmo a scendere di soli 400 metri. Mentre calava la notte raggiungemmo un terreno più facile. Il bivacco fu perfino peggiore del precedente. Da due giorni non bevevamo una goccia d'acqua e i nostri sacchi erano logori e pieni di buchi. La notte fu una vera tortura: tremavamo per il freddo e la neve, penetrava dappertutto. Riuscimmo a dormire solo a strappi.
Il mattino dopo il tempo migliorò leggermente e riuscimmo a individuare la via di discesa. Preoccupati che si trattasse di una schiarita temporanea, mi preparai in fretta e partii, mentre Tadeusz si attardava indietro. In breve mi resi conto che eravamo sulla via giusta, infatti potevo scorgere le tende dei coreani più in basso, a 7300 metri. Attesi il mio compagno, che alla fine mi raggiunse. Erano circa le dieci  e mezzo, appena sotto di noi si trovava un pendio molto ripido: qui era morto Art Gilkey nel 1953. Chiesi a Tadeusz di darmi la corda, ma l'aveva dimenticata sù, al bivacco. Incominciai a scendere, e lui dietro di me. Il ghiaccio era più duro del solito. Lo avevo appena avvisato di spostarsi leggermente alla mia sinistra, quando vidi uno dei suoi ramponi scivolare via. Cercò allora di piantare l'altro piede nel ghiaccio, ma anche l'altro rampone schizzò via. Gli stavo proprio sotto e cadde di peso verso di me. Cercai di abbracciarlo, quasi perdendo l'equilibrio, ma non riuscii a tenerlo. Sparì oltre la cresta.
Scesi molto lentamente, impiegando cinque ore e mezza per raggiungere il campo dei coreani. Mi illudevo che in qualche modo vi avrei trovato Tadeusz, vivo. La radio che presi in una tenda non funzionava. Almeno c'era un fornelletto a gas e potei bere e mangiare. Poi caddi in un sonno profondo e mi risvegliai il pomeriggio del giorno dopo: avevo dormito venti ore di seguito ...

Tratto da ALP
GRANDI MONTAGNE  K2
pag:88/89

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