lunedì 13 febbraio 2017

L'ALTRA REALTA'


REALTA' SEPARATE  di Wolfgang Gullich

Ottobre 1986: solo pochi movimenti di arrampicata per arrivare all'appiglio dove inizia il tetto e poi " scaricare" in orizzontale; questi appigli costituiscono le posizioni chiave della sicurezza. Li mi sono sentito perso, immerso in altre realtà.
Ora non c'è più la paura che paralizza, che è come un'oppressione che ti circonda. Ho raccolto tutte le informazioni sulla via, conosco esattamente ogni movimento dettagliato e l'impegno che mi occorrerà. Oltre a tutto ciò c'è la dimensione psichica, che non è assolutamente da sottovalutare e deve essere adattata al passaggio da affrontare. Il Merced River dipinge bene questa situazione: lassù tutto diventa piccolo, alcune centinaia di metri più in basso. Lo so, devo affrontarla senza alcun compromesso: ho scelto questa via come una meta e intendo superarla nel modo più pulito, senza mezze misure.
Solo movimenti perfetti, non è ammesso nessuno sbaglio.
Le mani avvitate nella fessura del panico: questi tristi pensieri bloccano i riflessi e la flessibilità, sono senz'altro nocivi. Sono un duro fardello e una grossa responsabilità da portare con tranquillità, E ciò è possibile solo con grande concentrazione.
Questo tetto orizzontale di sei metri, Separate Reality, è diventato per me un simbolo dell'arrampicata. La scalata solitaria non è soltanto una prestazione sportiva, ma unisce la mente e l'animo in un concetto ideale. La mano agile e dinamica fa presa su un appiglio e i piedi penzolano nel vuoto; movimenti rapidi e precisi per superare il tetto e riuscire ad ancorarsi con le mani riunite insieme.
Tutto ciò è stato per noi sin dall'inizio inimmaginabile. Per questo, durante la preparazione, mi sono posto teoricamente nelle condizioni di sicurezza, ho programmato e automatizzato ogni movimento, senza trascurare alcun dettaglio. Sono tranquillo, un ultimo controllo prima della partenza e mi stacco.
La roccia fa una fredda accoglienza, le mani devono aderire perfettamente e non devono sudare. I nervi sono saldi, la concentrazione è totale. Inizio subito bene, trovo subito fessure adatte per inserire le mie dita, raggiungo una stabile posizione per arrampicare. Punto tutte le mie forze sulla concentrazione, ogni movimento, ogni metro è calcolato. Salendo mi trovo appeso nel vuoto, senza spinta, ma non mi arrendo e vado avanti.
Arrivo in cima e sono seduto sotto il caldo sole: "l'altra realtà" appartiene ormai al passato, e il pensiero della morte mi insegna che la vita è un tesoro da apprezzare.

PS: Lui e il tetto, Lui e quei pantaloncini leopardati, le prime foto mi lasciarono sbigottito, qualcosa di grandioso, un personaggio Unico, un innovatore ...probabilmente il più leggendario arrampicatore di quel millennio occupano da grandi interpreti della verticale ... e non solo!

1 commento: