sabato 4 febbraio 2017

TORRE VENEZIA IN CENTRO


TREDICI NOTTI SULLA DIRETTISSIMA BOB KENNEDY ALLA TORRE VENEZIA

Di: M.Enrico e M.Minuzzo

La Torre Venezia venne salita la prima volta dal versante Sud da Tissi e Andrich nel 1933, giudicata un classico itinerario degno del più ossequioso rispetto, per le difficoltà di arrampicata in libera veramente sottili nel suo genere. Nel 1936 Ratti e Panzeri segnano un'altra via sulla sinistra della parete Sud, questa venne detta "severissimo banco di prova" per gli arrampicatori di quei tempi.
L'idea di risalire il centro della parete della Torre Venezia fu di Mauro, mio caro amico e compagno, sempre pronto a dare tutto se stesso, per quel reciproco ideale che ci accomuna tenendoci legati dalla più spontanea amicizia. I giorni di preparativi al Breuil si susseguiranno alacremente gli uni agli altri.
Avevamo bisogno di un allenamento fisico e psicologico, sapendo che la Torre Venezia poteva essere un duro campo di battaglia, difendendo sino all'ultimo il suo vergine fianco. Pensavamo anche alla nostra adozione Valdostana, sentendoci orgogliosi di poter tenere in alto il valore delle nostre gloriose Guide, esprimendo un tema di massima attualità dell'Alpinismo. Chiodi, corde, staffe, sono sistemi usati soprattutto dagli arrampicatori dolomitisti. Con questa esperienza abbiamo dato prova di essere a conoscenza dei moderni sistemi studiati negli ultimi anni, per la progressione in artificiale puro, sulle lisce pareti delle Alpi Orientali. Fisicamente, già mesi prima, avevamo condotto un intenso allenamento con lunghi bivacchi in parete seduti su minuscole staffe. Avevamo studiato e realizzato sedili formati da una larga tavoletta di legno per rendere mono scomode le lunghe attese, imbragature speciali, scarponi d'arrampicata a suola estremamente rigida. Partimmo per la grande avventura il 5 giugno 1968, il tempo era inclemente, enormi nuvoloni si sovrastavano, nell'aria si sentiva un forte odore di pioggia, gli insetti erano molesti quasi sentissero l'incombente maltempo.
I primi tiri di corda si risolsero facilmente, due grossi sacchi ci seguivano trascinati dal cordino di recupero, contenevano viveri, materiale di progressione, equipaggiamento, sacchi piumini per bivacco; un carico complessivo di cento chilogrammi. La notte venne trovandoci su di un piccolo ballatoio, a cento metri dalla base, a malapena riuscimmo a scaldare un sorso d'acqua.
Pioggia, raffiche di vento, l'indomani accolsero la nostra seconda giornata sulla gialla parete Sud della Torre Venezia, la progressione continuava ostacolata dal tempo, rocce che a prima vista sembravano facili e sicure, diventando bagnate erano infide e pericolose, sulle corde scorreva un rigoletto di fredda acqua entrando poi attraverso la giacca a vento. Dopo la conformazione iniziale, tutta a placche lisce, la parte alta diveniva ricca di piccoli camini, diedri, che conducevano all'enorme placca gialla dove sicuramente avremmo dovuto ricorrere ai chiodi a pressione per superarla. La successione dei tiri di corda si fece spasmodica, enormi squame di rocce friabili rendevano i passaggi veramente rischiosi. Nove giorni passarono lentamente, lunghi bivacchi su staffe, una moltitudine di pensieri arrovellava il nostro cervello, eravamo stanchi di vivere sospesi nel vuoto, i movimenti potevano, talune volte, essere un lusso, i minuti trascorrevano lunghi come l'eternità. Solo tre quarti di parete era il bilancio conclusivo dopo undici esasperanti giorni in parete. Ma eravamo spinti da una vera passione, e decidemmo di continuare finché fisicamente avremmo retto. Un mattino uscendo dal mio piumino mi trovai circondato da uno spettacolo addirittura sconcertante: durante la notte l'acqua si era tramutata in neve ricoprendo così tutta la parete di un bianco manto. Il freddo pungente ci obbligo a rimanere inattivi per parecchie ore, facendoci così perdere tempo prezioso. La prolungata fatica, le sofferenze, le interminabili attese seduti su quei trespoli, le mani piagate, i giochi d'equilibrio, il lentissimo procedere stavano sopraffacendo la nostra resistenza e volontà. L'ultima notte in parete trascorse in mezzo a tuoni e lampi, il cadere della pioggia si faceva insistente raffreddandosi sempre più. Quando Mauro mi gridò dalla vetta di essere arrivato, il cuore mi si apri di gioia e commozione. Un meraviglioso arcobaleno coronava il nostro abbraccio, segno di vittoria, conquista con duri sacrifici. La montagna ci ha riconfermato di essere una nobile scuola di vita.

Tratto da: La Grande Civetta a cura di Alfonso Bernardi
Zanichelli editore 1971 pag:331/332

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