venerdì 17 febbraio 2017

XAVER


IL GRANDE VIAGGIO  di Xaver Bongard

Do per scontato che la storia della Via senza ritorno alla Grande Torre di Trango sia perfettamente nota. Dalla prima ascensione del 1984 di due norvegesi (Doseth e Dealhi), che morirono sulla via del ritorno, quest'itinerario è diventato uno dei miti "irraggiungibili" per gli amanti delle grandi pareti, a testimonianza del quale ci sono però fino a questo momento solo due ripetizioni di un gruppo giapponese (1990) e di uno spagnolo (1991).
Da parte nostra, pensavamo che fosse giunto il momento di scrivere un altro capitolo della storia delle grandi pareti, aprendo un itinerario nuovo sul versante est della montagna. La nostra équipe internazionale, formata dagli americani Ace Kvale -nostro fotografo-, e John Middendorf, e dagli svizzeri Ueli Buhler, Francois Studenmann e l'autore di queste righe, raggiunse con 45 portatori il campo base del ghiacciaio Dangue. A differenza della vicina Torre Senza Nome, sulla Grande Torre si scorgevano solo poche chiare fessure. Per di più, i pericoli oggettivi ci lasciavano ben poco spazio di manovra: pareva che l'unica via nuova possibile dovesse cominciare sulla parete est. La scelta dell'itinerario fu principalmente compito di John, in virtù della sua esperienza sulle grandi pareti statunitensi.
Seguimmo la parte inferiore sinistra della parete del pilastro dei norvegesi, minacciato da un seracco, attraverso l'Alì Baba's Couloir, sovente spazzato dalle valanghe. In realtà non aspiravamo particolarmente a risalire il colatoio, ma i pericoli oggettivi ci costrinsero a muoverci verso una fenditura distaccata, il Canapè, dove trovammo una posizione sicura al di sotto di un tetto. Da qui, John e io fissammo sei lunghezze di corda, 250 metri in tutto. Dopo l'avvio, nel quale era stata predominante l'arrampicata libera, la via si stava facendo molto più artificiale.
A partire da questo momento il nostro spirito di gruppo si incrinò per via delle forme diverse in cui ciascuno si era immaginato l'ascensione. Per Ueli e Francois l'ascensione risultava troppo artificiale e decisero di tentare in libera una via già aperta sulla Torre Senza Nome. Invece John e io, dopo un altro periodo di maltempo, ripartimmo il 13 luglio. Portammo il nostro carico di 120 kg fino al campo 1, situato alla quinta lunghezza. Il bagaglio era composto di 50 kg di provviste per 25 giorni, 40 litri d'acqua, 20 cartucce di gas, 3 litri di benzina per il fornellino e le tende da parete per bivaccare. A tutto ciò sì sommava ovviamente il materiale sufficiente per equipaggiare una parete di dimensioni medie, e 300 metri di corda.
Installammo il campo 2 all'inizio di Golum's Gully. Quando stava calando l'oscurità facemmo un primo tentativo di salire il canale, che fallì a causa di un crollo di una cornice di neve. Ne uscii con un occhio ed un braccio lividi. In tre notti, le cinque lunghezze ci condussero fino a Snowledge, raggiunta la quale si aprì la cortina di ferro. Finalmente la Torre Senza Nome era in vista. Era piacevole essere arrivati alla metà. Seguendo la stessa linea diretta giungemmo ai piedi della parete sommitale. Il bivacco successivo era posto su uno spigolo di neve di 200 metri di lunghezza: vi scavammo una trincea con la pala, l'unico bivacco non sospeso. L'inizio della parete era tanto liscio e levigato che anche l'uso di rurp, copperhead e Cliff fu inutile. Fummo dunque costretti a salire dal pilastro dei norvegesi per quattro tiri di corda. Mi spostai verso destra, oltre un tiro fantastico di 6b, per percorrere il tratto che risultò più difficile tecnicamente: si poteva sfiorare l'A5.
Quel giorno John cominciò a soffrire di crampi allo stomaco e dovette ridiscendere verso Snowledge.
Attrezzai così, in solitaria, uno splendido tiro in artificiale. Il 21 luglio John, che voleva riparare alla sua precedente inefficienza, fece da primo i vari tiri ed issò al contempo i sacconi verso l'alto, un'impresa da vero maestro. Partendo dal 19° tiro si poteva continuare in libera, tuttavia, per semplicità e per risparmiare tempo, utilizzammo le staffe.
Il più delle volte ci trovavamo sul versante nord; in ogni caso giungendo allo spigolo del pilastro potevamo sfruttare i raggi del sole per un breve lasso di tempo all'alba e nel tardo pomeriggio. Le fessure si fecero sempre più grandi e non ci restò altra alternativa che proseguire scalando in libera. Dovemmo anche operare con protezioni limitate, visto che avevamo lasciato i friend più grandi ai nostri compagni. La lunghezza 23 era sopra di me. Per poter fare assicurazione mi ero schiacciato dentro al camino come mai prima in vita mia. John, la cui corporatura è un po' più muscolosa della mia, non aveva nessuna possibilità di fare altrettanto. Mi stavo riposando dallo sforzo quando lo sentii gridare mentre guardava la sua mano insanguinata:" Merda, mi sono distrutto un dito". Mi aspettavo il peggio, ma esaminando più da vicino, vedemmo che era solo un piccolo graffio.
Il succedersi di camini e maltempo ci diede molto da fare. Le giornate cominciavano bene la maggior parte delle volte, però al sopraggiungere del mezzogiorno iniziava a piovere o a nevicare. Una volta cominciò a nevicare fortissimo sul campo 5 e dovetti passare tutta la notte a liberare la tenda-amaca dalla neve che si stava posando. John, immerso in un sonno molto profondo, non si accorse di nulla. In tre giorni avanzammo solo di un tiro e mezzo. Il 26 luglio ci svegliammo con la luce del sole e sopra di noi si stagliò la parete sommitale strapiombante, che era attraversata da varie fessure di un metro di ampiezza, prodotte dall'erosione e orribilmente lisce. Dopo Wormholes, un tiro corto e semplice: il pilastro era vinto. Ci sentimmo crescere la speranza. Scendemmo fino al nostro bivacco e aspettammo il giorno seguente. Proprio quando ci stavamo preparando per la scalata del misto sommitale sentimmo alcune grida che provenivano dalla Torre Senza Nome. Non erano le solite grida di saluto dei nostri compagni. La radio emetteva imprecazioni e lamenti contemporaneamente: "Merda, mi sono rotto la gamba". La situazione era drammatica ma non impossibile. Dopo aver parlato con Ace, il nostro riferimento radio a fondo valle, giungemmo alla conclusione che ci sarebbero voluti alcuni giorni per la discesa. Le due ore di cui avevamo bisogno per raggiungere la cima est non avrebbero cambiato molto le cose. Ace raggiunse a tutta velocità Payu, il punto di appoggio militare più vicino, per organizzare l'avvicinamento di un elicottero. In Pakistan gli elicotteri operano solo fino al campo base, comunque in soli due giorni i nostri amici riuscirono a ridiscendervi per di più con l'unico aiuto delle proprie forze. Scosso dall'incidente, scolpii nella neve e nel gelo il cammino verso la cima, pieno di sentimenti contraddittori.
Giorno sedicesimo, poco prima del tramonto, 6231 metri, cima est della Grande Torre di Trango. Un sogno che si è fatto realtà. John mi era accanto, emozionato. Ci abbracciammo. "Good job, fucker!".
Registrammo sulle nostre retine il panorama dalla cima. In mezz'ora il sole sarebbe calato, non restava nulla di meglio che mettersi in marcia. Un'ora dopo l'oscurità eravamo sul balcone sopra l'abisso, e due ore più tardi al riparo della nostra tenda. Il giorno seguente lanciammo nel vuoto il materiale più robusto. Il contenitore dell'acqua esplose dopo pochi metri.
Come dire che il mio progetto di discesa in parapendio non avrebbe avuto molte chance di riuscita ... 44 doppie più tardi eravamo in salvo.

PS: Il 15 aprile del 1994 Xavier è morto durante un base-jamp in Svizzera.
Bongard inizia giovanissimo ad arrampicare e nel 1986 raggiunge la cima del Mc Kinley per la via Cassin. Di ritorno dall'Alaska inizia la sua avventura nella Valle di Yosemite dove con Roman Vogler sale quattro vie: West Face, Salathé, Moratorium e Nose. Poi la sua attività si allarga alle solitarie, Super Couloir al Tacul e Jakson alla Nord delle Droites nel gruppo del Monte Bianco. Nella primavera del 1987 è all'Isola di Baffin, poi ancora in Yosemite dove sale la via Tecnos e Iron Hawk A4+.
Sempre da solo ripete poi Lost in America, Sea of dreams e Jolly Rogers ...tutte di A5.
In inverno con un compagno ripete la famigerata parete Nord dell'Eiger.

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