venerdì 31 marzo 2017

IL PILONE D'INVERNO

http://www.topo-montagne.fr/romans-montagne/4677-livre-flemattissime-de-robert-flematti-editions-guerin.html


1967. Una delle più belle salite invernali negli anni delle grandi invernali, nel cuore del Monte Bianco, lungo una linea fantastica lontana da tutti e visibile da molti. Una solida e forte cordata, due alpinisti, due uomini, due amici che hanno reso grande la Grande storia dell’Alpinismo.

IL PILONE CENTRALE DEL FRENEY      di Robert Flematti

Son già passati dodici anni dall’invernale del Pilone Centrale del Freney. La mia più bella salita invernale, sicuramente. E, malgrado il tempo trascorso che mi separa da quegli istanti privilegiati, più che le parole, che vanno a cadere anonimamente su queste pagine, come piccoli punti di riferimento su una parete, ancora mi resta il ricordo di sensazioni incomparabili. È un ricordo di gioie e di sofferenze per la conquista dell’inutile, della pienezza fisica che scaturisce dalla pace dello spirito e, forse di un assoluto eterno intuito non fosse altro che per qualche secondo … Tutto ha inizio infatti martedì 8 febbraio 1967. Da otto giorni siamo discesi a valle, da otto giorni attendiamo vanamente che il cielo si liberi dalle nubi.

Ma questa mattina, qualcosa sembra promettere un cambiamento. Lunghi squarci azzurri cominciano a dividere le nubi. Potrebbe essere buon segno … Nel cielo ben presto il vento del nord scatena la sua battaglia ed il blu non tarda a farsi strada. Ed è all’ora che René ritorna dall’ufficio della “meteo” e mi dice che possiamo contare su quattro o cinque giorni di bello sicuro. Pensavamo all’ora che potessero bastare … Questa volta il sacco mi sembra più leggero. Era solo la gioia, certamente. Ci affrettiamo per prendere la cabina delle tredici. Che avventura! Non cederei il mio posto per nulla al mondo. D’altronde chi vorrebbe sostituirmi? … dopo, può darsi. Ma ora … Ma “dopo”, sarà quando? E dove? Ci sarà soltanto un “dopo”? Io spero che ci sarà. Alle 18, riscopro con lo sguardo il Bivacco delle Fourche. Una notte profonda avviluppa il massiccio. Temperatura meno 15°. L’alba di mercoledì 9 è bluastra. Buon segno. Davanti a noi tutti i grandi itinerari del Monte Bianco, che fuma al vento come un vulcano di neve. E noi siamo soli, in questo mondo. La lunga marcia d’approccio fino al Col Peuterey ci spacca in due. Quando il passamontagna non ricopre interamente il viso, il riverbero cuoce la nostra faccia e l’aria glaciale la frusta ferocemente. La vita, così fragile e così resistente allo stesso tempo, per me ora non è che un insieme di bianco e di blu. Vado avanti … La crepaccia terminale sarà la nostra sala da thé, fatto con neve fusa. Ogni sorsata di calore mi ridà la vita. Ma dobbiamo fare in fretta. Molto in fretta. Sentiamo di non essere più molto lontani dal colle. Sul finire del pomeriggio, raggiungiamo la nostra meta. Il Pilone è sempre là, sempre così bello. Ma ora è irriconoscibile. Una corazza di neve e di ghiaccio l’ha reso ancor più gigantesco. Dovremo combattere una lotta ancor più dura del previsto … Giovedì mattina, un freddo mordente ci sveglia. Ma il freddo è compagno del bel tempo. Allora … Dopo il thé all’acqua di neve con i biscotti, ghiacciati ancor prima di averli inghiottiti, la partenza avviene non senza qualche difficoltà. Dopo la terminale, ci troviamo direttamente ai piedi della parete. Ed è là che ci prepariamo ad attaccare, prevedendo un impiego notevole di chiodi, a causa del ghiaccio che ostruisce le fessure. Infine, si comincia. René passa in testa. Sale molto lentamente. Comprendiamo immediatamente che la parete non si lascerà vincere tanto facilmente. Io resto là, immobilizzato dal gelo. Attendo. Gli occhi fissano la corda rossa che sale dolcemente. Per ora il morale tiene bene, non filtra alcuna debolezza. Sono chiuso nei miei pensieri, ma cerco di non evadere troppo lontano. “Robert, sono arrivato!”. Due parole. Può sembrare idiota, ma su questa parete due parole contano … “Vengo!”. A mano a mano che salgo, mi tocca il compito ingrato di disfare la trama che il mio compagno ha così faticosamente tessuto. Mi impongo di non lasciare nulla in parete. Ormai tutto è divenuto troppo prezioso … Mi ferisco leggermente alle mani, ma il calore lentamente ritorna nel mio corpo dopo l’immobilità assiderante. Passiamo tutta la notte seduti su una piccola cengia, la posizione ci rende le gambe insensibili. Non dormo molto. Tuttavia, all’alba, una gioia indicibile mi pervade. Tutto il mattino se ne va nel superamento di alcuni muri, che, facili in estate, divengono pressoché insormontabili con la neve e il ghiaccio. Saremo saliti soltanto di 40 metri. Renè decide allora di spostarsi più a destra. Lo strapiombo, evidentemente è sgombro dalla neve e dal ghiaccio. Ma la mancanza di materiale adatto ci ritarda considerevolmente. Alle 17, il mio compagno raggiunge un buon punto di fermata. È perfetto come punto di bivacco. Io lo raggiungerò  molto più tardi; il mio compito è quello di recuperare il materiale in parete. Il buio mi sorprende in piena azione, ma la lampada frontale è giù nel fondo del sacco. Tanto peggio. Piombo nell’oscurità totale e raddoppio le energie per non subire l’angoscia data dal passaggio impressionate che sto superando. Cotto, sono completamente cotto! … L’indomani, al mattino, diamo inizio al nostro terzo giorno di scalata. La base della Chandelle non è che a 150 metri. Altrove, sarebbe niente. Ma qui, il tratto sembra veramente insuperabile. I primi trenta metri se ne vanno in fretta. Ma dopo, i famosi 150 metri mi sembrano allungarsi come un elastico. In certi tratti, passeremo delle ore a martellare la roccia per liberarla dalla neve e dal ghiaccio. Infine, tocca a me. Salgo lentamente sui gradini insidiosi, attento ad ogni trappola. Arrampico senza provare la sensazione vertiginosa di vivere in verticale … E poi la Chandelle è là, davanti a me. Non ci resta che percorrere un’affilata crestina di neve che ci condurrà ai suoi piedi. Ci vorranno due ore per venire a capo di questo passaggio aereo e senza assicurazione … Sul momento non riesco ad immaginarmi la traiettoria di un’eventuale caduta … È in quel momento che un elicottero comincia a volteggiare intorno a noi. Quando scompare, portandosi via quel rumore metallico che tuttavia aveva portato calore ai nostri cuori, mi sembra che la terra intera ci abbia dimenticati tutto d’un colpo. E devo confessare che mi son venute le lacrime agli occhi. Ma il cielo si va velando sempre più. Per guadagnare tempo, decidiamo di salire anche di notte. Sfortunatamente le
nostre lampade frontali si esauriscono ed il progetto finisce già alla prima lunghezza di corda. Ritorniamo al punto di sosta. Per un istante pensiamo seriamente ad una ritirata. Ma riflettendo bene, tenendo conto delle condizioni meteorologiche del momento, una ritirata sarebbe suicida. Siamo ormai giunti al punto dal quale non si ritorna. La vetta non è lontana. Ora la neve cade, lentamente e dolcemente. La notte, meno fredda, è quieta. Tuttavia stiamo subendo una sorta di annientamento fisico e morale. Domenica mattina, una schiarita miracolosa, ci lascia intravvedere la Chandelle. Attorno ad essa le nubi si formano e svaniscono sotto la sferza del vento del nord, che ricomincia a frustarci la faccia. Siamo veramente provati. Ora il vento ha completamente spazzato la parete, che si offre ai nostri occhi completamente sgombra dalla neve. Verticale, rossastra, resta nondimeno molto impressionante. Cerco di concentrarmi al massimo, per reagire alla fatica che mi annebbia. Ma l’eccitazione si impadronisce di me a mano a mano che le difficoltà vanno attenuandosi. A parte i colpi del martello, non vi è un rumore che non sia il monotono lamento del vento. La notte comincia a cadere. Sento che sto per sfinirmi, ma voglio tener duro. Per l’ennesima volta, devo cambiarmi i guanti. Le mie dita, quando vengono a contatto con la roccia, mi fanno soffrire. E poi, tutto d’un colpo: “Robert, la vetta! … Sbrigati, che qui si gela!”. Strappiamo la vittoria al buio della notte. Siamo talmente presi dall’ansia di andare avanti che il “momento di gioia” non ci sarà per questa volta. Ora non vi è assolutamente tempo per vivere il nostro premio di eternità. Ma è impossibile bivaccare. Non vi è posto per sistemarsi e la vetta, esposta ai quattro venti, non permette certo di fissare la tendina. Piazziamo pertanto una corda doppia per attraversare fino alla breccia sottostante, che ci offrirà un riparo più sicuro. René scende per primo. Io resto da solo con i due sacchi. Comincio questa corda doppia in condizioni spaventose. Un sacco davanti ed uno dietro, discendo annientato dal carico e sballottato dal vento. Avanzo nel buio più profondo della notte, come un fantoccio senza vita, sbattuto qua e là. Mi chiedo veramente cosa ci sto a fare qui … Infine, arrivo. Il fondo della breccia non è certo migliore. Ma, ad ogni modo, la fatica non ci permette di andare più lontano. A stento riusciamo a fermare il telo della tendina sotto le nostre cosce e poi a tirarlo sulla testa, bloccandolo dietro la schiena. Per tutta la notte rimarremo aggrappati alla sicurezza data dalla protezione dell’esile telo. Soprattutto, cercare di non dormire, per evitare che la bufera ci strappi il nostro fragile riparo. E come contorno finale, nulla, neanche una caramella, nulla da mangiare. E non ci resta neanche il coraggio per parlare. Lunedì mattina il vento soffia sempre. Temperatura meno 30°. Sarà uno dei risvegli più crudeli della mia vita. Tuttavia non possiamo restare là. Il freddo ci esaurisce. Decidiamo di alleggerirci abbandonando chiodi, corde, martelli e caschi. Ed è in queste condizioni che raggiungeremo la Cresta di Brouillard che più tardi ci condurrà alla vetta del Monte Bianco.

Tratto da: Rivista della Montagna

giovedì 23 marzo 2017

5 GIORNI SUL MONTE BIANCO

Di Lafaille ricordo uno sua serata a Lecco, oltre 500 diapositive commentate ad una ad una ...grande alpinista, grande alpinismo. Devo confessare che da quella sera, quando una "serata" supera l'ora, io scappo!!




JEAN-CHRISTOPHE      di Piero Tirone   Tratto da ALP febbraio 1992

Le salite in solitaria sembrano il genere a lui più congeniale. Ancora meglio se è possibile realizzarle in inverno. Per Jean-Christophe Lafaille, il francese che l'estate scorsa ha messo a segno uno straordinario concatenamento aprendo due nuove vie sul Grand Pilier d'Angle e sul Pilone Centrale del Freney, le prime solitarie rappresentano il pezzo forte del suo curriculum. Basti pensare a Reve de Gosse alla Roche des Arnauds, finora primo e unico 8a+ in solitaria integrale, o della Divine Provvidence al Grand Pilier d'Angle, una delle vie più dure di tutto il massiccio del Monte Bianco. In inverno Jean-Christophe ha realizzato le prime solitarie delle vie Bonatti e degli Svizzeri al Grand Capucin e, sempre in solitaria, ha percorso la parete sud dell'Aiguille du Fou. Con un back-ground del genere, Lafaille ha potuto affrontare con una certa tranquillità un'impresa che, al di là delle capacità tecniche, richiede uno straordinario equilibrio psicologico.
La performance ha preso l'avvio l'11 di agosto 1991. Dopo aver pernottato al bivacco Ghiglione, Jean-Christophe ha raggiunto la base del Grand Pilier d'Angle. Su questo gigantesco triangolo di granito, che si innalza nel cuore della Brenva per 900 metri, sono state scritti alcune delle pagine più brillanti della storia dell'alpinismo contemporaneo. Tutti i grandi si sono cimentati sulle sue pareti aprendo una serie di vie straordinarie. Da Bonatti a Gabarrou, da Boivin a Piola, da Cecchinel a Bouchard. E proprio sulla parete sud-est Jean-Christophe aveva già messo a segno una sorprendente performance riuscendo a percorrere da solo la Divine Provvidence, via aperta nel 1984 da Gabarrou e Marsigny, unanimemente riconosciuta come la più bella e difficile. Questa volta Jean-Christophe ha attaccato la parete non molto distante dalla Divine Provvidence. Per un'intera giornata è salito lungo una linea retta in direzione della vera incognita della salita: la Torre Rossa, un sistema di placche compatte che chiude l'accesso alla parte superiore del Grand Pilier d'Angle. Dopo un bivacco Lafaille ha attaccato la parte più impegnativa dell'ascensione. Dapprima una lunghezza di 6c, poi tratto in artificiale molto duri. In uno di questi un chiodo piantato in una fessura svasata non ha tenuto. Per fortuna la caduta non ha avuto esiti negativi, così Lafaille ha ripreso a salire portandosi con un pendolo vicino alla via Bonatti. Più in alto ancora un tiro di 6a, quindi nuovi tratti di A3 e A4. Dopo un altro bivacco, il giorno successivo Lafaille è vicino alla sommità della Torre Rossa. Ancora una lunghezza di 6b/c, e una in artificiale, poi un tratto di misto che lo ha condotto alla vetta.
Qui ha recuperato un sacco che, oltre a vestiti e viveri, conteneva l'ultimo bollettino meteo. Confortato dalle previsioni favorevoli è sceso sul versante Freney fino alla base del Pilone Centrale. Così ha avuto inizio una nuova salita. Un'intera giornata di arrampicata, con tratti di 6c e A2, è necessaria per raggiungere la base della Chandelle. Qui si impone un altro bivacco. Poi, il giorno seguente, il tratto più esaltante della salita. Una stupenda lunghezza di 6c (forse il 6c più alto d'Europa) conduce Lafaille sulla sommità del Pilone. Ancora un bivacco e finalmente il giorno 15 Jean-Christophe si avvia alla conclusione del suo exploit. Dopo aver attraversato le cime del Monte Bianco, alle 17 raggiunge l'Aiguille du Midi, giusto in tempo per scendere a Chamonix con l'ultima teleferica.
Con queste due vie, Une autre monde sul Pilier d'Angle, e L'ecume des jours sul Pilone Centrale, Jean-Christophe ha dimostrato che è ancora possibile "inventare" grandi imprese che si collegano allo spirito classico dell'alpinismo.
<< Salgo in sicurezza anche nei casi estremi - ha confessato Lafaille - e inoltre non subisco pressioni di nessun genere, né dagli sponsor né dai media. Credo che sarebbe molto pericoloso monetizzare l'exploit e farne un mezzo di guadagno >>.
E' con la rilassatezza che gli deriva dall'essere pienamente padrone delle sue azioni, che Jean-Christophe ha realizzato la sua impresa in cinque giorni. Un tempo relativamente breve se rapportato alle difficoltà. Ma Lafaille non è un maniaco della velocità.
<< La diretta americana ai Drus in 3.30 ore? Per me non è un exploit - a sostenuto - Preferisco le realizzazioni a vista! >>.

domenica 19 marzo 2017

FESTA DEL PAPA'

venerdì 17

Ieri Delfino e Fabio hanno sostituito le vecchie soste di Apache in Antimedale, oggi sono a casa e con Chicco andiamo ad inaugurarle ... la via secondo il mio punto di vista richiede "attenzione" e capacità nell'essere attenti!







Venerdì 17 SERA

Con Federica "saliamo" a Egna, stupendo paese in Alto Adige, incontro vecchi amici e ne conosco di nuovi, mangio dei Wurstel enormi e proietto, grazie alla sezione del Cai, a Florian, Rolando e Alice ... il mio semplice andare in montagna. Sono stato contento ..GRAZIE.


preparativi


Sabato 18  Arco

Sulla strada del ritorno ne approfittiamo per fermarci a Arco, Federica sceglie la via ...Archai.
 http://www.sassbaloss.com/pagine/uscite/anglone2/anglone2.htm .... giornata calda e piacevole. Prima di ritornare incontriamo vecchi Amici e parlando con Luca e sua moglie Claudia che hanno appena ripetuto la "Via Tyszkyewicz" mi viene spontaneo un pensiero .. e una voglia .... se ne avrò la possibilità ve lo racconterò. Bravi Luca e Claudia per "non seguire" le mode rispolverando il passato, che in certi passaggi noi abbiamo contribuito a rendere un po' untino!!!!











Domenica 19  FESTA DEL PAPA'

E' arrivata anche la domenica, oggi placchette con la "truppa", e un giretto col Giama  sulla vietta accanto ... tre giornate tranquille e belle ...FELICE.













DOMANI è LUNEDI ....

martedì 14 marzo 2017

COOLIDGE



"Mi piacerebbe", quante volte in testa questo semplice pensiero... sto salendo in questo pomeriggio "quasi" afoso ai piedi del Re di Pietra. La Regina, il Gigante, un miriade di appellativi e nomi vari per una quantità enorme di Montagne. Oggi tocca al Re che conosco da poco, un Re visibile e maestoso.
Sono solo, carico del necessario che ho ben selezionato: gli zaini pesanti non mi sono mai piaciuti. La neve sotto i piedi è calda di Sole, fradicia come la mia maglietta intima. Il bivacco, una piccola scatola rossa, meta odierna, meta sospirata. Due francesi sono comodamente sdraiati nelle uniche brandine comode... i francesi non parlano la mia stessa lingua.
Che bello addormentarsi come "le galline": tante ore buie per sognare e pensare. Che bello uscire nel pieno della notte, quando il caldo lascia il posto al fresco e niente si muove, se non le Stelle luminose nel cielo. Uno scivolo "classico" che qualcuno si permette di scendere sulle lamine degli sci, uno scivolo lungo e lineare, un’opera d’arte nel mezzo di una montagna che mi sta rapendo il cuore.
I ramponi mordono bene nella neve dura: solo il fiato e l’effetto psichedelico della luce artificiale della mia nuova frontale a led puntata verso l’alto. I francesi salgono ed io gioco a superarli e, a farmi superare... loro hanno chiodi e corda, io ho... la mia pila frontale nuova!
In certi punti mi fermo a riempire i polmoni e la testa immagina gli "sciatori dell’estremo" scendere saltellando verso il basso... mi sento rabbrividire, ma forse semplicemente perché ammiro chi può (gli sciatori) senza saperlo fare (io) da sempre.

Passano gli anni e i tempi per salire il "canale" ma, la sua bellezza non cambia mai, muta tranquillamente con le stagioni.

Il sole mi prende che sono già alto, fuori (forse) da ogni pericolo e, con i polmoni in gola mi ritrovo completamente "sfatto" aggrappato alla meravigliosa croce di vetta. Non mi resta che guardarmi tutt’attorno, non mi rimane che una bella nottata da ricordare. Ma la discesa dal Monviso è lunga, quasi "lunghissima", il caldo, la neve molle, lo zaino che si è riempito di fatica... Arrivo alla macchina che le gocce di sudore si trasformano in vapore!

"Mi piacerebbe"... ma ho bisogno di riposare fino al prossimo fine settimana!

sabato 11 marzo 2017

MONTE SAN MARTINO ATTRAVERSO IL PASSATO




Ogni volta che salgo lungo il sentiero attrezzato della Vergella, mi fermo a guardare l'adiacente spigolo posto alla mia destra, vecchi monotiri abbandonati ( era una falesia primi anni 80'), spit dell'8 e piastrine artigianali, chiodi ricavati da angolari di ferro e piatti d'alluminio ... prove di bravura e genialità! Perché non "ripulire" qualcosa e reinventare una linea che colleghi i punti più belli ... una breve linea da fare al ritorno da "Tutto di Traverso" o dopo una giornata alle "Placchette" ... roccia bella e niente fix (solo alle soste), tanti cordoni in clessidre e chiodi dove servono.
Salgo solo, scendo solo, pulisco e butto giù erba, sassi e piante ... Intanto GianMaria alla base pulisce l'attacco, Lui è l'ideatore e il manutentore del sentiero della Vergella, sempre pronto a dare una mano quando serve.
Ho trovato gente contenta per Tutto di Traverso, ho trovato gente scontenta per Tutto di Traverso, ho visto ragazzi arrampicare alle placchette dei bambini ( felicissimo!), tutto nel raggio di poche centinaia di metri .. ora c'è anche Attraverso il Passato, che fortuna che abbiamo ... dobbiamo solo viverla!





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ATTACCO: Evidente alla base dello spigolo a pochi metri dalla catena del sentiero della Vergella, sasso con scritta e cordone su clessidra

1°Tiro: In verticale lungo l'evidente spigolo fino alla sosta. Chiodi e numerose clessidre cordonate  30metri III°
2° Tiro: Dalla sosta salire in verticale fino al chiodo e attraversare fino ad arrivare alla base di un diedrino che si supera (attenzione all'uscita del diedrino un sasso grosso da non  toccare, la chiodatura aiuta a capire chi non si ricorda di capire) attraversare ancora e poi salire il muretto che porta in sosta. 30 metri IV° chiodi e numerosi cordoni
3° Tiro a destra e poi i verticale lungo l'evidente fessura, poi in placca fino ad uscire nel bosco terminale  35 metri V+ chiodi e clessidre.

DISCESA: facile per sentiero segnato ci si ricongiunge al sentiero della Vergella
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Aldo e Luca Anghileri










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Guido Buratti e Tommaso Garota





bravi "bocia", avanti così!

BUON DIVERTIMENTO
http://ivoferrari.blogspot.it/2017/01/san-martino-dimenticato.html
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