mercoledì 29 marzo 2017

FRATELLI



DUE FRATELLI, UN MITO, UNA PARETE VIA DIRETTA SULLA EST DELLE GRANDES JORASSES
  
di Fabio Delisi

La parete est delle Grandes Jorasses è là in tutta la sua bellezza selvaggia a guardarti mentre risali timoroso il ghiacciaio del Fréboudze. Ma questa vicenda, nata tra le pieghe di una mente fantasiosa, è frutto dell’immaginazione e termina su di una cresta oltre la quale lo spazio e l’aria non sono più occupate da cime. Si potrebbe trasferirla in qualsiasi altro luogo e non muterebbe nulla. Quante volte ho sentito parlare di questa parete; e quante volte ne ho letto e visto foto! Una parete su cui Gervasutti ha firmato un arditissimo tracciato ripetuto da poche e forti cordate che confermarono il valore e la bravura del “fortissimo”. E poi una via recente sull’estrema destra, aperta dall’ormai famosa cordata francese Boivin-Diaferia. Tutti questi erano ottimi elementi per costruire in me il fascino del mito. Mi ponevo essenzialmente un problema: perché non era stato preso in considerazione il grande diedro centrale che ne segna la linea pura e diretta e il logico itinerario di salita alla parete? Qualcosa ci doveva essere sotto e le poche foto che mi giravano per le mani non erano sufficienti a darmi una risposta. Bisognava andare a vedere. Era un’attrazione troppo forte e il rischio di fare un buco nell’acqua molto grande. La zona di placche al di sopra del diedro, chiuso da un tetto e gli strapiombi finali erano probabilmente la chiave di risposta ai precedenti ripieghi verso la destra e la sinistra della parete. Pensavo comunque che con un po’ di tecnica di arrampicata in aderenza e riuscendo a trovare un punto debole negli strapiombi l’itinerario diretto sarebbe stato possibile. E così a meta agosto, con Cristiano, incomincio a camminare sotto pesanti zaini verso il bivacco Gervasutti. Ero contento di aver trovato in mio fratello un compagno disposto a condividere questa avventura. Da molto tempo ormai non riuscivamo più a compiere ascensioni insieme, nonostante i vari progetti e questo era già un motivo di gioia; e poi conosco il suo entusiasmo pronto a dividere rischi e divertimenti senza delegare nei momenti decisivi, come spesso mi è accaduto con altri compagni. La sera il bivacco è pieno; una cordata di Ivrea andrà sulla via di Gervasutti, mentre altre andranno sulla Petites Jorasses. Una notte in bivacco come ormai se ne sono avvicendate tante. Nell’attesa di partire si prega di fare silenzio ai soliti chiacchieroni, che parlano di mare e di belle ragazze e ci si gira nelle coperte chiedendosi cosa succederà. Alle due di notte siamo fuori sul ghiacciaio e per tre ore vaghiamo nel reticolo di enormi crepacci fino a giungere al Col des Hirondelles. Una nebbia fittissima non ci permette di vedere nulla, per cui decidiamo di infilarci nei sacchi piuma e riprendere il sonno interrotto, aspettando un po’ di visibilità. Verso le nove Cristiano mi chiama e mi mostra la parete indicandola con un dito. Ci pesa sulla testa con tutta la sua dimensione di proporzioni e di mistero, accresciuto da sbuffi di nebbia che persistono in vari punti. Decidiamo di attaccare. Risaliamo lo zoccolo per un pilastro sulla parte destra del canale, che scarica a tutto andare. Questo zoccolo sovrastato da una cengia a forma di V si rivelerà più difficile e complesso del previsto. Sulla cengia lasciamo tutto il nostro materiale da bivacco e attrezziamo il tiro seguente, bellissimo. Difatti qui inizia un’alternanza di stupendo granito grigio e rosso che ci accompagnerà fino alla cresta sommitale. Caliamo e ci prepariamo a bivaccare. Ci sistemiamo attorniati da un’orgia di colori, con il più bel panorama che nessun Grand Hotel abbia mai potuto riservare. Il Grand Combin, il Cervino e il Rosa si stagliano su uno sfondo azzurro, arrossato dal sole del tramonto, ripagando di ogni scomodità. Ma poi di quale scomodità sto parlando, sistemati in caldi sacchi piuma, con il cibo e un magnifico programma per il giorno seguente? Con l’ultima sigaretta scivoliamo nei sogni, in questo sogno. Il mattino dopo Cristiano risale a jumar le corde fisse e mi recupera. Con una traversata per portarsi nel gran diedro inizia realmente la nostra avventura nell’ignoto del cuore di questa parete. Un altro bellissimo tiro nel fondo del diedro e poi Cristiano incomincia il suo spettacolo acrobatico, roteando, slanciandosi e piantando chiodi sotto il tetto. Un breve tiro, ma di artificiale sostenuta e siamo sulle placche sopra il diedro. Attacco deciso una fessurina verticale, traverso a destra, supero uno strapiombo e sono alla base di un sistema di diedri che ci porteranno sotto la fascia strapiombante. Roccia stupenda, arrampicata elegante e difficoltà di ordine classico! Chi se lo sarebbe mai aspettato? Gli zaini continuano a roteare nel vuoto poiché li recuperiamo a suon di jumar, almeno uno il più pesante, ad ogni tiro. E questo ci fa perdere abbastanza tempo, ma non ci importa; si sta bene qui, su questa parete ci divertiamo e non abbiamo alcuna fretta. Superiamo i diedri. Quinto, quinto superiore, un po’ di artificiale e ci ritroviamo sulla cengia detritica sotto gli strapiombi. Trovata una fessurina, ecco Cristiano che si esibisce ancora; dondola, qualche imprecazione, un cooper-head, un gancio, qualche lametta schifosa ed è fuori. Durante questa danza schiodo la sosta per mandargli qualche chiodo, perché ormai cominciano a scarseggiare. Una lenta e calda traversata nella luce del tramonto, su placche appoggiate, ci porta verso il secondo bivacco sulla cresta terminale. Al mattino si era rotto il fornello; non siamo più in grado di preparare bevande e per calmare un po’ la sete è tutto il giorno che mangiamo prugne californiane. Gli effetti esplosivi si scateneranno durante la sera e il mattino seguente. La discesa dalla punta Walker sembra eterna. Ma presto siamo giù, in Val Ferret. Il mio sogno, quell’dea di una diretta si è già dissolta nel caldo del pomeriggio, quando chiediamo un passaggio per Courmayeur e nell’ilarità della sera tra il vino e i racconti.

Grandes Jorasses parete Est Via diretta dedicata a “Groucho Marx”, arrampicata in libera con alcuni tratti in artificiale, che supera direttamente la parte centrale della parete, seguendo come linea generale il gran diedro chiuso da tetto, le placche sovrastanti e gli strapiombi finali. Sostenuta nei trecento metri centrali 800 metri, ED, difficoltà fino al 5+/6°, tratti di A3.
Fabio e Cristiano Delisi ( A.G.A.I.), il 13-14-15/8/’83.
Per gentile concessione di: Fabio Delisi
               

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