lunedì 6 marzo 2017

MONTE BIANCO PARETE OVEST

1985

UN SOGNO DI INIZIO ESTATE   di Carlo Stratta

Siamo partiti da La Visaille alle 10 e un quarto del 1 giugno dopo essere stati tutti assieme alla chiesa santuario di Notre-Dame del la Guérison.
Ci accompagna Enzo Schettino, come già in precedenti occasioni; oltre ai già pesanti sacchi, dobbiamo portare anche gli sci, che calzeremo dopo la morena del Miage, e abbandoneremo alle prime roccette sotto il rifugio Gonnella.
Rifugio affollato da sciatori alpinisti che, impressionati dal nostro equipaggiamento così diverso dal loro, ci rivolgono la parola in diverse lingue. Poi a poco a poco, nonostante la nostra "omertà", intuiscono un po' dai nostri visi, un po' perché ci vedono scrutare la vetta per un itinerario diverso dal loro, e che ci stiamo impegnando in qualcosa di grosso. Sentiamo che si dicono nella loro lingua: "Ma questi due (Gabarrou-Stratta) non ne hanno avuto abbastanta l'agosto scorso proprio su questa parete?".
Alle 20 tutti a letto, con la sveglia fissata per le 22.45. Per non svegliare tutti nei preparativi decidiamo di dormire, almeno noi tre, nel refettorio: tre ore scarse di ottimo sonno, poi ci prepariamo litri di bevande calde che consumiamo subito; con noi porteremo tre borracce ed un po' di cbo energetico. A mezzanotte siamo già in marcia. Attraversiamo il ghiacciaio del Dome, poi per pendii e infine per un ripido canalino che pare non finire mai approdiamo al ripiano superiore del ghioacciaio del Monte Bianco: proprio di fronte a noi si erge il grande triangolo roccioso.
Per alcuni attimi restiamo estasiati dalla luna piena, che crea giochi di luce fantastici, proiettando le ombre delle montagne sul ghiacciaio lucente come una lastra di metallo.
Bisogna fare in fretta, molto in fretta, la meteo di Chamonix ci ha avvertiti del grave pericolo di temporali per la fine della giornata. Iniziamo a salire, sempre di conserva, proprio al centro del triangolo per un canale di neve e ghiaccio, sempre più ripido, quindi in alto per un paio di tiri di corda da 50 metri ( usiamo come di solito due corde da 8mm).
Dismessi i ramponi, saliamo per altri due tiri su roccia esposta ma buona; dove inizia il terreno misto le pietre muovono, ma è abbastanza naturale. In condizioni del tutto aeree, rimettiamo i ramponi con tutta la concentrazione possibile: che dramma se ci sfuggissero dalle mani!
Ancora goulottes, misto, neve, crestine di neve, il grande canale di ghiaccio; quindi sulla sinistra ripide goulottes nelle quali troviamo numerosi relitti dell'aereo indiano, caduto tanti anni fa, tra cui il disegno mascotte che lo contrassegna: una piccola danzatrice indiana. Poi la cresta sommitale alle 15,10. Da sottolineare la velocità di salita e l'eccezionale feeling psicologico, direi quasi l'affetto, nel quale la scalata si è svolta: continue battute di spirito oppure inviti a osservare panorami eccezionali. Esempi: comunichiamo a Patrick che è stato impossibile recuperare un nut, risposta: << Ok, ok, ma adesso smettetela di fare i furbi e tiratelo fuori, altrimenti questa sera vi perquisisco >>.
In vetta grande gioia, sento di avere tanta stima per i miei compagni e mi pare di conoscere Wilfrid ( anche lui) da tanti anni.
La discesa è penosa, con neve marcia che fa enormi zoccoli sotto i ramponi; la cresta italiana diventa delicata anche perché si sente già tuonare e dobbiamo "sgomberare" il più presto possibile.
In effetti sul versante francese si scatenano temporali violenti, che però non disturbano il lato italiano. Sul ghiacciaio del Dome sprofondiamo moltissimo e temiamo i crepacci nascosti. Dover la pendenza è sufficiente, seduti con piedi contro la schiena di chi sta davanti, ci facciamo scivolare formando un treno di slitte e ridendo felici e rumorosi come bambini.
E' sicuro che siamo noi tre quelli che oggi hanno aperto questa grande via o è stato uno splendido sogno di inizio estate?

Via Gaston Rébuffat alla parete Ovest del Monte Bianco
Patrick Gabarrou-Wilfrid Colonna-Carlo Stratta

Tratto da :ALP 1985

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