venerdì 7 aprile 2017

UN GASHERBRUM PER GORETTA




UN GASHERBRUM PER GORETTA  di Renato Casarotto

L'idea di un "ottomila" da salire assieme, Goretta e io, ce l'avevamo in mente da un pezzo. Ma doveva essere un progetto tutto nostro, qualcosa di segreto da non divulgare neppure un attimo prima della partenza. Volevamo fare le cose tranquillamente, senza sentirci obbligati a rincorrere il risultato, senza le solite pressioni delle promesse da mantenere a tutti i costi.
Nella valle dei Gasherbrum non eravamo mai stati. Conoscevamo però bene il Baltoro, avevamo preso la strada per quelle montagne in altre occasioni e quelle terre erano quasi familiari, sicuramente l'idea non avrebbe potuto concretizzarsi altrove. Il Karakorum sarebbe stato il teatro della nostra minispedizione.

Dietro l'angolo c'è l'avventura
Il calore umido e soffocante di Rawalpindi, la noia delle pratiche burocratiche, Skardu, le gole del Braldo:  già prima di partire sapevamo con esattezza cosa avremmo fatto, come ci saremmo comportati. Eppure, a volte  -come tante altre volte- anche nei programmi più scontati, nelle situazioni più prevedibili e consumate, si inseriscono le tinte forti e decise dell'avventura.
Come quel pomeriggio a 50 chilometri da Skardu, quando l'autista del nostro autobus ha centrato a tutta velocità una buca e il mezzo si è diretto a rotta di collo verso il corso vorticoso dell'Indo, pronto a inabissarsi in quelle acque torbide; e solo il ribaltamento fortuito dell'automezzo è riuscito ad evitarci una fine tragica.
Poi la marcia vera e propria, faticosa come sempre, ma in certi momenti anche rilassante, almeno sotto il profilo psicologico. E da ultimo la valle dei Gasherbrum, circondata da vette imponenti, tutte belle ed eleganti. Il tempo durante i primi giorni al campo base era sempre incerto e solo a tratti, a seconda dei capricci delle nuvole, riuscivamo a vedere la sagoma del Gasherbrum II e il profilo dello sperone sud occidentale sul quale si sviluppa la via austriaca, l'itinerario che intendevamo seguire.
Gli ultimi quindici giorni di luglio non hanno storia. Ricordo solo le lunghe marce fino al piccolo campo base avanzato, sotto il sole, con i carichi pesanti; e poi il ritorno, da quota 6000, quasi di corsa, con la scusa di acclimatarci ed entrare prima in forma. La storia vera della salita, dopo i primi tentativi ostacolati dal brutto tempo, ha avuto inizio la mattina del 6 luglio 1985 di buon'ora, risalendo i primi pendii che danno accesso allo sperone, ripidi e ricoperti di neve fresca portata dal maltempo dei giorni precedenti.
Più in alto il rilievo si è fatto maggiormente evidente man mano che salivamo, fino ad emergere con decisione dalla massa dei ghiacci che ricopre il versante meridionale della montagna.
La mattina, smontavamo nell'alba gelida la tenda e procedevamo verso l'alto, fino a un nuovo punto tappa.
La nostra è stata volutamente una spedizione leggera, senza ossigeno, senza portatori, senza campi fissi.

Sulla cima con molta gioia
La nostra scalata si è svolta senza particolari intoppi fino a 7400 m, sotto la piramide rocciosa terminale. Ma la mattina del 10 luglio le condizioni metereologiche sono peggiorate talmente da indurci a fare il punto della situazione, che inevitabilmente ci ha indotto a rintanarci velocemente nei sacchi-piuma in attesa di condizioni migliori.
Per tutta la giornata una bufera fortissima ha spazzato il versante della montagna, sollevando nuvoloni di neve e minacciando di lacerare il telo della tenda, che sbatteva furiosamente.
Sopra il turbinio, però, l'occhio del sole, seminascosto nella nuvolaglia, continuava a farci ben sperare per il giorno seguente.
E infatti, la mattina successiva,  le prime luci del giorno hanno annunciato tempo splendido, senza una nuvola e calma relativa di vento. Ci siamo legati e, senza una parola, abbiamo iniziato una lunga traversata, verso est, per prendere la cresta sud orientale e da qui salire direttamente in vetta (8035 m).
Le ore successive, i mille passi che abbiamo fatto insieme, le soste per riprendere fiato, i dialoghi, lo sforzo, adesso, quassù, sono soprattutto storia di Goretta, uno stralcio della nostra storia personale dopo dieci anni di matrimonio, un quadro della sua e della mia vita. Non c'è gloria quassù, c'è molta gioia e tantissima luce. E' tutto così stupendo.
E poi, in tanti anni di alpinismo, di cime, di bufere, di brutto tempo, un panorama così bello, così incredibilmente limpido l'avevo visto raramente e sono felice di condividere questi attimi con Goretta che per restare al mio fianco ha conosciuto nella vita del campo base la solitudine, il silenzio e l'attesa.

da Rivista Cai 1986

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