mercoledì 17 maggio 2017

LA EST DEL ROSA

https://it.wikipedia.org/wiki/Parete_est_del_Monte_Rosa


UN AMICO     di Stefano De Benedetti

Fu durante una notte d'inverno, spigolando su come inventare l'estate che nacque un sogno. Bastò una fotografia e una storia. Nacque in un soffio e prese forma piano, perché sembrava irraggiungibile. Sarei stato sulla Est del Rosa, la più alta parete delle Alpi. Avevo così un obiettivo, qualcosa per muovermi e tutto sarebbe stato per arrivare a quello. Mi preparai a lungo, correvo sempre, quasi non vedevo più nessuno e a chi chiedeva della mia scomparsa non rispondevo. Avevo un segreto. Per mesi macerai il mio sogno finché incontrai Gianni.
Forte di quella nuova amicizia sapevo che sarei riuscito. Insieme avevamo un segreto. Sciavo giorni interi nei boschi, esasperando la sensibilità al terreno, cercando di vedere sotto la neve. Gli ultimi tempi, quando ormai grandi chiazze d'erba mi costringevano a larghi giri, molti dei miei piccoli amici, scoiattoli, camosci e anche una piccola volpe, non si spaventavano più.
Alla fine andai in tenda a Cogne con Andrea. Salii e scesi, più che altro come allenamento la nord ovest della Grivola alta 1400 metri, in compagnia di Gianni e di tanti amici. Dopo di ciò avvertii da chiari segni che ero pronto. Tutto fu annullato. Mi disposi in una condizione mentale di serenità, perché potessi attingere finalmente a quanto messo da parte.
Avvertivo però di non essere ancora ben acclimatato. Troppo lungo era stato l'inverno passato in riva al mare. Ma sapevo che sarei salito, perché se non altro volevo dare veramente, senza riserve. Dopo un giorno di riposo partimmo da Cogne al mattino, passando da Torino a prendere Gianni; viaggio scomodo ma ricco di speranze.
Nel pomeriggio eravamo a casa di Bottineschi, grande guida del Monte Rosa, accolti fraternamente.
Considerati un po' pazzi da tutti, la qualcosa mi impressionò non poco, prendemmo subito la seggiovia e da qui, a piedi, sulla morena. Ciò che segue lo rivedo come fosse ora.
Alla Zamboni abbandonammo Andrea, triste, che ci guarda e saluta. So bene i rischi cui andiamo incontro ed è per questo che sento ora più forte di volergli bene. Mentre l'avventura comincia mi pesano le cose non dette. Sarà solo dopo, quando le ombre cominciano a allungarsi e il freddo a spargersi sui crepacci che avverto con pena la nostra situazione di solitudine. Naufraghi, Gianni mi conduce alla ricerca di un passaggio. Io guardo in alto e, nella meccanicità dei gesti, penso.
A mezzanotte siamo sul terrazzino a metà parete, l'inizio delle grandi difficoltà. Su queste pietre sentiamo come tutto sia irreale e lontano, come sospeso in un mondo senza tempo. E' sceso un buio impenetrabile mentre in lontananza, più bassi, lampi lunghissimi illuminano le città addormentate. Tristi bagliori per noi.
Dobbiamo fare in fretta: in velocità per diminuire il pericolo. E' vitale non scendere tardi al mattino; anche se dovessi incontrare neve più dura sarebbe senz'altro meglio di una parete in movimento. E' ancora notte quando Gianni si spinge tra i seracchi e sbuchiamo sul "lenzuolo". Io mi spavento: si intravvede un pendio ripidissimo che si perde contro un seracco al centro parete. Come sempre salendo, quelle linee verticali si dispiegano e vediamo il passaggio ma, soprattutto, l'abitudine all'inclinazione la rende più accettabile. Risento dell'altezza solo più in alto andando sul lungo traverso in diagonale. A 4500 metri mi gira testa, sento la fatica e temo di non poter scendere. Grazie a Gianni, che mi è vicino, dopo qualcosa di caldo posso iniziare le prime curve.
Sono così stordito che devo limitarmi a delle piccole serie di tre. Prendere fiato e cercare di tirare la concentrazione che se ne va, incoraggiandomi ad alta voce. Il lunghissimo traverso si svolge tutto sulle lamine e immette nel canale accanto al seracco che è più ripido. All'improvviso, però, la cappa si solleva e ritrovo un po' di forza. Durante le soste mi sono utilissimi i becchi di martello con cui sono costruite le mie racchette. Non per questo sono meno faticose perché a una tensione costante si aggiunge sempre la contrazione dolorosa dei muscoli. Già da qualche tempo minuti cristalli di ghiaccio mi cadono accanto, segno che Gianni sta scendendo. Appare dopo poco, piccolo contro il cielo. Sto appunto scavando una piazzola per gli sci quando dalla parete sopra di lui, per effetto del caldo, si stacca una lunghissima stalattite. Una mano mi dà una spinta e scivolo in diagonale incidendo il pendio, in alto Gianni si muove velocissimo ma non basta.
Schiantandosi sulla china la colonna si frantuma in pezzi che rotolano in tutte le direzioni. Muovendosi sulla punta dei ramponi, la piccozza in alto, egli scansa i massi da una parte e dall'altra ma uno degli ultimi, proprio mentre si sta ristabilendo, punta dritto su di lui. Mentre io lo do già per spacciato e impietrito non riesco a scuotermi, torce il busto e con tutta la forza colpisce il masso di ghiaccio con la piccozza. Rumore di metallo, schegge dappertutto, ma è ancora in piedi. Il resto è senza storia. In un canalino di misto, giro aggrappandomi alle rocce. Poche ore ancora e ci ricongiungiamo.
Vedo da lontano dei volti sorridenti, ancora pochi metri e siamo tutti insieme.
Gianni e io ci stringiamo a lungo ed è in un abbraccio in una amicizia meravigliosa il senso di tutto questo.

Stefano De Benedetti e Gianni Comino  1979

Tratto da: SCANDERE 79




Nessun commento:

Posta un commento