mercoledì 10 maggio 2017

PARETI NORD




Sulla Nord del Cervino e dell'Eiger in tempi record

di THOMAS BUBENDORFER

Il Cervino, il 17 luglio '83, giunse inaspettato. Non ero per nulla acclimatato, ma poiché il tempo era splendido sperai di scattare delle belle fotografie.
Ci andai con Peter Rohrmoser di Grossarl, un uomo che in parete non si è fatto mai prendere dal panico. Per lui, amante delle grandi pareti di misto, specialista dell'arrampicata su cascate di ghiaccio, era ovvio che se avessimo intrapreso insieme l'ascensione della parete nord non avremmo portato con noi nessuna corda.
Portai le mie due macchine fotografiche e un obiettivo di ricambio e scattai tre rullini. Dopo un'ora e mezza superammo una cordata giapponese, che per percorrere quello stesso itinerario aveva avuto bisogno di un'intera giornata; le condizioni dell'altrimenti facile parete sommitale erano cattive. Dopo 3 ore e 50 minuti ci trovammo in vetta. In ultimo dovetti lottare molto con l'aria rarefatta e mi trovai a disagio ad avanzare con i ramponi nella neve soffice che ricopriva i ripidi lastroni.
Avevamo arrampicato per tutto il tempo al sole: la nostra pelle era bruciata; le innumerevoli cordate che avanzavano sull'Horligrat senza dubbio la più brutta cresta del mondo, giunsero in vetta un'ora dopo di noi.
Il tempo era sempre splendido.


Eiger, parete nord, 27 luglio 1983; sono dunque di nuovo qua dopo il più lungo e più caldo viaggio in automobile che avessi mai fatto in assoluto; al Walensee ed al Thuner See ho fatto un bagno; a Grindelwald 31 gradi e tutti mezzi nudi.
La cameriera mi riconosce, sorride; in realtà è una studentessa che lavora qui solo durante l'estate e sono felice che mi sorrida, così non mi sento completamente solo. La signora Von Almen che da trent'anni dirige gli alberghi qui alla Kleine Scheidegg, mi saluta rapidamente e mi chiede dove sia il mio compagno, visto che con me non c'è nessuno.
<<Lei vuole andare solo, è necessario?>>
<<>>.
Posso dormire nel deposito degli sci anche questa volta.
Neanche una nuvola in cielo, la vetta dell'Eiger è libera, la parete senza fine, con le sue innumerevoli cascate pomeridiane, che chiaramente si riconoscono senza binocolo. Le condizioni sono le stesse ma, ora che son solo, la parete infinita è molto più alta, ancor più sconfinata di prima: una corda, un compagno cambiano tutto.
In calzoncini corti non mi distinguo fra i turisti, specialmente giapponesi, che in gran numero si aggirano attorno ai tavoli con le loro Canon, Yashica e Mamiya e i loro enormi teleobbiettivi al collo: mi assalgono, devo difendermi. Riconoscono la mia paura, ma ancora resisto. Con le mie due Leica li tengo in pugno; la qualità tedesca è ancora di moda, lo vedo nei loro volti, sono sconfitti.
Non so proprio perché voglio andare da solo: so che non dovrei avere paura, arrampico bene. Ma la parete nord dell'Eiger è pur sempre la parete nord dell'Eiger e mi piacerebbe conoscere chi non si lascia impressionare dalla maestosità di questa parete e dalle numerose storie, spesso tragiche, che vengono sempre evocate dai mezzi di comunicazione di massa.
Ad ogni modo sono facilmente influenzabile; solo di fronte al Cervino ero rilassato. Ora, davanti all'Eiger, la via del ritorno è tagliata, l'ultimo treno per Grindelwald è già partito.
Nessuno mi avrebbe deriso, ma il treno non c'è più. Una corda almeno, un paio di chiodi, ma io non ho niente di niente. Ho due macchine fotografiche, ma queste non le porto con me. Sono proprio stupido, non dovrei lasciarmi prendere dal panico, ma cosa accadrebbe se sulla rampa mi sorprendesse un improvviso abbassamento di pressione, se mi scivolasse dalle mani la piccozza, se mi si rompessero i ramponi, cosa accadrebbe se un sasso mi colpisse, se mi venissero meno le forze e i nervi mi si spezzassero? Cosa accadrebbe se ...e non riesco a togliermi dalla testa la storia di quell'arrampicatore solitario tirolese, di cui si parla in non so quale libro, che preso dal panico era riuscito a fare degli enormi gradini, prima di precipitare; si suppose che i suoi nervi non fossero sufficientemente saldi.
Il giorno seguente però, quando comincia ad arrampicare, non ebbi neanche un secondo di terrore. Scivolai via, quanto più velocemente potei, sotto le tre grandi cascate, eppure ne uscii bagnato fradicio. Sotto la difficile fessura tolsi il rigido scafo di plastica dei miei scarponi e proseguii più agilmente con le scarpette. Questo metodo lo avevo già utilizzato alla Walker e alla prima ascensione in solitaria al pilastro nord delle Droites. Mi fermai giusto due minuti prima dei nevai, calzai nuovamente lo scafo rigido degli scarponi, ai quali assicurai i ramponi di nuova concezione, mi cacciai un pezzo di cioccolata in bocca e sfrecciai per il nevaio, sfruttando fino in fondo le ultime energie.
Per il "Ragno bianco" impiegai 12 minuti. Non corsi, ma arrampicai il più velocemente possibile. Avevo la diarrea e ciò fu un problema soprattutto sul secondo nevaio, molto lungo e sul quale era difficile trovare un posto sicuro per fermarsi.
Dopo 4 ore e 50 minuti ero in vetta. Alle 12 meno due minuti ero di nuovo giù.
Alcuni parlarono di morboso desiderio di raggiungere un record, altri affermarono che salire così velocemente l'Eiger non avesse più nulla a che fare con l'alpinismo, altri ancora parlarono del raggiungimento di nuovi criteri di valutazione. Io stesso non diedi troppe risposte: 100 km dopo Grindelwald la mia automobile si ruppe definitivamente e il mio principale problema fu come tornare a casa con tutto il mio bagaglio.

Tratto da Rivista Cai 1983

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