venerdì 26 maggio 2017

SALITA E DISCESA



Di Alberto Campanile   tratto da Rivista Cai dei "favolosi" anni 80'


 In genere quando si arriva in vetta, magari dopo una lunga e impegnativa parete, la tensione diminuisce e resta solo la preoccupazione di trovare la via giusta per il ritorno. Questa volta però non mi rilasso; ho infatti intenzione di scendere arrampicando lungo la parete nord della Punta Civetta, per la via Aste, cioè da dove sono appena salito.
Sergio, non proprio entusiasta del progetto ribatte: non abbiamo tempo sufficiente, la via è lunga, andiamo a bere una birra al Coldai. Giungemmo a un compromesso: Sergio scende appeso alle corde e io arrampicando. Lungo i cami ni finali della via inizia l'avventura. Ben presto siamo al << tiro chiave >>: una placca grigio gialla (valutata di VI A2).
Sergio mi guarda, appeso ai chiodi della sosta, mentre percorro questo tratto in libera.
Durante la scalata invernale della via, che avevo realizzato alcuni anni fa, in questo punto c'era una grossa cornice che sporgeva: a colpi di martello l'avevamo fatta cadere, poi sulla neve dura avevamo piantato un lungo chiodo a U ..
Adesso è tutto diverso: arrampichiamo leggeri, senza zaino, in pantaloni corti e maglietta per avere massima libertà di movimento ( il vestiario più pesante l'abbiamo attaccato all'imbragatura). Questo, tra l'altro è un anno eccezionale, il gran caldo ha asciugato completamente la parete, anche i camini finali solitamente bagnati, o addirittura innevati.
Lo strapiombo chiave è sopra di noi, restano 15 lunghezze di corda, circa 350 metri di parete e lo zoccolo di 250 metri. Ormai abbiamo preso il ritmo: calo Sergio con un mezzo barcaiolo, lui appeso alle corde "passa" i rinvii, poi io scendo da capocordata. Possiamo procedere veloci perché ci sono rinvii sufficienti e le soste sono ben attrezzate; perciò non dobbiamo perdere tempo a piantare chiodi o a sistemare nuts. Incontriamo una cordata di francesi; per non disturbarli mi sposto a destra su una sola faccia del diedro. Arrampicare in discesa è  molto divertente, perché si ha il vantaggio di non dover vincere la forza di gravità, ma semplicemente ci si limita a controllarla. Basta calarsi lungo la parete, non "tirarsi su". Dall'alto inoltre si ha una visione completa degli appigli e degli appoggi, che in salita è possibile avere solo quando si è superato il tratto più sporgente. In definitiva, in discesa è necessaria probabilmente una tecnica migliore per scaricare correttamente il peso del corpo sui piedi, ma meno forza.
Mentre scendiamo chiacchieriamo, scherziamo, ci stiamo divertendo: arrampicare è proprio un bel gioco.
Le ore pomeridiane sono le migliori per arrampicare in Civetta, ovviamente quando il tempo è buono e non si ha fretta: il sole scalda le rocce e la parete ben illuminata, qui dallo zoccolo, sembra perfino più accogliente. Comunque sia, siamo stanchi e non vediamo l'ora di arrivare al sentiero: stanotte non abbiamo dormito a sufficienza, perché siamo arrivati al Coldai molto tardi e perciò abbiamo pernottato all'aperto ( tra l'altro avevamo appena scalato la via Costantini- Ghedina alla Tofana di Rozes in salita-discesa). Per di più siamo stati svegliati da alcuni tedeschi che prima ancora del sorgere del sole si preparavano per la via ferrata.
Ad Alleghe la birra fa rivivere la gola arsa. Mentre molti rocciatori oggi sono attratti da pareti brevi , difficilissime, da risolvere in arrampicata libera, io amo misurarmi con le grandi pareti rocciose o con le scalate in quota, magari da solo.
Quest'anno mi affascinava l'idea di percorrere gli itinerari classici delle Dolomiti in salita-discesa, arrampicando, con partenza direttamente dal fondovalle.
Può essere una novità per chi ama l'arrampicata sportiva?  Con questo sistema ho scalato in solitaria la via Andrich alla Punta Civetta. Per non perdermi ho lasciato durante la salita, nei punti in cui è possibile smarrire la via, dei segni col magnesio. Mentre scendo mi soffermo ad osservare la maestosità della parete; e ho l'esatta dimensione quando distinguo una cordata d rocciatori; dall'alto appaiono come puntini. Discendo senza soste lungo i caratteristici diedri-camini per non perdere il ritmo, la continuità. Mi rannicchio, poi mi stendo, ora proseguo in opposizione sulle pareti del diedro, ora invece, per ridurre lo sforzo, mi raccolgo a rana.
La discesa viene interrotta dal rombare di un sasso staccatosi dalla via Aste. Precipita sbattendo sulla parete e si rompe in mille pezzi. Sul sentiero gli escursionisti corrono a ripararsi sotto i sassi. Resto fermo qualche minuto; riprendo la scalata una volta svanito l'odore di zolfo del masso frantumato. Scendo calmo e concentrato al punto che quasi non mi accorgo di incrociare una cordata di alpinisti polacchi. Ci fermiamo a chiacchierare, mi chiedono notizie sulle altre vie della Civetta. Appena si rendono conto che sto scendendo in arrampicata mi fanno notare sempre parlando in inglese integrato da gesti, che sono folle; sorridendo rispondo che lo sono: pazzia e normalità sono poi tanto diverse?
Li saluto con un cenno della mano; per un po' restano fermi alla sosta, guardando in basso di tanto in tanto, poi continuano: devono ancora percorrere tutti i tratti più impegnativi e i camini finali. A me restano 7-8 lunghezze di corda e lo zoccolo. Ancora fessure, camini, diedri, strozzature, pance, sbaglio via, torno su, torno giù. Le ore passano e finalmente sono al chiodo ad anello che segna l'inizio della via Aste e Andrich. Poi lo zoccolo  friabile, il nevaio e l'ormai desiderato sentiero. Stanco mi fermo a contemplare steso su una roccia piatta, il variare cromatico della Civetta. All'imbrunire comincio a correre verso Alleghe, aumentando sempre più il passo all'unisono con il ritmo della libertà.

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