giovedì 15 giugno 2017

OCEANO IRRAZIONALE




 Un racconto speciale, diverso, originale, una visione fantastica e interiore di un viaggio verticale in un luogo fantastico.

           IL PRECIPIZIO DEGLI ASTEROIDI  di Ivan Guerini

1974 Il Precipizio degli Asteroidi nella pioggia, mentre i fulmini spezzavano il buio della notte sulla sua sommità. E le stelle cadenti, manciate di sabbie incandescenti nel blu cobalto.

Le fantastiche, lisce e luminose bastionate della Val di Mello, fra queste la probabilmente più evidente e slanciata parete è il Precipizio degli Asteroidi, un picco di 500 metri, sorretto da un altare di altri 250 metri, che chiude la Val Masino, sul fondo, o almeno dà questa impressione dopo qualche chilometro dal suo imbocco. Una grande A di granito, che appare esplodendo la rifrazione del sole, e gli abeti in alto, minuscoli e lontanissimi, al di sopra delle placche terminali, rendono idea delle dimensioni. La via più naturale per risalire la parete, è una fessura, assai  lineare e diretta, proprio al centro di essa, che si espande diramandosi in alto, con un enorme strapiombo; ed appariva come la delicata ed allucinante incisione di una gigantesca tromba che solca a metà la parete. Sul settore di sinistra di essa c’è una grande volta di strapiombi bianchi e arancioni, costituiti da aggettanti escrescenze, simili alla fusione sospesa di magma solidificato; la fessura giunge sulla destra ad uno stretto ed abbarbicato ripiano, con due abeti, sospeso su di un vuoto vertiginoso, è il Pulpito dell’Eremita e qui la parete si adagia aprendosi con immani placche inclinate, solcate da una rampa-diedro sinuosa che scivola tra esse, conducendo alla fine materiale della via. Era assai evidente, il valore ed il significato estetico del problema, io e Mario pensammo senza una ragione precisa che avremmo potuto riuscire in libera, limitando al massimo gli ancoraggi ed i mezzi artificiali, senza precedenti attrezzature con corde fisse, senza jumar, senza chiodi a pressione, e compiendo la salita nell’arco di una giornata. Questa nostra convinzione (e la soluzione materiale delle ipotesi) era derivata da una nostra evoluzione interiore; da questi concetti avrebbe potuto scaturire la possibile etica di questa zona di montagne: compiere pareti che non sono ancora state salite, e talune di “concezione nuova” per questi luoghi arrampicando in cordata normale, con la massima naturalezza e semplicità, come spesso avviene sulle vie di media difficoltà. Una sera stavamo davanti alle baite, parlando con Giovanni, un valligiano, del Martello del Qualido. Così infatti è chiamato il Precipizio degli Asteroidi, lo si capiva bene come esso rappresentasse “l’ostacolo naturale” per tutti e due, arrampicarlo con altrettanta naturalezza, avrebbe potuto comunicare qualcosa di immediato, e forse nemmeno le parole, sarebbero state così significative, ed i nostri mondi razionali, lontani l’uno dall’altro, lo interpretavano in modo diverso, e mentre io avrei desiderato vederlo con la sua mente, Giovanni non avrebbe certo desiderato il contrario. Avrebbe provato una profonda e sincera felicità se io ci fossi riuscito, offrendomi un pezzo di formaggio, e un bicchiere di vino, ma mai per tutto l’oro del mondo avrebbe voluto salirci al mio posto. Si parlava della Val Livincina, una stretta valle a sbocco sospeso che avremmo dovuto risalire per portarci alla base del Precipizio ed in futuro per discendere da esso. Risalivamo lenti, e in cordata camini e canalini della valle con passaggi di IV+, resi scivolosi dal muschio e dalla vegetazione; questo ci fece pensare alla capacità che la gente doveva avere per salire a raccogliere il fieno, nella parte alta della valle, mentre il nostro bivacco notturno, veniva rallegrato dalla presenza di un gruppo di rumorosissimi topi-ragno. In una delle molte risalite della valle, in cui ritornammo bagnati fino al midollo, senza riuscire ad iniziare la salita per l’inclemenza del tempo.
1 luglio 1977 sera Giunti sulla cengia obliqua, alla base del Precipizio degli Asteroidi pensai veramente, alla similitudine con una tromba marina pietrificata, sulla quale ci saremmo inerpicati, il giorno seguente, mentre le colorazioni e le sue volte, esprimevano un plastico mondo capovolto, con le dimensioni di una scheggia di stella spenta, che si consuma. 2 luglio 1977 mattina Ma … la luna gelida, evanescente poggiava sulla sommità di una montagna, come un inafferrabile cerchio spettrale, di immacolata luce al neon. Una scaglia affilata, e parzialmente staccata dalla parete, formava un camino di pochi metri, e questo ci indicò l’inizio della via! Ma la lunga fessura non iniziava a terra ma una cinquantina di metri più in alto, costituiti da una placca ripida e liscia, ed il modo più semplice per entrarvi, sarebbe stato, passare attraverso il Gioco delle Pendenze cioè proprio dove la parete si impenna fra l’inclinato e il verticale, e ci trovammo davanti al “primo impedimento” placca. La luce ne rivelava le ondulazioni sfuggenti, e contrastate, all’inizio non si vedevano le pedule, a causa di un piccolo sbalzo, e questo costituì un breve momento emotivo, con le palme delle mani aperte, e raccolte, ci spingevamo su nell’equilibrio, uscendo a “gocce” e a buchi più profondi nella roccia, fatti dalla pioggia che balzava da margini altissimi di zone strapiombanti, direttamente in quel punto. Un breve salto slanciato ci aprì definitivamente alla nascita della tromba. La prima lunghezza in essa era mista, cioè libera e artificiale, ora eravamo nel mistero della placca, che abbiamo sfiorato per entrare qui! E cosa ci fosse più sopra, non era possibile saperlo, a causa dell’andamento della fessura, vacuità! Nel tempo di mettere tre morbidi chiodi, in punti scanditi, “che non ce ne sia da aggiungerne altri”. Mentre pensavo questo avevo visto Mario abbandonare l’ultima staffa per salire con movimenti continui, solo più tardi ne capivo la ragione: fuori dalla fessura la roccia era cosparsa da asperità e peduncoli, che consentivano gesti ritmici fino alla sosta, costituita da un grosso ciuffo d’erba sospeso, sotto il quale la roccia rientra. Questa fermata aerea e raccolta ci piacque molto. Sopra si vedeva il grande vertice a imbuto della tromba, sembrava vicino, mentre quando più in alto ci trovammo ormai vicini ad esso, ci apparve lontanissimo. Con una splendida lunghezza ad incastro, entrammo all’origine del conflitto delle due fessure, che sbocciano verso l’alto nel fiore strapiombante ocra e arancione. Le zone attorno a noi erano lisce, a volte nascita e morte di profili regolari turbavano la con tenuità, interrotta anche dalle regolari “ombre uscenti”, cioè tetti ed evidenti strapiombi. La nostra mente era immersa in questa via, prezioso solco che l’acqua ha compiuto in molti millenni. Un’altra impegnativa lunghezza con “incastro a croce” nelle fessure parallele, che si allontanano progressivamente, con un tondo vertice “spasmodico” che accresce fra esse, e spinge il tuo petto nel vuoto. E cominciavano a sbucciarsi le nocche delle dita, lasciando minuscole chiazze rosse sulla roccia grigia, ma tutto questo non era doloroso, era molto naturale. La gente che si muoveva giù nella Valle di Mello, appariva come microscopici punti, che anziché muoversi, assumevano posizioni statiche diverse, e non si capiva bene, dalle grida indistinte, che ogni tanto giungevano sino a noi, se chiamavano noi oppure il bestiame; Mario, intanto, sgusciava fuori da un angolo chiuso in alto da uno strapiombo a U simile a un diapason ne uscì oscillando a destra con un movimento agile e slanciato, mentre la sua pedula staccava un po’ di muschio, che mi cadeva addosso. La luce del sole impazziva sulla superficie strapiombante della tromba, dandole dinamiche increspature impalpabili e soffuse, simili ad onde dorate. E Mario nella nicchia sostava vicino ad una lama alta e affilata, al di sopra di noi, la “Lunghezza Finale” il vertice della tromba, il passaggio più difficile, una porta alla liberazione della difficoltà; e visto da sotto poteva anche non sembrarlo affatto. Dopo essermi innalzato abbracciando due lame convergenti, sovrastate da un angolo-camino con la fine acuta, aggettante, arrotondata, che mi impegnò con una serie di movimenti brutali ed esasperanti e mentre prima di uscire il mio corpo scivolava lento nel camino con il profondo della roccia in una situazione che non avrei potuto contenere per molto tempo, mi ritrovai solo un po’ più tardi, in piedi su di un appoggio, con la testa e con le mani toccavo finalmente il grande tetto, nato una seconda volta; senza tremare, pensavo all’abitudine specifica del cervello di assimilare “energia” dalla fatica e le situazioni che si succedevano fluendo lente ed affascinanti, come nettare psichedelico, che scivola su di una superficie, noi ci affondammo ebbri, per farci trasportare da questa esperienza, oceano irrazionale delle sensazioni, attraverso la via di salita. Dopo uno spacco spiovente, sotto il tetto assai difficile, approdai ad un artificiale precario, su cunei di alluminio appena appoggiati e piccoli nuts, su di un pannello mobile, occupatissimo da queste continue soluzioni, quasi senza accorgermene, entravo con roccia tagliente e bagnata, in un antro umido, con un grosso blocco che essendo incastrato solo in due punti, faceva l’altalena sotto le mie pedule. La caduta di una fettuccia nel vuoti che si era fermata in un punto inaccessibile, rendendomi cosciente dell’espansione incontenibile della roccia e della luce, che in quel momento erano una cosa sola, senza profondità o riferimento! Sentivo di aver compreso, interpretando la prima parte della parete che difficoltà e impedimenti erano solo il mezzo per giungere nella parte alta della parete, attraverso un progressivo delirio conseguito nel superare i passaggi; questo ci aveva disinibiti aprendoci ad un più elevato stato di comprensione della realtà. Mario si indaffarava con uno strano e corto artificiale, madido di viscida solubilità! Per raggiungere “il pulpito dell’eremita” l’abete, che isolato sul ciglio del baratro ci sembrava anch’esso lontano e quasi irraggiungibile, ci accolse in una stretta oasi sospesa, con un morbido tappeto di aghi di pino, sapore di fragole e lamponi, un rododendro dai petali densi, e le montagne, con la neve che si ritira dai pascoli, un cielo terso, ma impenetrabile. Sopra di noi le placche finali immerse, brillavano di luce piatta. E la moltitudine di cristalli incandescenti che crepitavano sulla roccia tiepida, come il sole sulla calma superficie del mare, o sopra i dossi nevosi a quattromila metri e sulle dune sabbiose di un deserto. Percepivo la similitudine fra di essi, mentre accarezzavo un lento ritmo di salita la roccia era molto calda, e la gomma delle pedule scottava appiccicandosi. Provai una sensazione già vissuta, percepivo la “relazione”, l’unione con la materia, la roccia pulsava sotto le mie mani, di una vita chimica diversa, e lontanissima dalla mia! Ma tutto era limpido e presente in quel momento. Immersi nella parete, di cui non si vedono i confini, si intuisce però il nostro scorrere sulla sua superficie che si abbassa e si riduce, limitandone la dimensione. Una larga e profonda fessura mi conduceva all’ultima sosta. E venni destato dal soffice, enorme spostamento di un’aquila reale; volò altera, per posarsi fra i dirupi dell’Arcanzo, certamente disturbata dalla nostra presenza. Dove il Precipizio degli Asteroidi si dissolve, trasformandosi, in una distesa ondulata di prati e cupole rocciose, apparvero i resti di due giganteschi alberi uccisi dalla siccità, simili a totem eretti di contorte entità. Ci ritrovammo a “camminare in cordata” su zone desolate e riarse, senza accorgerci, che “il precipizio” era scomparso sotto di noi, che la via era finita! Ce ne rendemmo conto solo in seguito, quando capimmo che questa struttura non aveva vetta, non aveva conclusione! Questo contribuì ad accrescere in modo incontenibile la gioia, perché la via non era terminata, anzi! Probabilmente la vera ascensione iniziava ora! Il rombo del torrente, e aspettando Mario nella discesa, le grida del compagno che chiama, ma non capisco cosa, un insetto si posa sulla mia pelle, l’attimo d’uscita dal passaggio tremendo, le visioni da una sosta, situazioni inesprimibili! Il giorno seguente Mario ed io non avevamo bisogno di scambiarci nulla, più di quello che avevamo vissuto, profondo vuoto di pensiero, in cui non nascono colori o emozioni, per 60 ore di pace sensoriale.

Tratto dalla: “Rivista della Montagna” Marzo 1978 pag:13/14

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