lunedì 30 ottobre 2017

PILIER D’ANGLE D’INVERNO 1970


https://it.wikipedia.org/wiki/Grand_Pilier_d%27Angle
1970. Basta leggere questo scritto, per sentire il freddo dell’Inverno vero, per sentire la paura di non farcela, per capire la Grandezza dell’uomo

PILIER D’ANGLE D’INVERNO

A Parigi nell’autunno del 1970 Andrzej Mroz accarezzava l’idea di una grande prima invernale. La parete nord delle Droites, lo sperone Croz alle Grandes Jorasses e la via Bonatti-Gobbi del 1957 alla parete est e nord-est del Pilier d’Angle aspettavano ancora una invernale. Mroz è alla ricerca di un compagno. Patrick Cordier, che secondo lui è “l’incarnazione della suprema agilità del ragno”, gli propone di fare insieme un’invernale e pensa alle Droites. Per Mroz era quanto di meglio si potesse aspettare ma frattanto le Droites vengono scalate dal 22 dicembre al 4 gennaio. Restava il Pilier d’Angle, anche più prestigioso dello sperone Croz alle Jorasses. Il 17 gennaio 1971 per studiare le condizioni della montagna i due amici salgono al Monte Bianco per la parete est facendo la via Diagonale, e senza saperlo compiono la prima invernale di questo itinerario. Sfortunatamente nella discesa a Chamonix per la via normale cadono tutti e due in un crepaccio e Patrick si rompe un polso. Così chiude per la stagione invernale, e la grande ascensione viene rimessa in dubbio. Per fortuna a fine febbraio un gruppo di alpinisti del Club d’Alta Montagna polacco arriva a Chamonix e propongono a Mroz di aggregarsi a loro. Sono Andrzej Dworak, Janusz Kurizab e Tadek Pietrowski. Gli ultimi due sono vecchie conoscenze di Mroz, mentre l’aspetto fisico del primo non lascia dubbi sulle sue possibilità. Per loro Mroz costituiva un considerevole punto a favore perché nel 1969 aveva aperto la via nuova al Pilier d’Angle. I preparativi procedono alacremente: gli amici hanno portato magnifiche giacche imbottite, prodotte artigianalmente in Polonia, che verranno molto apprezzate e non saranno di troppo. Per una settimana di scalata hanno sacchi enormi pieni di viveri, combustibile, corde, chiodi ed equipaggiamento da bivacco. Il 28 febbraio 1971 il gruppo sale in sei ore dall’Aiguille du Midi al Col de la Fourche della Brenva. Le racchette da neve che hanno preso all’ultimo momento fanno meraviglie. All’interno del bivacco fisso la temperatura è di 26 gradi sotto zero: è un periodo di freddo intenso. Il 1 marzo partono dal rifugio alle 9 e arrivano alla base della parete alle 15, impiegando 6 ore per un percorso che in d’estate ne richiede 2. Ma i sacchi pesano e non c’è fretta: invece è importante acclimatarsi, e inoltre i viveri sono calcolati per 6 o 7 giorni. Mroz attacca subito, sale due lunghezze di corda di 4° grado molto difficili, poi fa salire i suoi compagni per issare gli enormi carichi. La roccia è asciutta e, a parte il freddo atroce, le condizioni sono eccellenti. Improvvisamente il cielo si copre, nevica e l’oscurità cala rapidamente. All’indomani, 2 marzo, gli scalatori scendono dal terrazzo dove hanno bivaccato e risalgono verso il Colle Moore. A poco a poco il cielo si rasserena e quando arrivano al rifugio il tempo si è ristabilito. Il 3 marzo restano al rifugio. Si leva un vento fortissimo che accumula neve fresca sul Pilier. Nel rifugio la temperatura aumenta fino a 18 gradi sotto zero. Il 4 marzo nuova partenza, questa volta con sacchi leggeri perché sullo sperone era stato costituito un deposito. Le rocce incrostate di neve rendono la scalata delicata. Mroz impiega un’ora e mezza a risalire quello che aveva fatto in 30 minuti. Sopra attrezza con chiodi un camino per il giorno dopo e ridiscende al bivacco. Il 5 marzo Janusz Tadek, Mroz e Andrzej Dworak si alternano in testa, e fanno l’errore di togliersi i guanti nei passaggi difficili, per ripulire appigli e fessure ove piantare i chiodi. Le punte delle dita gelano e si ricoprono di dolorose vescichette. Il secondo giorno di scalata i tre non possono esprimere il meglio: sul Pilier non sono saliti che di 250 metri su 900 di dislivello, senza contare gli altri 400 fino in vetta al Bianco. Il 6 marzo Andrzej Dworak attacca. Le difficoltà aumentano e come le altre mattine la nebbia sale dalla vallata portando “una gelida umidità, che penetra in un modo orrendo”. I guanti restano appiccicati alla roccia, mentre le vesciche sulle mani dolgono tremendamente. La notte coglie gli alpinisti prima che abbiano trovato un posto decente per bivaccare. Janusz si è sistemato 20 metri sotto Dworak e Piotrowski mentre Mroz è abbarbicato a un blocco a metà strada. Il 7 marzo Andrzej Dworak passa ancora in testa e arrampica in modo rimarchevole. Scala così il “Bel Diedro”, come viene definito da Bonatti, che secondo Mroz “non è per nulla regalato”. Per bivacco approntano una piazzola di 70 centimetri di larghezza scavata nel ghiaccio. Il cielo è coperto e il vento solleva folate di tormenta; stanno seduti, con la schiena alla parete, le gambe che penzolano nel vuoto, sferzati da raffiche furiose, in una posizione che non permette loro alcun riposo. Alle 8 di mattina il vento si calma. Nel gruppo si sta insinuando quasi inavvertitamente il pericolo rappresentato dalla fatica e dal deterioramento fisico. Devono cercare di uscire dal Pilier il più presto possibile, comunque prima che la loro resistenza venga meno. Passa in testa Mroz; per la prima volta gli alpinisti riescono ad arrampicare con il sacco in spalla. Una lunga traversata in parete nord li porta su un terreno misto con ghiaccio durissimo, per cui sono obbligati a tornare a sinistra sul filo della cresta, ove trovano di nuovo il vento e una tormenta spossante. Con la forza della disperazione raggiungono la cima del Pilier due ore prima dell’oscurità, ma non cercano altro che di ripararsi dall’uragano. Trovano un po’ di calma in un certo qual modo confortevole sotto la cresta ai piedi di un gendarme sul versante sud-ovest, quello del Freney. Il giorno 9 marzo, pensano di riuscire a superare il Monte Bianco e persino di scendere fino a Chamonix. Mroz non ne è tanto sicuro, ma hanno la certezza di arrivare almeno fino alla Vallot. In condizioni normali quest’ultima parte della cresta non richiede più di tre ore fino al Monte Bianco di Courmayeur, ma la macchina umana ha i suoi limiti. I poveretti non camminano più: procedono a quattro zampe, strisciano. Salgono decentemente per qualche lunghezza di corda fin che sono sul versante sud, ma quando escono sulla cresta in ghiaccio vivo durissimo il vento minaccia di fargli perdere l’equilibrio, di spazzarli via. Ancora una volta la notte sorprende gli scalatori che non sono ancora in vetta: al chiaro di luna con un pendolo acrobatico ancorato su chiodi da ghiaccio si portano su un isolotto roccioso alla loro sinistra. Dove prendono la forza per compiere una tale manovra? Il bivacco è quanto di più scomodo si possa immaginare, esposti a un vento glaciale che a 4700 metri minaccia di strappare via il loro sacco-tenda. Il 10 marzo pare un miracolo: cade il vento e la nebbia li avvolge, cosa meno micidiale. Impiegheranno tutta la giornata per arrivare in vetta al Monte Bianco alle 19 e alla Vallot, che per loro significa salvezza, alle 21. Finalmente possono rilassarsi dopo essere stati gomito a gomito con la morte, per indebolimento, per il freddo, per una caduta, la morte che li avrebbe sollevati da ogni sofferenza. Hanno avuto abbastanza forza per resisterle. Giovedì 11 marzo Dworak e Piotrowsky hanno i piedi congelati al punto che non riescono a infilarsi gli scarponi. Passano la giornata cercando di riattivare la circolazione nelle estremità gelate, ma il freddo ha operato troppo in profondità. Bisogna assolutamente chiamare i soccorsi. Il 13 marzo Mroz e Janusz Kurizab scendono per l’Aiguille du Gouter e alle 21 arrivano all’Hotel Bellevue al Col de Voza. “Ci invade un senso di soffocamento”, scrive Mroz, dopo tutte quelle gelide giornate nella tormenta. L’elicottero cerca i compagni immobilizzati alla Vallot, e cinque minuti dopo sono ricoverati all’ospedale di Chamonix. Questo successo fa senz’altro onore alla loro tenacia, alla loro forza di volontà, sebbene abbiano sfiorato la catastrofe. Mroz, alpinista di grandissimo valore, cadrà nel luglio del 1972 scendendo dalla via normale dell’Aiguille Noire de Peutérey, dopo aver tentato una via nuova sulla parete ovest, mentre il compagno Pierre Bougerol verrà tratto in salvo dall’elicottero.

Tratto da “GRANDI IMPRESE SUL MONTE BIANCO”

di André Roch edizione dall’Oglio pag:120/121
 


giovedì 26 ottobre 2017

TORRE TRIESTE IN BIANCO E NERO


Aldo Anghileri
Sullo Spigolo SUD-EST della Torre Trieste in Inverno

di: Aldo Anghileri   da: Rassegna di Montagna 1964  pag:25/27

<< Arriviamo al Rifugio Vazzoler ed, appoggiati alla balaustra, guardiamo incantati la Trieste. Essa si erge davanti a noi maestosa e qualche rara nube evanescente la rende ancor più irreale. Giunti all'attacco della parete verso le 12 dello stesso giorno, dividiamo bene il materiale e prendiamo contatti con la roccia, con l'intenzione di arrivare ad effettuare il 1° bivacco su di una cengia, dove la via Cassin si divide dalla via Carlesso. Formiamo due cordate, composte una da me e Cattaneo e l'altra da Negri e Arcelli. Parto io, ma dopo quattro tiri di corda il buio ci coglie improvvisamente e per maggior sicurezza, decidiamo di legarci in cordata unica: procediamo con attenzione ma abbastanza speditamente. Riprendiamo a salire, affrontando il tratto (35 metri) più duro e delicato della salita per la friabilità e l'esposizione della roccia.. Questo il tiro di corda più impegnativo della salita. Lo supero, dopo essere rimasto un attimo col fiato sospeso, faccio un respiro lungo: <<ce l'ho fatta!>> dico.
Sul traversino, che si trova subito dopo la breve fessura che termina in ottima fermata. Arcelli a causa della scarsa visibilità vola a pendolo per circa 10 metri. Negri è sempre attento e pronto per ogni evenienza e recupera il compagno prontamente. A causa di questo lasciamo in parete due staffe e sei moschettoni; alla fine della salita il materiale impiegato sarà il seguente: 30 moschettoni, 6 staffe, 30 chiodi e 4 cunei di legno.
Quindi ci prepariamo per il bivacco. Ci piazziamo in una cengia inclinata, abbastanza comoda.
Domenica 2 febbraio, ore 8: si riprende a salire. Formiamo due cordate: in testa Negri e Arcelli, seguiamo io e Cattaneo. Il freddo intenso ci paralizza ed ogni tanto ci dobbiamo fermare per scaldarci. Dopo questo tratto di arrampicata libera, arriviamo su una cengia e passo in testa io con Cattaneo.
Si prosegue per altri due tiri di corda, poi ci alterniamo nuovamente. Finalmente il sole giunto a farci compagnia ci riscalda debolmente, ma il vento storto ci frusterà fino a sera.
Dopo aver percorso una sessantina di metri in obliquo, giungiamo ad un diedro. In questo superamento, a 300 metri dalla vetta, vola Negri a causa della fuoriuscita di un cuneo, effettuando un volo di 20 metri. Prontamente tiriamo le corde ed il mi procuro alle mani scottature di una certa entità. Odo il respiro breve, mozzo dallo sforzo di Negri, ma quando mi arriverà vicino la sua risata aperta ancora una volta ha il potere di darci sicurezza senza drammatizzare sull'accaduto. Arriviamo ad un terrazzo. Proseguiamo sino ad una nicchia posta a 50 metri sopra la seconda grande cengia e qui bivacchiamo per la seconda volta. Sono le 16,30. E' un bivacco disagioso di poco agevole adattamento. Alle 19, a causa dell'ubicazione del bivacco e della nebbia, attendiamo invano le segnalazioni da Listolade. Parliamo delle difficoltà da superare, dei 300 metri di parete percorsi oggi; pensiamo ai nostri cari. Ma non siamo soli quassù, sopra di noi strapiombi. Al mattino del terzo giorno alle ore 8 si riprende la salita. Prima cordata: io e Cattaneo; seguono Negri e Arcelli.
Ma le mie mani, a causa dell'incidente di ieri, sono scoppiate con il freddo, e allora decidiamo di formare una cordata unica guidata da Pino Negri: formazione questa che non cambieremo più. Superiamo una fessura strapiombante, giungiamo in cengia, troviamo più rocce abbastanza falici, sino ad arrivare su di una comoda piazzola. Sono le 16 e piazziamo il terzo bivacco a 100 metri dalla vetta.,
Alle ore 19 ci ritroviamo al nostro appuntamento con Silvio: e questa volta le segnalazioni arrivano. Il morale è alto, la vetta è sempre più vicina, al freddo ormai non si bada più, è da quando siamo in parete che ci morde. solo le mie mani mi fanno soffrire.
Il giorno 4, alle ore 8, superiamo due tiri di corda difficili, e poi sentiamo che la parete s'ammoscia, la cima è vicina. Superiamo le ultime difficoltà costituite da un camino verticale vetrato e siamo in vetta. Sopra di noi non v'è più che cielo: la vetta della Trieste per la Cassin è superata. Sono le 12 del 4 febbraio 1964>>

1° salita invernale alla via "Cassin" sulla Torre Trieste

Aldo Anghileri
Pino Negri
Ermenegildo Arcelli
Andrea Cattaneo  1964

martedì 24 ottobre 2017

ROSA D'INVERNO


PUNTA DUFOUR 
Per la Parete Est (Canalone Marinelli) e la cresta Est
1° Invernale: Luciano Bettineschi, Felice Jacchini, Michele Pala, Lino Piantoni
5-6 Febbraio 1965

Da Rivista Cai 1966 pp,69-71

Inverno sulla Est   di Luciano Bettineschi

<< Fin dall'inizio dell'inverno stavamo studiando il modo migliore per dare il nostro contributo all'Anno delle Alpi che stava per iniziare, in ricordo della centenaria vittoria di Whymper sul Cervino.
Ci parve che il miglior programma dei nostri festeggiamenti dovesse consistere in una salita invernale su quella che noi consideriamo la "nostra" parete: la Est del Rosa. E poiché la massima vetta del massiccio, la Dufour, non era ancora stata salita d'inverno per quella parete, la scegliemmo come primo atto del programma che intendevamo attuare a modo nostro, da uomini di  montagna.
Lasciammo Macugnaga il mattino del 4 febbraio. Il tempo era freddo, ma bello. Nel pomeriggio eravamo alla Marinelli, ove ci avevano preceduti, curvi sotto i sacchi, gli amici Ernesto Fich, Carlo Jacchini e Dario Antematter. Passiamo la serata in buona allegria. Ma fu subito tempo di partire.
Alle 22 lasciamo quella "vedetta in prossimità delle vie percorse dalle valanghe" divisi in due cordate: Felice con Luciano e Michele con Lino. Proseguiamo sempre così, alternandoci tutti al comando.
E' nostra intenzione risalire direttamente il canalone Marinelli che d'inverno ... entra in letargo diventando pressoché inoffensivo. Ma affondiamo subito nella neve fin sopra il ginocchio e non ci resta che ripiegare sul crestone Imseng. Così ci vediamo costretti a seguire la via estiva, che il nostro Imseng tracciò nel lontano 1872 insieme ai soliti inglesi.
Poco dopo la mezzanotte le prime difficoltà. Le pile non funzionano più. Cambiamo le batterie, ma ci troviamo ancora quasi al buio. Colpa del freddo intensissimo forse? Comunque, quando tornammo a casa due giorni dopo, le pile tornarono a funzionare con la massima regolarità.
Alle quattro ci sorbiamo la prima seria difficoltà tecnica: un lastrone di ghiaccio che unisce la cresta Imseng con la parete vera e propria. Secondo inatteso incidente: si rompe l'anello di un chiodo. Solite imprecazioni. Continuiamo. Il bello deve ancora venire.
Superiamo agevolmente le "rocce grigie", che si presentano come un misto di 3° superiore, molto esposto; come tutta la via, del resto. Entriamo nello scivolo di ghiaccio che si allarga a ventaglio diventando parete. E' il punto più ripido di tutta l'ascensione: un centinaio di metri con pendenza che si avvicina ai 65°. La neve è comunque buona. Solito lavoro di piccozza, a cui siamo naturalmente allenatissimi. Tre lunghezze, con un chiodo di sicurezza, e siamo fuori. L'esposizione diminuisce sui 50°, ma più ci innalziamo più la neve diventa brutta.
Dalla Nordend arriva improvvisamente un vento freddo e sferzante. Sono quasi le nove. Ci fermiamo a sorbirci un tè, poi passiamo senza eccessivo impegno il labro del crepaccio terminale. Il vento non dà segno di tregua. Sono le avvisaglie della tormenta. Incomincia la doccia: cascate di neve ci investono con frequenza e con intensità sempre maggiore. Il sole, che avevamo salutato poco prima come il liberatore dal freddo polare e che ci aveva tenuto compagnia per tutta la notte, scompare.
Appena sotto il crepaccio terminale troviamo banchi di neve instabile. Dobbiamo usare la massima circospezione per non partire con qualche slavina. Le rocce, che sembrano a portata di mano, vanno e vengono dietro il nevischio. Poco dopo siamo in piena tormenta. Risaliamo lo scivolo finale sui 55°. La bufera diventa sempre più intensa. Il vento sembra strapparci dalla parete da un momento all'altro. Non vediamo più il compagno di cordata. Procediamo d'intuito e con la massima prudenza.
Alcune lunghezze di neve discreta, poi quattro di ghiaccio vivo, in cui la piccozza penetra senza scheggiarlo. Una fatica improba con il terrore di essere scaraventati giù dalla parete perché anche i chiodi sembrano schizzar fuori dalla "vasca" che vi scaviamo.
Siamo una categoria speciale di dannati, che impiega un quarto d'ora per ogni gradino. Di tanto in tanto intravediamo, nelle brevi pause della bufera, le rocce rossastre che ci sovrastano.
Alle 13 tocchiamo la "terraferma".
Attacchiamo le rocce dove si saldano affusolandosi nel ghiaccio. Incontriamo subito un lungo diedro assai esposto e con scarsissimi appigli tutti ricoperti di vetrato.
E' un buon 5° grado. Si continua un po' alla "spera in Dio", sperando appunto di uscire dall'inferno. Dopo il diedro, ci tocca sorbire un susseguirsi di placche fino ad un tetto. E' il momento di togliere dal sacco una staffa, l'unica che abbiamo usato. E su come automi., sballottati dal vento, nella furia degli elementi.
Usciamo sullo spigolo. Due lunghezze ancora, nella illusione di trovare qualche posto buono per l'inevitabile bivacco, spinti da una forza disperata. Sono le diciassette passate. Breve consiglio. Poi ci prepariamo al bivacco.
Vento che urla incessante, nevischio mulinante sul volto, pensieri strani, improvvise paure, brevi silenzi pieni di drammatica attesa. Freddo, tanto freddo.
Siamo ancorati su minuscole cenge a oltre 4300 metri, poco sotto la lapide bianca che abbiamo murato nel 61' a ricordo di Gildo Burgener, il nostro amico caduto proprio lì e non ancora reso dai ghiacciai. Sotto di noi, più di duemila metri di strapiombo. E là in fondo Macugnaga, le nostre case, la Zamboni, il Belvedere. Ci appaiono a tratti le loro piccoli luci, mentre la tormenta va scemando.
Verso mezzanotte il vento si placa. Forse è davvero finita. La notte è eterna, il freddo polare. Lascerà il segno. Ma il crepuscolo ci annuncia una giornata splendida: il cielo è tornato pulito, il vento quasi scomparso.
Alle otto del mattino è tempo di ripartire. La vetta sembra a portata di mano, trecento metri sopra.
Ci spingiamo leggermente verso la sinistra, in direzione del Colle del Papa, poi su dritti verso la cima. D'un tratto, improvviso il rumore di un elicottero. Ci cerca insistentemente senza riuscire a scorgerci, anche perché il nostro non è un luogo troppo adatto per fare segnalazioni. Sapremo poi che è Martignoni insieme al nostro Costantino Pala. Non ci vedono anche perché sono ostacolati dal vento che in alto è ancora molto forte.
Alle 11,25 siamo in vetta.
In paradiso dopo essere stati all'inferno>>

domenica 22 ottobre 2017

LA COMICI D'INVERNO

Foto da: https://www.allegheresort.it/it/destinazione/civetta/

ABBIAMO FATTO LA COMICI! 
di ZBIGNIEW WACH 
( Tratto da CIVETTA di V.DAL BIANCO NUOVI SENTIERI  PAG:184/189 Traduzione di BARBARA SCIERA)

Sono quasi le dieci di sera e io sono sempre nello stesso posto. Dieci metri mi separano dai ragazzi che si trovano un po' più giù dove stanno preparando il posto per il bivacco. Però le cose non vanno molto bene, nevica parecchio e lo spazio è scarso: per questo il lavoro di preparazione dovrà protrarsi ancora. Fa freddo, l'immobilità e l'attesa mi annoiano e molti sono i pensieri che mi girano per la testa.
Siamo usciti dal Coldai verso le quattro e siamo usciti malvolentieri per il freddo e il vento, insomma senza voglia.
E' perlomeno molto strano fare un viaggio così lungo per poi trascinarsi nella notte in mezzo a difficoltà e pericoli. Sotto i nostri piedi la neve scricchiola rimanendo del tutto estranea alle nostre preoccupazioni. Dopo ancora un po' d'attesa il gruppo si è riunito aspettando l'alba. Stavamo attraversando i ghiaioni innevati sotto la Torre di Valgrande dove la pendenza e la qualità della neve rendevano la marcia molto più difficoltosa mentre giù a destra si intravvedevano le luci di Alleghe, mille metri più in basso. Di giorno sarebbe stato certamente più facile e poiché non si riusciva a distinguere niente, abbiamo continuato ad attraversare al buio osservando con una certa apprensione in giù, verso occidente. Dopo la traversata ci siamo sentiti meglio, ma dovevamo evitare le ombre bianche dei massi di cui il fondovalle era pieno girando ora a destra ora a sinistra, in un labirinto dove però si era almeno al sicuro.
Improvvisamente ci siamo trovati di fronte alla nostra parete. Un'altra sosta, il tempo necessario per un bisognino corporale e poi su. L'alba che nel frattempo era spuntata, ci illuminava alle spalle. Avevamo fretta di salire attraverso colatoi e fessure fino al tetto con circa cento metri di corda. Lo zaino fissato al chiodo ... e poi giù, in ritirata generale: la mattinata dello sherpa. Vicino su un altro colatoio si ripete la scena, poi dopo una macchia di neve, pareti ricoperte da una gran quantità di neve sulla quale rimangono le nostre orme tortuose, sempre in su, in su ...
Dopo il bivacco, inizia il secondo giorno dapprima su un po' di misto, poi una traversata e subito l'altra; queste non mancheranno mai lungo tutta la salita. Un piccolo tratto pieno di neve e poi, preannunciata nella descrizione, ci dovrebbe essere una piccola terrazza. La terrazza non c'è e non ci sarà. La neve è molto dura e la nostra speranza è dire "sicuramente troveremo qualcosa per passare". In due rimangono e gli altri due continuano la ricerca della via. Le rocce sono friabili e sgradevoli, la lastra di ghiaccio che ricopre la parete e la posizione che doveva essere comoda, è invece terribile. La fessura vista da vicino si presenta molto pericolosa, un'enorme corazza con sotto due chiodi almeno per essere più tranquilli. Cerchiamo delicatamente di raschiare il ghiaccio, ma la lastra si frantuma e va giù! E anche Marek con essa. Abbiamo preso un po' di paura e abbiamo perso del tempo, qui è già notte, un'altra notte in parete. Torniamo dai compagni in piedi presso la tenda, la situazione in fin dei conti non è niente male. La minestra, il tè, ora ci sentiamo meglio, domani saremo a posto.
Ed ecco il terzo giorno, senza storia. La fessura è riempita di neve, la spazziamo e buttiamo giù, traversiamo la fessura in leggera pendenza e quando la corda rimane incastrata, proviamo un po' di paura. Insisto con la fessura me è troppo scivolosa, incollato alla parete tento di chiodare e non ci riesco, provo più su e ancora niente. Bisogna ridurre il rischio, scivolo giù, cerco di frenare con le mani senza risultato se non quello di ritrovarmi con le mani sanguinanti dieci metri più in basso dopo aver perso tanto tempo. Davanti a noi ci sono ancora quarantacinque metri da superare per giungere ad una sosta che ci auguriamo buona.
La Civetta è una tipica parete nord delle Dolomiti, un'arrampicata sempre difficile su una parete molto difficile, coperta di neve e ghiaccio. Tutto questo ce l'aspettavamo, però la cosa peggiore è il tempo sempre uguale carico di nuvole a nord e un freddo vento, nevica anche un po', ma dolcemente: però dopo due ore tutta la parete è imbiancata. Quando si avvicina la sera, il cielo si schiarisce solo per abbellire il tramonto. La notte è piena di stelle, al mattino di nuovo vento e neve fino a sera. Avremmo potuto sopportare questa situazione? Si certo ci siamo abituati, però solo quando ne siamo usciti fuori! Invece di scendere, come ci suggeriva il buon senso, continuiamo ad andare avanti: così siamo arrivati al quarto bivacco. Buio e ricomincia a nevicare, una ... novità! In qualche modo si dormiva e qualcuno se ne fregava della neve perché c'era la tenda e il calduccio niente male. Dormire, dormire fino al mattino con la speranza di una schiarita. Durante la notte siamo stati svegliati dalla violenza della nevicata e dal rumore del vento che sembrava voler portare via la tenda. Il vento fa un rumore infernale e preme sulla neve che ricopre la tenda. Imprecando ci siamo svegliati per buttarla giù prima che ci schiacciasse con il suo peso, poi di nuovo nel caldo umido del sacco a pelo e il sonno con continue interruzioni. E poi di nuovo vento  e sonno così fino al mattino quando la stanchezza ha preso finalmente il sopravvento.
Il quinto giorno è perso: non avanzeremo molto. Mi sveglio tardi, dopo le nove. Fuori dalla tenda c'è un silenzio ovattato e quando guardo fuori c'è la sorpresa del cielo senza neanche una nuvola.
"Krzysiek, Olek, svegliatevi" grido arrabbiato con me stesso "il tempo perso non è più recuperabile!".
Così partiamo solo verso le undici. Ieri scendendo alla tenda abbiamo trovato una piccola grotta e oggi traslocare lì è il nostro progetto minimo, poi si vedrà. Ci arrampichiamo sulle corde, tutto intorno a noi è pieno di neve. Ai piedi della parete, immacolata la Val Civetta e dappertutto si vedono le conseguenze della nevicata notturna: le pareti della Marmolada, del Sella, della Tofana emergono dalle valli come tante vele dal mare.
Nel frattempo, qui da noi c'è un gran movimento e intanto cominciano a scendere dalla cima le valanghe. Ed ecco la grotta "la porta rossa della parete" e ne varchiamo la soglia. Si sta bene qui, costatiamo, mentre Krysiek e Olek proseguono e subito vediamo che la grotta ha un difetto, ma non pretendiamo troppo, la cosa più importante è che in caso di un eventuale peggioramento possiamo passare qui anche qualche giorno e, rincuorati, prepariamo il bivacco. Il giorno passa presto e arriva la sera, c'è ancora un po' di sole, si può mettere fuori la testa e le mani ghiacciate, ma non per riscaldarle perché manca la fonte del calore.
Il mattino ha l'oro in bocca, si dice, però non questo, questo è un giorno grigio, insulso, c'è ancora il vento ... male. Tutto è grigio, il cielo, la montagna, l'anima. Sul bordo del tetto fisso gli zaini e poi mi arrampico fino al punto raggiunto ieri da Olek: dei sessanta metri della fessura me ne mancano ancora trenta. L'inizio, come sempre dopo il bivacco, è difficile, il corpo è rigido e i muscoli sono torpidi, i primi passi sono malsicuri ma a poco a poco l'entusiasmo si propaga come un'onda calda. Proseguo aiutandomi con il bordo della fessura, man mano che avanzo, anche se c'è un po' più di ghiaccio, mi sento più sicuro. Guardando avanti, esaminando le prossime possibilità, vedo un vecchio chiodo: un attimo di concentrazione, un paio di movimenti ed ecco l'ho preso: bene, ma non tanto perché tende a sfilarsi. Mi arrampico accanto ad esso su una cornice. Benissimo, ancora un po' e arrivo su di una piccola forcella. Il vento mi accoglie. Prima che Marek mi raggiunga sono già gelato, perché non basta né il cappuccio sulla testa, né alcun tentativo di ripararsi, il vento s'insinua dappertutto.
Davanti a noi una paretina abbastanza facile, ma con gli appigli ricoperti di ghiaccio. Dietro l'angolo trovo tre chiodi e, per ogni evenienza, mi assicuro a tutti e tre. Subito dopo provo a raggiungere una piccola traversata, tento in modo classico, niente da fare e ritento: ci vuole più rispetto per i vecchi maestri! Più avanti, dopo una difficile traversata, raggiungo il camino. Assicurando Marek sono perplesso, penso che il camino sarà faticoso, poi costato che lo è e anche molto impegnativo. Lo salgo in spaccata. Gli appigli  sono piccoli e pieni di ghiaccio, sento che sto per scivolare giù. Mi rendo conto del pericolo e cerco disperatamente di attaccarmi alla roccia con ogni mezzo che ho e finalmente ne esco fuori.
Col passare del tempo cresce in noi la meraviglia per il coraggio nell'affrontare la nostra impresa, sfruttiamo i punti deboli della parete e pian piano saliamo verso la cima della Civetta. Arriviamo però ad un precipizio dal quale sembra non ci sia ritorno. All'ora ci viene da pensare all'anno 1931, quando era stata aperta su questa parete un'unica via piena di difficoltà, la Solleder-Lettenbauer, e due uomini dall'audacia veramente straordinaria, Comici e Benedetti, affrontavano l'impresa con ben altri mezzi ... la parete è enorme e riempie di paura che può essere vinta solo dalla volontà, una sovrumana volontà! Che cosa siamo noi nei tuoi confronti, Cavaliere Comici?
L'alba dell'ottavo giorno è ancora molto ventosa, il rumore del vento ci accompagna lungo la salita mentre Olek e io tiriamo i nostri zaini e la via è sempre molto impegnativa e difficile. Lassù Krzysiek e Marek sono impegnati in sempre nuove difficoltà e il giorno passa così. La sera mangiamo su un grande terrazzo dove, da sotto, giunge direttamente la via Philipp.
Il nono giorno inizia nell'euforia perché siamo convinti che manchi ancora poco, che forse oggi arriveremo in vetta. L'euforia dura poco e presto si trasforma in depressione. La parete è sempre complicata, non corrisponde alla descrizione, superiamo dei pilastri verticali quando un vecchio chiodo ci fa cambiare umore e, allo stesso tempo, genera dei dubbi: ma dove siamo? Abbiamo problemi con gli zaini e ciò non ci meraviglia con questa struttura della parete. Nel pomeriggio perdiamo una corda di collegamento il che rende necessario ridurre il numero degli zaini. Alla sera giungiamo sul pendio di neve e da qui nella grotta. Iniziamo a preparare il bivacco, però la curiosità ci suggerisce di dare un'occhiata intorno. Scopriamo un altro pendio e dopo un'ottantina di metri una sistemazione migliore che si trova a destra di un grande spuntone dal quale domani ci si potrebbe portare quasi in vetta.
Ed ecco il decimo giorno nel quale avremmo dovuto raggiungere la cima, però per arrivarci ce n'è ancora di strada. Passiamo dei momenti difficili, ma è molto vicina, perché vediamo la cresta sommitale. La Punta Tissi è sotto di noi, ma sembra che su non si possa andare.
L'undicesimo giorno ci ha sorpresi sotto lo spuntone visto il giorno prima. Abbiamo trovato qualche chiodo e, finalmente verso mezzogiorno siamo usciti dalla parete, dall'ombra e dal freddo, ora siamo baciati dai raggi del sole, sotto il cielo aperto.
I pendii di neve ci portano giù alla sella del Pian della Tenda con facilità, però senza distrarsi e dimenticare dove siamo. Fa caldo in questo versante orientale, tutto sembra vibrare con quest'aria, dobbiamo uscire presto da questa specie di forno. Ecco il Torrani, se ne vede solo il piccolo camino, scaviamo fino a trovare la porta, dentro c'è del pane secco e quello che è rimasto di un vecchio pacco di pasta: l'ultimo pasto l'abbiamo fatto ieri sera. Alle tre e mezza ripartiamo.
Due giorni dopo siamo al rifugio Coldai, mentre intorno a noi infuria la burrasca di neve. Siamo seduti e aspettiamo. Le cose si mettono male, mancano i viveri e il pensiero corre a casa dove ognuno di noi ha quello che gli è più caro, persone e cose. Dietro la finestra infuria la burrasca e noi ci rendiamo conto che non è un sogno l'aver fatto la Comici!

CIVETTA VIA COMICI-BENEDETTI
PRIMA INVERNALE
4-5-6-7-8-9-10-11-12-13-14 MARZO 1979
Krzysztof Pankiewicz
Marek Serwa
Zbigniew Wach
Aleksander (Olak) Warm



domenica 15 ottobre 2017

LE VENTI E CINQUE VIE DI FEDERICA n17



Era da parecchio che non "decidevamo" di allontanarci da casa ... Accetto volentieri l'idea di Federica, Piccole Dolomiti in giornata, una bella sparata, ma con queste giornate i colori autunnali hanno reso il viaggio meno lungo. Tanta gente sui sentieri, tanta gente sulle linee, noi dopo aver girovagato ci troviamo alla base della via Arcobaleno sul Primo Apostolo (http://www.rampegoni.it/file/vie/piccoledolomiti/PrimoApoArcobaleno.pdf) soli e riscaldati dal Sole .... la via è bella, ben chiodata e ammanigliata, sale logica a dx della gran classica... fa caldo, il cielo è azzurrissimo. In discesa passiamo sotto la parte ombrosa del Baffelan, Verona, Vicenza, conosco le vie per averle salite un pomeriggio da solo anni fa... "Saliamo, un po' di ombra non fa male!"
La memoria non c'è più e facciamo un giro sulla parete entrando in tutte le vie possibili ... 
"Che via avete fatto?" ci domandano una volta in cima
"Tutto e niente, siamo stati a spasso rinfrescati dall'ombra!"
Un panino al rifugio e via verso casa..
Arcobaleno la consiglio agli amanti del classico, roccia buona, chiodatura super sufficiente ( non servono protezioni veloci) e esposizione garantita...
ciao, alla prossima!











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venerdì 13 ottobre 2017

TREDICI NORD IN TREDICI GIORNI

ERHARD LORETAN E ANDRE' GEORGES


L'Alpinismo che mi piace di più, quello del "consumo" fisico ...
Grande Avventura, Grande Amicizia, Uomini Speciali

TREDICI NORD IN TREDICI GIORNI   di Erhard Loretan
1989
I sogni non muoiono mai, possono seccarsi, incartapecorirsi, liofilizzarsi, ma basta inumidirli un po’ con l’acqua dell’entusiasmo perché riacquistino volume e sapore. Il 13 gennaio 1989 accompagno André Georges in un nuovo tentativo di concatenare 13 pareti nord dell’Oberland bernese. André Georges, o il ritorno dei morti viventi. Il 15 settembre 1988 un misterioso corrispondente nepalese aveva annunciato la sua morte, poi la notizia era stata smentita. Oggi André è al mio fianco, saliamo alla capanna Mönchsjoch e quando guardiamo le pareti attorno ci prende un brivido di incertezza: le pareti sono nere, austere e inospitali. Il 14 gennaio la storia si ripete: come due anni fa siamo alla base della parete nord del Gross Fiescherhorn. Come due anni fa siamo in vetta dopo quattro ore di scalata. Torniamo alla base con gli sci, da soli. Questa volta abbiamo voluto attenuare il tam-tam della stampa, niente giornalisti che si informano sulla nostra condizione fisica e sui nostri programmi, che misurano il livello sonoro del nostro russare, che diffondono i dettagli del nostro menu e si preoccupano dei nostri disturbi digestivi. La discesa con gli sci è rilassante e rapida. Abbiamo ancora il tempo per andare a fare una ricognizione dell’avvicinamento allo Jungfrau. Il pendio che porta sul grande plateau è di ghiaccio verde … Domani la discesa sarà rischiosa. Ritorniamo alla stazione, dove un impiegato della ferrovia ci offre un caffè. Camminando nella galleria scorgo una cassa piena di chiodi, chiodi da carpentiere, lunghi 180 mm, e mi viene un’idea sulla quale rimugino tutta la notte. Certo, il furto è stato ampiamente premeditato: l’indomani risalgo alla stazione e mi infilo in tasca una bella manciata di chiodi. Faccio tacere i miei scrupoli ripetendomi che una manciata di chiodi non ha mai pesato in modo determinante sul bilancio di una compagnia ferroviaria. Quando arriva il momento di iniziare la discesa estraggo dalla tasca il frutto del mio furtarello, pianto accuratamente un chiodo nel ghiaccio, vi passo attorno la corda e lascio ai 92 kg di Andrè l’onore di collaudare questi rivoluzionari ancoraggi. La Natura l’ha favorito, paghi dunque lo scotto! Con qualche doppia siamo rapidamente ai piedi del nostro secondo obiettivo: la parete nord della Jungfrau. Non è nostra abitudine leggere le relazioni delle guide, così attacchiamo il primo couloir che ci accoglie. È il più marcio di tutta la parete e il superamento del muro sommitale si rivela molto delicato. Più tardi scopriremo che abbiamo fatto la Jungfrau lungo un nuovo itinerario in meno di quattro ore. Il giorno successivo ho appuntamento con i miei vecchi demoni. So che mi attendono al Mönch, avvolti nei loro panni pesanti, e per evitarli approfitto di un elicottero della televisione che ci deposita direttamente ai piedi della parete. Sono sollevato, non devo passare dal punto del mio incidente; vi sono luoghi di sinistra memoria e questo pendio intervallato da salti di roccia è uno di quelli. La crepaccia terminale mi riporta al presente: è delicata, come il canalino che segue, dove il ghiaccio è sottile e vetroso. Per dare più sapore alle difficoltà, tre giorni fa abbiamo lasciato le viti da ghiaccio nel baule dell’automobile. Peccato, l’auto ha meno bisogno di viti da ghiaccio di due alpinisti sulla parete nord del Mönch in un mattino d’inverno. Ci sleghiamo e procediamo fianco a fianco; l’elicottero si alza con noi e ci gira attorno come una mosca ipnotizzata dalla luce della lampadina. Seguiamo una variante che ci conduce direttamente sulla cima: tre ore e mezza per 900 metri di dislivello, siamo proprio in forma! Il giorno successivo, 17 gennaio, ci concediamo una giornata di sosta all’Eigergletscher per prepararci alla nord dell’Eiger, la più grande parete delle Alpi. Ci raggiungono mio cugino Fritz Loretan e Simone, un’amica. Approfittiamo dell’occasione per ordinare una quindicina di chiodi da carpentiere: ci serviranno all’Ebnefluh. Alle 5 del mattino siamo ai piedi dell’Eiger. Le condizioni sono eccellenti e non usiamo la corda fino al “bivacco della morte”. Una breve sosta, poi saliamo la Rampa di conserva, senza togliere i ramponi. Il primo attrezza e quando non ha più materiale il secondo passa in testa. Ci sentiamo abbastanza tranquilli per slegarci alla fine della Rampa, benché la “traversata degli dei” sia delicata. Sono le 15 quando tocchiamo la vetta e un’ora e mezzo più tardi siamo seduti dietro una birra all’Eigergletscher. L’Eiger non è più quello di un tempo e oggi la difficoltà principale sta nell’orientamento: ci sono dappertutto chiodi che portano facilmente gli indecisi fuori strada e le vie si confondono. Il 19 gennaio l’Ebnefluh per la cresta nord richiede due ore e mezza del nostro tempo e il 20 gennaio ci impegniamo sul canale centrale del Gletscherhorn. Dopo 100 metri sento un rumore strano, dapprima lontano, poi sempre più vicino; mi infilo in un buco e sento dei blocchi di ghiaccio che mi sibilano vicino alle orecchie, seguiti da una colata di neve. Andrè è nel couloir un po’ più in basso, proprio sulla linea di caduta. Lascio passare la scarica che dura quasi dieci minuti, poi sporgo la testa dalla mia nicchia e getto uno sguardo verso il basso. Non c’è altro che uno scivolo ben spazzato da un candido operatore ecologico. Divento anch’io di ghiaccio: dov’è? Nell’immobilità degli elementi noto una massa di neve che comincia a muoversi: Andrè è riuscito a proteggersi dietro il suo zaino e ne esce senza un graffio! In quattro ore e mezza sfuggiamo a questo fronte bombardato da una cieca artiglieria. Il 24 gennaio, dieci giorni dopo il Gross Fiescherhorn, saliamo tre pareti in una giornata: Weisse Frau, Blüemlisalphorn e Fründenhorn, quest’ultimo lungo una via che avevo aperto nei miei anni giovanili. Il 26 gennaio lasciamo la cima del Doldenhorn con il parapendio, degna conclusione di tredici giorni di avventura aerea. Sette anni dopo quel “raid delle pareti nord” (tredici pareti in tredici giorni), sono convinto che tecnicamente è stata la mia spedizione più difficile. E se la stampa ha presentato l’immagine di due alpinisti sorridenti e divertiti nel mezzo dell’inverno su vertiginosi pendii, una sorta di Stasky e Hutch dell’Oberland, io non ho certo dimenticato la nostra pressione psicologica di all’ora. Non ho scordato le notti insonni quando i pericoli del giorno dopo venivano a farci visita in anticipo, quando “ sullo schermo delle mie notti bianche” sfilavano gli scenari più catastrofici. Ma se l’attore non facesse mentire lo scenario, dove sarebbe il piacere della messa in scena?

Tratto da: Erhard Loretan Gli 8000 ruggenti edizioni MB ADVERTISING pag:102/104


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mercoledì 11 ottobre 2017

NEL GIARDINO SOPRA CASA



Di "Sentieri" ne ho già parlato qui dentro, ma chissenefrega! Fuori dalla porta c'è questa linea, vicino ad altre linee, ma questa è la più bella ...per me.
Torno la sera, se comincio presto non faccio tardi e l'ora deve ancora cambiare, ho quella voglia da un po' di giorni, non so se devo ma sono certo che posso... mi cambio velocemente, le 17 ...
Sudato arrivo all'attacco, getto lo zaino in terra, lo tratto male, ma credo che a lui piaccia. Infilo le scarpette quasi nuove ma già scollate, le normative e tutto il resto hanno fatto si che la colla incolli meno ... Sacchettino della magica polvere ed inizio a salire, niente aggeggi strani, solo le mie mani bianche e quella super voglia che ho da alcuni giorni. Sentieri è il mio amore verticale, mi piace da matti!
30 minuti dopo è tutto finito ...bene s'intende, Lecco è sotto di me, io sono sopra tutto! Avevo voglia di correre libero toccando gli appigli di Sentieri ... è stato bello, bellissimo, strabello!
Una serata diversa perché voluta e desiderata, forse tempo sprecato, ma non su Sentieri!
BUONE ARRAMPICATE

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martedì 10 ottobre 2017

INTEGRALE DI PEUTEREY D'INVERNO



Mentre salivamo sulla sud del Cervino, avevamo saputo attraverso la radio che diverse cordate stavano tentando la prima invernale dell'Integrale di Peutérey: un'ascensione ambiziosa, che molti alpinisti sognavano di fare da ormai parecchio tempo.
E' dal 1953 che è stata realizzata la prima ascensione integrale della cresta, da parte di R.Hechtel e G.Kittelmann: da allora sono passati quasi vent'anni, con poche ripetizioni e molti tentativi, falliti, di compiere l'exploit invernale. Fra gli altri, ci hanno provato nel '67 il francese Yannick Seigneur con Claude Jager, Jean-Paul Paris e André Parat; nel '71 Louis Audoubert con Guy Panozzo e César Comas; nello stesso anno anche gli italiani Bruno Allemand, Gianni Calcagno, Alessandro Gogna e Guido Machetto.

<<Dai- ci siamo detti, sentendo parlare di questi tentativi- Se non ci riescono, il prossimo anno la facciamo noi!>>. E quella battuta è diventata poi una decisione.
Albertini e Cheney però questa volta non se la sentono. L'Integrale di Peutérey è una scalata che incute soggezzione: richiede una condizione fisica e psicologica ottimale e una grande fortuna. Detta in cifre, si tratta della più lunga cresta delle Alpi: il percorso, che parte dalla Val Veny, è di ottomila metri; copre 3400 metri di dislivello in linea aerea, ma, calcolando le risalite dovute ai continui saliscendi, il dislivello sale a circa 5000 metri; implica settecento metri di corde doppie.
Già il primo tratto, costituito dall'Aiguille Noire, rappresenta da solo un'ascensione molto impegnativa: una cresta di granito compatto, verticale e acuminata, lunga tre chilometri, rispetto a un dislivello di 1300 metri e costituita da cinque guglie con difficoltà costanti e numerosi passaggi di 5° e 5° superiore. Dalla cima dell'Aiguille Noire (m 3773) si scende per un marcato intaglio fino alla Bréche Sud delle Dames Anglaises (m 3435): sono necessarie ben 14 corde doppie di 40 metri l'una, immersi in un paesaggio tetro e selvaggio, sospesi nel vuoto, sopra il ghiacciaio del Freney.
Iniziata questa calata, faticosa e pericolosa, il dado è tratto: non ci si può più tirare indietro. Bisogna continuare a tutti i costi la scalata: attraversare le cinque Dames Anglaises, uno snervante saliscendi su terreno misto; risalire alla Bréche Nord (m 3490), poi al Picco Gugliermina (m 3893) e all'ardito gendarme dell'Epée ( m 3878). Si continua, per creste ghiacciate o pendii di neve e ghiaccio, e per tratti a carattere misto ( neve-roccia), fino all'Aiguille Blanche (m 4108). Arrivati qui, dopo aver superato una crestina di ghiaccio aerea e sottile come una lama, sospesi fra due abissi profondissimi, bisogna ridiscendere per quasi trecento metri lungo un'altra breccia, fino al Col di Peuterey (m 3984).
Infine, l'ultimo balzo di 900 metri, sulle rocce ghiacciate e difficili del Grand Pilier d'Angle e lungo la parte terminale della cresta, un tagliente rasoio, ripidissimo e sovente costituito da ghiaccio verde, quello chiamato <<culo di bottiglia>> perché, duro e trasparente come il vetro, non offre alcuna presa ai ramponi e ai chiodi da ghiaccio e si scheggia in mille pezzi ai colpi della piccozza. Le difficoltà finiscono solo con la calotta del Monte Bianco di Courmayeur.
Si possono ben capire quindi le perplessità dei nostri amici, visto che abbiamo intenzione di affrontare l'Integrale in perfetto stile alpino, senza attrezzare la via e portandoci invece tutto il materiale necessario nei sacchi. Comunque ci garantiscono tutto l'appoggio organizzativo possibile.
Ci prepariamo scrupolosamente e in gran segreto. Del resto, se dicessimo in giro quello che vogliamo fare, ci riderebbero in faccia. Nessuno può essere disponibile a prendere sul serio due ragazzi che non hanno quasi mai messo il naso fuori da Gressoney!
In effetti il Monte Bianco non lo conosciamo neppure. Di noi due, solo Arturo c'è salito una volta, dalla via normale del versante francese.
Così una domenica d'estate andiamo da <<turisti>> in Val Veny, per spiare col binocolo la <<nostra>> salita. Ci mettiamo in un luogo appartato della stazione della funivia di Plan Checrouit, e studiamo per un pomeriggio intero la via, discutendo delle varie fasi della progressione. L'incognita più grande rimane sempre quella: arrivati in vetta all'Aiguille Noire, scendere alla sottostante Brèche per risalire poi le Dames Anglaises: un baratro di cinquecento metri, che bisogna fare a corde doppie.
Il resto non ci intimorisce troppo. L'estate scorsa abbiamo seguito molto, sui giornali, la solitaria di René Desmaison. Pensiamo che il segreto della riuscita sia la velocità. Non bisogna stare a nicchiare, sulla cresta. Così il nostro calcolo preventivo è di impiegarci cinque giorni, non oltre.
Siamo già alle porte dell'inverno, ma dobbiamo ancora procurarci il materiale e questa volta deve essere tutto in regola. Un giorno, tornando da Asti dove abbiamo fatto la solita scorta di vino per la famiglia, decidiamo di andare a Torino, da Ravelli per comprare il materiale. E Ravelli, senza conoscerci, ci dà tutto quello di cui abbiamo bisogno.
Siamo pronti. Abbiamo una tendina triangolare, adatta per dormire in parete; una corda da nove millimetri, lunga ottanta metri; chiodi speciali da ghiaccio, americani; un cordino da sei millimetri, lungo centoventi metri. Questo cordino ci può servire in caso di ritirata se, per un'emergenza, dobbiamo fuggire rapidamente, facendo lunghe corde doppie. Sappiamo che tanti altri che hanno fatto tentativi alla Peutérey, si sono trovati nei guai proprio perché non avevano questa attrezzatura.
Il 19 dicembre partiamo da Gressoney. A casa diciamo che andiamo a fare un giro a Courmayeur. Giuseppe Cheney si presta ad aiutarci per arrivare alla base, da dove inizieremo la salita verso il rifugio della Noire. Questo primo tratto infatti bisogna farlo con gli sci. Giuseppe li riporterà indietro.
I sacchi sono pesantissimi; gli scarponi sono per arrampicare e spesso e volentieri escono dagli attacchi degli sci, facendoci volare goffamente.
Salutiamo Cheney e cominciamo a salire, arrivando già al pomeriggio al rifugio della Noire. Decidiamo di continuare, per bivaccare già in parete, sulla cresta Sud. Ci tocca pestare molta neve e alla sera, al buio, arriviamo appena all'attacco.
Lì c'è del materiale rimasto dal tentativo dell'anno scorso di Alessandro Gogna e dei suoi compagni. Ci sono anche corde fisse con cui probabilmente altri alpinisti hanno attrezzato recentemente la via.
Proviamo a turno, a salire, usando queste corde. Ma non riusciamo ad alzarci più di due metri: i sacchi sono troppo pesanti. E diventa sempre più buio. Proviamo a recuperare dall'alto gli zaini, ma si impigliano ogni momento. Alla fine siamo esausti, senza più forze, e rinunciamo. Scendiamo al rifugio a dormire. La mattina dopo nevischia e decidiamo di tornare a casa, per ritentare quando verrà bel tempo. Lasciamo quasi tutto il materiale al rifugio.
Intanto vediamo che stan salendo quattro alpinisti, anche loro con sacchi enormi. Pensiamo che siano Gogna e Machetto. Invece sono dei francesi: Yannick Seigneur, Michel Feuillarade, Marc Galy e il sacerdote Louis Audoubert. Li conosciamo, e sappiamo che sono molto forti.
Ci salutano cordialmente: <<Scendete? Guardate che la luna è buona e il tempo sta migliorando. Restate con noi!>> tuttavia non cambiamo parere: <<Rimpiangerete di essere tornati indietro- ci dicono-. Au revoir>>.
La sera stessa siamo a casa. Ma avevano ragione i francesi: si sta rasserenando. Da Courmayeur ci telefona anche il padre di Cheney ( quello che forse più di tutti ci ha finora incoraggiato): << Il tempo adesso è bello e le previsioni sono buone. Gli altri sono su. Tornate subito>>.
                             
                                              ****
Non è facile prendere una decisione di questo tipo, da cui sai che dipenderà forse la tua vita. Conosciamo le difficoltà a cui andremo incontro e siamo perplessi. Ci sentiamo soprattutto molto soli. Sono ore di incertezza snervante.
A mezzanotte guardiamo ancora il cielo. E' tutto stellato e c'è anche la luna. Qualcosa scatta. Fissiamo la partenza alle quattro del mattino.
Questa volta siamo facilitati, perché abbiamo gli zaini leggeri; buona parte del materiale è già al rifugio. Qui arriviamo verso mezzogiorno, ma abbiamo una brutta sorpresa: ci manca un sacco di roba. Qualcuno ( ma è difficile intuire chi) ha fatto man bassa di viveri, vino, chiodi ( anche quelli speciali americani!).
Raccattiamo quello che è possibile e decidiamo di andare avanti. Prima di sera superiamo le corde fisse e arriviamo quasi in cresta. Dobbiamo bivaccare in parete, sotto la Bifida.
I francesi non li vediamo, perché sono già molto avanti, hanno un giorno di vantaggio su di noi. Siamo un po' demoralizzati, ma non per questo rinunciamo. Se non sarà una <<prima>>, sarà una  <<prima ripetizione>>!
Alla mattina, appena è chiaro, riprendiamo la salita. Il tempo è bellissimo e ci sentiamo in piena forma. Il nostro affiatamento ci fa proseguire molto velocemente. Basta un niente- una parola, uno sguardo- per intenderci.
E' molto piacevole arrampicare sulle belle placche della Bifida e destreggiarsi fra i camini coperti di verglas: ma nello stesso tempo ci fa molta impressione questa cresta così aerea, costantemente impegnativa, senza punti per rilassarsi, riposarsi. Inoltre il peso enorme dei sacchi ci impaccia notevolmente, sbilanciandoci e affaticando molto le nostre braccia. Così, alla soddisfazione per l'eleganza dell'arrampicata libera si sovrappone l'ansia di uscire al più presto.
Riusciamo in effetti ad essere molto veloci. Il secondo bivacco lo facciamo sulla Punta Ottoz. Da lì riusciamo a scorgere i francesi, che non sono molto lontani.
Il terzo giorno dobbiamo affrontare il problema più grande: la discesa in corda doppia dalla Noire. Nonostante sia tutta attrezzata dai primi salitori, rimane sempre l'incognita di trovare gli ancoraggi, che d'inverno, oltretutto, sono di solito intasati di ghiaccio. Inoltre pesa la consapevolezza che, una volta scesi, non potremo più tornare indietro.
Ci affacciamo al baratro e la paura ci attanaglia lo stomaco. <<Scendi tu per primo>>. <<No, vacci tu>>.
<< Io non voglio calarmi assolutamente!>>. <<Ma stai tranquillo, che ti assicuro bene>>. La discussione andrebbe avanti chissà quanto, se non fosse che entrambi sappiamo di non poter perdere tempo prezioso.

ARTURO
Alla fine tocca a me. Trovare i punti di sosta è una faccenda molto complicata. A volte bisogna obliquare; a volte si rimane sospesi nel vuoto senza saper dove andare. Per fortuna abbiamo un cordino di 120 metri per sicurezza: ma a metà discesa si impiglia e siamo costretti ad abbandonarlo. D'ora in avanti dovremo fare più attenzione alla corda: se si impiglia anche quella?

Finite le doppie, ci incontriamo con i francesi. E' già buio e non si può passar qui la notte. Senza parlarci e nemmeno salutarci ( non si distinguono neppure i volti), proseguiamo insieme per raggiungere il colle dove è possibile bivaccare. I francesi scelgono di salire un couloir che è pieno di pietre. Cerchiamo di star vicini, per evitare di prendere in testa qualche sasso, ma c'è lo stesso parecchia confusione: pietre che rotolano, le urla delle manovre, il rischio che le corde si ingarbugliano e si impigliano.
Arriviamo sul terrazzino verso le venti. Una stretta di mano e subito lavoriamo per sistemarci, scavando tre nicchie per la notte. Poi si comincia a discutere. L'approccio non è molto amichevole. Avendo visto la velocità della nostra progressione, loro temono che noi li superiamo, senza aspettarli.
Salta subito fuori anche la faccenda dei chiodi e dei viveri. Il prete confessa di essere stato lui a prenderceli. <<Il vino era ottimo- dice, facendo lo spiritoso- e, anche i chiodi li ho provati e vanno bene!>>. Si scusa: << Eravamo convinti che non tornaste più>>; ci restituisce i chiodi e ci dà un po' dei loro viveri.
Il <<ghiaccio>> si scioglie. La verità è che nessuno vuole la competizione. Non loro, che sono andicappati da sacchi molto più pesanti dei nostri; non noi, che abbiamo ancora in bocca il sapore amaro dell'assurda gara sul Cervino. Forse ci lega- profondamente- la consapevolezza delle difficoltà che dobbiamo affrontare. La sfida è fra tutti noi e la montagna, e sentiamo che solo se uniamo le nostre forze ce la faremo. E' una convinzione istintiva, e l'istinto avrà ragione.
Cominciamo a scambiarci i rispettivi programmi. Il nostro è di farcela in cinque giorni complessivamente, filando il più possibile; per loro è troppo poco. Addirittura pensano di impiegarci otto o nove giorni. Discutiamo a lungo. Spieghiamo che fare molti bivacchi è un rischio: può sopraggiungere il brutto tempo, non ci bastano i viveri e anche la resistenza fisica viene eccessivamente provata. Alla fine veniamo a un compromesso: cercheremo di metterci sei giorni, cioè  altri tre da adesso in poi; loro in cambio ci daranno altro cibo.
E' la notte di Natale, ma non diciamo niente che ci faccia venire la nostalgia di quello che avremmo fatto a casa. Neppure Louis Audoubert, sacerdote, cerca di sottolineare la ricorrenza.
In effetti è un prete un po' strano. Biondo, occhi azzurri, robusto, coi capelli sempre arruffati, ha un sorriso carico di umanità. A parlare con lui, si capisce che ha una buona cultura, ma nello stesso tempo è di maniere rozze, alla buona. Infatti è un montanaro, viene dai Pirenei. Nulla del suo comportamento fa ricordare la sua condizione di religioso.
Marc Galy è suo cognato: un ragazzone alto e grosso, con la barba nera e la voce roca; è il più giovane della cordata e dev'essere ancora studente. Poi c'è Michel Feuillarade, una guida alpina di Nizza: un tipo molto semplice, di poche parole, sempre calmo e riflessivo, sorridente anche in situazioni balorde.
Infine il francese più in vista è Yannick Seigneur, guida alpina di Chamonix: è molto famoso per le sue imprese alpinistiche e in particolare per le spedizioni fatte in Himalaya ( l'ultima quella al Makalu). Alto e magro, biondo con gli occhi azzurri, il naso affilato, già dall'aspetto fa pensare a un buon arrampicatore.
La compagnia insomma non è male: forse, anche volendo, non avremmo potuto assortirci meglio. Lo verifichiamo subito il mattino dopo, durante la traversata delle Dames Anglaises. Qui è facile perdersi, in un dedalo di canalini ghiacciati, crestine, colatoi e paretine di roccia mediocre. Il prete è l'unico a conoscere la via, perché ha già fatto l'Integrale in estate: quindi fa strada lui e questo ci risparmia un sacco di tempo e problemi. Chissà se, da soli, ce l'avremmo fatta?
Continuiamo ad arrampicare insieme e pian piano ogni rivalità che poteva esserci all'inizio ( nessuno vuole essere da meno degli altri) scompare. La collaborazione si rafforza e a poco a poco diventa vera amicizia.
Arrivando al bivacco Craveri  -alla Bréche Nord delle Dames Anglaises-, a un passaggio difficile Louis rimane indietro ( è senza un rampone, che ha perso il primo giorno). Così, per tacito accordo, passiamo in testa noi,  anche per alternarci nel faticoso compito di fare la traccia nella neve. Passiamo senza fermarci davanti al bivacco, dove invece secondo il programma originario dei francesi avremmo dovuto dormire.
Sulla Nord dell'Aiguille Blanche il tempo si guasta: si alza il vento e sembra prepararsi una bufera. Per fortuna in vetta va meglio, ma le previsione metereologiche non fanno sperare niente di buono. Qui non possiamo fermarci; pensiamo di arrivare al Col di Peutérey per bivaccare.
E' buio e con le pile frontali proseguiamo. Ma a un certo punto, sulla forcella che unisce l'Aiguille Blanche al colle, ci ritroviamo anche senza luce, perché le pile si sono scaricate per il gran freddo. In queste condizioni non possiamo andare avanti, su una crestina che è ghiacciata e affilata come la lama di un coltello.
Ci fermiamo e in un primo momento ci mettiamo a cavalcioni della cresta, con le tende in testa per ripararci dal vento e dal freddo. Poi, a forza di lavorare, riusciamo a spianare qualche centimetro quadrato e a sistemarci relativamente meglio: con le gambe a penzoloni nel vuoto, assicurati solo a un chiodo, a quattromila metri di altezza. Non dormiamo tutta la notte. Vivendo insieme queste ore terribili, ci sentiamo definitivamente uniti, solidali.
Al mattino, una pallida luce filtra attraverso le nuvole: ci saluta una squallida alba. Riprendiamo a camminare, sempre su ghiaccio vivo, faticando a scolpire gli indispensabili scalini. Dopo la discesa in doppia dal Col di Peutérey, ci aspettano ancora novecento metri di cresta terminale. Il tempo sta cambiando, diventa brutto, e fare un altro bivacco significherebbe la fine. I fatti stanno dando ragione alle nostre teorie.
Ce la dobbiamo mettere tutta, dare tutti quanti il meglio di noi stessi. Per aumentare la sicurezza e aiutare Louis, che deve arrangiarsi con un solo rampone, decidiamo di formare una cordata unica. Verso il Monte Bianco di Courmayeur la bufera è in agguato: bisogna vincere la velocità. Abbiamo davanti uno scivolo di ghiaccio alto 150 metri, largo 4 e con 40 centimetri di spessore: se lo attacchiamo direttamente, potremmo farcela; a meno che non si rompa sotto i nostri pesi e ci scaraventi nei crepacci del Freney, mille metri più in basso ...
Il suono della piccozza che picchia è cupo: si cerca di arrivare in profondità, dove il ghiaccio dà maggior sicurezza; ma potrebbe partire un lastrone da un momento all'altro. La placca è inclinata di 50° e abbiamo come assicurazione solo un piccolo chiodo da ghiaccio, che in caso di caduta difficilmente potrebbe tenerci tutti; ma non possiamo indugiare. Viviamo minuti di angoscia.
Noi stiamo in testa e la nostra buona esperienza da ghiacciatori è preziosa. Ce la facciamo. Alle 17 circa siamo in vetta.
Poco più sotto, ci viene spontaneo un gesto che in un'altra situazione sarebbe impensabile: facciamo passare avanti i nostri quattro compagni.
E' un momento magico: ti senti appagato, in pace col mondo ...  Che differenza con l'amarezza del Cervino! Là qualcuno aveva parlato di lotta <<sportiva>> e <<virile>>. Ma che cosa c'è di più importante di un rapporto <<umano>>?
Scattiamo una foto di gruppo. Purtroppo non c'è tempo per assaporare con calma tutte le piacevoli sensazioni che ci sfiorano.  Si scatena la bufera. Vento fortissimo, tormenta: la visibilità è pochissima, anche perché è già buio. Per fortuna Seigneur è a casa propria e conosce bene la via per il rifugio della Vallot, che dobbiamo assolutamente raggiungere, perché non si può bivaccare in vetta. 
<<Conosco la via a memoria e potrei scendere con qualsiasi tempo>>, ci assicura Yannick; ma la stanchezza si fa ormai sentire. Proseguiamo con le pile frontali, in tre cordate da due. Mentre stiamo barcollando nel buio, ci accorgiamo che Marc e Louis non arrivano. Yannick e Michel tornano indietro a cercarli e li trovano seduti, con lo sguardo perso nel vuoto, con quella tipica espressione di beatitudine che può precedere la morte <<bianca>>. Li scuotono e li costringono a riprendere a camminare.
Arriviamo alla Vallot a notte fonda, stanchissimi, completamente disidratati. Siamo tutti molto provati fisicamente e in particolare Marc è come inebetito e cade in una specie di letargo. Sono il vento, l'altitudine, la fatica, che ti fanno diventare matto!
Oltretutto il rifugio è stato lacerato dalla bufera: è pieno di neve e ci costringe praticamente a un altro bivacco, a -30°. Al mattino del 28 dicembre giungiamo finalmente al rifugio Gouter, dove ci aspettano tre amici francesi e due nostri, Franca Filippa e Benito Ossi, con viveri e bevande calde.....

Tratto da : DUE MONTANARI 
EDIZIONE DALL'OGLIO 1985  COLLANA EXPLOITS

sabato 7 ottobre 2017

UNA CRESTA SENZA FINE PARTE 3



MARTEDI 18 AGOSTO

Bivacco ai piedi dell'Aiguille qui Remue. C'è un po' di vento. Ho spianato il suolo e costruito un piccolo  muro a semicerchio. Una piccola placca di neve mi fornirà l'acqua. In tutta la giornata non mi sono mai fermato. Ho percorso molta strada, ma non ho raggiunto il punto che mi ero prefissato. Se oggi non ho incontrato delle difficoltà impreviste, so che nei prossimi giorni non sarà così. E ho già la senzazione di essere uno yo-yo che non smette di andare su e giù. Questa sera mi sarebbe piaciuto trovarmi dall'altra parte dell'Arete des Rochassiers. L'immagino aerea e scomoda. Ho preferito approfittare del relativo comfort che mi offre l'ubicazione del bivacco. Mi sveglio spesso nella notte, inquieto per il tempo. A intervalli, grossi banchi di nebbia umida mi avviluppano. I riflessi della Luna rendono la scena fantomatica e inquietante.

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https://ivoferrari.blogspot.it/2017/07/una-cresta-senza-fine-parte-due.html