martedì 10 ottobre 2017

INTEGRALE DI PEUTEREY D'INVERNO



Mentre salivamo sulla sud del Cervino, avevamo saputo attraverso la radio che diverse cordate stavano tentando la prima invernale dell'Integrale di Peutérey: un'ascensione ambiziosa, che molti alpinisti sognavano di fare da ormai parecchio tempo.
E' dal 1953 che è stata realizzata la prima ascensione integrale della cresta, da parte di R.Hechtel e G.Kittelmann: da allora sono passati quasi vent'anni, con poche ripetizioni e molti tentativi, falliti, di compiere l'exploit invernale. Fra gli altri, ci hanno provato nel '67 il francese Yannick Seigneur con Claude Jager, Jean-Paul Paris e André Parat; nel '71 Louis Audoubert con Guy Panozzo e César Comas; nello stesso anno anche gli italiani Bruno Allemand, Gianni Calcagno, Alessandro Gogna e Guido Machetto.

<<Dai- ci siamo detti, sentendo parlare di questi tentativi- Se non ci riescono, il prossimo anno la facciamo noi!>>. E quella battuta è diventata poi una decisione.
Albertini e Cheney però questa volta non se la sentono. L'Integrale di Peutérey è una scalata che incute soggezzione: richiede una condizione fisica e psicologica ottimale e una grande fortuna. Detta in cifre, si tratta della più lunga cresta delle Alpi: il percorso, che parte dalla Val Veny, è di ottomila metri; copre 3400 metri di dislivello in linea aerea, ma, calcolando le risalite dovute ai continui saliscendi, il dislivello sale a circa 5000 metri; implica settecento metri di corde doppie.
Già il primo tratto, costituito dall'Aiguille Noire, rappresenta da solo un'ascensione molto impegnativa: una cresta di granito compatto, verticale e acuminata, lunga tre chilometri, rispetto a un dislivello di 1300 metri e costituita da cinque guglie con difficoltà costanti e numerosi passaggi di 5° e 5° superiore. Dalla cima dell'Aiguille Noire (m 3773) si scende per un marcato intaglio fino alla Bréche Sud delle Dames Anglaises (m 3435): sono necessarie ben 14 corde doppie di 40 metri l'una, immersi in un paesaggio tetro e selvaggio, sospesi nel vuoto, sopra il ghiacciaio del Freney.
Iniziata questa calata, faticosa e pericolosa, il dado è tratto: non ci si può più tirare indietro. Bisogna continuare a tutti i costi la scalata: attraversare le cinque Dames Anglaises, uno snervante saliscendi su terreno misto; risalire alla Bréche Nord (m 3490), poi al Picco Gugliermina (m 3893) e all'ardito gendarme dell'Epée ( m 3878). Si continua, per creste ghiacciate o pendii di neve e ghiaccio, e per tratti a carattere misto ( neve-roccia), fino all'Aiguille Blanche (m 4108). Arrivati qui, dopo aver superato una crestina di ghiaccio aerea e sottile come una lama, sospesi fra due abissi profondissimi, bisogna ridiscendere per quasi trecento metri lungo un'altra breccia, fino al Col di Peuterey (m 3984).
Infine, l'ultimo balzo di 900 metri, sulle rocce ghiacciate e difficili del Grand Pilier d'Angle e lungo la parte terminale della cresta, un tagliente rasoio, ripidissimo e sovente costituito da ghiaccio verde, quello chiamato <<culo di bottiglia>> perché, duro e trasparente come il vetro, non offre alcuna presa ai ramponi e ai chiodi da ghiaccio e si scheggia in mille pezzi ai colpi della piccozza. Le difficoltà finiscono solo con la calotta del Monte Bianco di Courmayeur.
Si possono ben capire quindi le perplessità dei nostri amici, visto che abbiamo intenzione di affrontare l'Integrale in perfetto stile alpino, senza attrezzare la via e portandoci invece tutto il materiale necessario nei sacchi. Comunque ci garantiscono tutto l'appoggio organizzativo possibile.
Ci prepariamo scrupolosamente e in gran segreto. Del resto, se dicessimo in giro quello che vogliamo fare, ci riderebbero in faccia. Nessuno può essere disponibile a prendere sul serio due ragazzi che non hanno quasi mai messo il naso fuori da Gressoney!
In effetti il Monte Bianco non lo conosciamo neppure. Di noi due, solo Arturo c'è salito una volta, dalla via normale del versante francese.
Così una domenica d'estate andiamo da <<turisti>> in Val Veny, per spiare col binocolo la <<nostra>> salita. Ci mettiamo in un luogo appartato della stazione della funivia di Plan Checrouit, e studiamo per un pomeriggio intero la via, discutendo delle varie fasi della progressione. L'incognita più grande rimane sempre quella: arrivati in vetta all'Aiguille Noire, scendere alla sottostante Brèche per risalire poi le Dames Anglaises: un baratro di cinquecento metri, che bisogna fare a corde doppie.
Il resto non ci intimorisce troppo. L'estate scorsa abbiamo seguito molto, sui giornali, la solitaria di René Desmaison. Pensiamo che il segreto della riuscita sia la velocità. Non bisogna stare a nicchiare, sulla cresta. Così il nostro calcolo preventivo è di impiegarci cinque giorni, non oltre.
Siamo già alle porte dell'inverno, ma dobbiamo ancora procurarci il materiale e questa volta deve essere tutto in regola. Un giorno, tornando da Asti dove abbiamo fatto la solita scorta di vino per la famiglia, decidiamo di andare a Torino, da Ravelli per comprare il materiale. E Ravelli, senza conoscerci, ci dà tutto quello di cui abbiamo bisogno.
Siamo pronti. Abbiamo una tendina triangolare, adatta per dormire in parete; una corda da nove millimetri, lunga ottanta metri; chiodi speciali da ghiaccio, americani; un cordino da sei millimetri, lungo centoventi metri. Questo cordino ci può servire in caso di ritirata se, per un'emergenza, dobbiamo fuggire rapidamente, facendo lunghe corde doppie. Sappiamo che tanti altri che hanno fatto tentativi alla Peutérey, si sono trovati nei guai proprio perché non avevano questa attrezzatura.
Il 19 dicembre partiamo da Gressoney. A casa diciamo che andiamo a fare un giro a Courmayeur. Giuseppe Cheney si presta ad aiutarci per arrivare alla base, da dove inizieremo la salita verso il rifugio della Noire. Questo primo tratto infatti bisogna farlo con gli sci. Giuseppe li riporterà indietro.
I sacchi sono pesantissimi; gli scarponi sono per arrampicare e spesso e volentieri escono dagli attacchi degli sci, facendoci volare goffamente.
Salutiamo Cheney e cominciamo a salire, arrivando già al pomeriggio al rifugio della Noire. Decidiamo di continuare, per bivaccare già in parete, sulla cresta Sud. Ci tocca pestare molta neve e alla sera, al buio, arriviamo appena all'attacco.
Lì c'è del materiale rimasto dal tentativo dell'anno scorso di Alessandro Gogna e dei suoi compagni. Ci sono anche corde fisse con cui probabilmente altri alpinisti hanno attrezzato recentemente la via.
Proviamo a turno, a salire, usando queste corde. Ma non riusciamo ad alzarci più di due metri: i sacchi sono troppo pesanti. E diventa sempre più buio. Proviamo a recuperare dall'alto gli zaini, ma si impigliano ogni momento. Alla fine siamo esausti, senza più forze, e rinunciamo. Scendiamo al rifugio a dormire. La mattina dopo nevischia e decidiamo di tornare a casa, per ritentare quando verrà bel tempo. Lasciamo quasi tutto il materiale al rifugio.
Intanto vediamo che stan salendo quattro alpinisti, anche loro con sacchi enormi. Pensiamo che siano Gogna e Machetto. Invece sono dei francesi: Yannick Seigneur, Michel Feuillarade, Marc Galy e il sacerdote Louis Audoubert. Li conosciamo, e sappiamo che sono molto forti.
Ci salutano cordialmente: <<Scendete? Guardate che la luna è buona e il tempo sta migliorando. Restate con noi!>> tuttavia non cambiamo parere: <<Rimpiangerete di essere tornati indietro- ci dicono-. Au revoir>>.
La sera stessa siamo a casa. Ma avevano ragione i francesi: si sta rasserenando. Da Courmayeur ci telefona anche il padre di Cheney ( quello che forse più di tutti ci ha finora incoraggiato): << Il tempo adesso è bello e le previsioni sono buone. Gli altri sono su. Tornate subito>>.
                             
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Non è facile prendere una decisione di questo tipo, da cui sai che dipenderà forse la tua vita. Conosciamo le difficoltà a cui andremo incontro e siamo perplessi. Ci sentiamo soprattutto molto soli. Sono ore di incertezza snervante.
A mezzanotte guardiamo ancora il cielo. E' tutto stellato e c'è anche la luna. Qualcosa scatta. Fissiamo la partenza alle quattro del mattino.
Questa volta siamo facilitati, perché abbiamo gli zaini leggeri; buona parte del materiale è già al rifugio. Qui arriviamo verso mezzogiorno, ma abbiamo una brutta sorpresa: ci manca un sacco di roba. Qualcuno ( ma è difficile intuire chi) ha fatto man bassa di viveri, vino, chiodi ( anche quelli speciali americani!).
Raccattiamo quello che è possibile e decidiamo di andare avanti. Prima di sera superiamo le corde fisse e arriviamo quasi in cresta. Dobbiamo bivaccare in parete, sotto la Bifida.
I francesi non li vediamo, perché sono già molto avanti, hanno un giorno di vantaggio su di noi. Siamo un po' demoralizzati, ma non per questo rinunciamo. Se non sarà una <<prima>>, sarà una  <<prima ripetizione>>!
Alla mattina, appena è chiaro, riprendiamo la salita. Il tempo è bellissimo e ci sentiamo in piena forma. Il nostro affiatamento ci fa proseguire molto velocemente. Basta un niente- una parola, uno sguardo- per intenderci.
E' molto piacevole arrampicare sulle belle placche della Bifida e destreggiarsi fra i camini coperti di verglas: ma nello stesso tempo ci fa molta impressione questa cresta così aerea, costantemente impegnativa, senza punti per rilassarsi, riposarsi. Inoltre il peso enorme dei sacchi ci impaccia notevolmente, sbilanciandoci e affaticando molto le nostre braccia. Così, alla soddisfazione per l'eleganza dell'arrampicata libera si sovrappone l'ansia di uscire al più presto.
Riusciamo in effetti ad essere molto veloci. Il secondo bivacco lo facciamo sulla Punta Ottoz. Da lì riusciamo a scorgere i francesi, che non sono molto lontani.
Il terzo giorno dobbiamo affrontare il problema più grande: la discesa in corda doppia dalla Noire. Nonostante sia tutta attrezzata dai primi salitori, rimane sempre l'incognita di trovare gli ancoraggi, che d'inverno, oltretutto, sono di solito intasati di ghiaccio. Inoltre pesa la consapevolezza che, una volta scesi, non potremo più tornare indietro.
Ci affacciamo al baratro e la paura ci attanaglia lo stomaco. <<Scendi tu per primo>>. <<No, vacci tu>>.
<< Io non voglio calarmi assolutamente!>>. <<Ma stai tranquillo, che ti assicuro bene>>. La discussione andrebbe avanti chissà quanto, se non fosse che entrambi sappiamo di non poter perdere tempo prezioso.

ARTURO
Alla fine tocca a me. Trovare i punti di sosta è una faccenda molto complicata. A volte bisogna obliquare; a volte si rimane sospesi nel vuoto senza saper dove andare. Per fortuna abbiamo un cordino di 120 metri per sicurezza: ma a metà discesa si impiglia e siamo costretti ad abbandonarlo. D'ora in avanti dovremo fare più attenzione alla corda: se si impiglia anche quella?

Finite le doppie, ci incontriamo con i francesi. E' già buio e non si può passar qui la notte. Senza parlarci e nemmeno salutarci ( non si distinguono neppure i volti), proseguiamo insieme per raggiungere il colle dove è possibile bivaccare. I francesi scelgono di salire un couloir che è pieno di pietre. Cerchiamo di star vicini, per evitare di prendere in testa qualche sasso, ma c'è lo stesso parecchia confusione: pietre che rotolano, le urla delle manovre, il rischio che le corde si ingarbugliano e si impigliano.
Arriviamo sul terrazzino verso le venti. Una stretta di mano e subito lavoriamo per sistemarci, scavando tre nicchie per la notte. Poi si comincia a discutere. L'approccio non è molto amichevole. Avendo visto la velocità della nostra progressione, loro temono che noi li superiamo, senza aspettarli.
Salta subito fuori anche la faccenda dei chiodi e dei viveri. Il prete confessa di essere stato lui a prenderceli. <<Il vino era ottimo- dice, facendo lo spiritoso- e, anche i chiodi li ho provati e vanno bene!>>. Si scusa: << Eravamo convinti che non tornaste più>>; ci restituisce i chiodi e ci dà un po' dei loro viveri.
Il <<ghiaccio>> si scioglie. La verità è che nessuno vuole la competizione. Non loro, che sono andicappati da sacchi molto più pesanti dei nostri; non noi, che abbiamo ancora in bocca il sapore amaro dell'assurda gara sul Cervino. Forse ci lega- profondamente- la consapevolezza delle difficoltà che dobbiamo affrontare. La sfida è fra tutti noi e la montagna, e sentiamo che solo se uniamo le nostre forze ce la faremo. E' una convinzione istintiva, e l'istinto avrà ragione.
Cominciamo a scambiarci i rispettivi programmi. Il nostro è di farcela in cinque giorni complessivamente, filando il più possibile; per loro è troppo poco. Addirittura pensano di impiegarci otto o nove giorni. Discutiamo a lungo. Spieghiamo che fare molti bivacchi è un rischio: può sopraggiungere il brutto tempo, non ci bastano i viveri e anche la resistenza fisica viene eccessivamente provata. Alla fine veniamo a un compromesso: cercheremo di metterci sei giorni, cioè  altri tre da adesso in poi; loro in cambio ci daranno altro cibo.
E' la notte di Natale, ma non diciamo niente che ci faccia venire la nostalgia di quello che avremmo fatto a casa. Neppure Louis Audoubert, sacerdote, cerca di sottolineare la ricorrenza.
In effetti è un prete un po' strano. Biondo, occhi azzurri, robusto, coi capelli sempre arruffati, ha un sorriso carico di umanità. A parlare con lui, si capisce che ha una buona cultura, ma nello stesso tempo è di maniere rozze, alla buona. Infatti è un montanaro, viene dai Pirenei. Nulla del suo comportamento fa ricordare la sua condizione di religioso.
Marc Galy è suo cognato: un ragazzone alto e grosso, con la barba nera e la voce roca; è il più giovane della cordata e dev'essere ancora studente. Poi c'è Michel Feuillarade, una guida alpina di Nizza: un tipo molto semplice, di poche parole, sempre calmo e riflessivo, sorridente anche in situazioni balorde.
Infine il francese più in vista è Yannick Seigneur, guida alpina di Chamonix: è molto famoso per le sue imprese alpinistiche e in particolare per le spedizioni fatte in Himalaya ( l'ultima quella al Makalu). Alto e magro, biondo con gli occhi azzurri, il naso affilato, già dall'aspetto fa pensare a un buon arrampicatore.
La compagnia insomma non è male: forse, anche volendo, non avremmo potuto assortirci meglio. Lo verifichiamo subito il mattino dopo, durante la traversata delle Dames Anglaises. Qui è facile perdersi, in un dedalo di canalini ghiacciati, crestine, colatoi e paretine di roccia mediocre. Il prete è l'unico a conoscere la via, perché ha già fatto l'Integrale in estate: quindi fa strada lui e questo ci risparmia un sacco di tempo e problemi. Chissà se, da soli, ce l'avremmo fatta?
Continuiamo ad arrampicare insieme e pian piano ogni rivalità che poteva esserci all'inizio ( nessuno vuole essere da meno degli altri) scompare. La collaborazione si rafforza e a poco a poco diventa vera amicizia.
Arrivando al bivacco Craveri  -alla Bréche Nord delle Dames Anglaises-, a un passaggio difficile Louis rimane indietro ( è senza un rampone, che ha perso il primo giorno). Così, per tacito accordo, passiamo in testa noi,  anche per alternarci nel faticoso compito di fare la traccia nella neve. Passiamo senza fermarci davanti al bivacco, dove invece secondo il programma originario dei francesi avremmo dovuto dormire.
Sulla Nord dell'Aiguille Blanche il tempo si guasta: si alza il vento e sembra prepararsi una bufera. Per fortuna in vetta va meglio, ma le previsione metereologiche non fanno sperare niente di buono. Qui non possiamo fermarci; pensiamo di arrivare al Col di Peutérey per bivaccare.
E' buio e con le pile frontali proseguiamo. Ma a un certo punto, sulla forcella che unisce l'Aiguille Blanche al colle, ci ritroviamo anche senza luce, perché le pile si sono scaricate per il gran freddo. In queste condizioni non possiamo andare avanti, su una crestina che è ghiacciata e affilata come la lama di un coltello.
Ci fermiamo e in un primo momento ci mettiamo a cavalcioni della cresta, con le tende in testa per ripararci dal vento e dal freddo. Poi, a forza di lavorare, riusciamo a spianare qualche centimetro quadrato e a sistemarci relativamente meglio: con le gambe a penzoloni nel vuoto, assicurati solo a un chiodo, a quattromila metri di altezza. Non dormiamo tutta la notte. Vivendo insieme queste ore terribili, ci sentiamo definitivamente uniti, solidali.
Al mattino, una pallida luce filtra attraverso le nuvole: ci saluta una squallida alba. Riprendiamo a camminare, sempre su ghiaccio vivo, faticando a scolpire gli indispensabili scalini. Dopo la discesa in doppia dal Col di Peutérey, ci aspettano ancora novecento metri di cresta terminale. Il tempo sta cambiando, diventa brutto, e fare un altro bivacco significherebbe la fine. I fatti stanno dando ragione alle nostre teorie.
Ce la dobbiamo mettere tutta, dare tutti quanti il meglio di noi stessi. Per aumentare la sicurezza e aiutare Louis, che deve arrangiarsi con un solo rampone, decidiamo di formare una cordata unica. Verso il Monte Bianco di Courmayeur la bufera è in agguato: bisogna vincere la velocità. Abbiamo davanti uno scivolo di ghiaccio alto 150 metri, largo 4 e con 40 centimetri di spessore: se lo attacchiamo direttamente, potremmo farcela; a meno che non si rompa sotto i nostri pesi e ci scaraventi nei crepacci del Freney, mille metri più in basso ...
Il suono della piccozza che picchia è cupo: si cerca di arrivare in profondità, dove il ghiaccio dà maggior sicurezza; ma potrebbe partire un lastrone da un momento all'altro. La placca è inclinata di 50° e abbiamo come assicurazione solo un piccolo chiodo da ghiaccio, che in caso di caduta difficilmente potrebbe tenerci tutti; ma non possiamo indugiare. Viviamo minuti di angoscia.
Noi stiamo in testa e la nostra buona esperienza da ghiacciatori è preziosa. Ce la facciamo. Alle 17 circa siamo in vetta.
Poco più sotto, ci viene spontaneo un gesto che in un'altra situazione sarebbe impensabile: facciamo passare avanti i nostri quattro compagni.
E' un momento magico: ti senti appagato, in pace col mondo ...  Che differenza con l'amarezza del Cervino! Là qualcuno aveva parlato di lotta <<sportiva>> e <<virile>>. Ma che cosa c'è di più importante di un rapporto <<umano>>?
Scattiamo una foto di gruppo. Purtroppo non c'è tempo per assaporare con calma tutte le piacevoli sensazioni che ci sfiorano.  Si scatena la bufera. Vento fortissimo, tormenta: la visibilità è pochissima, anche perché è già buio. Per fortuna Seigneur è a casa propria e conosce bene la via per il rifugio della Vallot, che dobbiamo assolutamente raggiungere, perché non si può bivaccare in vetta. 
<<Conosco la via a memoria e potrei scendere con qualsiasi tempo>>, ci assicura Yannick; ma la stanchezza si fa ormai sentire. Proseguiamo con le pile frontali, in tre cordate da due. Mentre stiamo barcollando nel buio, ci accorgiamo che Marc e Louis non arrivano. Yannick e Michel tornano indietro a cercarli e li trovano seduti, con lo sguardo perso nel vuoto, con quella tipica espressione di beatitudine che può precedere la morte <<bianca>>. Li scuotono e li costringono a riprendere a camminare.
Arriviamo alla Vallot a notte fonda, stanchissimi, completamente disidratati. Siamo tutti molto provati fisicamente e in particolare Marc è come inebetito e cade in una specie di letargo. Sono il vento, l'altitudine, la fatica, che ti fanno diventare matto!
Oltretutto il rifugio è stato lacerato dalla bufera: è pieno di neve e ci costringe praticamente a un altro bivacco, a -30°. Al mattino del 28 dicembre giungiamo finalmente al rifugio Gouter, dove ci aspettano tre amici francesi e due nostri, Franca Filippa e Benito Ossi, con viveri e bevande calde.....

Tratto da : DUE MONTANARI 
EDIZIONE DALL'OGLIO 1985  COLLANA EXPLOITS

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