lunedì 30 ottobre 2017

PILIER D’ANGLE D’INVERNO 1970


https://it.wikipedia.org/wiki/Grand_Pilier_d%27Angle
1970. Basta leggere questo scritto, per sentire il freddo dell’Inverno vero, per sentire la paura di non farcela, per capire la Grandezza dell’uomo

PILIER D’ANGLE D’INVERNO

A Parigi nell’autunno del 1970 Andrzej Mroz accarezzava l’idea di una grande prima invernale. La parete nord delle Droites, lo sperone Croz alle Grandes Jorasses e la via Bonatti-Gobbi del 1957 alla parete est e nord-est del Pilier d’Angle aspettavano ancora una invernale. Mroz è alla ricerca di un compagno. Patrick Cordier, che secondo lui è “l’incarnazione della suprema agilità del ragno”, gli propone di fare insieme un’invernale e pensa alle Droites. Per Mroz era quanto di meglio si potesse aspettare ma frattanto le Droites vengono scalate dal 22 dicembre al 4 gennaio. Restava il Pilier d’Angle, anche più prestigioso dello sperone Croz alle Jorasses. Il 17 gennaio 1971 per studiare le condizioni della montagna i due amici salgono al Monte Bianco per la parete est facendo la via Diagonale, e senza saperlo compiono la prima invernale di questo itinerario. Sfortunatamente nella discesa a Chamonix per la via normale cadono tutti e due in un crepaccio e Patrick si rompe un polso. Così chiude per la stagione invernale, e la grande ascensione viene rimessa in dubbio. Per fortuna a fine febbraio un gruppo di alpinisti del Club d’Alta Montagna polacco arriva a Chamonix e propongono a Mroz di aggregarsi a loro. Sono Andrzej Dworak, Janusz Kurizab e Tadek Pietrowski. Gli ultimi due sono vecchie conoscenze di Mroz, mentre l’aspetto fisico del primo non lascia dubbi sulle sue possibilità. Per loro Mroz costituiva un considerevole punto a favore perché nel 1969 aveva aperto la via nuova al Pilier d’Angle. I preparativi procedono alacremente: gli amici hanno portato magnifiche giacche imbottite, prodotte artigianalmente in Polonia, che verranno molto apprezzate e non saranno di troppo. Per una settimana di scalata hanno sacchi enormi pieni di viveri, combustibile, corde, chiodi ed equipaggiamento da bivacco. Il 28 febbraio 1971 il gruppo sale in sei ore dall’Aiguille du Midi al Col de la Fourche della Brenva. Le racchette da neve che hanno preso all’ultimo momento fanno meraviglie. All’interno del bivacco fisso la temperatura è di 26 gradi sotto zero: è un periodo di freddo intenso. Il 1 marzo partono dal rifugio alle 9 e arrivano alla base della parete alle 15, impiegando 6 ore per un percorso che in d’estate ne richiede 2. Ma i sacchi pesano e non c’è fretta: invece è importante acclimatarsi, e inoltre i viveri sono calcolati per 6 o 7 giorni. Mroz attacca subito, sale due lunghezze di corda di 4° grado molto difficili, poi fa salire i suoi compagni per issare gli enormi carichi. La roccia è asciutta e, a parte il freddo atroce, le condizioni sono eccellenti. Improvvisamente il cielo si copre, nevica e l’oscurità cala rapidamente. All’indomani, 2 marzo, gli scalatori scendono dal terrazzo dove hanno bivaccato e risalgono verso il Colle Moore. A poco a poco il cielo si rasserena e quando arrivano al rifugio il tempo si è ristabilito. Il 3 marzo restano al rifugio. Si leva un vento fortissimo che accumula neve fresca sul Pilier. Nel rifugio la temperatura aumenta fino a 18 gradi sotto zero. Il 4 marzo nuova partenza, questa volta con sacchi leggeri perché sullo sperone era stato costituito un deposito. Le rocce incrostate di neve rendono la scalata delicata. Mroz impiega un’ora e mezza a risalire quello che aveva fatto in 30 minuti. Sopra attrezza con chiodi un camino per il giorno dopo e ridiscende al bivacco. Il 5 marzo Janusz Tadek, Mroz e Andrzej Dworak si alternano in testa, e fanno l’errore di togliersi i guanti nei passaggi difficili, per ripulire appigli e fessure ove piantare i chiodi. Le punte delle dita gelano e si ricoprono di dolorose vescichette. Il secondo giorno di scalata i tre non possono esprimere il meglio: sul Pilier non sono saliti che di 250 metri su 900 di dislivello, senza contare gli altri 400 fino in vetta al Bianco. Il 6 marzo Andrzej Dworak attacca. Le difficoltà aumentano e come le altre mattine la nebbia sale dalla vallata portando “una gelida umidità, che penetra in un modo orrendo”. I guanti restano appiccicati alla roccia, mentre le vesciche sulle mani dolgono tremendamente. La notte coglie gli alpinisti prima che abbiano trovato un posto decente per bivaccare. Janusz si è sistemato 20 metri sotto Dworak e Piotrowski mentre Mroz è abbarbicato a un blocco a metà strada. Il 7 marzo Andrzej Dworak passa ancora in testa e arrampica in modo rimarchevole. Scala così il “Bel Diedro”, come viene definito da Bonatti, che secondo Mroz “non è per nulla regalato”. Per bivacco approntano una piazzola di 70 centimetri di larghezza scavata nel ghiaccio. Il cielo è coperto e il vento solleva folate di tormenta; stanno seduti, con la schiena alla parete, le gambe che penzolano nel vuoto, sferzati da raffiche furiose, in una posizione che non permette loro alcun riposo. Alle 8 di mattina il vento si calma. Nel gruppo si sta insinuando quasi inavvertitamente il pericolo rappresentato dalla fatica e dal deterioramento fisico. Devono cercare di uscire dal Pilier il più presto possibile, comunque prima che la loro resistenza venga meno. Passa in testa Mroz; per la prima volta gli alpinisti riescono ad arrampicare con il sacco in spalla. Una lunga traversata in parete nord li porta su un terreno misto con ghiaccio durissimo, per cui sono obbligati a tornare a sinistra sul filo della cresta, ove trovano di nuovo il vento e una tormenta spossante. Con la forza della disperazione raggiungono la cima del Pilier due ore prima dell’oscurità, ma non cercano altro che di ripararsi dall’uragano. Trovano un po’ di calma in un certo qual modo confortevole sotto la cresta ai piedi di un gendarme sul versante sud-ovest, quello del Freney. Il giorno 9 marzo, pensano di riuscire a superare il Monte Bianco e persino di scendere fino a Chamonix. Mroz non ne è tanto sicuro, ma hanno la certezza di arrivare almeno fino alla Vallot. In condizioni normali quest’ultima parte della cresta non richiede più di tre ore fino al Monte Bianco di Courmayeur, ma la macchina umana ha i suoi limiti. I poveretti non camminano più: procedono a quattro zampe, strisciano. Salgono decentemente per qualche lunghezza di corda fin che sono sul versante sud, ma quando escono sulla cresta in ghiaccio vivo durissimo il vento minaccia di fargli perdere l’equilibrio, di spazzarli via. Ancora una volta la notte sorprende gli scalatori che non sono ancora in vetta: al chiaro di luna con un pendolo acrobatico ancorato su chiodi da ghiaccio si portano su un isolotto roccioso alla loro sinistra. Dove prendono la forza per compiere una tale manovra? Il bivacco è quanto di più scomodo si possa immaginare, esposti a un vento glaciale che a 4700 metri minaccia di strappare via il loro sacco-tenda. Il 10 marzo pare un miracolo: cade il vento e la nebbia li avvolge, cosa meno micidiale. Impiegheranno tutta la giornata per arrivare in vetta al Monte Bianco alle 19 e alla Vallot, che per loro significa salvezza, alle 21. Finalmente possono rilassarsi dopo essere stati gomito a gomito con la morte, per indebolimento, per il freddo, per una caduta, la morte che li avrebbe sollevati da ogni sofferenza. Hanno avuto abbastanza forza per resisterle. Giovedì 11 marzo Dworak e Piotrowsky hanno i piedi congelati al punto che non riescono a infilarsi gli scarponi. Passano la giornata cercando di riattivare la circolazione nelle estremità gelate, ma il freddo ha operato troppo in profondità. Bisogna assolutamente chiamare i soccorsi. Il 13 marzo Mroz e Janusz Kurizab scendono per l’Aiguille du Gouter e alle 21 arrivano all’Hotel Bellevue al Col de Voza. “Ci invade un senso di soffocamento”, scrive Mroz, dopo tutte quelle gelide giornate nella tormenta. L’elicottero cerca i compagni immobilizzati alla Vallot, e cinque minuti dopo sono ricoverati all’ospedale di Chamonix. Questo successo fa senz’altro onore alla loro tenacia, alla loro forza di volontà, sebbene abbiano sfiorato la catastrofe. Mroz, alpinista di grandissimo valore, cadrà nel luglio del 1972 scendendo dalla via normale dell’Aiguille Noire de Peutérey, dopo aver tentato una via nuova sulla parete ovest, mentre il compagno Pierre Bougerol verrà tratto in salvo dall’elicottero.

Tratto da “GRANDI IMPRESE SUL MONTE BIANCO”

di André Roch edizione dall’Oglio pag:120/121
 


Nessun commento:

Posta un commento