venerdì 13 ottobre 2017

TREDICI NORD IN TREDICI GIORNI

ERHARD LORETAN E ANDRE' GEORGES


L'Alpinismo che mi piace di più, quello del "consumo" fisico ...
Grande Avventura, Grande Amicizia, Uomini Speciali

TREDICI NORD IN TREDICI GIORNI   di Erhard Loretan
1989
I sogni non muoiono mai, possono seccarsi, incartapecorirsi, liofilizzarsi, ma basta inumidirli un po’ con l’acqua dell’entusiasmo perché riacquistino volume e sapore. Il 13 gennaio 1989 accompagno André Georges in un nuovo tentativo di concatenare 13 pareti nord dell’Oberland bernese. André Georges, o il ritorno dei morti viventi. Il 15 settembre 1988 un misterioso corrispondente nepalese aveva annunciato la sua morte, poi la notizia era stata smentita. Oggi André è al mio fianco, saliamo alla capanna Mönchsjoch e quando guardiamo le pareti attorno ci prende un brivido di incertezza: le pareti sono nere, austere e inospitali. Il 14 gennaio la storia si ripete: come due anni fa siamo alla base della parete nord del Gross Fiescherhorn. Come due anni fa siamo in vetta dopo quattro ore di scalata. Torniamo alla base con gli sci, da soli. Questa volta abbiamo voluto attenuare il tam-tam della stampa, niente giornalisti che si informano sulla nostra condizione fisica e sui nostri programmi, che misurano il livello sonoro del nostro russare, che diffondono i dettagli del nostro menu e si preoccupano dei nostri disturbi digestivi. La discesa con gli sci è rilassante e rapida. Abbiamo ancora il tempo per andare a fare una ricognizione dell’avvicinamento allo Jungfrau. Il pendio che porta sul grande plateau è di ghiaccio verde … Domani la discesa sarà rischiosa. Ritorniamo alla stazione, dove un impiegato della ferrovia ci offre un caffè. Camminando nella galleria scorgo una cassa piena di chiodi, chiodi da carpentiere, lunghi 180 mm, e mi viene un’idea sulla quale rimugino tutta la notte. Certo, il furto è stato ampiamente premeditato: l’indomani risalgo alla stazione e mi infilo in tasca una bella manciata di chiodi. Faccio tacere i miei scrupoli ripetendomi che una manciata di chiodi non ha mai pesato in modo determinante sul bilancio di una compagnia ferroviaria. Quando arriva il momento di iniziare la discesa estraggo dalla tasca il frutto del mio furtarello, pianto accuratamente un chiodo nel ghiaccio, vi passo attorno la corda e lascio ai 92 kg di Andrè l’onore di collaudare questi rivoluzionari ancoraggi. La Natura l’ha favorito, paghi dunque lo scotto! Con qualche doppia siamo rapidamente ai piedi del nostro secondo obiettivo: la parete nord della Jungfrau. Non è nostra abitudine leggere le relazioni delle guide, così attacchiamo il primo couloir che ci accoglie. È il più marcio di tutta la parete e il superamento del muro sommitale si rivela molto delicato. Più tardi scopriremo che abbiamo fatto la Jungfrau lungo un nuovo itinerario in meno di quattro ore. Il giorno successivo ho appuntamento con i miei vecchi demoni. So che mi attendono al Mönch, avvolti nei loro panni pesanti, e per evitarli approfitto di un elicottero della televisione che ci deposita direttamente ai piedi della parete. Sono sollevato, non devo passare dal punto del mio incidente; vi sono luoghi di sinistra memoria e questo pendio intervallato da salti di roccia è uno di quelli. La crepaccia terminale mi riporta al presente: è delicata, come il canalino che segue, dove il ghiaccio è sottile e vetroso. Per dare più sapore alle difficoltà, tre giorni fa abbiamo lasciato le viti da ghiaccio nel baule dell’automobile. Peccato, l’auto ha meno bisogno di viti da ghiaccio di due alpinisti sulla parete nord del Mönch in un mattino d’inverno. Ci sleghiamo e procediamo fianco a fianco; l’elicottero si alza con noi e ci gira attorno come una mosca ipnotizzata dalla luce della lampadina. Seguiamo una variante che ci conduce direttamente sulla cima: tre ore e mezza per 900 metri di dislivello, siamo proprio in forma! Il giorno successivo, 17 gennaio, ci concediamo una giornata di sosta all’Eigergletscher per prepararci alla nord dell’Eiger, la più grande parete delle Alpi. Ci raggiungono mio cugino Fritz Loretan e Simone, un’amica. Approfittiamo dell’occasione per ordinare una quindicina di chiodi da carpentiere: ci serviranno all’Ebnefluh. Alle 5 del mattino siamo ai piedi dell’Eiger. Le condizioni sono eccellenti e non usiamo la corda fino al “bivacco della morte”. Una breve sosta, poi saliamo la Rampa di conserva, senza togliere i ramponi. Il primo attrezza e quando non ha più materiale il secondo passa in testa. Ci sentiamo abbastanza tranquilli per slegarci alla fine della Rampa, benché la “traversata degli dei” sia delicata. Sono le 15 quando tocchiamo la vetta e un’ora e mezzo più tardi siamo seduti dietro una birra all’Eigergletscher. L’Eiger non è più quello di un tempo e oggi la difficoltà principale sta nell’orientamento: ci sono dappertutto chiodi che portano facilmente gli indecisi fuori strada e le vie si confondono. Il 19 gennaio l’Ebnefluh per la cresta nord richiede due ore e mezza del nostro tempo e il 20 gennaio ci impegniamo sul canale centrale del Gletscherhorn. Dopo 100 metri sento un rumore strano, dapprima lontano, poi sempre più vicino; mi infilo in un buco e sento dei blocchi di ghiaccio che mi sibilano vicino alle orecchie, seguiti da una colata di neve. Andrè è nel couloir un po’ più in basso, proprio sulla linea di caduta. Lascio passare la scarica che dura quasi dieci minuti, poi sporgo la testa dalla mia nicchia e getto uno sguardo verso il basso. Non c’è altro che uno scivolo ben spazzato da un candido operatore ecologico. Divento anch’io di ghiaccio: dov’è? Nell’immobilità degli elementi noto una massa di neve che comincia a muoversi: Andrè è riuscito a proteggersi dietro il suo zaino e ne esce senza un graffio! In quattro ore e mezza sfuggiamo a questo fronte bombardato da una cieca artiglieria. Il 24 gennaio, dieci giorni dopo il Gross Fiescherhorn, saliamo tre pareti in una giornata: Weisse Frau, Blüemlisalphorn e Fründenhorn, quest’ultimo lungo una via che avevo aperto nei miei anni giovanili. Il 26 gennaio lasciamo la cima del Doldenhorn con il parapendio, degna conclusione di tredici giorni di avventura aerea. Sette anni dopo quel “raid delle pareti nord” (tredici pareti in tredici giorni), sono convinto che tecnicamente è stata la mia spedizione più difficile. E se la stampa ha presentato l’immagine di due alpinisti sorridenti e divertiti nel mezzo dell’inverno su vertiginosi pendii, una sorta di Stasky e Hutch dell’Oberland, io non ho certo dimenticato la nostra pressione psicologica di all’ora. Non ho scordato le notti insonni quando i pericoli del giorno dopo venivano a farci visita in anticipo, quando “ sullo schermo delle mie notti bianche” sfilavano gli scenari più catastrofici. Ma se l’attore non facesse mentire lo scenario, dove sarebbe il piacere della messa in scena?

Tratto da: Erhard Loretan Gli 8000 ruggenti edizioni MB ADVERTISING pag:102/104


http://ivoferrari.blogspot.it/2017/02/la-grande-cavalcata.html

http://ivoferrari.blogspot.it/2017/01/corona-imperiale.html

Nessun commento:

Posta un commento