domenica 1 ottobre 2017

UNA SCELTA


Questo libro l'ho letto e riletto, ci sono capitoli che mi piacciono molto, storie di un Alpinismo affascinante. 
Massimo racconta storie importanti, Massimo e il suo Gran Sasso.
Ora che si avvicina l'inverno, sono sicuro che lo aprirò nuovamente e sognerò!

PARETONE IV PILASTRO

"...Nel febbraio 1982, con la mia piccola A 112, partiamo a mezzanotte da Roma.
Il nostro tentativo per poco non termina appena oltrepassato il valico delle Capannelle, sulla statale 80, a causa di un testacoda sulla strada ghiacciata: da questo deduciamo che senz'altro, se arriveremo a destinazione, troveremo la parete in ottime condizioni.
E' quasi l'alba quando siamo nei pressi del rifugio Franchetti e, neanche un'ora dopo, seguendo la via normale spuntiamo sulla vetta dell'anticima mentre il sole sorge ad Oriente. Ora ci aspetta la parte più dura: l'insidiosa discesa nel canale Jannetta, porta d'ingresso per questo isolato regno di roccia e ghiaccio. La discesa nel canale richiede grande attenzione, il baratro dei 1.400 metri di vuoto sottostanti si percepiscono in pieno e la nostra progressione, a ritroso e slegati, richiede grande attenzione. Siamo lontani da tutto e da tutti, microscopici e vulnerabili con la nostra corda, chiodi, e due borracce. Nulla per bivaccare.
Mi frulla i testa un articolo di Piero Bellotti uscito su "L'Appennino" dove, parlando di invernali al Paretone, ipotizzava uno o più gelidi bivacchi per ognuno dei quattro pilastri che formano la formidabile parete est della vetta orientale. Di questi solo il terzo era stato salito d'inverno, ed aveva richiesto 3 giorni di dura scalata al forte e determinato Giampiero Di Federico 2 anni prima.
Inizia la nostra scalata! La parete è tutta in ombra e la roccia gelida. Arrampichiamo determinati e decisi con gli scarponi ai piedi: la nostra formazione alpinistico-culturale giocava a nostro favore e arrampicare con i rigidi scarponi, i primi in plastica sul mercato, non ci sconvolgeva affatto. Il freddo alle mani, che non possiamo fare altro che sopportare, piano piano diminuisce con l'azione. Mi accorgo che con una buona dose di concentrazione, anche se con i polpastrelli insensibili, si riesce a scalare con un discreto margine di sicurezza e faccio tesoro di questa prima grande esperienza invernale.
Gli occhi, soprattutto quelli di chi è in sosta a fare sicura, seguono l'allungarsi della grande piramide d'ombra che la montagna proietta verso oriente man mano che il sole scende dalla parte opposta. Spero ardentemente che il nostro azzardo di non portare nulla per bivaccare non si riveli un grave errore, è vero che siamo veloci, ma se non usciamo in tempo ...
Il cielo si mantiene bello e azzurro, cambiando tonalità con il passare delle ore. Stiamo sempre più in alto, verso gli ultimi tiri di corda, in una corsa contro il tempo, ma non ricordo frenesia o affanno; soltanto rapidità di esecuzione, cosa che mi ha sempre contraddistinto: istintiva scelta per le protezioni, attenta ricerca della via, montaggio della sosta e recupero del secondo. Lo stesso fa Paolo e quando sbuchiamo in vetta c'è ancora un po' di luce.
La discesa è facile, anche al buio che ci sorprende quando abbiamo già superato da un pezzo il rifugio Franchetti. A mezzanotte, ventiquattro ore dopo, con il IV pilastro in tasca e l'orgoglio che sta a mille, arrivo a casa..."

Tratto da UNA SCELTA di Massimo Marcheggiani e Loretta Spaccatrosi 
Pag: 93/94

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