martedì 28 novembre 2017

LA SCIARPA DEL PECCATORE



LA MIA SCIARPA

Noi non eravamo preparati, loro non l’avrebbero mai pensato, tutto è successo in un attimo, niente è diventato TUTTO. Io con i miei sette anni e pochi mesi pensavo solo al gioco: l’oratorio era Amicizia e spensieratezza, era quello che doveva essere. Un pomeriggio ci hanno chiamati, l’agitazione era nell’aria. Al telegiornale della sera precedente, mentre seduto composto a tavola attendevo con i miei fratelli che la mamma ci servisse la cena, ho visto volti disperati, case distrutte, polvere e macerie: era il Terremoto. Da piccolo com’ero non conoscevo il significato di “Terremoto”, l’unica cosa che tremava per me era la faccia quando prendevo delle sberle per aver combinato qualche cosa che non avrei dovuto fare.
Era maggio, l’estate molto vicina, ci radunarono nell’immenso cortile assolato ed il prete disse che dei nostri fratelli avevano bisogno d’aiuto … a casa chiesi a mia madre quanti fratelli avessi.
Per diversi giorni ho passato pomeriggi a smistare e dividere vestiti, cibi, attrezzatura. Tutto veniva ordinatamente accatastato in appositi cartoni, tutto imballato alla perfezione, tutto sotto la guida di persone adulte, tutto pronto per essere spedito in Friuli. Io ero un bambino e sarei diventato adulto parecchio tempo dopo ….mio malgrado.

Tra i vestiti, tanti, tantissimi, vidi lei: lunga e stropicciata, ma bella e unica al mio sguardo, fu un amore a prima vista, un amore per sempre. Sapevo, con i miei sette anni e poco più, che se l’avessi fatto, sarei diventato un peccatore: sottrarre ai bisognosi è ancora adesso ritenuto un peccato…almeno credo e spero.
La misi in un angolo, in disparte e continuai ad imballare un’infinità di vestiti. La sera tornai a casa con i soliti Amici. Noi non avevamo regole fisse e se ce le avessero imposte, ci sentivano talmente liberi da non rispettarle. Erano anni dove si poteva essere veramente liberi, non come ora dove la mamma porta il figlio fino al banco di sQuola!!!

Nello zainetto porta merenda c’era Lei, il mio unico amore, una sciarpa destinata ai terremotati del Friuli, donata da un buono e sottratta da un peccatore, Lei era con me, mia per sempre …
Chissà dove sarebbe finita, se sarebbe stata apprezzata, quale bambino o Mamma avrebbe riparato? chissà... Da allora ho “rubato” altra roba, sottraendola al “mercato”, a chi deve spendere per avere, ma Lei, la MIA Sciarpa è rimasta per sempre …Un giorno la regalerò a Mio Figlio, un giorno di vento e freddo, così si potrà riparare, come ha riparato me in questi 41 anni.

Un giorno, ma non ora …..

sabato 25 novembre 2017

LUNGO UN DIEDRO PERFETTO "STORIA DI UNA GRANDE INVERNALE"

http://www.paolocolombera.it/fotografie-dolomiti/pale-di-san-martino/

A volte mi piace fare "paragoni", servono da sempre per semplificare un qualcosa.
Per descrivere il Gran Diedro sulla parete ombrosa dello Spiz Nord nel gruppo del Gigante Ombroso, a chi me lo chiede, uso sempre  dire che è come la "Canzone di Marinella" di Fabrizio De Andre, un opera poetica accompagnata da una musica e una voce Unica ".
Il Diedro è la perfezione naturale vinto da due "Poeti" della verticale.
L'ho scalato da solo tanto tempo fa e ne sono rimasto innamorato, ma attenzione, ad ognuno il suo giudizio, io non sono poi così affidabile, soffro da sempre di un'inguaribile "cosa" che prende il nome dall'ultimo album del Poeta http://www.fabriziodeandre.it/portfolio/mi-innamoravo-di-tutto/ .

Questo è il racconto della prima salita invernale ...

Ho molte foto dello Spiz Nord, in tutte le stagione dell'anno, ma visto che sto raccontandovi di "opere e poeti", la prima me l'ha "inviata" ( e appesa in casa) un altro artista  ... http://www.paolocolombera.it/ che con i suoi scatti permette anche ai miei occhi di vedere cose abitualmente invisibili.


http://www.ilblogdelgrezo.it/2010/05/giorgio-costa/


SPIZ  AGNER NORD
GRAN DIEDRO DETASSIS-CASTIGLIONI
 di Giorgio Costa
tratto dalla Rivista mensile Cai

Durante tutto il 1975 ho arrampicato soprattutto con ragazzi, giovani. Mauro (18 anni, Mauretto per gli amici) è uno di questi. Ci siamo affiatati in quella esemplare palestra di roccia che è la Val Rosandra, lungo molte e difficili vie del Crinale e della Ferrovia. Abbiamo poi arrampicato, in cordata con altri due amici, alcune <<classiche>> della Civetta, della Tofana e della Roda di Vaèl e altre meno famose, ma non per questo meno belle. Alla fine della scorsa estate, dopo questo sudato tirocinio, l'affiatamento era si può dire completo e tale da poter fare progetti anche impegnativi per l'inverno. Fu Mauretto che per primo mi parlò del gruppo dell'Agnèr e dello Spiz Nord (2550 m) soprattutto in relazione alle difficoltà dell'ascensione; ma lasciai perdere, ritenendo l'impresa molto difficile. Dopo qualche tempo Mauretto ritornò alla carica: si poteva fare questa "prima invernale" -mi disse- con un terzo di cordata, Roberto. Ne parlammo con Roberto, che fu favorevole. Iniziammo allora ad assumere più informazioni possibili sulla via Castiglioni-Detassis allo Spiz d'Agnèr Nord ed a preoccuparci del materiale, dei viveri, dell'equipaggiamento e a seguire giorno per giorno le condizioni metereologiche, determinanti per la scelta del periodo migliore. Durante le feste di novembre facemmo una puntata di ricognizione alla parete. Per andare all'attacco dello Spiz bisogna passare per il bivacco Cozzolino, da qui inerpicarsi per lo Spiz Verde, una montagnola di circa 500 metri fra mughi e paretine anche notevolmente impegnative, fra le quali, in estate, passano delle esilissime cenge che in alcuni punti si interrompono per giungere infine ad un intaglio, dal quale ci si cala o in arrampicata o in corda-fissa per una quarantina di metri, giungendo così nel grande anfiteatro ghiaioso che sta alla base dello Spiz Nord.
Partiamo da Trieste in tre, Mauretto, Adriano, un amico che ci aiutava a portare i sacchi, ed io. Le condizioni del tempo erano pessime, ma avevamo tre giorni di tempo per compiere la ricognizione e confidavamo in un tempo migliore.
Al bivacco Cozzolino la prima mattina passò sotto la pioggia. Appena questa cessò partimmo. Ci alzammo per il canalone tra l'Agnèr e lo Spiz e ci portammo sotto lo Spiz Verde. Gli appigli erano coperti di neve e di ghiaccio; riprese a piovere, la montagna scaricava pietre in continuazione. Iniziammo con moltissima prudenza l'ascensione, ma dovemmo rinunciare per l'impossibilità di raggiungere in giornata la base della parete.
Ritornammo al bivacco Cozzolino sotto l'infuriare del temporale e con il pericolo di essere colpiti da qualche pietra. Raggiungemmo il bivacco sani e salvi nonché bagnati. L'indomani, continuando il maltempo, rientrammo a Trieste.
Mauretto e io intensificammo gli allenamenti. Nel frattempo Roberto, sul quale contavamo moltissimo, rinunciava all'impresa e questo ci obbligava a mutare radicalmente il nostro piano tattico e ad esasperare l'allenamento che non mi sembrava mai sufficiente. A tirarci su il morale c'era poi la speranza di avere un aiuto da parte del gruppo per il trasporto dei materiali fino alla base della parete. Alcuni amici rocciatori poi ci avrebbero raggiunti in vetta dalla via comune per darci una mano nella discesa.
Stabilimmo di compiere l'impresa la settimana prima di Natale, cioè la prima settimana dell'inverno, ma il tempo che fino all'ora aveva tenuto bene si guastò. Dovevamo rimandare. Di conseguenza gli amici del gruppo, fino allora disponibili, cominciarono a non esserlo più per le settimane future causa i loro impegni cittadini. Mauretto e io eravamo molto scoraggiati, ma non rinunciatari. Intensificammo ulteriormente gli allenamenti e rivedemmo il piano tattico punto per punto. I viveri erano importanti. Dopo un attento vaglio di alimenti puntammo decisamente sugli zuccheri (cioccolato, caramelle, mandorlato, frutta secca), sul parmigiano e sullo speck, per le proteine. Ma era ovviamente la via che impegnava tutte le nostre discussioni. Nella trascorsa stagione io avevo già effettuato con Silvano Sinigoi una via Castiglioni-Detassis sulla Pala Canali (nel gruppo delle Pale di San Martino) una via di notevoli difficoltà tecniche, ma bella ed elegante. Ritenevo quindi che la via sullo Spiz Nord, che fa pure parte delle Pale, dovesse avere le stesse caratteristiche.
Josè Baron il nostro capogruppo rocciatori, ci fornì molti particolari avendo egli effettuato la seconda ascensione estiva dello Spiz Nord, illustrandoci dettagliatamente le difficoltà del diedro, soprattutto nella parte superiore della via e della grande caverna che lo sovrasta, con uno strapiombo a tetto che esce per circa 10 metri dal fondo della stessa e che presumibilmente, in inverno, sarebbe stato ghiacciato. Molto arduo quindi.
<<Mah, pensai, se ci sarà ghiaccio vuol dire che staremo anche tutto il giorno per ripurirlo ed uscire dal tetto. Fatto questo, anche se le condizioni della parete fossero brutte non dovrebbe essere impossibile proseguire per gli altri circa 150-200 metri di camini e fessure di quarto grado per raggiungere la vetta>>. E lo dissi a Josè Baron che sorrise e ci augurò buona fortuna.
E il giorno tanto atteso giunse. In prospettiva, il tempo sembrava quello buono. <<Si va>>, ma da soli, Mauretto e io, senza nessun appoggio tranne quello di Nino e Claudio che sarebbero giunti alla base della montagna in fondovalle per controllare la nostra posizione e poi eventualmente salire per la via comune in cima ad attenderci per fare la discesa insieme.
Era venerdì 16 gennaio di pomeriggio. Tutti gli amici ci salutarono a Trieste e ci fecero i migliori auguri per la riuscita dell'impresa. La notte fra venerdì e sabato dormimmo in pulmino a fondovalle a lato della strada che porta a Col di Prà. Sabato pensammo di fare un'abbondante colazione alla locanda Col di Prà; la strada e tutto intorno era ghiacciato e le ruote dell'automezzo scivolavano. Decisi allora di mettere le catene e mentre le estraevo inavvertitamente mi tirai addosso su un piede un grosso tabellone di ferro. Dolore atroce e tremendo dubbio di aver compromesso per quel banale incidente tutta l'impresa. Mi massaggiai piano piano e mossi le articolazioni, lentamente e gradualmente il dolore scomparve. Alla locanda la proprietaria ci augurò una buona permanenza in parete.
Imboccammo il sentiero; i sacchi erano pesantissimi e numerose le soste. Nel pomeriggio raggiungemmo il bivacco Cozzolino, per metà sepolto dalla neve. Aprimmo il portellone superiore ed entrammo. Prendemmo subito il libro del bivacco e lo aprimmo. Con stupore, leggemmo che due alpinisti avevano effettuato una ricognizione sulla parete nord dello Spiz. Ci sorse il dubbio che la prima invernale dello Spiz fosse già stata fatta. Fa niente, decidemmo, andremo lo stesso.
Domenica 18 gennaio. Dopo una veloce colazione riscaldata da un po' di tè ci avviammo su per il canalone ghiacciato, che si innalza con una forte pendenza fino sotto le gole della parete dell'Agnèr; da qui ci spostammo a sinistra per prendere le sfuggenti cenge che portano verso lo Spiz Verde. Per le varie difficoltà della salita ci sorprese la sera e dovemmo fermarci. Bivaccammo dentro una nicchia con il fondo coperto di neve. Fu una notte tranquilla. Rispetto alla tabella di marcia eravamo però in ritardo. Avevamo infatti previsto di raggiungere già il primo giorno la base della via, ma i sacchi pesanti, il sacco colmo di materiale, che dovevamo recuperare a braccia dopo ogni lunghezza di corda, e le difficili condizioni di avvicinamento ci avevano fatto rallentare di molto il cammino.
Lunedì 19 gennaio. Era il giorno previsto per l'attacco ed eravamo invece a metà strada fra il bivacco e la base della via. Dovevamo superare una lunga placca, una esilissima cengia ed un diedro di 40 metri, tutto abbastanza impegnativo. Giunti finalmente alla sommità del diedro potemmo vedere per la prima volta tutta la vastità della parete dello Spiz Nord alta 800 metri. Ci calammo con una corda doppia di 40 metri nel centro dell'anfiteatro, dove cercammo, data l'ora inoltrata, un bivacco per la notte. Trovammo una buona cavernetta, spicozzammo la neve per fare un piano e ci accomodammo. Era abbastanza tranquillo ed il freddo non ci tormentava troppo. Quasi dormimmo quella notte.
Martedì 20 gennaio. Finalmente si sferrava l'assalto allo Spiz Nord. Come prestabilito Mauretto avrebbe condotto la prima metà della salita, poi sarei passato in testa io. Iniziammo l'attacco nel punto più accessibile della parete, che si svolge in seguito con una serie di fessure che solcano la sua prima metà. Ma se tutto poteva sembrare semplice da lontano, in parete non era così e certi passaggi che sembravano inclinati, si rivelavano invece strapiombanti e facevano perdere tempo prezioso. Il sacco da recupero poi ad ogni minimo appiglio si incastrava e costringeva il primo di cordata ad un lavoro di braccia estenuante, che portava all'esasperazione. Decidemmo allora che scambiarci le parti. Avrei fatto io il tratto iniziale come capocordata essendo più robusto, Mauretto quello finale. Dopo alcune lunghezze di corda, sempre sopra il quarto grado di difficoltà, ci spostammo un po' a sinistra dove incontrammo alcuni cordini di ritirata in corda doppia, lasciati da nostri predecessori. L'oscurità come al solito ci obbligò a trovare un luogo per il nostro primo bivacco in parete. Uno scalino scavato nel ghiaccio alla base di un diedro,  per niente comodo, ma sempre meglio che penzoloni sulla parete. La notte fredda ci costrinse a muoverci spesso con grossi rischi perché l'assicurazione era precaria. Per fortuna il tempo passava velocemente e il cielo sembrava sereno.
Mercoledì 21 gennaio. La mattina era molto fredda, un impetuoso vento da ovest portava verso di noi delle pesanti nubi foriere di neve. Nonostante tutto decidemmo di muoverci. Dopo poco nevischiava ed il vento ci sferzava il viso e ghiacciava le mani. Fermarsi era grave, perché ci si intirizziva immediatamente, ma era necessario per recuperare il solito sacco e fare sicurezza alla salita di Mauretto. Come sempre, il sacco creava grossi problemi nel recupero incastrandosi spessissimo e questo portava via tempo. Durante tutta la giornata il vento soffiò instancabilmente; ma verso sera la tramontana riuscì a rasserenare il cielo. Cercammo un bivacco, possibilmente più accogliente della sera prima. Intravvedemmo sopra noi, due nicchie, una sopra l'altra, la prima piccola, bassa, ma con il fondo piano, l'altra più su leggermente più profonda ma inclinata verso il basso. Riuscii anche a sonnecchiare un po', dopo esserci sistemati.
Giovedì 22 gennaio. Faceva sempre più freddo ed il cielo si era annuvolato. Come al solito, non ci facemmo il tè per non perdere troppo tempo e mangiammo cioccolato e fichi secchi. Quello che la parete ci avrebbe riservato durante la giornata non lo sapevamo con esattezza, certamente roccia, camini, fessure e diedri e forse qualche placchetta, insomma <<tutto>>.
Partii dal bivacco e mi ghiacciai all'istante, ma questo ormai era risaputo. Mi avventurai per uno stretto camino diedro inclinato verso destra, lo superai e feci salire il resto della cordata, cioè il sacco e Mauretto. Tutto proseguiva abbastanza bene, anche se molto lentamente. Solo faceva freddo. Per fortuna però il cielo accennava a rasserenarsi. La giornata continuò senza sorprese, la via si snodava con una certa logica e non si pensava ad altro che alla meta finale, la vetta. Quella notte fummo ospitati da un terrazzo sopra uno spuntone. Come al solito, tutto era angusto e per accoccolarci dovevamo fare mille acrobazie; dopo il rituale e benefico tè della sera tentammo di dormire.
Venerdì 23 gennaio. Nel pomeriggio precedente avevo fissato, nella lunghezza di corda successiva, una corda fissa che ci avrebbe agevolato la salita la mattina dopo. Tolto il bivacco e rimessi i sacchi in schiena ci avventurammo sulla corda con i salitori Dresler. Per me fu una fatica notevole, perché era la prima volta che li adoperavo e non usavo la tecnica giusta. Giunsi sano e salvo su un terrazzino superiore e notai Mauretto, più esperto di quella tecnica, saliva con molta facilità. Grazie alla tramontana della notte, il tempo era buono. Dinanzi a noi la Marmolada risplendeva con la sua parete sud coperta di neve e di ghiaccio; a destra spiccava la Civetta con le Torri Venezia e Trieste, lo spigolo della Busazza appena ripetuto in prima invernale da Gadotti di Trento con altri rocciatori, ed il Giazzèr. Tutte queste cime assolate emanavano quasi calore, ma il riflesso del sole non riscaldava molto. La parete che ci sovrasta era piuttosto complessa con placche lisce e strapiombanti, con diedri da superare in bavarese che ci opponevano una dura resistenza (l'arrampicata si svolgeva sempre in estrema libera). Preferii allora poggiare a sinistra su per una fessura che mi portò (già lo sapevo) sullo spigolo nord est di Aste. Avevo fatto quella traversata supponendo che dall'alto dello spigolo avrei potuto osservare meglio la traversata che ci doveva portare alla base del diedro superiore, che da sotto non riuscivo a scorgere. Giunto infine sullo spigolo, la vista della parte superiore della parete mi indusse a tornare indietro. Ci calammo con due corde-doppie fino al punto inferiore a da qui cercammo di attraversare a destra. La traversata si presentava esposta, ma con buoni appigli ed in breve tempo ero sotto il gigantesco diedro-camino. Mauretto però aveva notevolmente rallentato il suo ritmo di arrampicata, perché le sue mani piene di vesciche per il freddo erano piagate e sanguinanti e doveva adoperarle con molta cautela. Aumentai al massimo l'attenzione per fargli sicurezza. A causa di questo doloroso inconveniente continuai a fare il capo-cordata, anche per il resto dell'ascensione; ma lo feci volentieri.
Il camino diedro che stavamo salendo è alto circa 400 metri e presenta difficoltà media di V grado; l'arrampicata era molto estenuante e dovevamo fare parecchie soste in spaccate molto aperte. Ma anche queste soste non erano riposanti, perché le gambe dovevano sopportare tutto il peso del corpo e quindi mi costrinsi a proseguire più celermente. Durante le lunghezze del camino, non mi resi conto che l'arrampicata era estremamente in libera e non passai la corda in nessun ponte naturale e tanto meno misi <<chiodi morali>>, ma quando giungevo a fine corda, e dovevo perciò assicurarmi per recuperare il sacco e Mauretto, non trovavo mai appigli per poterlo fare, ed i chiodi erano duri a entrare. Allora rimpiangevo quei ponti naturali o le fessure chiodabili.
Mauro lungo i camini procedeva più spedito, perché poteva impegnare meno le mani e spingersi invece in contrappeso.
Quel giorno ci alzammo parecchio, ma il bivacco fu peggiore. Salii ancora una lunghezza di corda e ormai nell'oscurità piantai un lungo chiodo dentro un buco, che sembrava abbastanza buono e su questo fissai la corda e mi calai in doppia fino a Mauretto che si trovava sopra alcuni massi incastrati dentro il camino, e qui bivaccammo la nostra quarta notte in parete.
Non dormimmo, il freddo era pungente e qualche lampo rischiarava l'oscurità. Alcuni massi sopra di noi precipitarono quasi sfiorandoci. Il sangue già freddo si ghiacciò. Riavutaci dalla paura ci spostammo ancora all'interno del camino, incastrandoci ben bene per non scivolare verso l'esterno.
La notte ci sembrò lunghissima. Verso mattina cominciò a nevicare e si alzò anche un forte vento da ovest. Il freddo era insopportabile.
Sabato 24 gennaio. Alle prime luci dell'alba togliemmo il bivacco e ci muovemmo subito. Su per la corda-fissa, come al solito, feci una fatica bestiale, ma almeno mi riscaldai. Mauro veniva su molto bene. Dopo la nevicata il tempo era di nuovo buono ed il morale pure. Dovevamo superare la parte alta del diedro e giungere alla fatidica caverna dalla quale con un passaggio difficilissimo si esce e si prendono i facili camini che portano alla cima. Confidammo sulla generosità della montagna per superare queste difficoltà in un buon tempo. Come speravo, l'ascensione era bella ed elegante anche se impegnativa; le fessure e i diedri molto ben provviste di appigli; tipico del gruppo delle Pale.
Con notevole soddisfazione giungemmo all'interno della caverna e trepidanti guardammo la parete soprastante. Niente ghiaccio: meraviglioso! Con un audace traversata da destra verso sinistra ci spostammo all'esterno del suo tetto e raggiungemmo la nicchia soprastante. Ora ci aspettava il passaggio più difficile della via con tutte le sue insidie. Era molto esposto, si doveva uscire dal tetto della nicchia verso destra sbilanciandosi del tutto per poter prendere poi uno spuntoncino; tutto questo con il piede sinistro assolutamente nel vuoto, tentando di tenere il destro in pressione sotto lo strapiombo. Questo comporta tutto il peso del corpo sulle braccia e sui minuscoli appigli, e non è facile fare tutto questo dopo quattro giorni di parete e di bivacchi scomodissimi. Comunque, bisognava andare avanti. Attimi eterni per entrambi. Trattenendo quasi il respiro con un estremo gioco di equilibrio al limite delle forze riuscii a prendere il desiderato spuntoncino, alla quale mi aggrappai con forza per issarmici sopra e dopo alcuni e buoni appigli potei finalmente rilassarmi. Il passaggio chiave stava finalmente sotto i miei piedi. Mauretto non ebbe problemi perché venne su per la corda fissa. Ora non rimaneva altro che la cima tanto sospirata. Sistemai l'ultima corda fissa per Mauro che mi raggiunse esultante. Guardammo in alto la vetta sospirata, anche se non era così; vedevamo l'anticima. Ci alzammo su per i camini cercando di evitare i tratti più faticosi con piccolissime traversate nelle quali però il saccone da recupero ci fece esasperare. Nel tardo pomeriggio ecco veramente la cima. Una piccola cuspide che offre posto solamente a due persone. Giusto per noi, Mauro e io. Era tardi e si presentava per l'ultima volta il problema del bivacco. La tramontana era tornata a farci compagnia e bisognava trovare quindi un posto che offrisse riparo dal vento. Non restava che scavare su una cresta di neve sotto la cima ed accovacciarci. La notte fu terribilmente gelida e non passava mai. Demmo fondo a quel poco che rimaneva dei nostri viveri e ci scaldammo con l'ultimo tè. Resistere al freddo era quasi impossibile. Avevamo indossato tutto quello che avevamo con noi. Sacco a pelo, sacco da bivacco; tendina invernale e non bastava. Fu la notte più gelida che lasciò i suoi segni con principi di congelamento alle mani e ai piedi.
Domenica 25 gennaio. Grande giornata. Anche se in cima eravamo giunti sabato, appena domenica, con il sole, godemmo veramente il compimento della scalata. Ci alzammo e ci riscaldammo alla meno peggio con esercizi ginnici, risalimmo in cima con i sacchi appesantiti ulteriormente dal materiale ghiacciato. Ed in cima c'era proprio il sole che ci illuminava dopo giorni e giorni di arrampicata lungo una parete posta a nord. Mauro e io ci stringemmo forte forte le mani nonostante fossero doloranti e ringraziammo Iddio, che da lassù ci sembrava più vicino, per la buona riuscita dell'impresa. Festeggiammo l'avvenimento, non con lo champagne ovviamente, ma con l'ultima sigaretta, salvata proprio per l'occasione e, dimentichi di tutte le fatiche e dei rischi passati, ci guardammo attorno estasiati come se fossimo capitati lassù in seguito da un 9incantesimo e non dopo giorni e giorni di sforzi e di sofferenze seppur in parte calcolati e previsti.
Mentre assaporavamo insieme contentezza e sigaretta un richiamo attirò la nostra attenzione. Era l'<<oplop>> di due nostri amici che stavano salendo velocemente verso di noi.
Scomparsa miracolosamente la stanchezza ci buttammo giù per i pendii ghiacciati, le cenge e i canalini come se fossero sentieri piani. Erano Piero e Tulio che ci abbracciarono e ci riempirono le mani di caramelle e pastiglie rifocillanti e ci sollevarono dal peso dei sacchi. Veloci e leggeri come piume scendemmo sino alla forcella dove ci attendeva una sorpresa: Walter, Silvano, Stelio, Ermanno, partiti da Trieste la mattina presto. Ancora abbracci, pacche sulla schiena, scherzi, vino, cognac, caffè, una valanga di feste e di generi di conforto assai graditi. Poi tante domande sull'impresa appena compiuta. Così si arrivò a fondovalle ed era pomeriggio. In macchina andammo a prendere il pulmino a Col di Prà nella valle collaterale e poi tutti assieme a Taibon a festeggiare. Finalmente una cena dopo giorni e giorni di pasti energetici sì, ma scombinati.

Giorgio Costa (sezione XXX Ottobre, Trieste)



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                              BUONE ARRAMPICATE
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domenica 19 novembre 2017

GRAN DIEDRO D'INVERNO



Testo di MICHELE CISANA detto "IL CISA"


IL TEMPO CANCELLA I RICORDI?
Estate 2015: in questa torrida estate mi ritrovo a salire lungo un bel diedro svasato, povero di appigli, su una parete orobica solitaria. In sosta, mentre recupero il compagno, penso a questa montagna, il Pizzo del Salto, della quale fino a qualche anno fa non conoscevo quasi nulla. Sapevo qualcosa per aver letto avidamente il libro “Orobie, 88 immagini per arrampicare” e sapevo anche che due amici, nel lontano 1987, avevano salito una via lungo i suoi diedri centrali. Punto. La mia conoscenza si fermava lì. Ora mentre salivo proprio la via aperta dai due amici godevo metro dopo metro questa fantastica e alpinistica ascensione, un piccolo capolavoro di logica sulla selvaggia parete nord est della montagna.

Inverno 2015: un sasso sotto la schiena mi tormenta e mi sveglio dal torpore. I piedi sono freddi. Dove sono e, soprattutto, cosa ci faccio qui? Cos’è questa luce che mi illumina? Chi dei miei compagni è sveglio e mi punta contro la frontale? Tolgo la testa dal sacco e assisto ad uno spettacolo fantastico, emozionante! La luna piena illumina tutta la parete e la valle sotto di me. Ora è tutto chiaro...

Stiamo bivaccando ormai da 13 ore, su quella parete di cui avevo goduto pienamente quest’estate. Anche se il freddo non è intenso, mi sento anchilosato, gambe e schiena dolgono per la scomoda posizione. Alzo lo sguardo e, nella penombra, individuo le sagome dei miei compagni che sono appollaiati come me a poca distanza.
La testa ritorna indietro di qualche ora e ripercorre la giornata appena trascorsa, una giornata piena, iniziata prestissimo, al limite dello ieri... con un lungo avvicinamento al buio, continuata con un’impegnativa scalata su roccia resa insicura dal freddo, dallo zaino e dalla presenza di ghiaccio e conclusa su questi cinquanta centimetri quadrati di terrazzino appesi sul baratro. Sono tornato qui per salire la montagna nel periodo meno adatto, l’inverno; sono qui con due Amici, con i quali condividere pienamente le emozioni e le paure.
Sono qui perché volevo a tutti i costi essere qui. Senza comodità, senza cibo, senza affetti: quelli li abbiamo lasciati a casa, ad aspettarci. Forse è proprio in queste situazioni che la montagna ci insegna ad apprezzare maggiormente la nostra vita. E forse è anche per questo che noi alpinisti continuiamo ad andare e tornare.
E’ quasi giorno e la voce di Ivo mi riporta alla realtà: oggi è il giorno decisivo, oggi si esce. Il nostro “Desmaison della bassa”, appellativo con il quale ieri abbiamo soprannominato Ivo, è carico e si sta riscattando per un’invernale sfumata qualche giorno prima. “Bello, bello Cisa! Questa sì che è una signora invernale, impegnativa!” esclama.

Alle 6.30 siamo già fuori dal sacco; senza nemmeno fare colazione, ci prepariamo ed attacchiamo decisi il diedro ghiacciato. Qui Ivo dà prova delle sue grandi capacità: attacca il diedro con una grinta da far paura, un diedro di trenta metri intasato di ghiaccio che gli richiederà oltre due ore di sforzi intensi per essere superato, senza piccozze, con l’adrenalina a mille per la difficoltà e la pericolosità. Un tiro da far rabbrividire chiunque non abbia grande esperienza di scalate invernali. I chiodi sono coperti dalla neve e sostiamo su due massi incollati al ghiaccio...
Il tiro successivo ci dà ancora del filo da torcere; quello che d’estate è un tranquillo tiro di V grado si sta rivelando insuperabile; Ivo sale, scende, bestemmia, risale... Maledice la parete. Solo dopo immensi sforzi fisici e soprattutto mentali esce dal diedro e raggiunge il chiodo; sotto tiriamo un sospiro di sollievo. La tensione, gestita perfettamente il giorno prima, ora è alta: la parete si sta difendendo con le unghie ma noi non molliamo... Il pensiero di non riuscire a passare si fa vivo.

Due ore dopo ci ritroviamo tutti e tre su un terrazzino innevato alla base dei diedri finali; quattro tiri ci separano dalla vetta ma ormai sappiamo che usciremo. La stanchezza ci assale; il freddo, lo zaino, il poco cibo ci stanno un po’ provando. Ma teniamo duro, come diceva qualcuno: “non siamo qui per divertirci!”
Sugli ultimi tiri togliamo i ramponi e, scalando con gli scarponi sulla roccia più pulita, riusciamo a goderci anche l’arrampicata. Un ultimo muro, un traverso, la cresta e la tanto agognata vetta! Un urlo di gioia, forti strette di mano e pacche sulle spalle. Bravi, siamo stati bravi ci diciamo. Ora, al caldo del sole, sorridiamo e sdrammatizziamo dopo la tensione accumulata.

“Domani non ci ricorderemo già più nulla della tensione passata” dice Ivo. Forse è vero, il tempo cancella i ricordi. Quello che è certo, e rimarrà sicuramente in noi, sono le due stupende giornate che abbiamo passato insieme, le emozioni e le paure vissute cercando poco alla volta di corteggiare la nostra montagna. Due giornate piene di vita!





IO MICA CI CAPISCO TANTO!
Non ho mai capito se provo godimento o delusione. Eppure non è la prima volta che “partecipo” a salite scomode! Due Amici mi “offrono” un'occasione da non lasciarsi scappare, un viaggetto al fresco della Nord-Est del Pizzo del Salto, Montagna Orobica dall’imponenza accentuata. Sono passati quasi trent'anni da quando, giovane e con i capelli lunghi, salivo completamente slegato in compagnia dei miei pensieri il Gran Diedro... ed ora, come sarà? Accetto volentieri e colgo al volo l’occasione!
Scarponi, scarpette, ramponi, roccia sana e pilastri in bilico, neve e ghiaccio ad intasare fessure. Una progressione lenta, dettata dal dover cercare l’appiglio, il movimento e l’adrenalina giusta, un bivacco scomodo, ma fuori dal proprio letto, tutto è scomodo!
Sono contento mentre i raggi solari illuminano il mio viso sulla cima, contento di essere uscito dall’ombra, contento di non avere sbagliato appiglio, movimento o attimo. Godimento? Delusione? Non mi è dato saperlo, un istante prima era nausea, un attimo dopo felicità! Questo è il mio alpinismo, vecchio, scontato... classico! Buon anno a tutti e che arrivi la neve a seppellire altre malsane idee!
ivo

via del Gran Diedro, parete Nord-Est, Pizzo del Salto (2665m) Orobie Valtellinesi
1° salita: Achille Nordera e Guido Riva 13 agosto 1987
1° invernale: Michele Cisana, Michele Pezzoli e Ivo Ferrari il 27-28 dicembre 2015













GRAZIE AI DUE "MICHELE" ...UNA BELLA ESPERIENZA CHE MI è RIMASTA DENTRO.
GRAZIE

martedì 14 novembre 2017

DONNE IN INVERNO



LEONESSE D’INVERNO di Wanda Rutkiewicz

1978. Quando ho letto questo scritto sono rimasto impressionato dalla determinazione. Nessun titolo potrebbe essere più appropriato: Leonesse


***


Per la prima volta le donne avevano superato d’inverno una difficile parete alpina, che fino ad allora era stata scalata solo da uomini. La parete non era diventata più facile soltanto perché noi l’avevamo scalata. Quattro di noi vennero a Zermatt nel febbraio 1978 con l’idea di essere la prima cordata femminile a scalare la parete nord del Cervino in inverno. Eravamo: Anna Czerwinska, Irena Kesa, Krystyna Palmowska e io, come leader. Il nostro programma era di fare un campo base al rifugio dell’Hörnli, 3260 metri, il quale però non era molto attrezzato per un soggiorno invernale. Ma da lì avremmo portato gli approvvigionamenti più in alto al rifugio Solvay, a 4003 metri sulla Cresta dell’Hörnli, dove ci saremmo acclimatate e avremmo fatto un’arrampicata di ricognizione, cosa importante visto che era la via da cui speravamo di scendere dopo aver raggiunto la vetta. Riuscimmo a fare tutto questo dal 21 al 28 febbraio, anche se le condizioni della montagna erano difficili e c’era un grande rischio di valanghe dopo lunghi periodi di pesanti nevicate. Sulle Alpi Pennine c’era bassa pressione, con venti provenienti da ovest. Ulteriori nevicate erano state previste, così ci trattenemmo a Zermatt per qualche giorno. Per assicurare buone comunicazioni dal rifugio dell’Hörnli e durante la scalata, prendemmo in prestito un radiotelefono e ci accordammo con l’eliporto locale per avere un rapporto continuo sulle condizioni del tempo.

Il 3 marzo ci arrampicammo ancora all’Hörnli, non con perfette condizioni meteorologiche, ma sperando che almeno si stabilizzassero. Il 7 marzo alle tre del mattino uscimmo dal rifugio, per cominciare ancora di notte la scalata della parete nord del Cervino. Verso la metà del primo pendio di neve, un uomo e una donna giapponesi ci raggiunsero. Avevano seguito le nostre tracce, e per un po’ arrampicammo insieme, cosa che aggravò il pericolo generale. Essendo in due, i giapponesi avrebbero dovuto superarci, ma non ne erano in grado. Accelerarono soltanto la notte del secondo giorno di arrampicata, grazie all’aiuto di un altro gruppo di tre giapponesi, che avevano superato entrambi i gruppi procedendo molto velocemente, e che erano in grado di portare con loro gli altri due. Giunte alla fine del pendio di ghiaccio della parte inferiore della parete, arrivammo a una parte intermedia molto difficile, un largo canalone roccioso, in parte ricoperto di ghiaccio e neve. Ma c’era meno neve di quanto ci aspettassimo, meno che d’estate, e il ghiaccio era molto duro perché la temperatura era ancora sotto zero. Sistemammo il primo bivacco dopo aver arrampicato per 500 metri, fin quasi a metà della parete; quello dopo fu alla fine del canalone, 250 metri più in alto, e venne raggiunto di notte con l’aiuto delle lampade frontali. Il terzo ed ultimo bivacco, l’unico davvero comodo, fu sistemato sulle nevi sommitali, a circa 250 metri dalla cima. Di notte avevamo giacche e pantaloni di piumino e coperte da bivacco. Dopo il secondo bivacco, dato che la roccia sopra il canalone era molto ghiacciata, scegliemmo un percorso alternativo, tecnicamente più difficile, ma più breve: una traversata esposta sulla destra su roccia friabile. Era spiacevolmente paurosa, e inoltre seguita da un breve tiro verticale di V grado. Dopo questo, il percorso era innevato, su terreno roccioso ma non troppo difficile, verso la Cresta di Zmutt, e portava proprio sotto la vetta. Sfortunatamente, si era alzato il vento, solo tempestoso all’inizio, poi sempre più forte il terzo giorno, finché non fu come un uragano. Non potevamo raggiungere la vetta come speravamo. Una volta giunte sulla Cresta di Zmutt, decidemmo di scendere per trovare un riparo da quel vento feroce. Quel giorno e il successivo, il vento costante e le temperature di -10°C provocarono a Irena Kesa congelamenti e ipotermia. Non appena capimmo le sue reali condizioni, il problema più urgente fu di trovare un riparo per proteggerla da un’ulteriore perdita di calore corporeo. La parete nord del Cervino è nota per la scarsità di luoghi riparati dalle intemperie. L’unico punto che trovammo era sulla Cresta di Zmutt, solo 20 o 30 metri dalla vetta. Krystyna Palmowska salì sulla cima, mentre il resto di noi portò Irena al bivacco e la avvolse di coperte più velocemente possibile. Era il primo pomeriggio. Anche se non immaginavamo alcun tipo di salvataggio con quel vento e quella visibilità ridotta, avevamo già chiamato aiuto per radio durante una sosta temporanea a 80 o 100 metri dalla vetta. Non avendo nostre ulteriori notizie, i giornalisti a Zermatt pensavano che avessimo lasciato perdere il tentativo, anche se il percorso diventava ora abbastanza facile. Nonostante il buio e il vento a 120-130 km/ora, alle otto di sera arrivò un elicottero, guidato dal fantastico Toni Loetscher. René Arnold e Alfons Lerjen si calarono sulla corda per evacuare Irena, e anche Krystyna dalla vetta.
Anna Czerwinska ed io avevamo sperato, nella mattina, di scendere da sole giù verso la Cresta dell’Hörnli, ma gli uomini del salvataggio insistettero per l’abbandono dell’impresa causa le impossibili condizioni. Irena fu trasportata immediatamente dalla vetta alla clinica di Visp, dove rimase dal 10 al 14 marzo. Dopo passò dieci giorni in una clinica di Innsbruck specializzata in casi di congelamento. Grazie alle operazioni di salvataggio e alla cura immediata, non ci furono amputazioni e Irena si riprese completamente. La prima scalata invernale della parete nord del Cervino fatta solo da donne suscitò grande interesse in Svizzera e in altri paesi alpini. La radio, la televisione e la stampa riportarono ogni dettaglio con precisione. Erano state fatte delle fotografie durante l’ascesa, quando le condizioni lo permettevano, sia dall’elicottero sopra di noi, sia da lontano con un teleobiettivo da 500 mm. L’equipaggio dell’elicottero di soccorso corresse l’equivoco che avessimo abbandonato l’impresa quando avevamo segnalato per radio il problema di Irena e confermarono poi che in realtà avevamo raggiunto la vetta. Titoli di giornali e riviste acclamarono la nostra “Grande Vittoria” e “L’impresa magnifica delle donne polacche”. Il bollettino della sezione di Zermatt del Club Alpino Svizzero dedicò un’intera edizione alla nostra scalata, facendo notare che era la prova definitiva che le donne fossero in grado di raggiungere altissimi livelli nell’alpinismo e di sopravvivere anche nelle condizioni più sfavorevoli. “Le donne polacche hanno aggiunto un nuovo capitolo alla lunga storia della conquista del Cervino,” si disse, “dalla prima salita di Whymper nel 1865 e dalla prima scalata della parete nord nell’estate del 1931 da parte dei fratelli Franz e Toni Schmid.” E’ vero che ci furono altre voci, all’estero e in patria, che scelsero di mettere in questione l’adattabilità delle donne a questo tipo di sfide. E certamente rimane la questione perenne: perché l’alpinismo? Nessuno è stato capace di dare una risposta soddisfacente. Bisogna accettarne la validità senza una reale giustificazione. Nel nostro caso, i fatti stessi erano sufficienti. Per la prima volta le donne avevano superato d’inverno una difficile parete alpina, che finora era stata scalata solo da uomini. La parete non era diventata più facile soltanto perché noi l’avevamo scalata. A metà marzo di quell’anno, l’elicottero dovette salvare un gruppo di uomini austriaci sulla parete nord del Cervino, e pochi giorni dopo morirono quattro uomini tedeschi . Trovammo ripagante l’attenzione ricevuta in Svizzera. Durante la sua permanenza in ospedale, Irena fu circondata di gentilezza e simpatia da molti sostenitori. Il suo primo bouquet fu del pilota svizzero dell’elicottero di salvataggio: una delle più difficili operazioni di soccorso che tutti dicono abbia condotto. La storia di Irena
Irena Kesa era la più giovane delle quattro. In quel periodo era una studentessa di educazione fisica con idee rigide sulla dieta. Aveva ridotto il fabbisogno calorico evitando zuccheri e grassi e sostituendoli con latte, pesce e riso: una dieta insufficiente per un’impresa con un freddo invernale così estremo. Cominciò a soffrire di geloni il secondo giorno, anche se c’erano già state delle avvisaglie durante la ricognizione sulla Cresta dell’Hörnli, quando aveva perso i guanti nel bel mezzo di un tiro di corda e aveva continuato senza. Al rifugio Solvay si era lamentata della perdita di sensibilità di mani e piedi e noi altre facemmo a turno per massaggiarla. Sembrava tutto a posto, forse era solo un po’ tesa, quando eravamo pronte per la scalata principale. Irena ha scritto di quella sensazione di tensione prima della scalata: “Non è che avessi paura della Parete di per sé, visto che avevo fatto arrampicate ben più difficili tecnicamente, ma questa era più spossante dal punto di vista delle condizioni del tempo. Avevo paura che fosse troppo per noi e che avremmo dovuto tornare in Polonia a mani vuote. Il fatto che dovessimo sederci e aspettare presso l’Hörnli, senza fare niente, e che così tante persone stessero aspettando di salire, era uno stress con forte impatto su di me, anche se non dicevo nulla. Sentivo il fardello di responsabilità e un senso di obbligo nei confronti della missione. Tutto sembrava puntare nella direzione del fallimento, e io sentivo che tutto quello che avremmo raggiunto sarebbe stata una totale confusione.” In un articolo sulla rivista polacca Taternik, ha raccontato delle sue condizioni precarie durante la scalata: “Sentivo gli effetti del freddo accumularsi fin dal bivacco della notte precedente sulle parete nord del Cervino. Sforzandomi, cercai di controllare il terribile dolore nelle dita della mano destra, e solo allora capii che anche le gambe erano coinvolte. Il dolore delle dita non diminuiva, ma peggiorava e gradualmente apparvero delle vesciche. Tutto diventò un tremendo sforzo, persino preparare il bivacco o filtrare il tè. Cercai di addormentarmi. La mattina, il vento era calato un po’, anche se c’era un freddo terribile. Dovevamo comunque partire. Le altre erano forti e in forma, ma io mi sentivo sempre peggio. Verso mezzogiorno non ero più in grado di muovere le gambe. Avevo perso la sensibilità in tutte le articolazioni, non potevo neanche reggere la piccozza. Avevo difficoltà di respirazione. Sentivo che stavo lentamente perdendo la vita. Le ragazze decisero di chiamare aiuto via radio. Io mi misi nelle loro mani.”


Tratto dalla: “La Grande Montagna” Ed. DeAgostini

lunedì 13 novembre 2017

INVERNALE CIMA D'AMBIEZ

http://www.summitpost.org/cima-d-ambiez/154208


FOX-STENICO  in PRIMA INVERNALE di Gianni Mazzenga
14 Marzo 1965

"Alle 5, con un passaggio di "misto" usciamo dal rifugio e una meravigliosa coppa di stelle ci sovrasta.
Pensieri, preoccupazioni, dubbi e ansietà di misurarmi con la parete mi riempiono il cervello durante la marcia di avvicinamento. Dove il pendio diventa troppo ripido togliamo gli sci piantandoli nella neve ed estraiamo le corde. Con la piccozza attraverso il pendio che porta alla cengia d'attacco. Mi raggiunge poi Ambrogio seguito a breve distanza dagli altri due amici. La cengia estiva è ora trasformata in uno scivolo più o meno ripido di neve instabile. Il mio procedere scalinando la neve con la sferragliante piccozza in mano può erroneamente far credere che mi sostenga sulla neve; in pratica molto raramente abbandono la solida roccia. Lunghi chiodi e cordini interrompono le lunghezze di corda. Un breve salto di roccette innevate mi porta all'inizio delle difficoltà.
Riordiniamo il materiale; chiodi, cunei e moschettoni escono dai sacchi. La temperatura ci permette di arrampicare in maniche di camicia. Non ho mai capito perché,  ma quando si arrampica d'inverno il sacco è sempre enorme e pesante.
Riconosco il passaggio iniziale. Ho già percorso questa via all'età di 18 anni ed è stato il mio primo 6°. Il pensiero mi riporta a passaggi estremi, a corde penzolanti nel vuoto, a sei chiodi in 400 metri. Oggi voglio ridimensionare almeno parzialmente queste difficoltà e cancellare quei ricordi spaventosi che mi hanno assillato per sei anni. Chiedo perciò ad Ambrogio di lasciarmi in testa nella prima lunghezza che è considerata una delle più difficili.
Percorrendo la breve lunghezza di corda che conduce al primo terrazzo, la stanchezza delle braccia mi fa riesaminare gli allenamenti fatti durante l'inverno: tanti discorsi e progetti inframezzati da qualche breve uscita domenicale. Ma le difficoltà, fin qui, non sono sovrumane. Mentre assicuro Ambrogio, guardo la lunghezza di corda seguente: senz'altro là si concentrano i passaggi difficili, quelli che fanno sentire il peso del corpo sul vuoto mentre la mano cerca in vano un appiglio. Non ci sono dubbi. Ora che il compagno mi raggiunge sono perfettamente convinto che proprio lì ritroverò la Fox-Stenico dei miei ricordi.
"Ambrogio, lasciami fare ancora questa lunghezza".
Acconsente. Un chiodo, qualche appiglio, una fessura con un cuneo, delle gran bracciate in una meravigliosa arrampicata libera e con un grande fiatone riesco a depositare il sacco e me sul terrazzino seguente.
Mi sono sbagliato ancora una volta. La mia Fox-Stenico non era qui. Senz'altro è nella lunghezza seguente. Recuperando le corde mi godo lo spettacolo che mi attornia. Rocce gialle sovrastate da affilate creste di neve, cime a me famigliari,  le tracce dei nostri sci che uniscono la base della parete con il rifugio Agostini e si perdono poi giù nella valle. E attorno un mare di nubi che si stende in tutte le direzioni con una regolarità perfetta fino all'orizzonte. E' tutto ciò visto dalla verticalità di questa parete, mentre sto realizzando il mio progetto, che mi ha portato qui per la prima volta nell'inverno del '61 e che negli ultimi tempi era divenuto un magnifico sogno e forse anche un incubo febbrile. Le lunghezze di corda si susseguono velocemente in una fantastica arrampicata libera. Io alla ricerca delle difficoltà dei miei ricordi, Ambrogio nella sua tranquilla e sicura arrampicata, rassegnato al mio stato d'animo. 
I due lombardi, ora divenuti amici, ci seguono(Giorgio Brianzi e un amico).
La roccia non è più verticale e l'acqua che cola ci fanno capire che la vetta è vicina. Alle 14 siamo sulle facili rocce della cima. La stupenda cavalcata in arrampicata libera si è conclusa a sole quattro ore e trenta dall'inizio. Siamo tutti felici e io forse più degli altri, perché ho coltivato più a lungo questo sogno.
Non ci fermiamo a riposarci. Solo quando un terrazzo grande ci riunisce nella scelta della discesa, ne approfittiamo per scambiare qualche parola. Ci parleremo questa sera durante il bivacco ... o in rifugio forse.
Tutta la neve che non abbiamo trovato in salita la troviamo ora in discesa. Si perde quota in arrampicata e poi giù a doppie, in un freddo canale di ghiaccio e di neve. Ci rendiamo conto che le manovre su questo terreno ci portano via un sacco di tempo. A brevi intervalli qualche cascatella di neve farinosa e ghiacciata mi cade addosso e giù per il collo facendomi provare una delle più piacevoli sensazioni dell'alpinismo invernale!
Il sole è oramai tramontato.
La bianca luce della luna, veramente provvidenziale, illumina la parete a giorno. Mi trovo a ripercorrere la cengia in senso inverso a questa mattina, arrampicando e chiodando senza il bisogno della pila. Giochi di luci e di ombre si proiettano sulla conca d'Ambiez".

Rivista mensile Cai 1965 pp.206-210

venerdì 10 novembre 2017

"I QUATTRO PILASTRI D'INVERNO"

Durante il Concatenamento (foro archivio Franceschi)

Sul Terzo Pilastro (foro archivio Cantalamessa)

Sul Secondo Pilastro durante il Concatenamento (foto archivio Cantalamessa)

Questo scritto mi è stato gentilmente spedito da Franchino Franceschi autore insieme a Tiziano Cantalamessa dell'unico grande concatenamento invernale sui Quattro Pilastri del Paretone del Gran Sasso, un Alpinismo d'altri tempi dove la bravura, l'Amicizia e la determinazione erano le basi per la creazione di bianchi e freddi capolavori.


28/29/30 Dicembre 1989
UN POKER DI PILASTRI  di Franchino Franceschi

Durante la metà di dicembre, delle grosse nevicate colorano di bianco tutto il nostro Appennino, sconvolgendo i progetti fatti per la stagione invernale, ma subito dopo, torna a splendere prepotentemente il sole.
Si sarà trasformata la neve? Ma certo, saranno dieci giorni che c'è il sole e fa sto caldo abbafato.
Sono questi i soliti discorsi che si fanno tra noi alpinisti quando, costretti all'immobilità, non vediamo l'ora di mettere le mani sulle pareti.
 Un giorno, trovandomi a sciare a Prati di Tivo, noto con mio sommo piacere che le pareti sono, nei tratti verticali, pulite e in quelli un po' più appoggiati, innevate, insomma, ci sono le condizioni giuste per scalare e per realizzare un sogno a cui stiamo pensando da tempo: una partita a Poker in alta montagna d'inverno, non solo non l'ha mai fatta nessuno, ma forse solo in pochi ci hanno addirittura pensato. Mi precipito da Tiziano il 27 mattina e come è nostro solito, decidiamo di partire immediatamente, il pomeriggio stesso. Dopo essere riusciti a salire per il rotto della cuffia con l'ultima corsa della seggiovia, quindi mezzi nudi, con gli scarponi sciolti e l'attrezzatura appesa al collo, sistemiamo gli zaini e iniziamo la marcia verso il rifugio Franchetti. Ci arriviamo di notte e lo troviamo stranamente aperto. Il gestore, gentilmente ci offre un paio di piatti di ottima minestra, ma quando si informa sulle nostre intenzioni del giorno dopo, rimane alquanto sbalordito: "Di matti da queste parti ne vedo passare tanti, ma come questi, che si sono messi in testa di farsi un Poker al Paretone, mai!".
Comunque, tutto sommato, visto che non abbiamo intenzioni aggressive e che quindi non siamo poi così pericolosi, ci concede una stanza, guardandosi però bene dal farci dormire nella sua. Al risveglio non ci troverà più nel rifugio, ci eravamo alzati alle due di notte e mentre lui scopriva la nostra fuga notturna, noi eravamo già all'attacco del terzo Pilastro pronti ad azzannarlo.
Alle otto circa parto per il primo tiro, lancio un'occhiata allo zaino, assomiglia a mio nipote di sei anni, forse un po' più grasso, comunque non mi impressiona più di tanto perché per questi primi tiri se lo deve sciroppare Tiziano. Raggiungo la sosta e lo avverto: mentre si prepara vedo una pedula che gli vola nello Iannetta. Adesso che vada a vedere se è arrivata a San Nicola. Ha, ha, sono proprio curioso di vedere come se la caverà. Viene su come un siluro, con un Koflach sì e uno no! Maledetto satanasso, mi freno a stento all'istinto di lasciargli rotolare un masso sulla zucca, per vedere se riuscirebbe a fermarlo.
Riparto io e riesco a superare il libera il passaggio di A1 nonostante le dita dei piedi che assomigliano ai bastoncini di merluzzo di Capitan Findus. Riparte Tiziano ed ora tocca a me, abbracciare teneramente mio nipote di sei anni, ma che di sei anni, questo è come mio nipote fra due anni.
Che zainaccio, avrei scaraventato molto volentieri anche lui nello Iannetta, se non fosse stato per il fatto di averlo paragonato a mio nipote. Con questo figlio di ... balena, non mi schioderò mai da qui. Dovremo poi trascinarcelo per l'intera via, issarlo volta per volta con una corda tutta per lui.
Alle quattordici stiamo ad abbronzarci come turisti a Cortina. Abbiamo tutti un bell'aspetto, tranne lo zaino, che essendosi rifiutato di salire con le sue forze, è arrivato in cima trascinato ed ora è tutto lacerato, strappato, in più parti violentato. Ben ti sta, così impari a scalare anche tu.
Abbiamo impiegato sei ore per salire il terzo Pilastro. Non posso fare a meno di pensare a Gianpiero. He sì Giampiero, la tua salita nell'82, deve essere stata davvero un'avventura epica: tre giorni da solo su questo pilastro, non sono certo uno scherzo.
Nonostante sia molto presto, decidiamo che bivaccheremo sulla sommità del secondo Pilastro perché la cresta è tutta pulita ed inoltre è una giornata stupenda, senza un alito di vento, che normalmente è il miglior amico di questa montagna. Le ultime parole famose: non appena cominciamo a preparare una minestra liofilizzata a base di pollo e scampi (siamo o no in clima natalizio), il vento si sveglia e con la sua testa aereodinamica, si intrufola tra i nostri vestiti e va a soffiare direttamente sulla fiamma del fornellino tentando di spegnerla. Comunque, mangiando, bevendo e sghignazzando aspettiamo il sopraggiungere della notte che non tarda a venire. Ci ficchiamo dentro i sacchi di piuma aspettando questa volta le luci del giorno. Tira vento, fa un freddo cane, dentro al sacco penso di assomigliare alla mummia di un faraone egiziano e qui decido che non lavorerò mai in un'industria di surgelati.
La mattina molto pigramente ci alziamo e dopo aver sistemato tutta la baraonda della sera prima, ci accingiamo a scendere in corda doppia sul secondo Pilastro, ma le corde che tentiamo di lanciare verso il basso, il vento patagonico ce le sbatte sistematicamente in faccia. Ci adattiamo alla situazione e pensando di essere sul Torre, scendiamo carrucolati u no dopo l'altro. Raggiunta la base della parete, traversiamo verso il primo Pilastro e lo violentiamo in due ore di armoniosa e stupenda arrampicata.
Sulla cresta sommitale, mi chiedo come mai le mie pedule S.Marco avessero una tenuta di punta così decisa, sono sempre state soltanto delle ottime scarpe da aderenza. Bastano però pochi passi per capire che i piedi sono diventati due baccalà, cambiando le prestazioni delle mie morbide scarpette in quelle di due grossi scarponi in cuoio Galluser stile Gervasutti. Un massaggio è d'obbligo e non appena i piedi riacquistano la loro normale sensibilità, potenti note ( in realtà erano imprecazioni) si levano verso il cielo. Le avranno sentite anche in basso, nei paesi e i valligiani sicuramente racconteranno che due strampalati alpinisti, sotto effetto "spumante natalizio", erano ancora a cantare i loro inni alpini sulla vetta del G.Sasso.
Sono solo le 11,30 e già il sole è scomparso dietro uno spigolo, siamo quindi costretti a coprirci con le giacche imbottite e ridiscendiamo sul secondo Pilastro. Mi chiedo come farò ad arrampicare; va bene che sono considerato un po' svitato, ma il fatto di essermi chiuso per mia e solo mia scelta in codesta camicia di forza, mi fa pensare che lo sia davvero; se voglio continuare la cavalcata, dovrò necessariamente inventarmi qualcosa. Arrivati alla base del Pilastro, iniziamo immediatamente a salirlo. Al primo movimento non proprio molto plastico, sento uno strappo: è la manica della giacca a vento che si è strappata all'altezza della spalla. Apposto, trovata la soluzione per il problema. Si va già meglio. Impieghiamo anche per questa via due ore e alle 14 siamo di nuovo in cresta. Di andare subito alla base del quarto Pilastro non se ne parla nemmeno, di passare un'altra notte qui, in apnea, neppure, vista la quantità di aria che esce ad uscire dai maiorcani  polmoni del vento, perciò riprendiamo armi e bagagli e ci trasferiamo al rifugio Franchetti.Tutta strada in più e imprevista per giunta, ma la marcia è resa allegra dal pensiero della bisboccia che si farà stasera. Luca, il gestore, ieri è andato a casa e nel momento in cui lo abbiamo messo al corrente che forse avremmo avuto bisogno del rifugio, forse impietosito dal nostro stato psichico, si è guardato bene dal contraddirci e ci ha lasciato le chiavi. Ci arriviamo che è ancora giorno e immediatamente cim mettiamo ai fornelli. Poi, vedendo la grossa stufa a kerosene parcheggiata in un angolo, ci rendiamo conto che tra lo stare seduti al suo cospetto, a gustare la minestrina e lo stare in piedi tremanti ad ingoiare la sbobba, c'è una bella differenza, quindi ci diamo da fare per metterla in moto. E qui abbiamo rischiato di mandare a monte la partita di Poker a causa di un intossicamento da fumo: la stufa non sapevamo usarla quindi, dopo aver aperto tutte le finestre, abbiamo ingoiato la sbobba in piedi e tremanti. Alla fine comunque l'ambiente si è scaldato lo stesso e abbiamo trascorso una piacevolissima serata nonché nottata.
La sveglia gracchia alle cinque e dopo una lauta colazione al tè di menta (a Tiziano piacciono i profumi esotici), iniziamo bellicosamente la marcia verso il canale Iannetta che questa volta percorriamo di giorno. Alle otto ci avventiamo sul quarto Pilastro. Va avanti Tiziano, che inizia una lotta furibonda con una fessura strapiombante, intasata da metri e metri cubi di neve, con il risultato che, nonostante la splendida giornata di sole, io mi ritrovo sotto, a fare il pupazzo di neve e con tanta voglia di dirgli che sono ormai passati i tempi in cui si aspettava la neve per fare a pallate, cosa che naturalmente non faccio, perché potrebbe arrivarmi addosso qualcosa di molto più pesante, tanto è infuriato. In compenso, quando salgo la fessura è perfettamente pulita, direi quasi in condizioni estive. Ottimo lavoro Tiz!
Visto che è l'ultimo, ce la prendiamo comoda e impieghiamo per salirlo, la bellezza di quattro ore: alle 12 infatti siamo fuori, niente male per un pilastro alto circa 400 metri. La partita è finita. Solita prassi di complimenti, strette di mano e pacche sulle spalle. Vorrei ricordare a tal proposito, che dopo tre giorni in parete, a dare pugni alle rocce, non si sanno dosare bene le forze e certe pacche amichevoli non possono che essere deleterie per le ossa indebolite.
A questo punto iniziamo la marcia trionfale verso valle fischiettando, ma anche imprecando contro questa neve, che così zuccherosa, si è messa in testa di darci la mazzata finale. L'allegro cammino si interrompe soltanto sotto la via dove il nostro amico Corrado, a perso la vita l'estate scorsa. Stessa età, stessa passione, eppure lui dalla montagna non è più sceso, mentre io invece ora lo sto facendo. Non posso fare a meno, nonostante che questo sia per me un giorno di immensa soddisfazione, che questi ricordi, così amari, mi ritornino in mente. Però chissà, forse anche lui adesso è in una montagna di splendido calcare, una montagna come il G.Sasso.
Ripartiamo cercando di costringerci a non pensare a questo tipo di argomenti e finalmente ci sediamo su una seggiola che ci riporterà a Prati di Tivo, nella civiltà.
Incontriamo un amico, che chissà come aveva orecchiato delle nostre intenzioni. Ci saluta indicando un tre con le dita.
"Allora, avete fatto tris?"
"Bè, vedi, noi a questo gioco siamo un po' scarsi e con il tris passiamo. Abbiamo fatto Poker. Un bel Poker di Pilastri."


Per saperne di più:



giovedì 9 novembre 2017

L'IMMAGINE

Foto  scattata da DONATELLO AMORE che ha saputo cogliere attraverso l'obbiettivo l'attimo di Andrea

Questa è un'immagine "proibita", una di quelle difficili da capire ... ti allacci le scarpe, immergi le mani nella magnesite (se l'hai) e parti verso un qualcosa che non serve a niente, ma che ti darà tutto ... l'attimo perfetto!
Non tutti possono capirlo. Vivere quel tipo di attimo che ti rimarrà dentro per tutta la vita. L'arrampicata solitaria vera, dove lo sbaglio è solo la morte ... qualcosa di proibito, egoistico, vergognoso, forte e eccitante.
Mentre ripetevo legato ad un Amico questa formidabile linea pensavo ad Andrea che non conosco personalmente, pensavo al suo attimo perfetto, lo cercavo nei mie attimi ...
E la sera, io che non bevo birra, ne ho bevute DUE , una per la gioia provata nel salire le lisce placche e una dedicata ad Andrea che è corso completamente libero su quei muri lisci ...
Credo che sia una persona fortunata, credo di essere una persona fortunata, credo di averne conosciute di persone fortunate, semplicemente perché hanno potuto vedere all'interno dell'attimo. Mi dispiace per gli altri, che comunque vivono attimi diversi, felici dei loro ... ma quel salire all'interno dell'indescrivibile, con il sudore che a volte ti bagna la fronte, a volte evapora dalla paura, è solo per chi forse "doveva essere così".
http://www.corbaccio.it/

Una sera ho incontrato una ragazza ad una serata della "CORBACCIO", parlando ho raccontato di aver letto il libro di Andrea ... Lei, la ragazza, mi ha detto che lavorava per la Corbaccio e che erano molto contenti di quel libro scritto a due mani ...
Se non l'avete già letto ....non mi importa, io Sì!

TENTATIVO AL PILASTRO DEI FRANCESI CROZZON DI BRENTA


DI HEINRICH  (HEINZ) STEINKOTTER

1971 "... Quella mattina di fine dicembre gli amici accesero il fuoco del rifugio invernale nei pressi del Rifugio Brentei, mentre Marcello ed io eravamo intenti a issare il saccone contenente la piccola tenda, i viveri e i sacchi letto del tipo corto, fino al petto. Issare, "tirar su", è una parola facile a dirsi, ma nell'occasione concreta, specie nei primi trecento metri, era un problema, perché la parete era verticale solo in parte. Così Marcello spingeva il sacco davanti a sé, mentre io recuperavo il compagno e il saccone.
Il terrazzino, un bel "pulpito" di tre metri per uno e mezzo, fu ideale per piantare la tenda azzurra. Bella notte tranquilla, un segnale di luce ai compagni del bivacco che tutto andava bene, poi la lunga attesa: si doveva cucinare (possibilmente fuori dalla tenda, per evitare troppa condensa) e mangiare; uscire per urinare badando bene dove, dato che la neve ci sarebbe servita l'indomani mattina per il tè.

28 dicembre: buon segno svegliarsi solo due volte nella notte. Colazione, poi prima con i guanti, quindi a mani nude, affrontammo la muraglia quasi verticale e gli strapiombi. Ricordavo benissimo quei tre difficilissimi tiri in arrampicata libera della ripetizione estiva.
E non so ancora come sia riuscito a non usare le staffe su quei passaggi. Dovevo fare il capocordata, ma a Marcello spettava il duro compito di portare lo zaino, mentre io senza grandi fatiche tiravo su gli altri due sacchi. Verso le 16, esausti ma contenti, raggiungemmo la cengia ben visibile dal rifugio.
In una specie di nicchia dove a fatica si poteva stare seduti tenendo il casco in testa, sistemammo sotto di noi la tenda e i materassini. Sopra di noi la roccia. In questo modo, all'aperto, non dovevamo lottare con la fastidiosa condensa. Il segnale agli amici e "buona notte".

29 dicembre: Ad un tratto verso le due di notte mi sveglio: guardo il cielo e non vedo le stelle; la notte è buia, non c'è la luna. Dopo avere acceso le pile frontali notiamo ai bordi della nostra cengia una "striscia bianca" che ieri non c'era.
<<Sta nevicando>>.
<<Si>>, ma continuiamo a dormire. E dormiamo veramente bene, anche perché il freddo è meno pungente. Alcuni pensieri per i tiri da percorrere questo giorno. Ma la mattina si mostra come crudele realtà: sulla cengia verso lo spigolo Nord -interrotto da strapiombi- si è già accumulato uno strato di neve alto fino alle ginocchia. I tiri che seguono sono difficili, con appigli minuscoli, ma anche quella parte è impastata di neve.
<<Deve venire il vento a spazzare via la neve, altrimenti di lì non si passa>>. E' la nostra speranza, mentre stiamo preparando da mangiare sotto lo strapiombo. Fuori dal bivacco si vede soltanto la neve che cade incessantemente; di quando in quando davanti ai nostri occhi vediamo cadere le slavine. E continua a nevicare anche nel primo pomeriggio.
Compio una traversata in direzione dello spigolo per vedere se da quella parte sia possibile tornare indietro in corda doppia: niente! Poi, per qualche ora, smette di nevicare, il che ci dà speranza. Non vediamo il Rifugio Brentei né percepiamo le voci degli amici, che ormai di certo sono in pensiero per noi e, in caso di bisogno, non sarebbero in grado di esserci di aiuto.
Verso sera riprende a nevicare e, dato che i viveri ci basteranno solo per la sera e per domani, dopo qualche ora ci rendiamo conto di dover prendere una decisione. Alla luce di una candela leggo la preoccupazione  sul volto di Marcello. Anche se la mia voce non esprime sicurezza, gli dico che domani dovremo fare corde doppie e scendere con qualunque tempo. Durante la notte, ad intervalli precisi, sentiamo il frastuono delle valanghe che precipitano nel canalone Neri, alto ben mille metri, che divide la Tosa dal Crozzon.

30 dicembre: Abbiamo dormito poco questa notte e sappiamo che la discesa è l'unica nostra possibilità di salvezza. Penso che ognuno di noi abbia fatto una preghiera. Cacciamo le ansie e i timori. Riesco a piantare due buoni chiodi: uno per infilare le corde, l'altro per dare sicurezza a Marcello tramite il cordino, piuttosto robusto. L'amico è fortunato, ritrova un chiodo ad una sosta, dopo una trentina di metri di discesa.
Tocca a me: conosco quei momenti. Quando dopo qualche giorno si lascia un bivacco, anche se scomodo, in qualche modo ci è diventato familiare. Seguono altre corde doppie in un terrazzino completamente cambiato dalla neve. Anche il recupero delle corde non è semplice: in un passaggio sono costretto anche ad arrampicarmi per mezza lunghezza di corda per liberare la corda che si è incastrata in una fessura.
<<Sta attento, arriva!>>, grido, e l'ennesima slavina ci cade sopra. Siamo due maschere, il volto irriconoscibile causa la neve e il ghiaccio che si formano sul mento e le sopracciglia. Il tempo passa in fretta e non siamo ancora giunti alla base. Dobbiamo farci strada verso la parte più debole della parete, arrampicando e nuotando nella neve; ad un certo punto siamo costretti a fermarci per l'ultima notte, l'ultimo bivacco. Durante il quale veniamo quasi soffocati dalla neve che cade sulla tenda in forma di slavine ...

Tratto da: LA MONTAGNA DEL VECCHIO HEINZ

LA 1° SALITA INVERNALE AL PILASTRO DEI FRANCESI VENNE PORTATA A TERMINE DAL 21/24 dicembre 1972 dallo stesso Steinkotter con Andrea Andreotti.

foto Steinkotter


mercoledì 8 novembre 2017

LE VENTI E CINQUE VIE DI FEDERICA N18-19

TROVA LA DIFFERENZA ...🌝








Le "guide" che posseggo, sono vecchie ed usurate, e, FORSE, credo da sempre che il mondo giri con regole non scritte ma rispettate da molti.
Per il "giro" di Federica, questa volta tocca a me scegliere. Da parecchio tempo voglio ripetere la via Vaccari alla Rocca degli Uccelli, l'occasione giusta è arrivata. 
All'imbragatura appendo una serie completa di costosi "Amici" e, porto pure il martello con due chiodini universali!
Dopo il solito giro a destra e sinistra raggiungiamo l'attacco; anche un cieco come me nota subito i NUMEROSI golfari e resinati sparsi per la parete, sembrerebbe una gran bella falesia...
L'evidente linea dei Fratelli Vaccari è sopra la nostra testa, io parto e dopo pochi metri piazzo con orgoglio (sono ancora capace) un freind. 
Ma quello che non mi aspettavo era lì, qualche passaggio dopo il friend, un resinato, due resinati, tanti resinati e quell'amarezza di vedere la Storia cancellata dall'ignoranza! 
La Vaccari esiste ancora, ma solamente nella mia vecchia guida, il resto è una linea SFREGIATA e MALTRATTATA.
Perchè? tanti perché che credo servano a poco, ho usato altri friend ma, non è stata la stessa cosa.
Si possono aprire vie dovunque, ma i "capolavori" dovrebbero rimanere tali ... e non per tutti!
Ritorniamo alla base, non sto a "confondere" la Federica con le mie "seghe mentali", sono venuto per arrampicare con Lei che è la Mamma dei miei bambini. Storia, etica, progresso e regresso devono rimanere fuori dal giorno ...oggi è un bellissimo giorno dal cielo azzurro.
"Scavalchiamo" e per finire la mattinata saliamo la bella FIVY al Pianarella, siamo soli e godiamo ogni movimento ....

Gabriele è un Amico e con Amici sta portando avanti un lungo discorso per richiamare l'attenzione sulle rocce del Finalese e sul  RISPETTO, questa è la loro pagina su fb...io credo che non tutto sia perduto ... speriamo in bene!
https://www.facebook.com/Finale68/