sabato 25 novembre 2017

LUNGO UN DIEDRO PERFETTO "STORIA DI UNA GRANDE INVERNALE"

http://www.paolocolombera.it/fotografie-dolomiti/pale-di-san-martino/

A volte mi piace fare "paragoni", servono da sempre per semplificare un qualcosa.
Per descrivere il Gran Diedro sulla parete ombrosa dello Spiz Nord nel gruppo del Gigante Ombroso, a chi me lo chiede, uso sempre  dire che è come la "Canzone di Marinella" di Fabrizio De Andre, un opera poetica accompagnata da una musica e una voce Unica ".
Il Diedro è la perfezione naturale vinto da due "Poeti" della verticale.
L'ho scalato da solo tanto tempo fa e ne sono rimasto innamorato, ma attenzione, ad ognuno il suo giudizio, io non sono poi così affidabile, soffro da sempre di un'inguaribile "cosa" che prende il nome dall'ultimo album del Poeta http://www.fabriziodeandre.it/portfolio/mi-innamoravo-di-tutto/ .

Questo è il racconto della prima salita invernale ...

Ho molte foto dello Spiz Nord, in tutte le stagione dell'anno, ma visto che sto raccontandovi di "opere e poeti", la prima me l'ha "inviata" ( e appesa in casa) un altro artista  ... http://www.paolocolombera.it/ che con i suoi scatti permette anche ai miei occhi di vedere cose abitualmente invisibili.


http://www.ilblogdelgrezo.it/2010/05/giorgio-costa/


SPIZ  AGNER NORD
GRAN DIEDRO DETASSIS-CASTIGLIONI
 di Giorgio Costa
tratto dalla Rivista mensile Cai

Durante tutto il 1975 ho arrampicato soprattutto con ragazzi, giovani. Mauro (18 anni, Mauretto per gli amici) è uno di questi. Ci siamo affiatati in quella esemplare palestra di roccia che è la Val Rosandra, lungo molte e difficili vie del Crinale e della Ferrovia. Abbiamo poi arrampicato, in cordata con altri due amici, alcune <<classiche>> della Civetta, della Tofana e della Roda di Vaèl e altre meno famose, ma non per questo meno belle. Alla fine della scorsa estate, dopo questo sudato tirocinio, l'affiatamento era si può dire completo e tale da poter fare progetti anche impegnativi per l'inverno. Fu Mauretto che per primo mi parlò del gruppo dell'Agnèr e dello Spiz Nord (2550 m) soprattutto in relazione alle difficoltà dell'ascensione; ma lasciai perdere, ritenendo l'impresa molto difficile. Dopo qualche tempo Mauretto ritornò alla carica: si poteva fare questa "prima invernale" -mi disse- con un terzo di cordata, Roberto. Ne parlammo con Roberto, che fu favorevole. Iniziammo allora ad assumere più informazioni possibili sulla via Castiglioni-Detassis allo Spiz d'Agnèr Nord ed a preoccuparci del materiale, dei viveri, dell'equipaggiamento e a seguire giorno per giorno le condizioni metereologiche, determinanti per la scelta del periodo migliore. Durante le feste di novembre facemmo una puntata di ricognizione alla parete. Per andare all'attacco dello Spiz bisogna passare per il bivacco Cozzolino, da qui inerpicarsi per lo Spiz Verde, una montagnola di circa 500 metri fra mughi e paretine anche notevolmente impegnative, fra le quali, in estate, passano delle esilissime cenge che in alcuni punti si interrompono per giungere infine ad un intaglio, dal quale ci si cala o in arrampicata o in corda-fissa per una quarantina di metri, giungendo così nel grande anfiteatro ghiaioso che sta alla base dello Spiz Nord.
Partiamo da Trieste in tre, Mauretto, Adriano, un amico che ci aiutava a portare i sacchi, ed io. Le condizioni del tempo erano pessime, ma avevamo tre giorni di tempo per compiere la ricognizione e confidavamo in un tempo migliore.
Al bivacco Cozzolino la prima mattina passò sotto la pioggia. Appena questa cessò partimmo. Ci alzammo per il canalone tra l'Agnèr e lo Spiz e ci portammo sotto lo Spiz Verde. Gli appigli erano coperti di neve e di ghiaccio; riprese a piovere, la montagna scaricava pietre in continuazione. Iniziammo con moltissima prudenza l'ascensione, ma dovemmo rinunciare per l'impossibilità di raggiungere in giornata la base della parete.
Ritornammo al bivacco Cozzolino sotto l'infuriare del temporale e con il pericolo di essere colpiti da qualche pietra. Raggiungemmo il bivacco sani e salvi nonché bagnati. L'indomani, continuando il maltempo, rientrammo a Trieste.
Mauretto e io intensificammo gli allenamenti. Nel frattempo Roberto, sul quale contavamo moltissimo, rinunciava all'impresa e questo ci obbligava a mutare radicalmente il nostro piano tattico e ad esasperare l'allenamento che non mi sembrava mai sufficiente. A tirarci su il morale c'era poi la speranza di avere un aiuto da parte del gruppo per il trasporto dei materiali fino alla base della parete. Alcuni amici rocciatori poi ci avrebbero raggiunti in vetta dalla via comune per darci una mano nella discesa.
Stabilimmo di compiere l'impresa la settimana prima di Natale, cioè la prima settimana dell'inverno, ma il tempo che fino all'ora aveva tenuto bene si guastò. Dovevamo rimandare. Di conseguenza gli amici del gruppo, fino allora disponibili, cominciarono a non esserlo più per le settimane future causa i loro impegni cittadini. Mauretto e io eravamo molto scoraggiati, ma non rinunciatari. Intensificammo ulteriormente gli allenamenti e rivedemmo il piano tattico punto per punto. I viveri erano importanti. Dopo un attento vaglio di alimenti puntammo decisamente sugli zuccheri (cioccolato, caramelle, mandorlato, frutta secca), sul parmigiano e sullo speck, per le proteine. Ma era ovviamente la via che impegnava tutte le nostre discussioni. Nella trascorsa stagione io avevo già effettuato con Silvano Sinigoi una via Castiglioni-Detassis sulla Pala Canali (nel gruppo delle Pale di San Martino) una via di notevoli difficoltà tecniche, ma bella ed elegante. Ritenevo quindi che la via sullo Spiz Nord, che fa pure parte delle Pale, dovesse avere le stesse caratteristiche.
Josè Baron il nostro capogruppo rocciatori, ci fornì molti particolari avendo egli effettuato la seconda ascensione estiva dello Spiz Nord, illustrandoci dettagliatamente le difficoltà del diedro, soprattutto nella parte superiore della via e della grande caverna che lo sovrasta, con uno strapiombo a tetto che esce per circa 10 metri dal fondo della stessa e che presumibilmente, in inverno, sarebbe stato ghiacciato. Molto arduo quindi.
<<Mah, pensai, se ci sarà ghiaccio vuol dire che staremo anche tutto il giorno per ripurirlo ed uscire dal tetto. Fatto questo, anche se le condizioni della parete fossero brutte non dovrebbe essere impossibile proseguire per gli altri circa 150-200 metri di camini e fessure di quarto grado per raggiungere la vetta>>. E lo dissi a Josè Baron che sorrise e ci augurò buona fortuna.
E il giorno tanto atteso giunse. In prospettiva, il tempo sembrava quello buono. <<Si va>>, ma da soli, Mauretto e io, senza nessun appoggio tranne quello di Nino e Claudio che sarebbero giunti alla base della montagna in fondovalle per controllare la nostra posizione e poi eventualmente salire per la via comune in cima ad attenderci per fare la discesa insieme.
Era venerdì 16 gennaio di pomeriggio. Tutti gli amici ci salutarono a Trieste e ci fecero i migliori auguri per la riuscita dell'impresa. La notte fra venerdì e sabato dormimmo in pulmino a fondovalle a lato della strada che porta a Col di Prà. Sabato pensammo di fare un'abbondante colazione alla locanda Col di Prà; la strada e tutto intorno era ghiacciato e le ruote dell'automezzo scivolavano. Decisi allora di mettere le catene e mentre le estraevo inavvertitamente mi tirai addosso su un piede un grosso tabellone di ferro. Dolore atroce e tremendo dubbio di aver compromesso per quel banale incidente tutta l'impresa. Mi massaggiai piano piano e mossi le articolazioni, lentamente e gradualmente il dolore scomparve. Alla locanda la proprietaria ci augurò una buona permanenza in parete.
Imboccammo il sentiero; i sacchi erano pesantissimi e numerose le soste. Nel pomeriggio raggiungemmo il bivacco Cozzolino, per metà sepolto dalla neve. Aprimmo il portellone superiore ed entrammo. Prendemmo subito il libro del bivacco e lo aprimmo. Con stupore, leggemmo che due alpinisti avevano effettuato una ricognizione sulla parete nord dello Spiz. Ci sorse il dubbio che la prima invernale dello Spiz fosse già stata fatta. Fa niente, decidemmo, andremo lo stesso.
Domenica 18 gennaio. Dopo una veloce colazione riscaldata da un po' di tè ci avviammo su per il canalone ghiacciato, che si innalza con una forte pendenza fino sotto le gole della parete dell'Agnèr; da qui ci spostammo a sinistra per prendere le sfuggenti cenge che portano verso lo Spiz Verde. Per le varie difficoltà della salita ci sorprese la sera e dovemmo fermarci. Bivaccammo dentro una nicchia con il fondo coperto di neve. Fu una notte tranquilla. Rispetto alla tabella di marcia eravamo però in ritardo. Avevamo infatti previsto di raggiungere già il primo giorno la base della via, ma i sacchi pesanti, il sacco colmo di materiale, che dovevamo recuperare a braccia dopo ogni lunghezza di corda, e le difficili condizioni di avvicinamento ci avevano fatto rallentare di molto il cammino.
Lunedì 19 gennaio. Era il giorno previsto per l'attacco ed eravamo invece a metà strada fra il bivacco e la base della via. Dovevamo superare una lunga placca, una esilissima cengia ed un diedro di 40 metri, tutto abbastanza impegnativo. Giunti finalmente alla sommità del diedro potemmo vedere per la prima volta tutta la vastità della parete dello Spiz Nord alta 800 metri. Ci calammo con una corda doppia di 40 metri nel centro dell'anfiteatro, dove cercammo, data l'ora inoltrata, un bivacco per la notte. Trovammo una buona cavernetta, spicozzammo la neve per fare un piano e ci accomodammo. Era abbastanza tranquillo ed il freddo non ci tormentava troppo. Quasi dormimmo quella notte.
Martedì 20 gennaio. Finalmente si sferrava l'assalto allo Spiz Nord. Come prestabilito Mauretto avrebbe condotto la prima metà della salita, poi sarei passato in testa io. Iniziammo l'attacco nel punto più accessibile della parete, che si svolge in seguito con una serie di fessure che solcano la sua prima metà. Ma se tutto poteva sembrare semplice da lontano, in parete non era così e certi passaggi che sembravano inclinati, si rivelavano invece strapiombanti e facevano perdere tempo prezioso. Il sacco da recupero poi ad ogni minimo appiglio si incastrava e costringeva il primo di cordata ad un lavoro di braccia estenuante, che portava all'esasperazione. Decidemmo allora che scambiarci le parti. Avrei fatto io il tratto iniziale come capocordata essendo più robusto, Mauretto quello finale. Dopo alcune lunghezze di corda, sempre sopra il quarto grado di difficoltà, ci spostammo un po' a sinistra dove incontrammo alcuni cordini di ritirata in corda doppia, lasciati da nostri predecessori. L'oscurità come al solito ci obbligò a trovare un luogo per il nostro primo bivacco in parete. Uno scalino scavato nel ghiaccio alla base di un diedro,  per niente comodo, ma sempre meglio che penzoloni sulla parete. La notte fredda ci costrinse a muoverci spesso con grossi rischi perché l'assicurazione era precaria. Per fortuna il tempo passava velocemente e il cielo sembrava sereno.
Mercoledì 21 gennaio. La mattina era molto fredda, un impetuoso vento da ovest portava verso di noi delle pesanti nubi foriere di neve. Nonostante tutto decidemmo di muoverci. Dopo poco nevischiava ed il vento ci sferzava il viso e ghiacciava le mani. Fermarsi era grave, perché ci si intirizziva immediatamente, ma era necessario per recuperare il solito sacco e fare sicurezza alla salita di Mauretto. Come sempre, il sacco creava grossi problemi nel recupero incastrandosi spessissimo e questo portava via tempo. Durante tutta la giornata il vento soffiò instancabilmente; ma verso sera la tramontana riuscì a rasserenare il cielo. Cercammo un bivacco, possibilmente più accogliente della sera prima. Intravvedemmo sopra noi, due nicchie, una sopra l'altra, la prima piccola, bassa, ma con il fondo piano, l'altra più su leggermente più profonda ma inclinata verso il basso. Riuscii anche a sonnecchiare un po', dopo esserci sistemati.
Giovedì 22 gennaio. Faceva sempre più freddo ed il cielo si era annuvolato. Come al solito, non ci facemmo il tè per non perdere troppo tempo e mangiammo cioccolato e fichi secchi. Quello che la parete ci avrebbe riservato durante la giornata non lo sapevamo con esattezza, certamente roccia, camini, fessure e diedri e forse qualche placchetta, insomma <<tutto>>.
Partii dal bivacco e mi ghiacciai all'istante, ma questo ormai era risaputo. Mi avventurai per uno stretto camino diedro inclinato verso destra, lo superai e feci salire il resto della cordata, cioè il sacco e Mauretto. Tutto proseguiva abbastanza bene, anche se molto lentamente. Solo faceva freddo. Per fortuna però il cielo accennava a rasserenarsi. La giornata continuò senza sorprese, la via si snodava con una certa logica e non si pensava ad altro che alla meta finale, la vetta. Quella notte fummo ospitati da un terrazzo sopra uno spuntone. Come al solito, tutto era angusto e per accoccolarci dovevamo fare mille acrobazie; dopo il rituale e benefico tè della sera tentammo di dormire.
Venerdì 23 gennaio. Nel pomeriggio precedente avevo fissato, nella lunghezza di corda successiva, una corda fissa che ci avrebbe agevolato la salita la mattina dopo. Tolto il bivacco e rimessi i sacchi in schiena ci avventurammo sulla corda con i salitori Dresler. Per me fu una fatica notevole, perché era la prima volta che li adoperavo e non usavo la tecnica giusta. Giunsi sano e salvo su un terrazzino superiore e notai Mauretto, più esperto di quella tecnica, saliva con molta facilità. Grazie alla tramontana della notte, il tempo era buono. Dinanzi a noi la Marmolada risplendeva con la sua parete sud coperta di neve e di ghiaccio; a destra spiccava la Civetta con le Torri Venezia e Trieste, lo spigolo della Busazza appena ripetuto in prima invernale da Gadotti di Trento con altri rocciatori, ed il Giazzèr. Tutte queste cime assolate emanavano quasi calore, ma il riflesso del sole non riscaldava molto. La parete che ci sovrasta era piuttosto complessa con placche lisce e strapiombanti, con diedri da superare in bavarese che ci opponevano una dura resistenza (l'arrampicata si svolgeva sempre in estrema libera). Preferii allora poggiare a sinistra su per una fessura che mi portò (già lo sapevo) sullo spigolo nord est di Aste. Avevo fatto quella traversata supponendo che dall'alto dello spigolo avrei potuto osservare meglio la traversata che ci doveva portare alla base del diedro superiore, che da sotto non riuscivo a scorgere. Giunto infine sullo spigolo, la vista della parte superiore della parete mi indusse a tornare indietro. Ci calammo con due corde-doppie fino al punto inferiore a da qui cercammo di attraversare a destra. La traversata si presentava esposta, ma con buoni appigli ed in breve tempo ero sotto il gigantesco diedro-camino. Mauretto però aveva notevolmente rallentato il suo ritmo di arrampicata, perché le sue mani piene di vesciche per il freddo erano piagate e sanguinanti e doveva adoperarle con molta cautela. Aumentai al massimo l'attenzione per fargli sicurezza. A causa di questo doloroso inconveniente continuai a fare il capo-cordata, anche per il resto dell'ascensione; ma lo feci volentieri.
Il camino diedro che stavamo salendo è alto circa 400 metri e presenta difficoltà media di V grado; l'arrampicata era molto estenuante e dovevamo fare parecchie soste in spaccate molto aperte. Ma anche queste soste non erano riposanti, perché le gambe dovevano sopportare tutto il peso del corpo e quindi mi costrinsi a proseguire più celermente. Durante le lunghezze del camino, non mi resi conto che l'arrampicata era estremamente in libera e non passai la corda in nessun ponte naturale e tanto meno misi <<chiodi morali>>, ma quando giungevo a fine corda, e dovevo perciò assicurarmi per recuperare il sacco e Mauretto, non trovavo mai appigli per poterlo fare, ed i chiodi erano duri a entrare. Allora rimpiangevo quei ponti naturali o le fessure chiodabili.
Mauro lungo i camini procedeva più spedito, perché poteva impegnare meno le mani e spingersi invece in contrappeso.
Quel giorno ci alzammo parecchio, ma il bivacco fu peggiore. Salii ancora una lunghezza di corda e ormai nell'oscurità piantai un lungo chiodo dentro un buco, che sembrava abbastanza buono e su questo fissai la corda e mi calai in doppia fino a Mauretto che si trovava sopra alcuni massi incastrati dentro il camino, e qui bivaccammo la nostra quarta notte in parete.
Non dormimmo, il freddo era pungente e qualche lampo rischiarava l'oscurità. Alcuni massi sopra di noi precipitarono quasi sfiorandoci. Il sangue già freddo si ghiacciò. Riavutaci dalla paura ci spostammo ancora all'interno del camino, incastrandoci ben bene per non scivolare verso l'esterno.
La notte ci sembrò lunghissima. Verso mattina cominciò a nevicare e si alzò anche un forte vento da ovest. Il freddo era insopportabile.
Sabato 24 gennaio. Alle prime luci dell'alba togliemmo il bivacco e ci muovemmo subito. Su per la corda-fissa, come al solito, feci una fatica bestiale, ma almeno mi riscaldai. Mauro veniva su molto bene. Dopo la nevicata il tempo era di nuovo buono ed il morale pure. Dovevamo superare la parte alta del diedro e giungere alla fatidica caverna dalla quale con un passaggio difficilissimo si esce e si prendono i facili camini che portano alla cima. Confidammo sulla generosità della montagna per superare queste difficoltà in un buon tempo. Come speravo, l'ascensione era bella ed elegante anche se impegnativa; le fessure e i diedri molto ben provviste di appigli; tipico del gruppo delle Pale.
Con notevole soddisfazione giungemmo all'interno della caverna e trepidanti guardammo la parete soprastante. Niente ghiaccio: meraviglioso! Con un audace traversata da destra verso sinistra ci spostammo all'esterno del suo tetto e raggiungemmo la nicchia soprastante. Ora ci aspettava il passaggio più difficile della via con tutte le sue insidie. Era molto esposto, si doveva uscire dal tetto della nicchia verso destra sbilanciandosi del tutto per poter prendere poi uno spuntoncino; tutto questo con il piede sinistro assolutamente nel vuoto, tentando di tenere il destro in pressione sotto lo strapiombo. Questo comporta tutto il peso del corpo sulle braccia e sui minuscoli appigli, e non è facile fare tutto questo dopo quattro giorni di parete e di bivacchi scomodissimi. Comunque, bisognava andare avanti. Attimi eterni per entrambi. Trattenendo quasi il respiro con un estremo gioco di equilibrio al limite delle forze riuscii a prendere il desiderato spuntoncino, alla quale mi aggrappai con forza per issarmici sopra e dopo alcuni e buoni appigli potei finalmente rilassarmi. Il passaggio chiave stava finalmente sotto i miei piedi. Mauretto non ebbe problemi perché venne su per la corda fissa. Ora non rimaneva altro che la cima tanto sospirata. Sistemai l'ultima corda fissa per Mauro che mi raggiunse esultante. Guardammo in alto la vetta sospirata, anche se non era così; vedevamo l'anticima. Ci alzammo su per i camini cercando di evitare i tratti più faticosi con piccolissime traversate nelle quali però il saccone da recupero ci fece esasperare. Nel tardo pomeriggio ecco veramente la cima. Una piccola cuspide che offre posto solamente a due persone. Giusto per noi, Mauro e io. Era tardi e si presentava per l'ultima volta il problema del bivacco. La tramontana era tornata a farci compagnia e bisognava trovare quindi un posto che offrisse riparo dal vento. Non restava che scavare su una cresta di neve sotto la cima ed accovacciarci. La notte fu terribilmente gelida e non passava mai. Demmo fondo a quel poco che rimaneva dei nostri viveri e ci scaldammo con l'ultimo tè. Resistere al freddo era quasi impossibile. Avevamo indossato tutto quello che avevamo con noi. Sacco a pelo, sacco da bivacco; tendina invernale e non bastava. Fu la notte più gelida che lasciò i suoi segni con principi di congelamento alle mani e ai piedi.
Domenica 25 gennaio. Grande giornata. Anche se in cima eravamo giunti sabato, appena domenica, con il sole, godemmo veramente il compimento della scalata. Ci alzammo e ci riscaldammo alla meno peggio con esercizi ginnici, risalimmo in cima con i sacchi appesantiti ulteriormente dal materiale ghiacciato. Ed in cima c'era proprio il sole che ci illuminava dopo giorni e giorni di arrampicata lungo una parete posta a nord. Mauro e io ci stringemmo forte forte le mani nonostante fossero doloranti e ringraziammo Iddio, che da lassù ci sembrava più vicino, per la buona riuscita dell'impresa. Festeggiammo l'avvenimento, non con lo champagne ovviamente, ma con l'ultima sigaretta, salvata proprio per l'occasione e, dimentichi di tutte le fatiche e dei rischi passati, ci guardammo attorno estasiati come se fossimo capitati lassù in seguito da un 9incantesimo e non dopo giorni e giorni di sforzi e di sofferenze seppur in parte calcolati e previsti.
Mentre assaporavamo insieme contentezza e sigaretta un richiamo attirò la nostra attenzione. Era l'<<oplop>> di due nostri amici che stavano salendo velocemente verso di noi.
Scomparsa miracolosamente la stanchezza ci buttammo giù per i pendii ghiacciati, le cenge e i canalini come se fossero sentieri piani. Erano Piero e Tulio che ci abbracciarono e ci riempirono le mani di caramelle e pastiglie rifocillanti e ci sollevarono dal peso dei sacchi. Veloci e leggeri come piume scendemmo sino alla forcella dove ci attendeva una sorpresa: Walter, Silvano, Stelio, Ermanno, partiti da Trieste la mattina presto. Ancora abbracci, pacche sulla schiena, scherzi, vino, cognac, caffè, una valanga di feste e di generi di conforto assai graditi. Poi tante domande sull'impresa appena compiuta. Così si arrivò a fondovalle ed era pomeriggio. In macchina andammo a prendere il pulmino a Col di Prà nella valle collaterale e poi tutti assieme a Taibon a festeggiare. Finalmente una cena dopo giorni e giorni di pasti energetici sì, ma scombinati.

Giorgio Costa (sezione XXX Ottobre, Trieste)



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                              BUONE ARRAMPICATE
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