giovedì 9 novembre 2017

TENTATIVO AL PILASTRO DEI FRANCESI CROZZON DI BRENTA


DI HEINRICH  (HEINZ) STEINKOTTER

1971 "... Quella mattina di fine dicembre gli amici accesero il fuoco del rifugio invernale nei pressi del Rifugio Brentei, mentre Marcello ed io eravamo intenti a issare il saccone contenente la piccola tenda, i viveri e i sacchi letto del tipo corto, fino al petto. Issare, "tirar su", è una parola facile a dirsi, ma nell'occasione concreta, specie nei primi trecento metri, era un problema, perché la parete era verticale solo in parte. Così Marcello spingeva il sacco davanti a sé, mentre io recuperavo il compagno e il saccone.
Il terrazzino, un bel "pulpito" di tre metri per uno e mezzo, fu ideale per piantare la tenda azzurra. Bella notte tranquilla, un segnale di luce ai compagni del bivacco che tutto andava bene, poi la lunga attesa: si doveva cucinare (possibilmente fuori dalla tenda, per evitare troppa condensa) e mangiare; uscire per urinare badando bene dove, dato che la neve ci sarebbe servita l'indomani mattina per il tè.

28 dicembre: buon segno svegliarsi solo due volte nella notte. Colazione, poi prima con i guanti, quindi a mani nude, affrontammo la muraglia quasi verticale e gli strapiombi. Ricordavo benissimo quei tre difficilissimi tiri in arrampicata libera della ripetizione estiva.
E non so ancora come sia riuscito a non usare le staffe su quei passaggi. Dovevo fare il capocordata, ma a Marcello spettava il duro compito di portare lo zaino, mentre io senza grandi fatiche tiravo su gli altri due sacchi. Verso le 16, esausti ma contenti, raggiungemmo la cengia ben visibile dal rifugio.
In una specie di nicchia dove a fatica si poteva stare seduti tenendo il casco in testa, sistemammo sotto di noi la tenda e i materassini. Sopra di noi la roccia. In questo modo, all'aperto, non dovevamo lottare con la fastidiosa condensa. Il segnale agli amici e "buona notte".

29 dicembre: Ad un tratto verso le due di notte mi sveglio: guardo il cielo e non vedo le stelle; la notte è buia, non c'è la luna. Dopo avere acceso le pile frontali notiamo ai bordi della nostra cengia una "striscia bianca" che ieri non c'era.
<<Sta nevicando>>.
<<Si>>, ma continuiamo a dormire. E dormiamo veramente bene, anche perché il freddo è meno pungente. Alcuni pensieri per i tiri da percorrere questo giorno. Ma la mattina si mostra come crudele realtà: sulla cengia verso lo spigolo Nord -interrotto da strapiombi- si è già accumulato uno strato di neve alto fino alle ginocchia. I tiri che seguono sono difficili, con appigli minuscoli, ma anche quella parte è impastata di neve.
<<Deve venire il vento a spazzare via la neve, altrimenti di lì non si passa>>. E' la nostra speranza, mentre stiamo preparando da mangiare sotto lo strapiombo. Fuori dal bivacco si vede soltanto la neve che cade incessantemente; di quando in quando davanti ai nostri occhi vediamo cadere le slavine. E continua a nevicare anche nel primo pomeriggio.
Compio una traversata in direzione dello spigolo per vedere se da quella parte sia possibile tornare indietro in corda doppia: niente! Poi, per qualche ora, smette di nevicare, il che ci dà speranza. Non vediamo il Rifugio Brentei né percepiamo le voci degli amici, che ormai di certo sono in pensiero per noi e, in caso di bisogno, non sarebbero in grado di esserci di aiuto.
Verso sera riprende a nevicare e, dato che i viveri ci basteranno solo per la sera e per domani, dopo qualche ora ci rendiamo conto di dover prendere una decisione. Alla luce di una candela leggo la preoccupazione  sul volto di Marcello. Anche se la mia voce non esprime sicurezza, gli dico che domani dovremo fare corde doppie e scendere con qualunque tempo. Durante la notte, ad intervalli precisi, sentiamo il frastuono delle valanghe che precipitano nel canalone Neri, alto ben mille metri, che divide la Tosa dal Crozzon.

30 dicembre: Abbiamo dormito poco questa notte e sappiamo che la discesa è l'unica nostra possibilità di salvezza. Penso che ognuno di noi abbia fatto una preghiera. Cacciamo le ansie e i timori. Riesco a piantare due buoni chiodi: uno per infilare le corde, l'altro per dare sicurezza a Marcello tramite il cordino, piuttosto robusto. L'amico è fortunato, ritrova un chiodo ad una sosta, dopo una trentina di metri di discesa.
Tocca a me: conosco quei momenti. Quando dopo qualche giorno si lascia un bivacco, anche se scomodo, in qualche modo ci è diventato familiare. Seguono altre corde doppie in un terrazzino completamente cambiato dalla neve. Anche il recupero delle corde non è semplice: in un passaggio sono costretto anche ad arrampicarmi per mezza lunghezza di corda per liberare la corda che si è incastrata in una fessura.
<<Sta attento, arriva!>>, grido, e l'ennesima slavina ci cade sopra. Siamo due maschere, il volto irriconoscibile causa la neve e il ghiaccio che si formano sul mento e le sopracciglia. Il tempo passa in fretta e non siamo ancora giunti alla base. Dobbiamo farci strada verso la parte più debole della parete, arrampicando e nuotando nella neve; ad un certo punto siamo costretti a fermarci per l'ultima notte, l'ultimo bivacco. Durante il quale veniamo quasi soffocati dalla neve che cade sulla tenda in forma di slavine ...

Tratto da: LA MONTAGNA DEL VECCHIO HEINZ

LA 1° SALITA INVERNALE AL PILASTRO DEI FRANCESI VENNE PORTATA A TERMINE DAL 21/24 dicembre 1972 dallo stesso Steinkotter con Andrea Andreotti.

foto Steinkotter


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