lunedì 25 dicembre 2017

SOLO SULLA NORD DEL PELMO




SULLA PARETE NORD DEL PELMO
IN PRIMA INVERNALE SOLITARIA

                                   Di Renato Casarotto

L'imponenza di questo gigante mi aveva colpito fin dal giorno della invernale effettuata agli inizi del '74 con Diego e Pierino allo spigolo Strobel della Rocchetta Alta di Bosconero. E in effetti l'innevamento ne rendeva ancor più impressionante la sua compatta mole.
Nel settembre mi si era presentata l'occasione di poterne affrontare la parete nord con due amici feltrini; ma il cattivo tempo ce l'aveva impedito.
A questo punto, a qualcuno verrà spontaneo di chiedermi perché mai mi sia deciso a compiere la salita da solo. Quali i motivi?
Eccoli: forse il desiderio di essere a vivo contatto con la natura, libero di affrontare difficoltà sempre superiori in piena intima unione con l'aspra e selvaggia natura, pur sempre insidiosa... Forse l'impegno di quei quattro giorni già lontani nel tempo, ma ancora ben presenti nella mia mente, che mi avevano fatto riconsiderare le vere dimensioni dei valori che la cosiddetta civiltà ha reso piuttosto labili: la vera amicizia, la solidarietà verso i meno fortunati e più bisognosi, la bellezza del creato, la sua armonia... E per contrapposizione ne scaturiva il confronto con la vita della città, così affannosa e nella quale il fluire armonico delle varie epoche,bruscamente è stato spezzato da realizzazioni ardite e perfette nella tecnica, ma che comprimono lo spirito, soffocandone ogni slancio.
Per praticare l'alpinismo solitario, occorre innanzitutto essere carichi psicologicamente; essere convinti di ciò che si sta per affrontare; avere un morale alto, anche perché gli scoramenti non sono infrequenti. Indispensabili una buona conoscenza delle insidie della montagna ed un adeguato allenamento.
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Ritornando alla salita che sto per intraprendere, mi accorgo che il perdurare del bel tempo non ha -come mi sarei aspettato- ripulito in parte la parete, che si presenta fortemente innevata. La marcia di avvicinamento è lunga e faticosa; l'amico Ugo Simeoni, fortunatamente, mi fornisce un valido aiuto nel trasporto del materiale, eppure spesso dobbiamo sostare un po' per riprendere fiato, e per la rapidità del pendio e per l'inconsistenza della neve che non riesce a sostenere il nostro peso. Approfitto così delle soste per scattare alcune fotografie dell'ambiente che mi circonda: alla mia destra dove si staglia il Pelmetto, un po' in là, dove il sole illumina il versante sud est della Civetta. Quel sole non è che una illusione lontana: dapprima grossi nuvoloni; poi un cielo sempre più plumbeo incombe minaccioso sulla nostra marcia. Non è che mattina!
Mi consulto con Ugo, ma decido di non desistere: la mia perseveranza sarà, verso sera, premiata; un forte vento da nord ripulirà quasi completamente il cielo.
Siamo giunti all'inizio della via e Ugo si ferma, mi dà l'arrivederci e, prima di divallare per il ritorno, mi scatta una foto all'inizio della traversata lunga circa 400 metri che mi terrà impegnato tutto il pomeriggio ed il successivo giorno (all'inizio uso forse più prudenza del necessario, ma il terreno è davvero malsicuro).
Solamente al terzo abbandono la cengia e, nel corso della giornata, mi innalzo di circa 300 metri. Sono molto teso nel superamento delle difficoltà. Il freddo è intenso, ma mi rassicura, essendo apportatore di bel tempo. Come i due precedenti, anche questo bivacco lo devo trascorrere sulla neve. Devo pertanto assicurarmi con cura nel timore di un improvviso cedimento della bianca coltre. Assicuro ad alcuni chiodi anche il sacco e tutta l'attrezzatura, alla quale è legato il buon esito della salita.
E' l'aurora del quarto mattino! La primissima luce illumina freddamente l'imponente gruppo delle Tofane. Molto nette, si stagliano la Tofana di Rozes e quella di Mezzo; più vicino i Lastroni di Formin, la Croda da Lago, il Becco di Mezzodì.
Il forte innevamento mi costringe spesso a ricorrere a varianti dettate dalla logica del momento. Non è tanto la neve, infatti, a preoccuparmi ( con la spazzola, che davvero non è stato un peso inutile, riesco a liberare gli appigli), è invece il ghiaccio di fusione a rendere insidiosi alcuni tratti della via originale. Uno sguardo a valle mi fa pensare al tragitto percorso e mi fa ritenere di avere superato circa metà parete. All'imbrunire, con una lunga traversata, mi porto alla ricerca di un possibile terrazzino al riparo degli enormi strapiombi. (La neve inconsistente mi fa sempre temere in un cedimento). Alla fine, dopo averlo accuratamente ripulito, mi sistemo alla meglio su un <<altarino>> in leggera pendenza.
Sono ormai giunto al quinto giorno. Dovendo risalire uno stretto cunicolo innevato, per la prima volta debbo procedere al recupero del sacco usando il cordino. Fino a quel momento infatti, e nonostante il notevole peso, avevo sempre arrampicato con il sacco sulle spalle per abbreviare i tempi di salita. Ma, ora, sono costretto alla manovra, anche perché il canalino è strapiombante ed il peso tende a spostarsi in fuori ed a sbilanciarmi. Per limitare gli effetti, aggancio il cordino di recupero al cinturone con l'ausilio di un moschettone e di un altro cordino e procedo alla bisogna.
 Ecco che il sacco è ormai vicino! E' enorme (pesa oltre venti chili) e, nonostante tutta la mia cura, striscia sulle sporgenze della roccia. In qualche punto occhieggiano alcuni strappi e ciò desta in me comprensibile preoccupazione. Cosa succederebbe se il suo contenuto scivolasse fuori? Meglio non pensarci!
Sono ora alle prese con questo diedro che fa parte della via originaria. Benché le difficoltà siano maggiori, lo supero sulla destra; ne sono costretto dalla neve e dal ghiaccio che lo intasano. Supero i successivi strapiombi aggirandoli secondo l'opportunità.
La mia autoassicurazione è così congegnata: Il sacco bloccato con due chiodi al punto di sosta: due Prusik, inseriti sulla corda ancorata e fissata al mio cinturone, mi consentono di sfilare mano a mano la lunghezza necessaria mantenendo una costante assicurazione. Terminata la lunghezza dell'intera corda, la blocco ad un chiodo e ne annodo il capo con quello di una seconda; una volta esaurita anche quella, ridiscendo a recuperare sacco e materiale. Posso così progredire con tratti molto lunghi (sempre assicurato) e guadagno quindi tempo. Il tutto procede con fluidità ed estrema coordinazione.
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Ho fretta ed intendo uscire in giornata. A volte, aggiungo anche il cordino di 50 metri, raddoppiato. E con l'ultima tratta, esco finalmente in vetta. Non ho tempo di guardarmi attorno e di assaporare la vittoria: il giorno è ormai al termine e so di non disporre che di un'ora di luce. Scendere a recuperare, significa dover effettuare un ulteriore bivacco e la prospettiva non è per nulla allettante (accuso un intenso freddo ai piedi, dovuto al fatto che nell'ultimo bivacco non mi sono tolto gli scarponi). Decido quindi di scendere direttamente per il versante sud e via, di gran carriera, verso il rifugio Venezia.
La preoccupazione di arrivare subito a valle è comprensibile, ma accentuata dal pensiero che da cinque giorni i miei sono in ansia. 
E non conosco la via di discesa!
Nella fretta, giunto alla fine del canalone (zeppo di neve) non mi avvedo della cengia della normale che lo taglia e continuo decisamente a calarmi per salti, canalini e cengette. Giunto ad un certo punto, mi trovo nell'impossibilità di proseguire. Qualche corda doppia avrebbe risolto ogni cosa, ma ne sono impedito essendo ogni cosa rimasta in parete!
Sono costretto a risalire. Obliquando a destra rimonto febbrilmente paretine piuttosto impegnative e mi riporto su terreno più sicuro. Le difficoltà sono ormai al termine e in breve sono alla base.
Sprofondando nella neve, raggiungo il rifugio Venezia. Mi fermo un attimo: è passata solo un'ora ed un quarto dalla mia uscita in vetta ed è già notte!
Ormai scaricato dalla tensione, proseguo nella notte chiara sulla mulattiera, ora ricoperta di neve farinosa ora ghiacciata, e raggiungo infine Villanova di Borca di Cadore.
Mi attacco al primo telefono...
Dopo qualche giorno, con alcuni amici, torno a recuperare il materiale lasciato in prossimità della vetta.



martedì 19 dicembre 2017

30 DICEMBRE '82 - 9 GENNAIO '83 DIEDRO COZZOLINO


Nel dicembre 1982 altra impresa di altissimo livello, ripetizione del diedro Cozzolino sul Piccolo Mangart di Coritenza, ovviamente in solitaria invernale, con temperature rigidissime ed un innevamento eccezionale tanto da nascondere completamente il diedro obbligando a procedere in una sorta di tunnel verticale dentro la neve. Le difficoltà continue ed in forte esposizione parlano di V+ e VI con variante Strobel in uscita di VII, con l’attrezzatura dell’epoca roba per pochi in estate, per pochissimi in inverno, solo per lui in solitaria invernale. Per non incorrere nell’uso di superlativi e capire di cosa si sta parlando: all’epoca nessuna via nel gruppo del Mangart era stata percorsa in inverno, neppure le più facili, Casarotto è stato in parete 11 giorni e, considerando che aveva già affrontato salite come il Pilone Centrale, ebbe a dire “Dal punto di vista tecnico oserei dire che d’inverno la parete nord del Piccolo Mangart di Coritenza è la più dura delle Alpi".

da <<http://www.caisesto.it/?p=1949>>

L'indimenticato Renato Casarotto


DIEDRO NORD DEL PICCOLO MANGART DI CORITENZA PRIMA INVERNALE      di RENATO CASAROTTO

Delle salite invernali ho una mia concezione ben precisa, alla quale mi attengo con fedeltà: non deve essere un modo per far scrivere il mio nome su una scalata che si effettua in un mese diverso da quelli in cui si sale normalmente la montagna.
L'invernale, per essere veramente tale, deve avere una sua peculiarità, cioè essere una salita nuova per chi l'affronta, e di conseguenza non già conosciuta in precedenza, durante la stagione estiva. Solo così l'invernale diventa diversa dalla semplice ripetizione e conserva il fascino del rischio unito alle difficoltà che si esprimono nel grado più alto. L'invernale richiede all'alpinista tutta la sua esperienza ed un allenamento costante sia sotto l'aspetto fisico che sotto quello psicologico.
Scalo d'inverno solo se mi sento coerente con questa opinione, con la convinzione che solo in questo modo si può trovare la soddisfazione di una prima assoluta, come l'inverno scorso sul Bianco.
Non potevo quest'anno cercare di meno, tanto più che già da tempo mi maturava in mente il progetto forse fin troppo ardito: il gran diedro Nord del Piccolo Mangart di Coritenza, una montagna che 4 anni fa avevo intravisto attraverso le nebbie.
Il Piccolo Mangart, 2393 metri, costituisce una delle cime più note delle Alpi Giulie, assieme al Jof Fuart, Jof di Montasio, Véunza e tante altre.
A torto le Alpi Giulie sono trascurate dall'alpinismo classico, perché in esse esistono eccezionali attrattive alpinistiche e l'accesso è relativamente comodo. Le scalate sono molto severe ed impegnative, perché si svolgono su roccia compatta, roccia con fessure cieche, scarse, dove pochi chiodi possono essere utilizzati.
L'inverno presenta un ambiente isolato con le più rigide temperature: infatti l'alpinismo invernale nelle Alpi Giulie rimane un fatto sporadico.
Tutte queste componenti mi attirano. C'è particolarità, originalità, ignoto.
Sul Piccolo Mangart esiste il più grandioso diedro delle Alpi.
Questa via ha una storia di tentativi che vede interessanti nomi illustri.
Questo diedro, imponente, alto ben 800 metri, venne salito per la prima volta dal triestino Enzo Cozzolino nel 1971.
Da quattro anni il diedro del Piccolo Mangart rimane nella mia mente. Ed ora vi sono finalmente di fronte.
Quello che sento non è una impressione di impotenza, ma il desiderio di potermi cimentare con questo colosso.
Confermate le condizioni metereologiche favorevoli per il mio tentativo, il 30 dicembre 1982 inizio la scalata.
La montagna mi è del tutto nuova, e per tanto non posso prevedere i punti di bivacco.
Parto con fiducia, ma non convinto di poter portare vittoriosamente a termine il mio tentativo.
Dalla Capanna del Cacciatore all'Alpe Vecchia, a quota 1500 metri, mia moglie Goretta seguirà con il binocolo la mia lunga fatica che durerà ben 11 giorni, con dieci bivacchi.
Il primo giorno è veramente promettente, perché mi consente di guadagnare 150 metri degli 800 del diedro.
Poi la scalata si fa sempre più impegnativa ed i metri si riducono a 80, a 50, fino ad arrivare a soli 20,  il sesto giorno. 
Bivacco normalmente sul fianco della montagna, mentre intorno a me la temperatura scende a volte notevolmente sotto zero fino a -25° ed a -28°.
Mi consolo che da queste parti negli anni peggiori il mercurio segna anche -35°!
Senza dubbio è una delle zone più fredde delle Alpi. Al termine del sesto giorno posso riposarmi più comodamente in una piccola piazzuola che ho ricavato sgomberando, dopo alcune ore di lavoro, a colpi di piccozza, la parete dalla neve ghiacciata.
La neve ostacola la mia ascesa: in alcuni punti si accumula incrostata per mezzo metro, devo toglierla con il martello da ghiaccio per poter progredire nel gran diedro che si articola in camini e pareti.
Al nono giorno sono talmente impegnato e concentrato che a fatica mi accorgo grazie ad un chiodo lasciato in parete di essere arrivato alla variante Della Mea.
Su tutta la via ho incontrato soltanto quattro chiodi. Il penultimo giorno della salita nevica. Il brutto tempo non mi disorienta. Ormai avverto che la cima è vicina: infatti alle ore 9.30 del giorno seguente la raggiungo.
Mi sento finalmente appagato. 
Undici giorni sono lunghi da affrontare in solitudine su un percorso difficile e con il freddo che ne aumenta la durezza fino ai limiti del possibile.
Ho dovuto lottare anch'io contro la tentazione di lasciare perdere e di ritornare al comodo di una casa e di un po' di calore.
Il mio bagaglio di circa 50 kg comprendeva: 2 corde da 50 m ognuna, di 11 mm di diametro, 20 chiodi, alcuni moschettoni, ramponi, piccozza, martello da ghiaccio, scarponi doppi di plastica, tendina da bivacco in Gore-Tex; più gli alimenti e l'abbigliamento.
Verso le 10.30 del 9 gennaio 1983 inizio a scendere, in territorio jugoslavo, con tre magnifiche doppie.
La sera stessa sono a Tarvisio.
Vengo eletto cittadino onorario da quella gente che in numero sempre crescente ha seguito la mia salita. Mi sentono uno di loro ed anch'io sono contento di essere riconosciuto per tale.
Sono grato a loro, in particolare a Silvano, a Nazzareno, a Roberto, a tutti coloro che hanno sacrificato volentieri del loro tempo.
Questa magnifica gente mi entra nel cuore e non la dimenticherò più.
Voglio ritornare presto tra loro per parlare, per sentirmi tra amici, e per salire le pareti delle loro belle montagne.



domenica 17 dicembre 2017

UN LIBRO E TANTE STORIE D'AMORE


Un regalo ... sì, questo libro è un regalo per chi ama l'alpinismo e le Montagne. Amo leggere, passo parecchio del mio tempo a leggere e, se, chiudendo gli occhi la sera rivivo quel che ho letto, vuol dire che il libro mi ha colpito ...questo di Giancarlo, è riuscito letteralmente ad affondarmi! Bello e unico, diverso e sincero. Non conosco di persona Giancarlo, ma ho un desiderio ... mi piacerebbe passare un giorno tra le sue Montagne, lungo un canale ovattato, insieme a Lui ... 
Sarebbe un altro regalo.
L'inizio del libro è già una storia fantastica, vera e genuina, una cresta tra il cielo e la terra...dove si viene rapiti, dove la mia immaginazione è scappata al di là, dove le parole stampate e facilmente leggibili escono dal foglio ... e, la sua cresta diventa la mia, un altra cresta, tantissime creste. Le pagine poi, scorrono velocemente, perché il lettore, in questo caso parlo di me stesso, non riesce a staccare gli occhi, pagine di vita e sensazioni, a volte simili alle mie, a volte distanti e diverse. Quando voglio mi è "abbastanza" facile scrivere e raccontare, ma, dopo aver riposto il libro, dopo essere salito e ridisceso con le parole di Giancarlo, sono rimasto spiazzato, vorrei scrivere ma non ci riesco, non serve... basta leggere le sue.
Grazie Giancarlo per questo bellissimo dono che rimarrà nel mio cuore e nella mia libreria, nel reparto "questi non si possono toccare".

Mio figlio quando vuole "ricattarmi" per qualche piccola cosa, mi dice sempre <<Papa, se non lo fai, ti tocco i libri!>>.

https://www.youtube.com/watch?v=Vehz4VMYDEo

http://gguzzardi.interfree.it/index1.htm


venerdì 15 dicembre 2017

UNA CRESTA SENZA FINE PARTE 4



MERCOLEDI 19 AGOSTO

Mi alzo tardi. Ho aspettato che i raggi del sole inondassero completamente la montagna. Mi preparo una piccola colazione liofilizzata, ma non la trovo di mio gusto. Ripiego su alcune fette di pan pepato, bevo molto, e mastico una pastiglia di Turbodiet. Filo verso l'Arete des Rochassiers immergendomi nell'ombra.
La parte superiore del couloir della Brèche des Rochassiers è sbarrata da un crollo. Immensi blocchi instabili sono incastrati di traverso al diedro. Esito. I polpacci si scaldano rapidamente sui grattons. Non c'è spazio in cui posare lo zaino, e mi rifiuto di perdere tempo a ridiscendere. Opto per una serie di dulfer atletiche sul lato sinistro del couloir. Fa caldo. Mi raddrizzo su una piccola piattaforma, depongo lo zaino e preparo con cura la corda per potermelo tirare dietro una volta superate le difficoltà. Attraverso per rimettermi sull'asse della breccia. Procedo su tacche minuscole e roccia friabile. Trovo la scalata davvero aleatoria.
L'Arete des Rochassiers è aerea e frastagliata; brecce e punte si susseguono a ritmo serrato. Commento della Vallot <<roccia cattiva, per niente simpatica>>. Laconico. Dal mio punto di vista, trovo il luogo straordinario. Fino al momento in cui sistemo la corda doppia per arrivare alla breccia, alla base della Punta 3607.
La neve, finalmente. Attraverso il ghiacciaio e raggiungo la Punta Isabella. E' la prima volta da quando sono partito che cammino lasciando vagabondare i pensieri. Sto per cambiare asse geografico e avanzare in direzione del Monte Bianco. La Punta Isabella è sormontata da un promontorio roccioso dove nasce una interminabile linea di cresta: la Pointe des Papillons, l'Aiguille de Savoie, l'Aiguille de Telèfre, l'Aiguille de l'Eboulement. Subito dopo, la cresta si fa ancora più stretta per alzarsi verso l'Aiguille de Leschaux. La distanza mi sembra enorme: la configurazione del terreno non lascia sperare in un percorso rapido. Punte, guglie e torri si succedono; profonde brecce ritmano la frastagliatura. Volevo arrampicare? Eccomi servito. Scalare, scendere, inerpicarsi su per una anticima, scendere in doppia, trovare una cengia, traversare, risalire a un passo, cambiare versante, ritornare talvolta per trovare il percorso migliore. Le ore passano. Affronto spesso dei passi esposti, per evitare di cambiare la via scelta o per risparmiare le manovre di una discesa in doppia. Raggiungo la vetta dell'Aiguille de l'Eboulement poco prima della notte. Per fortuna, mi ero fermato al Col de Pierre Joseph per riempire la borraccia, poiché la cima è degna del nome e assomiglia a un enorme mucchio di ciottoli. La bufera gira vorticosa su di me. Immensi bagliori precedono rovesci mostruosi. Un po' più lontano, la parete nord delle Grandes Jorasses è sprofondata nella notte. Frane impressionanti risuonano da qualche parte verso la Walker. Non smetteranno mai del tutto durante nella notte. Mi sistemo su un'incerta terrazza alla meglio. Allontano la "chincaglieria" metallica e mi rifugio nel sacco-piuma. Il sonno arriva subito, interrotto regolarmente dal baluginio provocato dai lampi.  Sul mio quadernetto annoto semplicemente: <<La Leschaux mi spia e fa da parafulmine alle tempeste che girano. I lampi illuminano. Non mi piace troppo>>.

http://ivoferrari.blogspot.it/2017/10/una-cresta-senza-fine-parte-3.html

https://ivoferrari.blogspot.it/2017/07/una-cresta-senza-fine-parte-due.html

http://ivoferrari.blogspot.it/2017/07/una-cresta-senza-fine-1992.html

sabato 2 dicembre 2017

DIEDRO di MEFISTO PARETONE DEL GRAN SASSO D'INVERNO


Una salita "straordinaria", lungo una linea entrata nella leggenda. Un posto isolato, tetro, grandioso...freddo! Due Uomini, due AMICI e un idea, un sogno che pian piano diventa realtà. Un'invernale da Antologia ed un bellissimo ricordo di vera Amicizia.


DIEDRO DI MEFISTO D'INVERNO  di Franchino Franceschi

"... Arrivammo alla base della via alle prime luci dell'alba, modificammo il carico degli zaini facendone uno leggero per il primo di cordata e uno pesante per il secondo. Tiziano si sarebbe tirato i primi tre tiri, io i tre successivi e così via.
Il diedro di Mefisto alla base non è ancora un diedro, ma una parete non proprio invitante, verticale, nera, con blocchi squadrati che obbligano a dei movimenti strani, diversi rispetto alle altre vie che stanno lì attorno, ma quella mattina d'inverno, col ghiaccio che colava da tutte le parti, era veramente impressionante e non ci voleva molto per capire che non sarebbe stato facile averne ragione.
Nonostante ciò, Tiziano aveva, lentamente, con circospezione, ma avanzava, cercava di evitare colate di ghiaccio quando poteva, altre volte puliva, a vederlo tutto sommato non sembrava neanche troppo difficile e d'estate li è 6°.
Arrivato in sosta mi chiamò, ed io iniziai a salire, riuscii a fare non più di due metri e fui costretto a scendere: con quello zaino sulle spalle, era impossibile arrampicare, per cui mi sciolsi una corda e la legai allo zaino.
Ricomincia a salire, dopo 5 o 6 metri mi feci bloccare da Tiziano, comincia a tirare lo zaino fino a me e così via. Quando arrivai alla sosta ero molto affaticato e quello era il 1° tiro. Proseguimmo con questo sistema, non si poteva fare altrimenti: se avessimo lasciato lo zaino in sosta e lo avessimo tirato in due dalla sosta successiva, a causa della conformazione della roccia si sarebbe sicuramente incastrato. Non c'erano alternative, era dura, ma ormai eravamo dentro e dovevamo proseguire così.
Il secondo tiro fu peggio del primo perché lo zaino si incastrava continuamente ed ero costretto ad issarlo tenendolo affianco a me. Lo sforzo con le braccia era indescrivibile. In sosta ci mettemmo un attimo ad analizzare la situazione: la mia proposta era di abbandonare il materiale da bivacco; Tiziano non era dello stesso parere, non si fidava della parte superiore del diedro vero e proprio.
<<Se troviamo molto ghiaccio che ci rallenta, poi che facciamo? Una notte qui con queste condizioni senza piumino non la passi vivo>>, diceva. Io avrei preferito invece tentare la carta della leggerezza, ma mi rendevo conto che era molto rischioso, però continuavo a ricordagli che anche sul Camicia avevamo portato il materiale da bivacco per gli stessi motivi, ma che col senno di poi, senza, saremmo usciti tranquillamente in giornata.
Eravamo fermi sulle nostre posizioni e la situazione era in stallo: per me dovevamo lasciare tutto lì e per lui dovevamo portarci tutto dietro con la tecnica adottata fino a quel punto. Poi la svolta; mi disse <<facciamo così, faccio un altro tiro io, poi vai avanti tu per altri 3-4 tiri o quanti te ne pare e poi vediamo>>. Accettai.
Il terzo tiro fu esattamente come gli altri due: un calvario! Passai davanti io: con lo zaino leggero salivo molto velocemente, nonostante il ghiaccio nelle fessure, sulle tacche, nei buchi e in ogni dove. Era difficilissimo proteggersi, per cui bisognava fare molta attenzione. Ricordo in particolare un passaggio in placca con una larga fessura sulla sinistra.
La placca era tutta incrostata di vetrato così come la fessura, dentro un friend con le camme che lavoravano sul ghiaccio, una mano che afferrava quel poco di pulito che c'era e nell'altra la piccozza, che lavorava in punta di becca su minimi appoggi consentiva una lenta e accorta salita.
Prosegui per altri tiri fin quando Tiziano, anche lui stanco, non mi chiese di ripassare davanti. Lo zaino si era strappato in diversi punti e per paura di perdere il materiale fummo costretti a sprecare qualche cordino per rinforzarlo. Da primo di cordata Tiziano saliva come un treno, ed anche se le difficoltà erano elevatissime e le protezioni insufficienti, eravamo perfettamente in grado di gestire la salita cin un certo margine di sicurezza. Il secondo arrancava stimolato dalla consapevolezza che poi sarebbe passato davanti.
L'affiatamento era ai massimi livelli, tanto che tutte le difficoltà che ci si ponevano dinanzi venivano superate con naturalezza.
Nel diedro vero e proprio l'arrampicata si fece estrema, ma esteticamente strabiliante: fessura ghiacciata con le pareti a destra e a sinistra vetrate per non meno di 70 centimetri, spesso anche di più. Progressione tutta in spaccata per tutto il diedro che al povero Tiziano toccò da secondo.
Prima dell'ultimo tiro del diedro, la luce si fece quasi improvvisamente insufficiente e decidemmo di bivaccare. C'era una cengia larga non più di 50 centimetri che dovevamo spianare, ma non lunga abbastanza  per potercisi sdraiare, per cui potevamo solo stare seduti con le gambe nel vuoto.
Non fu facile quella sera prepararsi da mangiare: era tutto in equilibrio precario, poi quando fu la volta di provare a dormire ci rendemmo conto che il ghiaccio sotto la stuoia, sciogliendosi, inclinava il piano del terrazzino per cui più di una volta ci siamo svegliati di soprassalto che eravamo già scivolati giù, rimanendo appesi alla corda di sicurezza.
Mi venne in mente di legare alla sosta un cordino in cui infilare le gambe, pensando che mi avrebbe tenuto in una posizione più comoda. Mi addormentai e la stanchezza accumulata non mi fece rendere conto che il cordino mi stava bloccando la circolazione. Svegliandomi per i brividi di freddo, mi resi conto che avevo i piedi già insensibili. Comincia a massaggiarli, ma tutto era faticoso e difficile a causa della posizione precaria.
Poi pian piano la circolazione si riattivò e il dolore lanciante era segno che forse riuscivo a salvarli. Non riuscimmo più a dormire per il resto della notte.
Alla prima luce mettemmo qualcosa sotto i denti, ma senza usare il fornello in quanto quel posto era troppo scomodo, ci aveva stufato e volevamo lasciarlo il più presto possibile, quindi ci mettemmo subito in movimento.
Sopra di noi c'era ancora un mezzo tiro per uscire dal diedro, ma aveva un aspetto poco invitante: il ghiaccio era assente soltanto dove la roccia strapiombava.
Partì Tiziano, con larghe spaccate, riuscì a superare la prima parte di parete aggettante, poi scomparì alla mia vista, ma si muoveva velocemente. Infatti, poco dopo arrivò il comando di mollare tutto e andare. Superai faticosamente quel tratto, issai lo zaino, feci qualche altro metro verticalmente, poi la roccia si coricava e vidi in alto Tiziano: eravamo fuori dalle difficoltà. Lo raggiunsi e decidemmo di ridistribuire il contenuto dello zaino. Proseguimmo ed in breve eravamo fuori: erano circa le 10 del mattino, il Paretone era tutto sotto di noi, ci stringemmo la mano facendoci reciprocamente i complimenti.
La giornata splendida ci invitò a sederci nella neve e prepararci un tè. Era stata una salita tecnicamente molto difficile, e a causa dello zaino anche molto faticosa, ma era fatta..."

http://ivoferrari.blogspot.it/2017/11/i-quattro-pilastri-dinverno.html