sabato 2 dicembre 2017

DIEDRO di MEFISTO PARETONE DEL GRAN SASSO D'INVERNO


Una salita "straordinaria", lungo una linea entrata nella leggenda. Un posto isolato, tetro, grandioso...freddo! Due Uomini, due AMICI e un idea, un sogno che pian piano diventa realtà. Un'invernale da Antologia ed un bellissimo ricordo di vera Amicizia.


DIEDRO DI MEFISTO D'INVERNO  di Franchino Franceschi

"... Arrivammo alla base della via alle prime luci dell'alba, modificammo il carico degli zaini facendone uno leggero per il primo di cordata e uno pesante per il secondo. Tiziano si sarebbe tirato i primi tre tiri, io i tre successivi e così via.
Il diedro di Mefisto alla base non è ancora un diedro, ma una parete non proprio invitante, verticale, nera, con blocchi squadrati che obbligano a dei movimenti strani, diversi rispetto alle altre vie che stanno lì attorno, ma quella mattina d'inverno, col ghiaccio che colava da tutte le parti, era veramente impressionante e non ci voleva molto per capire che non sarebbe stato facile averne ragione.
Nonostante ciò, Tiziano aveva, lentamente, con circospezione, ma avanzava, cercava di evitare colate di ghiaccio quando poteva, altre volte puliva, a vederlo tutto sommato non sembrava neanche troppo difficile e d'estate li è 6°.
Arrivato in sosta mi chiamò, ed io iniziai a salire, riuscii a fare non più di due metri e fui costretto a scendere: con quello zaino sulle spalle, era impossibile arrampicare, per cui mi sciolsi una corda e la legai allo zaino.
Ricomincia a salire, dopo 5 o 6 metri mi feci bloccare da Tiziano, comincia a tirare lo zaino fino a me e così via. Quando arrivai alla sosta ero molto affaticato e quello era il 1° tiro. Proseguimmo con questo sistema, non si poteva fare altrimenti: se avessimo lasciato lo zaino in sosta e lo avessimo tirato in due dalla sosta successiva, a causa della conformazione della roccia si sarebbe sicuramente incastrato. Non c'erano alternative, era dura, ma ormai eravamo dentro e dovevamo proseguire così.
Il secondo tiro fu peggio del primo perché lo zaino si incastrava continuamente ed ero costretto ad issarlo tenendolo affianco a me. Lo sforzo con le braccia era indescrivibile. In sosta ci mettemmo un attimo ad analizzare la situazione: la mia proposta era di abbandonare il materiale da bivacco; Tiziano non era dello stesso parere, non si fidava della parte superiore del diedro vero e proprio.
<<Se troviamo molto ghiaccio che ci rallenta, poi che facciamo? Una notte qui con queste condizioni senza piumino non la passi vivo>>, diceva. Io avrei preferito invece tentare la carta della leggerezza, ma mi rendevo conto che era molto rischioso, però continuavo a ricordagli che anche sul Camicia avevamo portato il materiale da bivacco per gli stessi motivi, ma che col senno di poi, senza, saremmo usciti tranquillamente in giornata.
Eravamo fermi sulle nostre posizioni e la situazione era in stallo: per me dovevamo lasciare tutto lì e per lui dovevamo portarci tutto dietro con la tecnica adottata fino a quel punto. Poi la svolta; mi disse <<facciamo così, faccio un altro tiro io, poi vai avanti tu per altri 3-4 tiri o quanti te ne pare e poi vediamo>>. Accettai.
Il terzo tiro fu esattamente come gli altri due: un calvario! Passai davanti io: con lo zaino leggero salivo molto velocemente, nonostante il ghiaccio nelle fessure, sulle tacche, nei buchi e in ogni dove. Era difficilissimo proteggersi, per cui bisognava fare molta attenzione. Ricordo in particolare un passaggio in placca con una larga fessura sulla sinistra.
La placca era tutta incrostata di vetrato così come la fessura, dentro un friend con le camme che lavoravano sul ghiaccio, una mano che afferrava quel poco di pulito che c'era e nell'altra la piccozza, che lavorava in punta di becca su minimi appoggi consentiva una lenta e accorta salita.
Prosegui per altri tiri fin quando Tiziano, anche lui stanco, non mi chiese di ripassare davanti. Lo zaino si era strappato in diversi punti e per paura di perdere il materiale fummo costretti a sprecare qualche cordino per rinforzarlo. Da primo di cordata Tiziano saliva come un treno, ed anche se le difficoltà erano elevatissime e le protezioni insufficienti, eravamo perfettamente in grado di gestire la salita cin un certo margine di sicurezza. Il secondo arrancava stimolato dalla consapevolezza che poi sarebbe passato davanti.
L'affiatamento era ai massimi livelli, tanto che tutte le difficoltà che ci si ponevano dinanzi venivano superate con naturalezza.
Nel diedro vero e proprio l'arrampicata si fece estrema, ma esteticamente strabiliante: fessura ghiacciata con le pareti a destra e a sinistra vetrate per non meno di 70 centimetri, spesso anche di più. Progressione tutta in spaccata per tutto il diedro che al povero Tiziano toccò da secondo.
Prima dell'ultimo tiro del diedro, la luce si fece quasi improvvisamente insufficiente e decidemmo di bivaccare. C'era una cengia larga non più di 50 centimetri che dovevamo spianare, ma non lunga abbastanza  per potercisi sdraiare, per cui potevamo solo stare seduti con le gambe nel vuoto.
Non fu facile quella sera prepararsi da mangiare: era tutto in equilibrio precario, poi quando fu la volta di provare a dormire ci rendemmo conto che il ghiaccio sotto la stuoia, sciogliendosi, inclinava il piano del terrazzino per cui più di una volta ci siamo svegliati di soprassalto che eravamo già scivolati giù, rimanendo appesi alla corda di sicurezza.
Mi venne in mente di legare alla sosta un cordino in cui infilare le gambe, pensando che mi avrebbe tenuto in una posizione più comoda. Mi addormentai e la stanchezza accumulata non mi fece rendere conto che il cordino mi stava bloccando la circolazione. Svegliandomi per i brividi di freddo, mi resi conto che avevo i piedi già insensibili. Comincia a massaggiarli, ma tutto era faticoso e difficile a causa della posizione precaria.
Poi pian piano la circolazione si riattivò e il dolore lanciante era segno che forse riuscivo a salvarli. Non riuscimmo più a dormire per il resto della notte.
Alla prima luce mettemmo qualcosa sotto i denti, ma senza usare il fornello in quanto quel posto era troppo scomodo, ci aveva stufato e volevamo lasciarlo il più presto possibile, quindi ci mettemmo subito in movimento.
Sopra di noi c'era ancora un mezzo tiro per uscire dal diedro, ma aveva un aspetto poco invitante: il ghiaccio era assente soltanto dove la roccia strapiombava.
Partì Tiziano, con larghe spaccate, riuscì a superare la prima parte di parete aggettante, poi scomparì alla mia vista, ma si muoveva velocemente. Infatti, poco dopo arrivò il comando di mollare tutto e andare. Superai faticosamente quel tratto, issai lo zaino, feci qualche altro metro verticalmente, poi la roccia si coricava e vidi in alto Tiziano: eravamo fuori dalle difficoltà. Lo raggiunsi e decidemmo di ridistribuire il contenuto dello zaino. Proseguimmo ed in breve eravamo fuori: erano circa le 10 del mattino, il Paretone era tutto sotto di noi, ci stringemmo la mano facendoci reciprocamente i complimenti.
La giornata splendida ci invitò a sederci nella neve e prepararci un tè. Era stata una salita tecnicamente molto difficile, e a causa dello zaino anche molto faticosa, ma era fatta..."

http://ivoferrari.blogspot.it/2017/11/i-quattro-pilastri-dinverno.html


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