domenica 23 dicembre 2018

MANGART IL CAPOLAVORO DI ANDREA


"Basta leggere l'introduzione alla Storia per rimanerne affascinati".
Io non l'avevo mai fatto, sommerso in decine di altre letture...ma ora sono felice perché finalmente l'ho letto, tutto d'un fiato, sì! Perché un libro, un romanzo così, non si può diluirlo nel tempo. Andrea mi ha riportato alla memoria il Mangart, Casarotto, e quella triste pagina di storia moderna che è stata la feroce guerra dei Balcani… mi ha fatto pensare alle immagini che la sera vedevo davanti alla tv, generali, caschi blu, mussulmani, intrighi, GENOCIDI… 
L'ha fatto con un romanzo, una storia inventata da qualcosa di vero, che la mente dell'autore ha elaborato e messo su carta in modo magnifico… Ne ho letti di libri, ma questo "Mangart" mi ha rapito nel vero senso della parola.  Probabilmente molti l'hanno  già letto, è uscito parecchi anni fa! Poco importa, se qualcuno come me non l'ha ancora fatto, LO CONSIGLIO di cuore: bello, scritto bene, coinvolgente e da pensare...da pensare tra i ricordi.
GRAZIE ANDREA




sabato 22 dicembre 2018

domenica 16 dicembre 2018

MARCO E LO SCARASON IN INVERNO




MARCO E LO SCARASON IN INVERNO   (1981)

di Fulvio Scotto e Marco Bernardi      Tratto da: Scarason di F.Scotto

Nel gennaio del 1981, il giovane Marco Bernardi decide di tentare da solo la salita invernale della parete Nord-Est dello Scarason…Lo Scarason, di cui a letto nel libro di Gogna, appartiene,  per l’ambiente selvaggio e solitario, al genere di pareti che lo affascinano, anche se non l’ha mai visto…
Partendo da casa lascia il solito biglietto, con su scritto il nome della via e della montagna. I suoi genitori non conoscevano le Grandes Jorasses, figurarsi se sanno cos’è lo Scarason.
Marco arriva da solo alla Certosa di Pesio. E’ il 27 gennaio e i boschi sono bianchi di neve. Calza gli sci e si avvia alla scoperta di quella montagna dal nome strano nel vallone del Marguareis…

<<La vista della parete da sotto era piuttosto impressionante e il freddo notevole. In compenso il tempo era splendido. Ero un po’ titubante, comunque sono arrivato all’attacco abbastanza presto e così ho deciso di salire la prima lunghezza per lasciare la corda fissa per l’indomani… se alla mattina non me la fossi più sentita, sarei risalito per toglierla”.  
Rapidamente, in quella stagione, il pomeriggio scivola via verso la sera e, a fine giornata, dopo essersi calato con la corda, Marco si sistema a bivaccare proprio all’attacco della via.

<<Una delle cose più belle dell’alpinismo è sentire la ‘solitudine’ e poterla dominare. In queste situazione puoi dare un reale valore a te stesso. Molta gente non sa e non saprà mai quanto vale, poiché nella sua vita non ha mai fatto nulla veramente da sola. Ero totalmente solo, sia in salita che durante il ritorno. Per me la solitudine con qualcuno che ti porta alla base, o che ti filma dall’elicottero mentre sali e poi magari ti aspetta in punta, non rappresentano l’alpinismo. Forse sono più una performance sportiva. Non credo abbia senso neanche portarsi il cellulare…
I primi quattro tiri erano quasi completamente schiodati. Su qualche passaggio sono andato in libera, ma per la grande maggioranza in artificiale…

C’era una roccia che definirei ‘perfida’, per cui mi sono autoassicurato su tutte le lunghezze, applicando il mio solito sistema per il quale utilizzo una corda da undici  millimetri. Normalmente, per le discese, usavo anche una corda da sette millimetri, che poi ho abbandonato l’anno seguente nella prima solitaria al Pilier Dérobé.
Comunque legavo un capo alla corda da undici allo zaino, che era appeso con un certo lasco alla sosta, in modo da poter fare da contrappeso in caso di un mio volo. Io ero fissato alla corda con due nodi prusik che spostavo man mano salendo. In caso di volo lo zaino aveva la possibilità di salire due o tre metri prima di mandare in trazione la corda che lo legava alla sosta. Questa dà dinamicità all’assicurazione. Nei tratti in libera dovevo spostare i prusik in modo da non finire bloccato su un passo difficile: a volte erano parecchi metri di corda molla. Poi scendevo e risalivo recuperando tutto. Per ultimo tiravo su lo zaino>>.

Le ore del pomeriggio scorrono velocissime e si avvicina la sera…
<<Mi sono fermato a bivaccare a quattro tiri dall’uscita. Ho piazzato l’amaca che avevo portato, mettendo dei chiodi sulla parete del diedro e diversi altri chiodi perché la roccia faceva un po’ schifo. Avevo anche il fornellino con cui ho potuto farmi una bevanda calda, sciogliendo la neve… il giorno dopo, le ultime lunghezze le ho trovate più facili di quanto non siano in estate, poiché le zolle d’erba nella roccia marcia erano ben ghiacciate>>

In breve, per mezzogiorno si trova al sole della cresta sommitale.
La temibile parete dello Scarason ha avuto, in un colpo solo, la sua prima salita invernale e la sua prima solitaria…Dieci giorni più tardi Marco Bernardi compirà 23 anni.

giovedì 13 dicembre 2018

SOLITARIA INVERNALE SULLA DUFOUR


GRANDE ALPINISMO SOLITARIO E SILENZIOSO… salite da Storia dell'Alpinismo pure e vero.

                                                     3/4 febbraio 1991

Walter Berardi

Mi sembrò che la sfortuna mi perseguitasse. E invece…
Domenica 3 febbraio 1991: è arrivato finalmente il giorno decisivo, dopo tre anni di inutili tentativi a causa delle brutte condizioni della neve, per tentare questa impresa. Parto da Macugnaga con tre amici alpinisti: Carlo Benedetti, Claudio Giorgis, Domenico Bottinelli, che mi aiuteranno a battere la pista fino alla Capanna Marinelli, 3100 metri e poi tenterò la salita da solo. Mentre saliamo alla capanna, cammino per ultimo per non stancarmi perché si sprofonda nella neve; il tempo sta cambiando e sono preso da timori e preoccupazione per i pericoli a cui andrò probabilmente incontro e per il risultato dell’impresa, vista la mia prima esperienza in solitaria.
Verso le due del pomeriggio Claudio e Domenico ci lasciano, mentre io e Carlo continuiamo a salire alla capanna, dove arriviamo verso le 17. Dopo aver valutato le perfette condizioni del canalone e aver spalato la neve dall’ingresso del rifugio, entriamo e mentre Carlo prepara la cena, io mi infilo nel sacco a pelo per riposare. Non chiudo occhio, continuo a pensare alle difficoltà della salita e al tempo minaccioso.
Alle 19 la cena è pronta: Carlo ha preparato una minestra di verdure, dell’affettato e del buon the. Carlo è per me più di un amico, è quasi un fratello: assieme abbiamo scalato tante vette, abbiamo condiviso paure, angosce ma anche gioie, ad esempio quando abbiamo aperto una nuova via sulla “Nord della 3 Amici” dedicandola a mio padre, Erminio Berardi, guida alpina e maestro di sci, scomparso 4 anni fa, in un incidente stradale – ed effettuato il concatenamento di due 4000, della Cresta Signal 4550 m e della “Nord del Lyskamm” 4477 m in meno di dodici ore. Lo ritengo una persona straordinaria, di piacevole compagnia, ma soprattutto un bravissimo alpinista, sicuro, molto cauto, di cui mi fido.
Terminata la cena, faccio un collegamento radio con Fausto Lanti, che mi segue da Macugnaga; mi dice che il tempo peggiora con passaggi di nuvole, vento e molto freddo. Questa notizia sembra spegnere il mio sogno! Alle 23 esco dal rifugio, guardo il cielo e mi rendo personalmente conto che si sta coprendo. Passo mezz’ora a pensare se partire o rimanere, poi decido: parto.
Mi preparo con cura, saluto Carlo con le lacrime agli occhi e fissato per le 2 il collegamento radio, parto. Presa la pista che porta al canalone Marinelli, preparata nel tardo pomeriggio del giorno precedente, arrivo nel canale e inizio a salire. La neve è perfetta, i ramponi entrano bene e io sto bene sia come allenamento fisico che come stato psicologico. Dopo poco iniziano i primi problemi: il cielo è completamente coperto, il vento si fa sempre più forte con bufera e incomincio a sprofondare nella neve sin sopra le ginocchia.
Devo ridurre il passo per non sprecare energie e avanzo nella bufera mentre il freddo si fa sempre più intenso. A un tratto una botta violenta sul casco, poi sulla gamba e una fortissima sulla spalla: una scarica di ghiaccio. Sono attaccato alla parete con le due picche – pendenza 45° – la spalla destra mi fa molto male e ho quasi l’impressione che sia rotta.
Incomincio a tremare ed avere paura; in questi attimi mi vengono in mente molte cose e tra queste mio padre. Incomincio a parlargli e ho l’impressione di sentire la sua voce che mi incita: “Dai, forza, ce la puoi fare, non lasciarti andare, dai! dai!”. Ho la gola secca e mi sembra di non respirare più; sono spaventato, in preda alla paura e alle allucinazioni. Vorrei tornare indietro ma sono in mezzo alla bufera e non trovo il coraggio. Decido: “Continuo, o la va o la spacca!” Riprendo a salire con una forza che non conoscevo prima: forse è la voglia di vivere o di rivedere Chicco, la mia ragazza alla quale voglio tanto bene, e i miei cari.
Arrivo alle rocce grigie – qui il canalone si raddrizza sino ad arrivare a 55° di pendenza – e trovo una nicchia; mi riparo, tolgo lo zaino e prendo il termos. Per fortuna il the è ancora caldo, mi sembra di rivivere al contatto del caldo liquido che mi scende nel corpo, mangio del cioccolato e chiamo via radio Carlo. Sono le 3.30, dico a Carlo della scarica e cerco di non allarmarlo troppo per non farlo preoccupare. Il cielo è sempre coperto, la tormenta infuria, ci sono -35°.
Riprendo a salire, sono nel tratto più ripido, faccio tre Passi in avanti e scivolo indietro di due; la neve è farinosa e leggera ma mi impedisce di salire veloce. La spalla si fa sentire con dolori acuti che mi impediscono di usare il braccio per impiantare la piccozza e sono costretto a soste sempre più lunghe. Sono le 4, il tempo continua a peggiorare e io devo accelerare il passo per arrivare sotto le rocce della Dufour e decidere se salire in vetta o raggiungere la Capanna Margherita situata sulla punta Gnifetti a 4550 m e poi scendere ad Alagna. Mentre salgo si spegne la frontale, la batteria si è scaricata per il freddo, sono al buio; vorrei togliere lo zaino per sostituirla ma la tormenta me lo impedisce, così continuo a salire al buio.
Mi sento svuotato, senza più stimoli o paure; quello che mi spinge ad andare avanti sono la grande voglia di vivere e la sensazione di avere vicino mio padre che mi guida le gambe e mi incita ad andare avanti, a tenere duro e a stringere i denti.
Finalmente il tempo, aprendosi, sembra dare segni di miglioramento, ma il vento è sempre forte. Guardo le rocce della Dufour e mi accorgo di essere più alto della loro base e di distare da loro circa 100 m. Nella bufera e con il buio, non mi sono accorto di essere passato sopra il terminale e di essere così lontano dalle rocce. Inizio a fare il traverso della neve, dove sprofondo, e dalla neve passo al ghiaccio vivo. Devo procedere con cautela per non scivolare, dal momento che non posso usare la spalla, ed a volte devo gradinare perché i ramponi fanno fatica ad entrare nel ghiaccio: il ghiaccio è verde e molto duro.
Finalmente arrivo alle rocce della Dufour, ultimo baluardo prima della vetta. Le rocce sono sporche di neve e le fessure con ghiaccio; mi arrampico con cautela: le forze fisiche sono quasi esaurite, a volte devo togliere i guanti per arrampicare meglio, ma devo subito desistere e rimettermeli per il freddo. Arrivo circa sotto all’anticima italiana e la sfortuna mi perseguita di nuovo: il rampone destro si è staccato e rotola per il canalino che collega la “Sella d’argento” con la Dufour.
La rabbia che mi sale dentro mi da però una grinta e una tenacia ancor più decisa ad arrivare alla cima. Scendo per questo canale gradinando senza corda per circa 30 m, la spalla mi fa male, ma tengo duro; arrivo al rampone lo calzo e riparto. Ormai alla vetta manca poco, vedo già la croce; devo stare però attento, non devo sottovalutare nulla, un minimo sbaglio mi sarebbe fatale. Arrampico gli ultimi passi senza guanti per avere una presa maggiore agli appigli e poi sono finalmente sulla vetta.
Ore 9: il sogno inseguito per tre anni, si è realizzato. Ho ripetuto, in solitaria, l’impresa che il 5 febbraio di 26 anni prima compirono le guide Luciano Bettineschi, Lino Pironi, Michele Pala, Carlo Jacchini. Mi appoggio alla croce e come un bambino mi metto a piangere. Sfogo così le tensioni, le paure, le fatiche ma sopra ogni cosa la gioia per il successo. Dopo qualche minuto prendo la macchina fotografica, scatto alcune foto, firmo il libro della vetta e comunico via radio la riuscita dell’impresa a Carlo e Fausto. Rimango per qualche momento ancora a godere questi attimi gloriosi e poi inizio a scendere, ma la spalla peggiora sempre di più con fitte sempre più forti. Arrivo all’anticima e capisco di non farcela più; avviso Fausto a Macugnaga perché chiami a sua volta la Finanza di Alagna affinché mi vengano incontro. Giunto al “Colle del Papa” devo però chiamare il CNSA di Macugnaga per soccorrermi con l’elicottero. Verso le 12.30, vengo verricellato e portato prima a Macugnaga e poi all’ospedale dove mi riscontrano una sub-lussazione della spalla e congelamento agli arti.
Questa salita più di altre, mi ha fatto capire come la montagna sia più forte dell’uomo nonostante le vittorie di quest’ultimo; all’uomo basta una piccola disattenzione, un minimo errore, una scarica di ghiaccio o sassi per essere vinto. Una salita in solitaria si basa molto sulla preparazione fisica ma soprattutto su una grande forza interiore con la quale si affrontano situazioni estreme senza perdere il controllo dei nervi e mantenere una certa lucidità. Tutto questo mi piace perché mi confronto con me stesso, conosco i miei limiti, capisco fin dove posso arrivare, fino a che punto le mie forze mi sorreggono ma soprattutto conosco il limite entro il quale ragiono e sono mentalmente lucido per decidere che è ora di dire basta e tornare indietro. Secondo me, questa preparazione psicologica fa di un uomo che va in montagna, un grande alpinista: è necessario conoscere i propri limiti per mantenersi mentalmente coscienti.
Qualcuno ha criticato il mio modo di andare in montagna definendolo “spericolato e incosciente”; io accetto le critiche e i consigli che mi vengono esplicitamente fatti da persone esperte, mentre respingo le polemiche fatte da coloro che parlano per ignoranza o invidia e che si sentono in grado di giudicare solo perché hanno letto qualche rivista di montagna o visto qualche filmato. Qualsiasi esperienza positiva o negativa, penso vada fatta solo se sentita e solo se si è pronti a farla, ed è quello che io cerco di fare. Sono convinto che ognuno di noi ha una propria via da seguire, sovrastata da un proprio destino e che ognuno di noi sia impotente nei confronti di questa forza che ci incombe. Per questo motivo ho dedicato questa salita ad Andrea, un mio amico che è rimasto paralizzato alle gambe, a soli 22 anni, a causa di un incidente.
di Walter Berardi 
(Sezione Cai di Macugnaga)

domenica 9 dicembre 2018

LIBRO NATALIZIO




Avete presente i film del Grande Totò, io ne vado matto, la stagione migliore per guardarli è la primavera e, l'avvicinarsi delle feste Natalizie. Avete presente un libro "pesante", quello che iniziate e non riuscite a finire? Bene, io sotto le feste Natalizie non inizio mai quel genere di libri, troppo complicati e stancanti, già ci sono i mille pensieri, l'albero da addobbare, i regali dei bambini, la ciliegina sulla torta poi sono le giornate corte…

Siberia -71°    il libro di Dicembre
La scelta non poteva essere più che azzeccata, il Libro, l'ultimo in ordine di uscita (gli altri non li ho letti) di Simone Moro è questo "facile" (da leggere) Siberia -71. 
Niente salite eroiche e solo montagna, ma un racconto completo con piccoli frammenti di storia come quello che fa riflette  sui Gulag Russi e la Strada delle Ossa https://www.smore.com/daqqz-i-gulag-russi.
La Siberia, il freddo e quella gente dimenticata dal mondo moderno, quello dei vizi e dei viziati, alcune immagini illustrano il libro, gelo e solitudine e una bella salita non per tutti, organizzazione, sponsor e possibilità per un professionista della Montagna

Semplice e facile da leggere, la cosa migliore per pensare…  Ve lo consiglio
ivo

La copertina? Simone mi perdonerà, ma io avrei preferito la Tamara! 🌝🌝



giovedì 6 dicembre 2018

<<...COME UNA VOLTA...>>




Non riesco a ricordare dove ho preso queste pagine ingiallite… 

<<Finalmente è arrivato il giorno tanto atteso, ho caricato la macchina del necessario e sono partito, il nastro gira nel mangianastri e la musica riempie il piccolo abitacolo. Finalmente sono come ho desiderato essere, solo. Il viaggio non è lunghissimo e, dopo aver abbandonato la macchina in una stretta vietta al lato di un tornante, mi avvio carico come un mulo verso l'ombrosa parete.>>

Qui la pagina diventa illeggibile, vuoi la calligrafia, vuoi il tempo trascorso dall'inchiostro sul foglio giallo e stropicciato

<<La corda mi segue, salgo assicurandomi ai vecchi chiodi che incontro, sposto i nodi autobloccanti metro per metro, ad ogni punto comodo, attrezzo con due, tre chiodi sicuri la sosta e scendo a recuperare il materiale, non fa freddo, la neve per essere il primo giorno d'inverno non è poi molta, ma l'inverno non lo comando di certo io>>


<< Questa notte ho bivaccato in un ottimo punto, sono riuscito anche ad allungarmi nel sacco a pelo, notte fredda, cielo stellato. Questa mattina ho ripreso la salita, mi sono visto tante volte mentre parlavo con il niente, bello. L'ultima lunghezza, prima di arrivare nel catino terminale è stata complica, ghiaccio di fusione e roccia cattiva, trenta metri col fiato sospeso. Bello. La discesa è stata facile, mi sono lasciato scivolare giù lungo un pendio col sedere. Bello. Soltanto una volta che il mangianastri ha ripreso a girare,ho capito che tutto era andato per il verso giusto, una bella salita, non lunga, ma entusiasmante, dove dopo un lungo periodo con le piccozze, ho dovuto pulire gli appigli con la spazzola e usare le mani per arrampicare, come una volta, come so fare>> 

Anche la firma dell'autore è per la mia vista illeggibile.. Ma in fondo il non saperlo mi fa conservare questo vecchio foglio  che con la fantasia del "viaggiare"mi porta non so dove, sicuramente lontano

lunedì 3 dicembre 2018

DIEDRO ROSSO AL CORNO STELLA





DIEDRO ROSSO AL CORNO STELLA     (2001)       di Patrick Berhault
Tratto da :  Patrick Berhault  LEGATO MA LIBERO  la traversata delle alpi Vivalda Editori

Martedì 16 gennaio 2001

… I miei due amici dormono, sono le cinque e mezzo. Senza far rumore mi chiudo alle spalle la porta del rifugio e mi immergo nell’oscurità. Fa molto freddo, la morsa del gelo ha reso tutto immobile, il tempo sembra essersi fermato su questo mondo minerale, non turbato da alcun rumore, a parte quello felpato dei miei sci sulla neve. Il cielo è pieno di stelle.
Salendo all’attacco, le pelli di foca mi creano tali noie che finisco per abbandonare gli sci. L’avvicinamento richiede più tempo del previsto e quando riesco a cominciare l’ascensione è ormai chiaro da più di un’ora. Fin dai primi metri la scalata è resa particolarmente difficile dalla corazza di neve e di ghiaccio che riveste l’intera parete. D’estate la difficoltà di questa prima parte, su roccia, oscilla tra IV+ e V+. Oggi, sembra piuttosto una salita su neve e devo progredire quasi soltanto in artificiale, dopo aver ripulito ogni metro con la piccozza. Man mano che si sale, compaiono cumoli di neve… e le docce fredde! Mi sembra di essere di nuovo sull’Eiger! Sopra di me una grande lama staccata segna l’inizio del gran diedro della parte superiore. Alto centoventi metri e strapiombante, va a finire sotto un largo tetto che dovrò forzare per aprirmi la via della vetta. Benché riparate da strapiombi, le facce del diedro sono tutte “sporche”, ma per fortuna il fondo non lo è… per il momento.

Negli anni Sessanta, Franck Ruggeri e Didier Ughetto, pionieri delle alte difficoltà sulle Alpi Marittime, eleganti apritori di vie, vinsero queste fessure in arrampicata artificiale, impiegando cunei di legno fatti in casa, regolabili fino a 26 centimetri di larghezza. Alcune di queste storiche protezioni rimaste in posto mi sono oggi di grande aiuto. Anche sul fondo del diedro fa la sua comparsa la neve incollata dal vento, cosicché mi tocca ripulire ogni appiglio per progredire. Tutto scivoloso e freddo.
Una fessura larga e strapiombante, nella quale non riesco a piazzare alcuna protezione, mi dà del filo da torcere. Più volte salgo fino al passaggio d’uscita e qui, con le dita insensibili, cerco di aggrapparmi a un appiglio troppo arrotondato, ma non mi fido a compiere il passo finale… Tre, quattro, cinque volte, salgo e poi rinuncio e ridiscendo fino al punto in cui posso riprendere fiato. Stando incastrato nella fessura, una mano per volta, infilo la punta delle dita nel colletto della giacca a vento, a contatto della pelle, per cercare di ritrovare un po’ di sensibilità. A poco a poco, il calore ritorna. Respiro profondamente per un po’… Il sesto tentativo è quello buono.
La presenza di neve e di ghiaccio nella fessura rende la scalata sempre più dura. Totalmente assorbito dallo sforzo, non mi sono reso conto del tempo che è passato: si è fatta notte. Alla svelta scendo a corda doppia fino al canalone, lasciando in parete le corde che mi sono tirato dietro e ho ancorato per tutto il giorno. Ormai è diventata un’abitudine: giù con il sedere lungo la massima pendenza. Faccio ritorno al rifugio Morelli senza sci. Arrivo che è tardi.

Mercoledì 17 gennaio 2001

Le tre e mezzo di notte, lascio il rifugio sotto la neve. Precipitazioni assenti, precipitazioni assenti… Fanno presto a dire, loro! Tanto, prima o poi smetterà.
La neve del fondo è così indurita dal gelo che oggi a piedi faccio più in fretta di ieri con gli sci. Risalgo il canalone nel quale scorre senza interruzione un velo di neve farinosa. E’ incredibile! Ma quando la smetterà? Le condizioni erano già così difficili! Nonostante la verticalità, piccole slavine scivolano lungo la parete.
Intraprendo la risalita delle corde fisse lasciate il giorno prima. Sono totalmente sepolte sotto la neve fresca la quale adesso raggiunge uno spessore tale che, sulla maggior parte dei passaggi, non vedo neppure più la roccia. Mentre si fa chiaro arrivo ai piedi del diedro. E’ in condizioni disastrose, la neve e il ghiaccio ne hanno totalmente tappezzato il fondo, sono sporchi anche i tratti strapiombanti. Ditemi che è un brutto sogno! Lancio imprecazioni contro il cielo, ho bisogno di parlagli… Ogni metro, ogni movimento è una battaglia, e sarà così fino in vetta, senza nessuno sconto.
Per evitare di ritornare indietro dal tetto, attrezzo un sistema di autoassicurazione con corda recuperabile. Ma il recupero si rivela meno semplice del previsto: sono costretto a scendere in doppia fino all’angolo dello strapiombo per manovrare le corde gelate e riuscire a farle scorrere. Per un pelo! Non mi sorrideva per nulla la prospettiva di dovermi rifare il tetto in senso inverso.
Sull’ultima lunghezza guadagno un centimetro alla volta perché le condizioni sono, se possibile, ancora più orribili che altrove. Il tempo non esiste più. Eppure conosco il posto, so che la spianata sommitale è qui, vicinissima, so che non può mancare molto. Scavare un’ultima volta nella neve, trovare l’appiglio, ristabilirsi… E di colpo tutto si allenta, quindici metri sopra di me spunta la croce, in pieno vento, imprigionata dal ghiaccio in vetta a questa spianata “inaccessibile”, isolata dal resto del mondo nel regno della verticalità.
Sono sopraffatto dall’emozione, ho la profonda sensazione di essere arrivato al limite di me stesso, di avere dato tutto e, in ginocchio nella neve, piango a lungo come un bambino.

Qui, sul Corno Stella, ho ritrovato la mia adolescenza, la mia scoperta della montagna. Ho sempre sognato di scalare da solo e d’inverno questa parete che, trent’anni fa, simboleggiava la difficoltà estrema del massiccio, un autentico mito. Oggi, al termine del mio “viaggio”, quel sogno si realizza. 
So che la traversata non è ancora finita, che mi restano ancora da superare grosse difficoltà sul Marguareis, dove le condizioni sono sicuramente pessime, ma so anche che qui, sulla vetta del Corno Stella, per me si realizza qualcosa di particolare, e ho la strana sensazione di avere raggiunto quel che volevo raggiungere.
Le corde doppie lungo l’itinerario obliquo e strapiombante sono delicate. Inginocchiato sull’orlo del baratro, scavo nella neve in cerca di un primo punto d’ancoraggio. Appena cominciata la discesa, la corda che taglia la neve smuove una grossa pietra sepolta, la quale, cadendo, va a colpire una delle due corde qualche metro sotto di me. Merda! Un’occhiata, dopotutto non sembra poi così grave, potrò continuare a usarla lo stesso… Raggiungere il diedro dal bordo del tetto, e poi scenderlo, mi costringe a due grandi pendoli lungo ampie placche tappezzate di ghiaccio vetroso. L’operazione non è semplice, pendolare all’indietro è impressionante. Come se non avessi già avuto la mia dose di emozioni! In questa successione di manovre “speciali”, il tempo vola alla velocità della luce. All’altezza dello zoccolo, recupero le corde fisse lasciate ieri, ora sepolte sotto la neve, che non smette di cadere… Puntualmente slavine di farina mi si riversano addosso come altrettante docce ghiacciate.
Finalmente! Eccomi ai piedi della parete. Alla svelta caccio dentro al sacco le corde e tutto il materiale, poi dopo averlo chiuso con cura, lo lascio cadere giù dal canalone. Così farò più in fretta, guai a perdere un minuto, la quantità di neve accumulata diventa preoccupante. A mia volta mi lascio scivolare sul sedere giù dal pendio. In cinque minuti sono in fondo. Al sicuro dalle slavine, rifaccio lo zaino come si conviene; con le corde bagnate deve pesare più di quaranta chili, riesco a malapena a sollevarlo. Come farò a scendere in sci con un peso simile sulla schiena? E con il buio, come riuscirò a trovare il sentiero nel bosco folto e ripido sopra Terme di Valdieri? Ci sono situazioni in cui è meglio non pensarci troppo su… Al calar della notte, nell’ultima luce dal biancore diffuso che maschera ogni insidia del terreno, schiacciato dal peso dello zaino, vado a gambe all’aria ogni dieci metri lanciando tremende imprecazioni, perché è l’unica cosa che mi dà sollievo. All’improvviso, il miracolo! Scorgo delle tracce e ringrazio tutti i santi del Creato. Esse mi faranno da guida fino al fondovalle…

domenica 2 dicembre 2018

1987





Manolo, la ragazza bionda e Gian Carlo Grassi.

1987, con Gigi e Franco Rozzoni entro per la prima volta al Rif.Treviso, abbiamo fatto il sentiero sotto il famoso diluvio delle Dolomiti pomeridiane. Ci chiedono le tessere Cai per il pernottamento, la mia è priva della pagina con foto..gran risata...abbiamo, io ho i capelli lunghi, da donna.
All'interno, seduto accanto a noi nell'ora di cena c'è G.Grassi, lo riconosciamo, Calimero vestito di Giallo, Grandissimo interprete d'alpinismo.
Il giorno dopo attacchiamo i 700 metri della Frich, zaini pesanti, tanta incoscienza e forse anche bravura...a circa metà via ci supera un capellone (come me) legato ad una corda che...non finisce mai, dopo un'infinità di tempo arriva legata all'estremità della corda una gran figa bionda...nessun rinvio o cos'altro posizionato nel mezzo dei due, piena fiducia di lei per lui e bravura e follia in lui...Da all'ora abbiamo anche noi cominciato a proteggerci poco.. qualcuno non ha finito il gioco, qualcun altro gioca ancora. La figa ora sarà diventata una gallina da brodo ed io non ho quasi più i capelli...anche i tempi e le regole sono cambiate in peggio o in meglio, a me non interessa più!

LA MATTINA BREVE


Ognuno ha le sue "fisse", le sue "possibilità" e le sue "capacità" … io di fisse ne ho tantissime, di capacità e possibilità, molte meno. 
La fissa preferita quando ho poco tempo a disposizione è, salire la lunghezza più bella del Monte San Martino...e non solo! la http://ivoferrari.blogspot.com/2018/01/variante-per-lo-zio_3.html, poi di corsa verso casa, dove a mezzogiorno in punto i miei figli diventano Vampiri se non hanno la tavola imbandita!!! Si va all'attacco con due sacconi di diverse marche, che non sono frutto di sponsor ma regolarmente acquistati, uno dei due, al ritorno si trasforma in "gerla" porta-legna… Mai tornare a casa a mani vuote...MAI!!!














sabato 1 dicembre 2018

LA PRIMA SEGAntini DI DICEMBRE


foto: Daniele Bergonti...che ringrazio.


La voglia è nata da una bellissima foto di  Daniele Bergonti‎  condivisa su fb nel gruppo Amici del rifugio Brioschi, una Cresta Segantini in tutto il suo splendore… Ci siamo andati, neve non portante e molte grattonate con i ramponi, ma le feste Natalizie non sono ancora iniziate e, si è ancora leggeri!
Sempre bella, ma il bello è niente ed il niente è diventato Tutto.

PS. Foto come sempre "non in ordine", perché l'ordine ad una certa età è caos








buona Montagna a tutti.

                       LA LINGUA

venerdì 30 novembre 2018

LA NORD


https://it.wikipedia.org/wiki/Cervino



CERVINO PARETE NORD   (1962)    di Hilti von Allmen

Tratto da: Il Grande Cervino  Antologia di Alfonso Bernardi   Zanichelli Editore



Oggi è la volta buona: la grande giornata in cui dovrò mettere alla prova la mia maestria di scalatore. Paul Etter, mio compagno di cordata nelle ascensioni più impegnative, è accanto a me, alla base di una delle tre più grandi pareti nord delle Alpi. Di una sola di esse finora è stata fatta la scalata invernale: la parete nord dell’Eiger, all’inizio del marzo scorso. Le due altre gigantesche muraglie -la parete nord delle Grandes Jorasses e la parete nord del Cervino- sono ancora inviolate. Quest’ultima è già stata tentata a diverse riprese: tra le cordate costrette a battere in ritirata figurò una volta anche la nostra.

Fa un freddo atroce. Il termometro segna 25 gradi sotto zero. Non una nuvola nel cielo gremito di stelle. Dietro di noi vediamo danzare sulla neve del ghiacciaio i riflessi circolari di cinque altre lampade frontali. Non è un’ironia del destino che proprio stamane tre cordate di tre paesi diversi intendano cimentarsi coll’impossibile?

Sotto il gravame del nostro materiale, degno di figurare in una vera spedizione, avanziamo penosamente, come forzati. Sulle nostre spalle pesano due corde di quaranta metri di perlon ed altrettanto cordino per gli anelli delle corde doppie, 15 chiodi da roccia, altrettanti moschettoni, 5 chiodi e 5 viti da ghiaccio, 2 piccozze-martello, mentre 2 martelli normali ci ballonzano sui fianchi.

Nei nostri sacchi, di una quindicina di chili ciascuno, figurano con gli abiti di riserva, dei pantaloni da tormenta, provviste secche, una cucina con due bruciatori, tè, latte condensato, dadi per brodo, zucchero d’uva. I nostri abiti caldi ed i nostri maglioni di lana sono completati da spesse giacche di piumino. Per ogni eventualità dei caschi contro le scariche di pietre proteggono le nostre teste. Calziamo speciali scarponi doppi, con una calzatura interna di feltro ed una esterna di grosso cuoio. Un sacco da bivacco, dei razzi da segnalazione, tre paia di guantoni a testa ed un minuscolo apparecchio radio ricevente completano il nostro armamentario per l’attacco invernale alla nord del Cervino.

I sentimenti che agitano il nostro animo sono un’altalena di gioioso entusiasmo e di profondi incubi. Sopra di noi incombe la parete nord in tutto il suo impeto verticale: un colosso di 1200 metri di altezza, di roccia friabile, con appigli rivolti all’ingiù: una muraglia gelidamente fredda, repulsiva, doppiamente inospitale nell’oscurità, nemica. Ma la si può davvero definire nemica?

In realtà è qualcosa di peggio: nei nostri confronti è di una sovrana indifferenza. Che noi due ci troviamo o no alla sua base, che ci arrampichiamo sulle sue rocce o che cadiamo, è cosa di cui questo colosso neppure si accorge, non si muove per questo né un sassolino, né una pagliuzza. Su questa muraglia che sfida i millenni siamo noi soli ad introdurre l’idea del tempo: le 5 del mattino del 3 febbraio 1962.

Alla capanna dell’Hörnli che abbiamo lasciato poco più di un’ora fa, avevamo ancora una volta discusso ieri sera circa l’ordine in cui conveniva andare all’attacco. Paul ed io
eravamo stati d’avviso che sarebbe stato meglio attaccare nel modo più rapido possibile: per questo ecco che figuriamo in testa. Segue in seconda posizione l’altra cordata di due elementi, con gli austriaci Leo Schlommer ed Erick Krempke; in coda viene così forzatamente a figurare la più lenta cordata a tre, coi tedesco-orientali Werner Bittner, Peter Siegert e Rainer Kauschke, tutti e tre residenti a Monaco.

A dispetto di ogni comprensibile cameratesca rivalità, questo gruppo di sette scalatori, decisi a tutto, si sentirà unito e salvaguardato, di fronte ad ogni eventualità, da una specie di alleanza difensiva. All’attacco inizio a salire con lentezza, con accentuata regolarità. Nella mano destra la picca da ghiaccio, preoccupato di trovare sempre fra questa e le punte anteriori dei miei ramponi i tre classici punti di sicurezza, procedo nelle prime fasi in modo alquanto rigido. Trenta centimetri appena ad ogni passo: e sono 1200 metri di dislivello da superare… E sempre vige il principio della sicurezza col corpo in appoggio sui tre punti. E’ consentito muovere soltanto una mano, soltanto un piede alla volta. Non oso calcolare quante volte dovrò posare sul ghiaccio, nella neve, sulla roccia vetrata un piede dopo l’altro, alternativamente le punte dei ramponi, la punta della picca. Forse quattromila, forse addirittura cinquemila volte fino alla vetta, ammesso che arriveremo lassù!

Nel terzo inferiore della parete procediamo ogni volta per l’intero sviluppo della cordata, invertendo l’ordine ad ogni lunghezza. Sentiamo sotto di noi i comandi di cordata di quelli che ci seguono, alternati con dei colpi di martello, poi di nuovo un silenzio di morte. Senza che ce ne rendiamo conto il vuoto diventa sempre più profondo. Alle ore otto siamo a 3800 metri di quota. Nonostante il cielo limpido ed il sole del mattino, la parete è sempre ghiacciata e freddamente repulsiva come all’inizio. Sopra di noi si delinea il primo marcato intaglio. La traversata del pendio di ghiaccio verso questo colatoio dal fondo di lastroni levigati è non soltanto esposta, ma francamente difficile. Delle pessime rocce,  con appigli all’ingiù, con una sottile crosta di vetrato tirato a lucido. Prima d’impegnarmi decisamente lancio una guardata verso il basso. Il distacco dalle altre cordate è sensibilmente aumentato. Appoggiati alle punte anteriori dei ramponi volteggiamo come degli acrobati su questa tutt’altro invitante corazza di ghiaccio. Per forza di cose la sicurezza è fatta con economia: appena un chiodo da ghiaccio per ogni lunghezza di corda!

Il fatto di essere concentrati unicamente nella ricerca del passaggio e nel guadagnar quota fa sì che il tempo passi in un baleno. Alle 12 abbiamo ormai dietro di noi il grande intaglio rivolto verso la cresta di Zmutt. L’altimetro segna 3950 metri. Tutto si svolge per così dire in modo automatico. Sotto di me, staccato di 20-30 metri, Paul mi grida, sempre colle stesse parole, i suoi comandi di cordata: <<Ancora cinque, ancora tre metri!>>. E dal canto mio subito cerco un posto più o meno adatto per disporre la manovra di sicurezza e come tante altre volte infiggo profondamente il chiodo. Il seguito dell’itinerario è un autentico zig zag. Un po’ a sinistra, poi di nuovo a destra superiamo ancora qualche metro di quota. Un intermezzo antipatico questo girovagare in senso orizzontale senza alcun effettivo guadagno di altitudine. Improvvisamente scorgiamo sulla nostra sinistra, sotto la Spalla, il lato dietro della capanna Solvay. Questo povero cassone di legno è per noi l’ultimo collegamento ottico colla civiltà. Pochi minuti dopo questo aereo rifugio scompare dietro una sporgenza di roccia. Diventa davvero già scuro? Uno sguardo all’orologio
spiega tutto: sono le 17 in punto. Cerchiamo ansiosamente un posto che sia adatto per passarvi la notte. Guardando dal di sotto la sporgenza ci fa sempre intravvedere un’eccellente piattaforma da bivacco, su di una larga cengia pianeggiante. E invece non c’è verso di trovare in nessun posto un metro quadrato che si piano. I piedi mi dolgono per la prolungata pressione dei ramponi. Paul è in procinto di ricuperare l’ultimo chiodo di sicurezza. Allento le cinghiette dei ramponi e lascio che mi preceda fino al posto che abbiamo scelto per bivaccare. <<Almeno si potrà star seduti…>> sento che borbotta. Un po’ deluso salgo verso di lui. Ed ecco un lieve tintinnio metallico, un grido soffocato: i miei ramponi sono scomparsi nel vuoto! Martello con furore la roccia coi miei pugni, mi batto la testa: come un lampo il pensiero dei quattrocento metri sovrastanti mi attraversa la mente. Come cavarmela senza ramponi?

Affrontiamo questo bivacco con spirito depresso. Senza una parola ci prepariamo del brodo e del tè bollente, ci agganciamo ai chiodi di sicurezza, c’infiliamo nei sacchi da bivacco. L’altimetro segna 4100 metri. Giù, profondo sotto di noi, sentiamo ancora qualche colpo di martello. Anche gli altri sono dunque in procinto di apprestare il bivacco. Alle 19, fedele all’appuntamento, accendo il primo razzo verde. So che in questo istante, 2500 metri più in basso, il mio amico René Arnold, guida di Zermatt, respirerà più tranquillo. Poi cerchiamo di dormire. Il freddo è sopportabile. Ma ad ovest, sopra la Dent Blanche, si vanno profilando dei banchi di nebbia a forma di pesce, uno sfavorevole indizio meteorologico. Ci affrettiamo ad estrarre dal sacco la nostra minuscola radio. Funzione a meraviglia. Le previsioni non sono né buone né cattive: <<Venti da ovest in aumento, nessuna precipitazione importante>>. Tale il responso che echeggia nella nostra solitudine. La notizia che tre cordate hanno attaccato la temibile parete nord del Cervino ci lascia indifferenti. In ogni modo sappiamo ora che dal basso ci si osserva con attenzione. Prima di assopirmi il mio ultimo pensiero va ai ramponi perduti. Sarà possibile, in caso estremo, forzare l’uscita in direzione della Spalla e della Capanna Solvay? Il manto nero dell’eternità avviluppa la gigantesca parete: è bene sia così e che ci restino misericordiosamente celati i mille metri che s’inabissano sotto di noi.. Le luci di Zermatt appartengono ad un altro mondo. Siamo già scacciati da questa cerchia? E’ tentare il buon Dio ciò che stiamo facendo? Si direbbe che il tempo si sia fermato. E tuttavia si rifarà giorno. Lasciamo il bivacco dopo una fermata di quattordici ore. Sono stupito che riesca a seguire il mio compagno. Metto di nuovo automaticamente una gamba dietro l’altra… quand’ecco un grido soffocato, ho perso l’equilibrio, filo con la rapidità del lampo verso l’abisso, cerco di fermarmi, già sento la stretta violenta della corda attorno al torace. Sono appeso alla corda dieci metri sotto Paul ed il chiodo di sicurezza mi ha tenuto.

Il passaggio che ci sovrasta, assai difficile, un muro quasi verticale,  che nelle attuali condizioni si può valutare di estrema difficoltà, sarà superato con l’aiuto di tre chiodi. Quando meno ce l’aspettiamo eccoci improvvisamente sulla cresta di Zmutt. Immediatamente ci riportiamo in parete. A questo momento un aereo passa sopra di noi. Sono esattamente le 15,30, all’orche Paul mette piede accanto alla croce sommitale. Il maltempo si è frattanto trasformato in un vero uragano: sulla pelle della faccia i cristalli di ghiaccio bruciano come fuoco. Una stretta di mano silenziosa, l’immancabile fotografia in vetta, poi si comincia a scendere. Dove possono trovarsi i nostri compagni? Li abbiamo
visti l’ultima volta verso le 13,30, molto a sinistra della via da noi seguita. Coll’aiuto della corda fissa ci caliamo nel vuoto. E’ ormai una corsa di velocità col tempo. Sulla Spalla nessuna traccia. Chiamiamo, ci sgoliamo nella tormenta, nessuna risposta. La visibilità diventa sempre peggiore, finché di colpo siamo sorpresi dall’oscurità. 
L’apparecchio fotografico di Paul colle preziose fotografie a colori segue la strada dei miei ramponi. Di che strapparsi i capelli! Non vi è in noi nessuna traccia della gioia della vittoria. Demoralizzati ed abbattuti ci seppelliamo nel primo buco nevoso che si presta ad un bivacco. Di colpo mi sento in preda ad un malessere indefinibile: mi accorgo soltanto ora che c’è qualcosa che non va colle mie mani, le dita sono dure come pietra, hanno perduto ogni sensibilità. Nel cuore della notte balzo in piedi come spiritato, col viso e la bocca pieni di neve. Ansimando mi libero dallo strato nevoso che mi soffoca.

Ogni mezz’ora sarà lo stesso gioco crudele: prima un leggero fruscio, poi una ventata furiosa con un getto violentissimo di gelidi cristalli di neve che sferzano i nostri poveri corpi e che minacciano di soffocarci. Il giorno dopo, per i restanti ottanta metri di discesa fino alla Capanna Solvay, impieghiamo oltre un ora. Sono le 9,30. Nessuna traccia, neppur qui, dei nostri compagni. Fuori la tormenta infuria con una violenza che non accenna a diminuire. Urliamo continuamente con tutta la forza dei nostri polmoni; purtroppo non servirà a nulla. Le mie dita sono roventi. Di breve durata l’effetto delle compresse contro i dolori. Ci rendiamo ora conto che la nostra impotenza nei confronti della montagna. Altro non possiamo fare che attendere, sperare, gridare e pregare -Paul specialmente che è cattolico fervente- affinché le cinque misere creature sperdute nella tormenta arrivino dove noi ci troviamo. Sto pensando se non sia il caso di lanciare il razzo rosso, segnale di pericolo grave, ma penso che da Zermatt sia impossibile vederlo. Si è frattanto fatto notte. Una volta di più Paul si affaccia alla porta del rifugio e chiama con tutta la forza delle sue corde vocali. Stavolta sentiamo un piccola eco, poi delle voci più forti! Sono loro, sono tutti con noi al sicuro.

Anche essi hanno raggiunto la vetta, oggi stesso in mezzo alla tormenta, e siamo pertanto doppiamente lieti che siano in salvo e vittoriosi. Verso mezzogiorno di martedì, cessata finalmente la tormenta, iniziamo la laboriosa discesa lungo il fianco orientale della montagna. Le mie povere dita gelate sono un ostacolo terribile. Ho avviluppato le mani nella pantofola da bivacco: non ho nessuna presa e fatico atrocemente. Sono ben contento che degli amici ci siano venuti incontro lungo la cresta dell’Hörnli: Ci sarà così possibile raggiungere la capanna omonima prima del cader della notte, portando poi a termine la sera la stessa la lunga discesa su Zermatt. Siamo felici ed orgogliosi quando prendiamo conoscenza degli innumerevoli telegrammi di congratulazioni, tra cui quello inviato dal Presidente della Confederazione svizzera, Paul Chaudet.

Ora che siamo fuori dall’uragano e dalla tormenta possiamo finalmente dare una risposta al quesito circa scopo e significato della nostra scalata. Ambedue siamo guide alpine ed abbiamo rinunciato al nostro mestiere originario per seguire questa vocazione. Certamente siamo fieri dell’impresa che abbiamo compiuto. Però nel nostro intimo sentiamo che le montagne saranno sempre, eternamente più grandi di qualsiasi uomo che riesca a scalarle.