domenica 28 gennaio 2018

DA SOLO SULLA CRESTA



E' stato guardando questa bellissima immagine di  Domenico Ciancaglione ( che ringrazio) nella pagina https://www.facebook.com/photo.php?fbid=196342801101642&set=gm.1725773987443676&type=3&theat
che mi sono ritrovato a pensare ... in questi giorni le numerose testate alpinistiche hanno evidenziato un inverno che non mi piace e ... questa immagine mi ha riportato alle "nostre" montagne, che poi le Montagne non sono proprio di nessuno, nemmeno se le paghi per salirle.
Ho sentito un po' di freddo, quel freddo invernale che i miei polmoni hanno respirato mentre con Lorenzo e Massimo attraversavo quelle fantastiche cime ...e, pensando a Massimo mi è ritornato in mente il suo viaggio solitario, un viaggio senza gradi, un viaggio tutto suo ... Ho risentito la "strana voglia" che stava scomparendo, una voglia che il mio fisico per questi freddi e bianchi mesi non potrà esaudire. Ma le "voglie" non hanno fretta ...e poi, ritornano SEMPRE!





LA CRESTA IN SOLITARIA

"Ero pieno di velleità, non pensavo ad altro che ha scalare, anche se non ho mai percepito la frenesia o il "dover scalare". Però fare progetti e fantasticare mi piaceva. Mi aveva sempre colpito la bella scalata invernale compiuta nel '63 da Marco Florio e Maurizio Calibani sulla lunghissima cresta nord della vetta orientale. 1.000 metri di salita con difficoltà massime di 5° ma anche d'inverno, per via della nettissima esposizione nord, diventa una bella impresa da affrontare. 
In solitaria! Volevo farla in solitaria! Era diventata da un po' di tempo il mio chiodo fisso. Il massimo per me era la scalata invernale, quando le poche ore di luce, il freddo, il ghiaccio e la neve rendono tutto diverso e indubbiamente più difficile. Questo è un discorso che vale soprattutto per le pareti esposte a nord ma ancor di più per quelle pareti articolate, non strapiombanti. Le grandi placche verticali e gli strapiombi non si trasformano più di tanto, quindi scalare d'inverno, dal punto di vista tecnico, non cambia poi molto.  
Scalare la cresta nord d'inverno, a nord e da solo... Non ci dormivo la notte... Alla fine mi decido! Il 22 dicembre dell'85 mi accompagna un amico, Roberto Landi, con la sua macchina. Viene con me fino a quasi all'attacco della via. La presenza di Roberto era importante: essere accompagnato nel viaggio in macchina e nell'avvicinamento era di grande conforto, anche se doveva assolutamente tornare a Frascati il giorno stesso. Un saluto di poche parole e ci allontaniamo nelle due opposte direzioni.
Sotto le pareti la grande determinazione che generalmente abbiamo a casa scompare. Sono fortemente indeciso fino a che non tocco i primi freddi appigli. E' sempre così, appena si entra in azione, appena si "deve" essere concentrati, non c'è spazio per altro. La percezione è al massimo su ogni singolo movimento: un piede, una mano, il bilanciamento sulle punte dei ramponi, un metro, un altro metro, e così via, sembra quasi all'infinito ...
Supero un bel tratto di parete con lo zaino in spalla e la corda legata all'imbragatura che penzola. Ogni tanto la recupero su qualche terrazzino in modo che mi segua, srotolandosi, senza pesarmi troppo. Non appena però la mia sicurezza nell'arrampicare slegato viene meno, metto in pratica la tecnica di autoassicurazione che ho sperimentato già diverse volte. Pianto chiodi, incastro dadi o uso spuntoni di roccia; non ho ancora i friends, che comprerò usati un anno dopo per andare in Patagonia. Alla fine di ogni tiro faccio una sosta, fisso la corda, scendo e risalgo smontando tutto.
Il famoso buco dentro il quale si passa è otturato dalla neve e per forza di cose devo passare, con maggiore difficoltà, all'esterno. Non impiego però molto a superare la parte sottostante la cengia dei fiori. Continuo sulla cresta alternando la scalata; appena ho dubbi mi autoassicuro anche per un solo passaggio: cadere è la fine, e l'idea non mi piace. Mentre supero una parte abbastanza facile, sento improvvisamente una grande stanchezza, un affanno mai avuto neanche nelle situazioni più dure o faticose.
Che mi succede? Sono improvvisamente esausto, non ce la faccio più, sento il corpo invaso da una sgradevole presenza che mi annienta. Trovo una nicchia alla base di un'altra sezione dura e mi chiudo immediatamente nel saccopiuma che avevo comprato da una delle due ragazze polacche in Perù, e che ancora non avevo usato.
Sono scosso da violenti brividi di freddo e contemporaneamente madido di sudore: è la febbre, altissima, ora la riconosco ... "porca puttana, sono stremato; adesso come faccio ad uscire da questa storia? E' un bel guaio". Apro e chiudo continuamente il saccopiuma,  ho caldo ... ho freddo ... ho caldo ... non ho più acqua e non ho il fornello, la gola è riarsa e deglutire è un tormento. Sono circondato da roccia, ghiaccio, silenzio: è per questo che sono qui, è quello che cercavo, ma questo brutto contrattempo non ci voleva, mi sta creando un problema oltre le difficoltà di questa lunga cresta. 
Nell'agitato dormiveglia sono assalito dai dubbi di riuscire a farcela, di essere in grado di uscire da solo. La febbre così alta come mi è già successo altre volte, mi crea una sorta di delirio ma anche una beata incoscienza. Forse per questo dopo un paio d'ore, con il cielo non più illuminato dal sole
( che non avevo mai visto in tutto il giorno) mi impongo di reagire! Esco dalla mia tana e con la testa che mi scoppia e la gola in fiamme scalo in autoassicurazione la parete sovrastante; supero tutto il tiro e ridiscendo che è praticamente buio, scivolando lungo la corda che ho fissato in alto e che mi aiuterà domani mattina. Pago molto caro lo sforzo appena compiuto perché mi sento peggio di prima. Mi chiudo nel mio bozzolo di piume e affronto il problema più grosso: la notte, lunghissima, buia e senza una goccia d'acqua. Mi torna in mente la notte passata con Pierluigi dopo la scalata del Croz dell'Altissimo in Brenta; anche lì la febbre, improvvisa e violenta, mi annientò in poco tempo, ma così come era venuta se ne era andata il mattino successivo, e questa è la mia speranza.
Consumo gli occhi guardando continuamente ad est. L'alba infine arriva, anche se ci ha messo un'infinità. Il cielo si fa chiaro, ci vedo bene e purtroppo devo uscire dalla mia tana. Ora che mi ero addormentato un po' mi tocca andare, muovermi. 
Fino al momento della febbre ero stato molto veloce, e non avevo escluso che sarei potuto uscire in giornata, magari con l'aiuto della frontale; per questo non avevo portato fornello, pentolino, né cibo particolare: ci avevo provato, anche se con il dubbio, e per questo avevo solo il saccopiuma. 
Risalgo la parete attrezzata il giorno prima, non mi sento in forma per niente, ma non sento febbre e comunque sia devo uscire. Ho voglia di sole, lo intuisco, bello, in alto. Mi viene il fiato grosso al più piccolo sforzo non controllato e, ahimè, ne controllo proprio pochi, però metro dopo metro raggiungo l'ultimo muro verticale. Le numerose belle fessure che lo solcano sono stranamente pulite dal ghiaccio e ne sono proprio contento, lo interpreto come un regalo, tanto che riesco anche a ritrovare il bel gusto per la scalata, ma forse tutto è dovuto al fatto che subito sopra, la via è terminata ......"

TRATTO DA:


mercoledì 24 gennaio 2018

SUPERINTEGRALE DI PEUTEREY





Courmayeur, 18 febbraio 2003, ore 11,30.
Scendo dalla macchina con le gambe indolenzite per le quattro ore che ho impiegato da Nizza. Ad aspettarmi ci sono già Steph e Patrick, insieme al nostro compatriota Lolo, che li ha accompagnati da Chamonix. Per me la differenza è notevole: trovo che non faccia per niente caldo quassù! Ci fermiamo in un angolo del parcheggio e tiriamo fuori alla rinfusa tutto il materiale -che casino!- dovremmo fare una bella cernita perché quello che abbiamo lì per terra non ci starà mai negli zaini...
Seguono discussioni e si operano le scelte di attrezzatura e viveri ed eccoci pronti con quello che occorre per otto giorni di autonomia, vale a dire cinque salami che la dieta invernale ci impone, il che equivale al piacere di portarsi uno zaino di 26 kg ciascuno per quel primo giorno del nostro periplo. Sembriamo delle tartarughe sulla strada innevata in direzione di una valle di cui ignoro ancora oggi il nome ... l'essenziale comune è camminare verso la Noire de Peuterey, che si staglia laggiù in fondo come un graal, e raggiungere la meta del giorno: il rifugio Monzino. Dopo un'oretta di marcia, si accosta una motoslitta e il suo simpatico guidatore si offre gentilmente di accompagnarci un pezzo. Uno a uno, dunque, ci trasporta fino alla fine della pista dove, con nostro grande stupore, c'è l'arrivo degli impianti di risalita e un grande bar ristorante con tanto di dehor e annessi turisti stravaccati su comode sedie a sdraio intenti a sorseggiare gazzose! Beh, a noi tutto subito ci girano un po'... pensare che avremmo potuto prendere gli impianti e risparmiare le energie per quello che ci aspetta: no, niente da dire, l'organizzazione del "prima" non è certo il nostro forte!... e per dimenticare non ci rimane altro che proseguire. Dopo poco ci inoltriamo in un sottobosco dove la neve non ci sostiene più e si sprofonda fino a metà coscia: con i nostri zaini è un vero inferno. Lolo, che ci ha accompagnati per un tratto, fa la traccia: grazie!
Raggiungiamo il Monzino alle otto e mezza di sera. Distrutti.
Questo nuovo sport, per quanto mi riguarda, comincia con non poche difficoltà: passare dal torso nudo e i pantaloncini corti a uno scafandro di plastica più quello zaino è piuttosto dura e in così poco tempo per giunta! Per eccesso di ottimismo e anche per tirarci un po' su il morale, ci diciamo che il peggio è passato...
L'indomani bisognerà ricordarsene bene per arrivare all'attacco della Ratti-Vitali alla Noire de Peuterey: nuova prova di marcia forzata con le spalle che non ne vogliono proprio più sapere di quel maledetto zaino!
Arriviamo ai piedi del couloir che separa le Dames Anglaises dalla Noire de Peuterey, non lontano dall'attacco della Ratti-Vitali, e troviamo un buon posto per il bivacco, riparato dalle scariche di sassi e altri piccoli fenomeni naturali fastidiosi che possono disturbare l'alpinista in montagna... Ci scaviamo un bel buco sul bordo di un crepaccio e istalliamo un vero e proprio campo base dove trascorriamo una notte tranquilla: una pacchia, dentro i sacchi a pelo fa persino caldo. Il giorno successivo, venerdì, sono le cinque mentre superiamo il crepaccio per addentrarci, questa volta sul serio, nel vivo dell'avventura. Avventura che come inizio si rivela complicata dato che il forte innevamento di questo inverno ha ricoperto la parte bassa della parete, costringendoci a un grosso lavoro di pulizia. E' una dura lotta contro fessure tappate dalla neve, altre gelate e tutta una serie di amenità che non di rado l'inverno dispensa sulle Alpi ... Steph, da primo, fa delle prodezze e riconosce egli stesso che non è facile: bisogna mettercela tutta! Nei primi quattro tiri, che impegnano cinque ore, lottiamo -ramponi ai piedi- a forza di colpi di lama e piccozza e ogni tipo di contorsioni per uscire dal primo bastione e raggiungere infine l'inizio delle vere difficoltà alle tre del pomeriggio, dopo aver risalito pendii di neve inconsistente che ci danno filo da torcere. Rimangono 450 metri di scalata, in teoria, e non dei più facili; farà buio intorno alle sei e il conto è presto fatto, occorre darsi una mossa, sperando che vada tutto liscio da ora in poi. Le ore passano e il bottino dei metri saliti rimane scarso: la notte ci sorprenderà presto. Come menu, ancora neve inconsistente e fessure tappate dal gelo. Ci è passata la fame: il pasto risulta troppo indigesto e ci vorrebbe proprio qualche prelibatezza sotto forma di belle reglette e di fessure asciutte per ridarci un po' di animo. Patrick fa ancora un tiro difficile prima che scenda la notte e con il buio sarà duro procedere, tuttavia Steph è ben deciso a continuare. Riparte per la lunghezza successiva, ma non trova l'itinerario giusto: ormai è buio e sembra dappertutto verticale.
La messa è finita: occorre bivaccare.
Steph fissa la corda e ridiscende. Un piccolo bivacco senza materiale necessario, senza viveri né riscaldamento, a febbraio su una parete Nord: rendo l'idea? Dopo una dura notte in parete, passata a battere i denti e a massaggiarci il corpo per non congelare, il giorno tarda a spuntare e noi non ne possiamo più; il freddo, mano a mano che le ore passano, si insidia dentro di noi sempre più in profondità. E' stata una prova seria questa notte.
Devono essere circa le sei quando, con difficoltà, cominciamo a muoverci. I preparativi sono molto veloci, risaliamo la corda fissa e Patrick attacca i tiri verticali dello scudo. Io esco dalla lunghezza più dura, quotata A1/V, convinto che dovesse essere stato un vero delirio cimentarsi su quelle difficoltà nel 1939: occorreva molto coraggio e quei ragazzi evidentemente erano proprio tosti! Seguono poi tiri di IV secondo la guida di Piola. Non troviamo per niente banali e ci tocca arrancare ancora per uscire dagli ultimi passaggi su placca verticale, resi delicati dalla neve che tappa tutte le rare fessure e ricopre le magre reglettes. Ci ritroviamo finalmente in punta tutti e tre, alle cinque, senza neppure il tempo di ammirare il panorama, una foto con la Vergine e torniamo in fretta verso la Nord, dove ci aspetta una lunga serie di doppie. Decidiamo infatti di scendere sulle doppie classiche dell'integrale di Peuterey. Una doppia, due, e la corda si incastra ... oh no, di già! Nello stesso punto di qualche anno fa quando avevo fatto l'Integrale: una vera iella. Steph risale con i jumar e in libera: è un tratto delicato, esposto, e lui lo supera al meglio. Il tempo passa, noi continuiamo la nostra discesa rallentata dal calar delle tenebre e raggiungiamo il nostro campo verso le otto e mezza di sera. Dopo questa prima cavalcata, siamo già sazi e il viaggio che abbiamo in progetto si promette, viste le condizioni, di essere una bella avventura! Dobbiamo mangiare, bere, dormire (il premio dell'alpinista dopo una dura ascensione) per recuperare al meglio, ma il giorno successivo una sveglia troppo tarda, alle otto e mezza, ci impone una giornata di riposo. I pendii innevati esposti in pieno sud che conducono ai piedi del pilastro della via Gervasutti-Boccalatte alla Punta Gugliermina devono essere risaliti di notte a causa del forte riscaldamento fin dalle prime ore dell'alba. Le numerose colate scese negli ultimi due giorni sono un chiaro segno di ammonimento. Giornata di recupero, dunque, la quinta del nostro periplo, e noi ci rigeneriamo al sole sorseggiando acqua di fusione. Sono le tre del mattino ed è ora di alzarsi.
Questa volta siamo contenti di partire, anche se gli zaini sono ancora pesanti.
Attacchiamo i pendii della Gervasutti-Boccalatte. Nella parte superiore sono composti da un metro di neve inconsistente non ancora trasformata. Procediamo con lentezza, e non vedo come potremo fare diversamente. Patrick, che conduce la cordata, sprofonda fino alla cintola e in più non può piazzare alcuna protezione: un passo avanti e due indietro, è estenuante. Il nostro gruppo di tartarughe (ninja...) giunge ai piedi del pilastro dove sale la via verso le otto. Uff, siamo veramente al limite, un'ora dopo e non saremmo più passati. Ci togliamo i ramponi: finalmente si comincia ad arrampicare! E' una scalata entusiasmante, verticale, con molte spaccature e i tiri tra il V e il V+ si susseguono uno dopo l'altro. Bivacchiamo sulla cengia che precede lo scudo finale. Senza tregua, soffia un gelido vento invernale che non fa preferenze per nessuno: notte fredda e piedi gelati per tutti. Il risveglio è difficile. Superiamo il tiro chiave, complesso, con un pendolo e un grande traverso stile Yosemite con una serie di manovre Ensa che non abbiamo ancora ben capito ... Seguono una serie di tiri verticali che ci conducono sulla vetta della Punta Gugliermina. Sono le due e la nebbia circonda le vette. Tempo di fare una doppia per raggiungere l'itinerario classico dell'Integrale di Peuterey. Il brutto tempo sembra stabile mentre noi ci dilunghiamo sulle creste che portano all'Aiguille Blanche. E' già buio e tutto "bianco": siamo in una fitta nebbia in cui rischiamo di perderci. In un misto di terrore, vaghiamo in una serie di salite e discese per trovare un passaggio. Grazie a una schiarita, verso le tre di notte, raggiugiamo infine il Col de Peuterey. Avevamo inizialmente programmato di bivaccare in quel punto per continuare direttamente sulla Freneysie-Pascale, ma le previsioni del tempo e la nostra stanchezza ci fanno cambiare idea. Prossima meta: il bivacco Eccles, dove potremo ritemprarci un po' e fare il punto sulla situazione meteo prima di dirigerci verso il Bianco. Alle quattro e mezzo, stravolti, raggiungiamo il bivacco e ... pensate un po' ..c'è qualcuno dentro ..e dev'essere un qualcuno speciale, così nel cuore dell'inverno. Patrick Bérhault e Philippe Magnin dormono e recuperano dopo le ultime fatiche e l'interminabile sequenza di salite impegnative che hanno bruciato nelle ultime due settimane. Chiacchieriamo un po' e verso le sette ci diamo il cambio. Le lepri partono per una giornata all'aria aperta mentre il tempo sembra migliorare, mentre noi ci imbrandiamo stravolti.
Un turno di giorno e uno di notte!
Il risveglio è penoso, a inizio pomeriggio, mentre fuori il tempo sembra abbastanza bello, ma ventoso. Facciamo asciugare le nostre cose, ordiniamo il materiale e, soprattutto, mangiamo e beviamo ma non troppo, poiché da ora in avanti ci tocca razionare i viveri.
Trascorriamo un pomeriggio tranquillo, sperando che il tempo si mantenga buono per il seguito. Verso le cinque, il turno di giorno rientra, soddisfatto della scalata. "Una in più, quindi una in meno".
Più tardi, Patrick (Bérhault) da un colpo di telefono a Yann della meteo che ci ridà un po' di speranza, assicurandoci ancora un intervallo di bel tempo ... beh, ce la possiamo giocare! Rito di minestra e pasta cinese e poi a nanna; la sveglia è alle quattro. Un colpo d'occhio fuori. Nevica e c'è bufera ..una vera burla. Ci prepariamo in silenzio religioso, presi dai dubbi, indecisi e, dopo qualche legittima esitazione, finiamo per partire, facendoci non poca violenza. La nostra motivazione di portare a termine il progetto che già da qualche inverno ci sta a cuore è troppo forte: il nostro itinerario non ha senso se non usciamo sul Bianco. Il simbolo è forte, una specie di quintessenza di ciò che rappresenta l'alpinismo ai nostri occhi: un itinerario logico, impegnativo, tecnicamente molto complesso con tre vie cariche di storia che ci hanno fatto sognare, tutto in totale autonomia e in invernale ... Passo dopo passo, ci dirigiamo verso l'attacco della Freneysie-Pascale, la nostra via d'uscita. Nevica e il vento spazza senza tregua le goulotte che ci aspettano. In testa Patrick pulisce lo strato di neve che ha già ricoperto tutto, mentre Steph e io abbiamo incassato la testa tra le spalle, coperta dal cappuccio di gore-tex. Si preannuncia una giornata d'inferno! Concateniamo i tiri uno dopo l'altro fino a una rampa che, resa delicata dalle cattive condizioni, ci dà filo da torcere. Il tempo passa e qualche ora dopo, all'uscita di due tiri bellissimi su misto, arriviamo alla mitica cascata di ghiaccio, baluardo d'uscita della via. Ma scende la sera e dobbiamo bivaccare. Il cielo ora è terso e spuntano le stelle. Mi addormento guardando il cielo, e sperando di aprire gli occhi l'indomani con la stessa visione. La sveglia suona e io so già che il tempo è bello dato che non ho chiuso tanto gli occhi. Fa freddo e anche la quota si fa sentire. Sono le cinque di quest'ultimo giorno della nostra avventura e tutti e tre peniamo non poco a muoverci. Persino il fornelletto gira al rallentatore. Siamo pronti a partire, quando Patrick, che è l'ultimo a mettere mi ramponi, si accorge che uno dei ganci è spezzato di netto. Questa non ci voleva! Imprecando in coro, lo ripariamo in maniera sommaria con i mezzi che abbiamo a disposizione (spago e fil di ferro), e Steph si lancia nel sigaro: che classe! Procede lentamente ma con grande maestria e in tutta serenità. Ed è ancora lui che concatena la lunghezza successiva, per forza di cose dato che io, in sosta,  non gli propongo di dargli il cambio da primo, vittima come sono di un dolore acuto alla punta delle dita che mi ha privato di tutte le forze: la cosa mi fa un po' arrabbiare ...Ci ritroviamo in sosta, usciti dal grosso delle difficoltà della via e io e Patrick ci complimentiamo con Steph per come ha superato quest'ultimo difficile tiro, mentre il tempo si chiude di nuovo e si mette a nevicare. Una via eccezionale, la più bella goulotte che mi sia mai stato dato di salire sulle Alpi. Nel couloir di uscita, passo da primo: è un tratto delicato, neve polverosa ricopre la roccia e per le lame delle piccozze niente è regalato. Più in alto triboliamo per un tratto di ghiaccio nero dato che a questo punto della nostra traversata i ramponi hanno le punte arrotondate. Arriva infine la cornice, e ci troviamo come per magia dall'altro lato. Il tempo è migliore e il vento è sferzante. I colori sono incredibili: ci sono diversi strati di nubi che lasciano filtrare la luce, mentre le vallate sono avvolte dalla nebbia. E' un istante magico.
Via in direzione del Bianco, che se la ride di noi in lontananza.
Sono le cinque e mezzo e con nostro sollievo non possiamo salire più in alto. Una grande gioia, sollievo, il momento è forte, il freddo glaciale. Ci affrettiamo sul versante di Chamonix in direzione del Mont Maudit, per il Tacul e l'Aiguille du Midi. Dobbiamo fare due doppie per superare due grossi crepacci che ci ostacolano il cammino. Il freddo aumenta, il tempo è sempre più inclemente. La discesa del Tacul è un vero calvario con enormi seraccate da tutti i lati. Siamo allo stremo delle forze quando, barcollando nella neve crostosa, raggiungiamo il col du Midi. Sono le due del mattino, è nevicato molto, il brutto tempo è stabile, buon tempismo per noi... Impiaghiamo due ore e mezza per raggiungere l'Aiguille e questo la dice lunga! Letteralmente a pezzi ci togliamo le giacche umide, ricordi del Perù, e sprofondiamo nel sonno nel bel mezzo dei couloir de l'Aiguille. Il mattino ci aspetta la funivia, Chamonix, la terra ferma e il nostro primo vero pasto: tutto si concatena facilmente. Che bello avere la testa piena di sogni e di questo sogno diventato realtà, e dire che ora fa parte del passato... Abbiamo appena fatto la Superintegrale di Peuterey! Il viaggio è terminato, i nostri corpi sentono tutta la stanchezza, i piedi sono insensibili e le dita spaccate, ma la nostra testa è carica di forti emozioni che ci hanno lasciato questi dieci giorni condivisi in montagna. Cerco di trovare posto a tutto questo nella mia testa, ma ci vorrà ancora tempo, un bel po' di tempo...

Da ALP WALL
Dicembre 2003/Gennaio 2004


https://ivoferrari.blogspot.it/2017/01/linimitabile-opera-darte.html

giovedì 18 gennaio 2018

LINEA SIMBOLO

"Una linea entrata di diritto nella storia dell'arrampicata, una via simbolo del Gran Sasso e non solo"

http://www.vocialvento.altervista.org/passatempo/cavalcare.htm

CAVALCARE LA TIGRE    di PAOLO CARUSO
da:http://www.vecchiegloriedelgransasso.it


Mi aggiravo in un pomeriggio d’estate nei pressi del Franchetti osservando attentamente i pochi alpinisti che arrivavano e quelli che erano di passaggio, alla ricerca di qualcuno cui legare la mia corda. La mia attenzione veniva però attratta con una certa frequenza dalla compatta placconata, chiamata “Pancione”, che sovrastava gli strapiombi del lato destro della parete Est del Corno Piccolo. Eppure ormai la conoscevo bene perché da tre anni l’osservavo e da circa uno l’avevo attentamente analizzata con la speranza di trovare una qualche certezza per una possibile via di salita. In realtà l’incognita maggiore non era costituita tanto dal salire, quanto piuttosto dall’eventuale discesa che si sarebbe verificata  nel caso in cui la via verso l’alto fosse stata preclusa. Infatti i forti strapiombi lisci sottostanti avrebbero sicuramente complicato le cose … Anche se avevo iniziato ad arrampicare da poco, neanche quattro anni, in qualche modo alcune piccole certezze mi sostenevano. Avevo già  vissuto l’incognita di confrontarmi con i limiti soprattutto mentali e culturali cui inconsapevolmente sottostiamo e l’essere riuscito a portare a termine, in alcuni casi per la prima volta nell’ambiente alpinistico romano e nell’Italia centrale, alcune tra le salite più impegnative anche nelle Alpi occidentali, costituiva una base concreta su cui poggiare un progetto difficile e di esito incerto.     
L’anno precedente ero dovuto scendere da sopra il secondo nevaio della parete nord dell’Eiger a causa di una bufera e della rottura dei ramponi, e ciò contribuiva a rendermi  un po’ più sicuro per essermi tratto d’impaccio da una parete considerata estremamente complessa e pericolosa come quella dell’Eiger. Due piccole esperienze d’arrampicata in Yosemite e in Verdon mi avevano aiutato a entrare nel nuovo mondo  della difficoltà su roccia, della filosofia dell’arrampicata libera e del rispetto di nuove regole che valorizzassero allo stesso tempo l’uomo e l’ambiente.      Cominciava ad essere chiaro in me che salire a qualunque costo era secondario al modo di salire. L’aver ampliato le conoscenze e le esperienze mi portò a collocare nella falesia di Sperlonga i primi spit dall’alto, per aprire itinerari dove la libera prendesse il sopravvento sull’artificiale. Nelle falesie aveva poco senso aprire le vie dal basso, anche perché una manciata di protezioni sostituivano la grande quantità di chiodi necessari per procedere in artificiale: il rispetto per la roccia era essenziale.     
Il Gran Sasso doveva ancora vedere risolti i grandi problemi alpinistici, tra cui spiccavano la “Farfalla” e il “Pancione”. Si sarebbe potuto rispettare la logica evoluzione dell’alpinismo, salendo dal basso e con pochi mezzi? La storia aveva già dimostrato, anche nel nostro gruppo montuoso, che con un uso eccessivo di attrezzature l’uomo può salire anche la parete più impossibile. E’ chiaro che senza un equilibrato uso di questi mezzi tra l’uomo e la montagna, il valore dell’alpinismo viene sminuito e forse decade del tutto, in favore di una mera e irreale esaltazione dell’ego che può portare gli alpinisti a perdere il senso delle cose e a ricercare un mondo virtuale in cui regna la vanagloria da primedonne.
La Montagna rappresentava per me qualcosa di permanente al contrario di tutti noi piccoli uomini che passiamo velocemente … Non rimaneva che essere leali, corretti e disturbare il meno possibile  con azioni umane poco invasive.      Forse tutto ciò era nell’aria e proprio in quegli anni si poteva intuire un nuovo modo di arrampicare e di fare alpinismo, ad iniziare da un rinnovato rispetto per l’ambiente e di valorizzazione dello stesso. Purtroppo, invece di scegliere questa strada che sembrava la più logica e opportuna, il bisogno umano di cercare di apparire ad ogni costo ha prevalso nell’ultimo e successivo periodo alpinistico del Gran Sasso, dando alla luce una serie di itinerari minori di poco conto, attrezzati con dubbia coerenza e tracciati, a volte, perfino dove già si passava in precedenza, con grande mancanza di rispetto umano e ambientale.      Per me, dunque, la salita a ogni costo, inclusa l’idea di piantare una fila ininterrotta di chiodi per risolvere i problemi più complessi, rappresentava un passo indietro e non avrebbe avuto senso. A quel punto, sarebbe forse stato meglio aprire le ultime vie dall’alto ma, così facendo, si sarebbe eliminata la possibilità di risolvere in modo tradizionale i problemi simbolo del Gran Sasso.
Qualcuno avrebbe pensato di usare molti chiodi per la progressione e toglierli, lasciando a bocca aperta i ripetitori, ma anche questo per me era un modo di girare intorno al problema e un modo di ingannare gli altri oltre che se stessi: a parte quelle veloci (dadi, friend ecc.), le protezioni non dovevano sostanzialmente essere rimosse, o almeno solo in piccola parte, un po’ per chiarezza e correttezza, ma anche perché bisognava evitare di rovinare la roccia, cosa che avviene regolarmente chiodando e schiodando.      
Poco tempo addietro con Andrea e Marco facemmo capolino sotto la Farfalla ma riuscimmo a salire solo pochi metri. Abbandonai quindi temporaneamente l’idea, sapendo di avere bisogno di maggiore motivazione ed esperienza.
La Farfalla sicuramente non aveva fretta. La parete Est del Corno Piccolo è certamente meno selvaggia e complessa del Paretone e quindi il Pancione mi sembrava più vicino e raggiungibile e iniziò così ad attirarmi come una calamita.
Era dunque l’estate dell’82 quando la grande placca continuava a distogliere la mia attenzione dalla ricerca di un volto cui poter condividere il tentativo di salita. Siccome il progetto era considerato praticamente impossibile, il mio compagno di cordata si era tirato indietro proprio all’ultimo minuto. In realtà, non sono mai riuscito a condividere appieno la mentalità di molti alpinisti che riescono a fare salite importanti legandosi a chiunque. Per me i valori umani sono sempre stati determinanti, insieme all’amicizia, ma in quel periodo i miei compagni di cordata non erano più a Roma e quindi ero praticamente rimasto solo.   
E la realtà era semplice e chiara: se non trovavo un compagno non mi sarei avventurato sul  Pancione. Ero quindi disposto a condividere l’esperienza anche con un estraneo. In fondo, in questo caso, il confronto principale l’avrei avuto con la placconata, e queste erano le regole: sarei passato solo se il Pancione me lo avesse consentito, con un minimo uso di mezzi. In sostanza, 8 o 9 chiodi, 7 o 8 dadi e 4 spit dovevano bastare, anche perché non possedevo altro materiale ! La sensazione di stare per affrontare qualcosa di più grande di me mi ricordava la sensazione che avevo provato la prima volta che lessi dell’antico detto orientale “Cavalcare la tigre”. Non avrei dovuto più cercare di immedesimarmi nella  scena cui il detto fa riferimento, era sufficiente guardare in alto … Se esiste un modo di non soccombere di fronte a cose più  grandi di noi, esso consiste nel riuscire a starci sopra e a non farsi travolgere.  Quindi, bisogna innanzitutto mantenere la calma per cercare di capire se è possibile e come si fa. Un sistema di fessure verso sinistra mi avrebbe portato sotto la pancia, continuando in fessura sarei uscito dagli strapiombi e avrei proseguito fin quando la fessura diventava sempre più esile per morire infine nel centro della placca. Questo doveva essere il punto chiave: grande esposizione con forti strapiombi sotto, placca liscia e povera di appigli sopra ...
Alla fine proposi il progetto a Massimo che non si fece pregare e riuscimmo a salire la pancia uscendone a destra. In realtà, nel punto in cui la fessura terminava, avevo individuato la linea più logica sulla sinistra ma, avendo il mio compagno voluto portare solo mezzo litro d’acqua in due, la mia gola non ne volle più sapere e si rifiutò di parlare già all’uscita dallo strapiombo, quando tentai di dare il comando del “molla tutto”. Nella speranza di trovare un passaggio più umano, uscii così verso destra, tutt’altro che facilmente, con un’arsura indescrivibile.      Due mesi più tardi ritornai insieme a mio fratello Roberto e a Massimo per proseguire lungo la linea che appariva la più logica. Fu eccezionale la prestazione di Roberto che, pur avendo ancora poca esperienza, riuscì a superare senza mai appendersi alla corda il tiro chiave del traverso.      Sicuramente “Cavalcare la tigre” è stata determinante nella mia formazione e ha contribuito ad ampliare gli orizzonti mentali. E’ sicuramente stata un punto di riferimento per le altre salite storiche come la prima ripetizione e prima solitaria di “Cavalcare la tigre”, “Il Nagual e la Farfalla”, “Golem”, “Baphomet”, “Kronos” e “Alba di luna”, ma anche le prime invernali del Paretone e la grande avventura della Prima Invernale al Cerro Torre.      Il detto dell’estremo oriente mi ha sempre accompagnato nell’alpinismo esplorativo di alcuni gruppi montuosi e soprattutto mi ha aiutato a credere nelle idee giuste anche quando queste risultavano celate ai più: lo sviluppo del Metodo sulla tecnica dell’arrampicata è nato anch’esso dalla ricerca di una via che veniva esclusa per partito preso dall’ambiente arrampicatorio perché ritenuta impossibile … ma questa è un’altra storia.                          

mercoledì 17 gennaio 2018

UNA CRESTA SENZA FINE PARTE 8


DOMENICA 23 AGOSTO

Per tutta la notte il tetto di lamiera per la caduta di neve e grandine. Quando smettono le raffiche di vento, sogno il bel tempo. Ore 4 del mattino: un bello strato di polvere ricopre il balcone metallico. Il bivacco sembra un'imbarcazione perduta in un oceano di bruma. A tratti riesco a scorgere a mala pena la prua del naviglio formato dalle Aiguilles de la Fourche. Posso scegliere se metter fine al mio periplo o infagottarmi per l'attesa. Le due cordate si nascondono nei Gore-tex e cominciano la discesa.
Io resto. Il maltempo non molla. Mi sento impotente. Non ho alcuna distrazione. Niente fornello: niente neve da fondere. Niente cibo: niente pasti da preparare. Nessuna lettura, quindi nessun universo i cui rifugiarmi. Sprofondo nel libro di rifugio. Guardo sfilare tutte le nazionalità, poi cado sulla scrittura tonda e regolare di Gian Carlo Grassi. Un'emozione intensa. Chiudo il libro.
Le ore passano, cullate dalle raffiche di vento. Perché aspettare? Aspettare cosa? Sono già salito al Monte Bianco. Più volte. Da tutti i versanti. Le difficoltà sono passate. Ma non riesco a decidermi a scegliere, a non terminare del tutto il mio progetto. Il mio piacere sta anche nell'atto di passare per il Monte Bianco, di correre lungo le creste di Bionnassay, di scendere lentamente per i Dômes de Miage e l'Aiguille de la Bérangère. Il piacere della "mia" traversata è percorrerla sino in fondo, senza rotture.
Ho voglia di scendere, di stare con i miei.
Non ho più voglia di scendere. Vorrei continuare ai di là. Sono completamente solo e comunque sto bene. Compiacenza dell'ego o serenità? Una moneta a due facce. Mi sorprendo a immaginare di andare avanti. Non risalire il Miage, ma andare avanti sul Picco Monte Bianco e seguire le montagne fino a sud. Mi sento in profonda mutazione. Ho voglia di altre montagne, più lontane, più grandi. Permetto a certi sogni, che avevo lasciato assopiti, di riemergere.
La nebbia diventa rara.

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venerdì 12 gennaio 2018

UNA CRESTA SENZA FINE PARTE 7



SABATO 22 AGOSTO

Secondo il mio piano di viaggio, oggi dovrei poter transitare sul Monte Bianco... Attacco molto deciso la risalita della Calotta di Rochefort. Troppo in fretta, mi trovo a procedere su grattons e a sudare su una parete francamente ripida. Ancora e sempre arrampicare, traversare, cercare una cengia, calarsi su un intaglio, rosicchiare appiglio dopo appiglio un passaggio sulla parete nord. Ho solo voglia di camminare, di lasciar le mani penzoloni lungo il corpo, di poter guardare lontano...
Primo incontro con la folla in vetta all'Aiguille de Rochefort. Due chiacchiere veloci e simpatiche. Mi sento un po' sfasato da queste cordate che arrivano dal rifugio Torino. Non ho tanta voglia di tuffarmi nei miasmi del Colle del Gigante. Abbandono tutto il mio materiale alla Punta Helbronner. Porto con me solo piccozza, ramponi, acqua e duvet. Ho voglia di finire. Ho voglia di correre. Ancora cattivo tempo. Mi riacchiappa ogni giorno un po' prima. Le nuvole sono a metà della Tour Ronde. Mi rifugio al bivacco della Fourche per lasciar passare una breve scarica di grandine. Così credo quando mi tiro dietro la porta della capanna. Poi, nel pomeriggio, arrivano due cordate; per l'indomani hanno in progetto di percorrere la Major e la Kuffner. Mi rassicurano sulle previsioni meteo. Scalpito d'impazienza ma decido di attendere.

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martedì 9 gennaio 2018

UNA CRESTA SENZA FINE PARTE 6



VENERDI'  21 AGOSTO

Tempo stupendo. Le Grandes Jorasses sono favolose e provo un immenso piacere ad arrampicare  sull'Arete des Hirondelles. Mi sento bene. All'intaglio "V", poso il sacco e preparo la corda. Oggi, al contrario della prima volta in cui ho percorso questa via, la Fessura Rey è perfettamente asciutta. E' un tiro di corda storico, che ricorda il grande coraggio e la forza di volontà dei pionieri all'inizio del secolo. Punta Walker, Punta Whymper, Punta Croz. E' un tuffo nella storia e nella leggenda. Le Grandes Jorasses sono davvero grandi. La parete nord si tuffa nel vuoto e nell'ombra.
Sulla Punta Elena, la nebbia mi avvolge. Sono stufo. Conosco la reputazione della traversata che mi attende, e preferirei vedere un po' oltra i dieci metri, che invece riesco a stento a indovinare spalancando gli occhi. Le nuvole si squarciano per qualche istante quando risalgo la Punta Margherita. E' un tratto davvero aereo, di grande bellezza. Che dire di più? La nebbia ritorna. Umida, densa.
Sulla Punta Young seguo meticolosamente le istruzioni della guida. Mi calo in doppia sul versante italiano. Non vedo nulla. Ho dei dubbi. Non so dove dirigere le doppie. L'abisso che si apre sotto i miei piedi non mi ispira granché. Traverso in direzione della punta sommitale e scendo con una serie di calate acrobatiche. Sono corde doppie di fortuna dovute a cattive scelte. Trovo la mia corda da 7 mm un po' sottile, ma cerco di lasciare poco spazio ai miei fantasmi interni. Oltretutto la corda è pure corta. Mi incastro ancora. Non è il momento. 
Finalmente scorgo con sollievo il bivacco Canzio. Trovo questo mezzo barile affacciato sul vuoto eccezionalmente comodo.

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mercoledì 3 gennaio 2018

VARIANTE "PER LO ZIO"


















Lì la roccia è fantastica, talmente bella che non ci si può attaccare a tutto, bisogna scalarla con braccia, piedi e TESTA.
Ogni volta che ripeto Tutto di Traverso, e ... credetemi, abitando "molto" vicino, ogni occasione è buona, io e Federica  la facciamo come "passeggiata" verticale sopra casa...
Ogni volta il mio sguardo prima dell'ultima lunghezza "scappa" via a sinistra .. 
Una fessura logica ora è diventata  "La variante PER LO ZIO", un semplice pensiero per ricordare Enrico.

PS. Poco più a sinistra molti anni fa è stata chiodata una linea mai terminata, gli ultimi metri della variante sono in comune.
La variante è rimasta attrezzata, come già scritto NON SIAMO IN FALESIA.

BUON DIVERTIMENTO

lunedì 1 gennaio 2018

UNA CRESTA SENZA FINE PARTE 5



GIOVEDI 20 AGOSTO

Parto senza far colazione. Quella che scende dal cielo è soprattutto acqua, non neve. Secondo la carta, la cresta scende sul Col de Leschaux contornando l'Aiguillon. Così piazzo una doppia per scendere dall'Aiguille de l'Eboulement. Poi infilo dei traversi particolarmente friabili, quindi una cresta esigua. Non riesco più a vedere il passaggio giusto (se ne esiste uno) e mi lascio trascinare sul versante Leschaux in un couloir secondario, poi su delle pareti dirupate che mi obbligano ad attrezzare numerose doppie. Evidentemente ho fatto la scelta sbagliata, ma ora sono costretto ad andare avanti. Perdo quota e poi mi tocca riguadagnarla con una scalata piuttosto delicata. In certi momenti ci manca poco perché mi senta male. Raggiungo la parte superiore di un couloir che sbocca al colle da un diedro dritto e instabile. Ho perso tre ore, un tempo prezioso e un'energia considerevole. Mi sgrido. Mi interrogo. Ritornerò. La vista del seguito non attenua per nulla la mia rabbia. Non capisco come affrontare la partenza della cresta nevosa dell'Aiguille de Leschaux. La guida Vallot precisa: <<Dal colle, seguire il filo della nord ovest per qualche metro>>. Non c'è neve, dunque niente spigolo nevoso, ma un muro liscio e compatto che mi vieta l'accesso alla cengia d'attacco. Corda doppia sul versante del Triolet, per un couloir di ghiaccio nero e pietroso. L'estremità della corda. Mi calo su di un piccolo gradino, recupero la corda che si impiglia in alcuni blocchi taglienti. L'anima della corda fuoriesce in due punti. La galera continua. Rimonto il ramo sinistro del couloir per dirigermi verso una vaga depressione. Una traversata, poi qualche tratto delicato, mi permettono infine di raggiungere l'attacco della via.
La cresta nord ovest dell'Aiguille de Leschaux è una salita piacevole. Un primo risalto facile conduce su una placca compatta e impressionante. La scalata è delicata e aerea e si svolge su roccia eccellente. Il Rateau de Chévre, che bisogna attraversare per attaccare l'ultimo risalto, è fra i più belli del suo genere. Lo zaino mi sballotta fra Triolet e Leschaux, ricordandomi ad ogni istante la presenza del vuoto.
Scendo rapidamente sul Col des Petites Jorasses. Il tempo è di nuovo brutto. Ogni giorno si guasta un po' prima. Continuo con la traversata delle Petites Jorasses. Una meraviglia. Colpi di tuono. Il cielo s'incupisce. Il nero invade tutto. Un contatto radio con Michel Tavernier, mi conferma la violenza di quel che si sta preparando. Un lampo, a più riprese. In pochi istanti sono al centro di un turbinio di grandine. In pochi secondi la roccia è tutta bianca. Esito. Il fulmine s'abbatte di nuovo, assai vicino. Butto giù una doppia e comincio la discesa delle Petites Jorasses, tanto veloce quanto me lo consentono le condizioni del tempo. L'acqua cola ovunque; si sono formati dei veri e propri torrenti e delle cascate. Quando arrivo sul ghiacciaio di Fréboudze, la neve è marcia e impregnata d'acqua. Dei ruscelli hanno scavato solchi profondi per scomparire poi nei crepacci. Al bivacco Gervasutti, assisto allo scatenarsi del maltempo fino a notte tarda.