domenica 28 gennaio 2018

DA SOLO SULLA CRESTA



E' stato guardando questa bellissima immagine di  Domenico Ciancaglione ( che ringrazio) nella pagina https://www.facebook.com/photo.php?fbid=196342801101642&set=gm.1725773987443676&type=3&theat
che mi sono ritrovato a pensare ... in questi giorni le numerose testate alpinistiche hanno evidenziato un inverno che non mi piace e ... questa immagine mi ha riportato alle "nostre" montagne, che poi le Montagne non sono proprio di nessuno, nemmeno se le paghi per salirle.
Ho sentito un po' di freddo, quel freddo invernale che i miei polmoni hanno respirato mentre con Lorenzo e Massimo attraversavo quelle fantastiche cime ...e, pensando a Massimo mi è ritornato in mente il suo viaggio solitario, un viaggio senza gradi, un viaggio tutto suo ... Ho risentito la "strana voglia" che stava scomparendo, una voglia che il mio fisico per questi freddi e bianchi mesi non potrà esaudire. Ma le "voglie" non hanno fretta ...e poi, ritornano SEMPRE!





LA CRESTA IN SOLITARIA

"Ero pieno di velleità, non pensavo ad altro che ha scalare, anche se non ho mai percepito la frenesia o il "dover scalare". Però fare progetti e fantasticare mi piaceva. Mi aveva sempre colpito la bella scalata invernale compiuta nel '63 da Marco Florio e Maurizio Calibani sulla lunghissima cresta nord della vetta orientale. 1.000 metri di salita con difficoltà massime di 5° ma anche d'inverno, per via della nettissima esposizione nord, diventa una bella impresa da affrontare. 
In solitaria! Volevo farla in solitaria! Era diventata da un po' di tempo il mio chiodo fisso. Il massimo per me era la scalata invernale, quando le poche ore di luce, il freddo, il ghiaccio e la neve rendono tutto diverso e indubbiamente più difficile. Questo è un discorso che vale soprattutto per le pareti esposte a nord ma ancor di più per quelle pareti articolate, non strapiombanti. Le grandi placche verticali e gli strapiombi non si trasformano più di tanto, quindi scalare d'inverno, dal punto di vista tecnico, non cambia poi molto.  
Scalare la cresta nord d'inverno, a nord e da solo... Non ci dormivo la notte... Alla fine mi decido! Il 22 dicembre dell'85 mi accompagna un amico, Roberto Landi, con la sua macchina. Viene con me fino a quasi all'attacco della via. La presenza di Roberto era importante: essere accompagnato nel viaggio in macchina e nell'avvicinamento era di grande conforto, anche se doveva assolutamente tornare a Frascati il giorno stesso. Un saluto di poche parole e ci allontaniamo nelle due opposte direzioni.
Sotto le pareti la grande determinazione che generalmente abbiamo a casa scompare. Sono fortemente indeciso fino a che non tocco i primi freddi appigli. E' sempre così, appena si entra in azione, appena si "deve" essere concentrati, non c'è spazio per altro. La percezione è al massimo su ogni singolo movimento: un piede, una mano, il bilanciamento sulle punte dei ramponi, un metro, un altro metro, e così via, sembra quasi all'infinito ...
Supero un bel tratto di parete con lo zaino in spalla e la corda legata all'imbragatura che penzola. Ogni tanto la recupero su qualche terrazzino in modo che mi segua, srotolandosi, senza pesarmi troppo. Non appena però la mia sicurezza nell'arrampicare slegato viene meno, metto in pratica la tecnica di autoassicurazione che ho sperimentato già diverse volte. Pianto chiodi, incastro dadi o uso spuntoni di roccia; non ho ancora i friends, che comprerò usati un anno dopo per andare in Patagonia. Alla fine di ogni tiro faccio una sosta, fisso la corda, scendo e risalgo smontando tutto.
Il famoso buco dentro il quale si passa è otturato dalla neve e per forza di cose devo passare, con maggiore difficoltà, all'esterno. Non impiego però molto a superare la parte sottostante la cengia dei fiori. Continuo sulla cresta alternando la scalata; appena ho dubbi mi autoassicuro anche per un solo passaggio: cadere è la fine, e l'idea non mi piace. Mentre supero una parte abbastanza facile, sento improvvisamente una grande stanchezza, un affanno mai avuto neanche nelle situazioni più dure o faticose.
Che mi succede? Sono improvvisamente esausto, non ce la faccio più, sento il corpo invaso da una sgradevole presenza che mi annienta. Trovo una nicchia alla base di un'altra sezione dura e mi chiudo immediatamente nel saccopiuma che avevo comprato da una delle due ragazze polacche in Perù, e che ancora non avevo usato.
Sono scosso da violenti brividi di freddo e contemporaneamente madido di sudore: è la febbre, altissima, ora la riconosco ... "porca puttana, sono stremato; adesso come faccio ad uscire da questa storia? E' un bel guaio". Apro e chiudo continuamente il saccopiuma,  ho caldo ... ho freddo ... ho caldo ... non ho più acqua e non ho il fornello, la gola è riarsa e deglutire è un tormento. Sono circondato da roccia, ghiaccio, silenzio: è per questo che sono qui, è quello che cercavo, ma questo brutto contrattempo non ci voleva, mi sta creando un problema oltre le difficoltà di questa lunga cresta. 
Nell'agitato dormiveglia sono assalito dai dubbi di riuscire a farcela, di essere in grado di uscire da solo. La febbre così alta come mi è già successo altre volte, mi crea una sorta di delirio ma anche una beata incoscienza. Forse per questo dopo un paio d'ore, con il cielo non più illuminato dal sole
( che non avevo mai visto in tutto il giorno) mi impongo di reagire! Esco dalla mia tana e con la testa che mi scoppia e la gola in fiamme scalo in autoassicurazione la parete sovrastante; supero tutto il tiro e ridiscendo che è praticamente buio, scivolando lungo la corda che ho fissato in alto e che mi aiuterà domani mattina. Pago molto caro lo sforzo appena compiuto perché mi sento peggio di prima. Mi chiudo nel mio bozzolo di piume e affronto il problema più grosso: la notte, lunghissima, buia e senza una goccia d'acqua. Mi torna in mente la notte passata con Pierluigi dopo la scalata del Croz dell'Altissimo in Brenta; anche lì la febbre, improvvisa e violenta, mi annientò in poco tempo, ma così come era venuta se ne era andata il mattino successivo, e questa è la mia speranza.
Consumo gli occhi guardando continuamente ad est. L'alba infine arriva, anche se ci ha messo un'infinità. Il cielo si fa chiaro, ci vedo bene e purtroppo devo uscire dalla mia tana. Ora che mi ero addormentato un po' mi tocca andare, muovermi. 
Fino al momento della febbre ero stato molto veloce, e non avevo escluso che sarei potuto uscire in giornata, magari con l'aiuto della frontale; per questo non avevo portato fornello, pentolino, né cibo particolare: ci avevo provato, anche se con il dubbio, e per questo avevo solo il saccopiuma. 
Risalgo la parete attrezzata il giorno prima, non mi sento in forma per niente, ma non sento febbre e comunque sia devo uscire. Ho voglia di sole, lo intuisco, bello, in alto. Mi viene il fiato grosso al più piccolo sforzo non controllato e, ahimè, ne controllo proprio pochi, però metro dopo metro raggiungo l'ultimo muro verticale. Le numerose belle fessure che lo solcano sono stranamente pulite dal ghiaccio e ne sono proprio contento, lo interpreto come un regalo, tanto che riesco anche a ritrovare il bel gusto per la scalata, ma forse tutto è dovuto al fatto che subito sopra, la via è terminata ......"

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