giovedì 18 gennaio 2018

LINEA SIMBOLO

"Una linea entrata di diritto nella storia dell'arrampicata, una via simbolo del Gran Sasso e non solo"

http://www.vocialvento.altervista.org/passatempo/cavalcare.htm

CAVALCARE LA TIGRE    di PAOLO CARUSO
da:http://www.vecchiegloriedelgransasso.it


Mi aggiravo in un pomeriggio d’estate nei pressi del Franchetti osservando attentamente i pochi alpinisti che arrivavano e quelli che erano di passaggio, alla ricerca di qualcuno cui legare la mia corda. La mia attenzione veniva però attratta con una certa frequenza dalla compatta placconata, chiamata “Pancione”, che sovrastava gli strapiombi del lato destro della parete Est del Corno Piccolo. Eppure ormai la conoscevo bene perché da tre anni l’osservavo e da circa uno l’avevo attentamente analizzata con la speranza di trovare una qualche certezza per una possibile via di salita. In realtà l’incognita maggiore non era costituita tanto dal salire, quanto piuttosto dall’eventuale discesa che si sarebbe verificata  nel caso in cui la via verso l’alto fosse stata preclusa. Infatti i forti strapiombi lisci sottostanti avrebbero sicuramente complicato le cose … Anche se avevo iniziato ad arrampicare da poco, neanche quattro anni, in qualche modo alcune piccole certezze mi sostenevano. Avevo già  vissuto l’incognita di confrontarmi con i limiti soprattutto mentali e culturali cui inconsapevolmente sottostiamo e l’essere riuscito a portare a termine, in alcuni casi per la prima volta nell’ambiente alpinistico romano e nell’Italia centrale, alcune tra le salite più impegnative anche nelle Alpi occidentali, costituiva una base concreta su cui poggiare un progetto difficile e di esito incerto.     
L’anno precedente ero dovuto scendere da sopra il secondo nevaio della parete nord dell’Eiger a causa di una bufera e della rottura dei ramponi, e ciò contribuiva a rendermi  un po’ più sicuro per essermi tratto d’impaccio da una parete considerata estremamente complessa e pericolosa come quella dell’Eiger. Due piccole esperienze d’arrampicata in Yosemite e in Verdon mi avevano aiutato a entrare nel nuovo mondo  della difficoltà su roccia, della filosofia dell’arrampicata libera e del rispetto di nuove regole che valorizzassero allo stesso tempo l’uomo e l’ambiente.      Cominciava ad essere chiaro in me che salire a qualunque costo era secondario al modo di salire. L’aver ampliato le conoscenze e le esperienze mi portò a collocare nella falesia di Sperlonga i primi spit dall’alto, per aprire itinerari dove la libera prendesse il sopravvento sull’artificiale. Nelle falesie aveva poco senso aprire le vie dal basso, anche perché una manciata di protezioni sostituivano la grande quantità di chiodi necessari per procedere in artificiale: il rispetto per la roccia era essenziale.     
Il Gran Sasso doveva ancora vedere risolti i grandi problemi alpinistici, tra cui spiccavano la “Farfalla” e il “Pancione”. Si sarebbe potuto rispettare la logica evoluzione dell’alpinismo, salendo dal basso e con pochi mezzi? La storia aveva già dimostrato, anche nel nostro gruppo montuoso, che con un uso eccessivo di attrezzature l’uomo può salire anche la parete più impossibile. E’ chiaro che senza un equilibrato uso di questi mezzi tra l’uomo e la montagna, il valore dell’alpinismo viene sminuito e forse decade del tutto, in favore di una mera e irreale esaltazione dell’ego che può portare gli alpinisti a perdere il senso delle cose e a ricercare un mondo virtuale in cui regna la vanagloria da primedonne.
La Montagna rappresentava per me qualcosa di permanente al contrario di tutti noi piccoli uomini che passiamo velocemente … Non rimaneva che essere leali, corretti e disturbare il meno possibile  con azioni umane poco invasive.      Forse tutto ciò era nell’aria e proprio in quegli anni si poteva intuire un nuovo modo di arrampicare e di fare alpinismo, ad iniziare da un rinnovato rispetto per l’ambiente e di valorizzazione dello stesso. Purtroppo, invece di scegliere questa strada che sembrava la più logica e opportuna, il bisogno umano di cercare di apparire ad ogni costo ha prevalso nell’ultimo e successivo periodo alpinistico del Gran Sasso, dando alla luce una serie di itinerari minori di poco conto, attrezzati con dubbia coerenza e tracciati, a volte, perfino dove già si passava in precedenza, con grande mancanza di rispetto umano e ambientale.      Per me, dunque, la salita a ogni costo, inclusa l’idea di piantare una fila ininterrotta di chiodi per risolvere i problemi più complessi, rappresentava un passo indietro e non avrebbe avuto senso. A quel punto, sarebbe forse stato meglio aprire le ultime vie dall’alto ma, così facendo, si sarebbe eliminata la possibilità di risolvere in modo tradizionale i problemi simbolo del Gran Sasso.
Qualcuno avrebbe pensato di usare molti chiodi per la progressione e toglierli, lasciando a bocca aperta i ripetitori, ma anche questo per me era un modo di girare intorno al problema e un modo di ingannare gli altri oltre che se stessi: a parte quelle veloci (dadi, friend ecc.), le protezioni non dovevano sostanzialmente essere rimosse, o almeno solo in piccola parte, un po’ per chiarezza e correttezza, ma anche perché bisognava evitare di rovinare la roccia, cosa che avviene regolarmente chiodando e schiodando.      
Poco tempo addietro con Andrea e Marco facemmo capolino sotto la Farfalla ma riuscimmo a salire solo pochi metri. Abbandonai quindi temporaneamente l’idea, sapendo di avere bisogno di maggiore motivazione ed esperienza.
La Farfalla sicuramente non aveva fretta. La parete Est del Corno Piccolo è certamente meno selvaggia e complessa del Paretone e quindi il Pancione mi sembrava più vicino e raggiungibile e iniziò così ad attirarmi come una calamita.
Era dunque l’estate dell’82 quando la grande placca continuava a distogliere la mia attenzione dalla ricerca di un volto cui poter condividere il tentativo di salita. Siccome il progetto era considerato praticamente impossibile, il mio compagno di cordata si era tirato indietro proprio all’ultimo minuto. In realtà, non sono mai riuscito a condividere appieno la mentalità di molti alpinisti che riescono a fare salite importanti legandosi a chiunque. Per me i valori umani sono sempre stati determinanti, insieme all’amicizia, ma in quel periodo i miei compagni di cordata non erano più a Roma e quindi ero praticamente rimasto solo.   
E la realtà era semplice e chiara: se non trovavo un compagno non mi sarei avventurato sul  Pancione. Ero quindi disposto a condividere l’esperienza anche con un estraneo. In fondo, in questo caso, il confronto principale l’avrei avuto con la placconata, e queste erano le regole: sarei passato solo se il Pancione me lo avesse consentito, con un minimo uso di mezzi. In sostanza, 8 o 9 chiodi, 7 o 8 dadi e 4 spit dovevano bastare, anche perché non possedevo altro materiale ! La sensazione di stare per affrontare qualcosa di più grande di me mi ricordava la sensazione che avevo provato la prima volta che lessi dell’antico detto orientale “Cavalcare la tigre”. Non avrei dovuto più cercare di immedesimarmi nella  scena cui il detto fa riferimento, era sufficiente guardare in alto … Se esiste un modo di non soccombere di fronte a cose più  grandi di noi, esso consiste nel riuscire a starci sopra e a non farsi travolgere.  Quindi, bisogna innanzitutto mantenere la calma per cercare di capire se è possibile e come si fa. Un sistema di fessure verso sinistra mi avrebbe portato sotto la pancia, continuando in fessura sarei uscito dagli strapiombi e avrei proseguito fin quando la fessura diventava sempre più esile per morire infine nel centro della placca. Questo doveva essere il punto chiave: grande esposizione con forti strapiombi sotto, placca liscia e povera di appigli sopra ...
Alla fine proposi il progetto a Massimo che non si fece pregare e riuscimmo a salire la pancia uscendone a destra. In realtà, nel punto in cui la fessura terminava, avevo individuato la linea più logica sulla sinistra ma, avendo il mio compagno voluto portare solo mezzo litro d’acqua in due, la mia gola non ne volle più sapere e si rifiutò di parlare già all’uscita dallo strapiombo, quando tentai di dare il comando del “molla tutto”. Nella speranza di trovare un passaggio più umano, uscii così verso destra, tutt’altro che facilmente, con un’arsura indescrivibile.      Due mesi più tardi ritornai insieme a mio fratello Roberto e a Massimo per proseguire lungo la linea che appariva la più logica. Fu eccezionale la prestazione di Roberto che, pur avendo ancora poca esperienza, riuscì a superare senza mai appendersi alla corda il tiro chiave del traverso.      Sicuramente “Cavalcare la tigre” è stata determinante nella mia formazione e ha contribuito ad ampliare gli orizzonti mentali. E’ sicuramente stata un punto di riferimento per le altre salite storiche come la prima ripetizione e prima solitaria di “Cavalcare la tigre”, “Il Nagual e la Farfalla”, “Golem”, “Baphomet”, “Kronos” e “Alba di luna”, ma anche le prime invernali del Paretone e la grande avventura della Prima Invernale al Cerro Torre.      Il detto dell’estremo oriente mi ha sempre accompagnato nell’alpinismo esplorativo di alcuni gruppi montuosi e soprattutto mi ha aiutato a credere nelle idee giuste anche quando queste risultavano celate ai più: lo sviluppo del Metodo sulla tecnica dell’arrampicata è nato anch’esso dalla ricerca di una via che veniva esclusa per partito preso dall’ambiente arrampicatorio perché ritenuta impossibile … ma questa è un’altra storia.                          

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