lunedì 1 gennaio 2018

UNA CRESTA SENZA FINE PARTE 5



GIOVEDI 20 AGOSTO

Parto senza far colazione. Quella che scende dal cielo è soprattutto acqua, non neve. Secondo la carta, la cresta scende sul Col de Leschaux contornando l'Aiguillon. Così piazzo una doppia per scendere dall'Aiguille de l'Eboulement. Poi infilo dei traversi particolarmente friabili, quindi una cresta esigua. Non riesco più a vedere il passaggio giusto (se ne esiste uno) e mi lascio trascinare sul versante Leschaux in un couloir secondario, poi su delle pareti dirupate che mi obbligano ad attrezzare numerose doppie. Evidentemente ho fatto la scelta sbagliata, ma ora sono costretto ad andare avanti. Perdo quota e poi mi tocca riguadagnarla con una scalata piuttosto delicata. In certi momenti ci manca poco perché mi senta male. Raggiungo la parte superiore di un couloir che sbocca al colle da un diedro dritto e instabile. Ho perso tre ore, un tempo prezioso e un'energia considerevole. Mi sgrido. Mi interrogo. Ritornerò. La vista del seguito non attenua per nulla la mia rabbia. Non capisco come affrontare la partenza della cresta nevosa dell'Aiguille de Leschaux. La guida Vallot precisa: <<Dal colle, seguire il filo della nord ovest per qualche metro>>. Non c'è neve, dunque niente spigolo nevoso, ma un muro liscio e compatto che mi vieta l'accesso alla cengia d'attacco. Corda doppia sul versante del Triolet, per un couloir di ghiaccio nero e pietroso. L'estremità della corda. Mi calo su di un piccolo gradino, recupero la corda che si impiglia in alcuni blocchi taglienti. L'anima della corda fuoriesce in due punti. La galera continua. Rimonto il ramo sinistro del couloir per dirigermi verso una vaga depressione. Una traversata, poi qualche tratto delicato, mi permettono infine di raggiungere l'attacco della via.
La cresta nord ovest dell'Aiguille de Leschaux è una salita piacevole. Un primo risalto facile conduce su una placca compatta e impressionante. La scalata è delicata e aerea e si svolge su roccia eccellente. Il Rateau de Chévre, che bisogna attraversare per attaccare l'ultimo risalto, è fra i più belli del suo genere. Lo zaino mi sballotta fra Triolet e Leschaux, ricordandomi ad ogni istante la presenza del vuoto.
Scendo rapidamente sul Col des Petites Jorasses. Il tempo è di nuovo brutto. Ogni giorno si guasta un po' prima. Continuo con la traversata delle Petites Jorasses. Una meraviglia. Colpi di tuono. Il cielo s'incupisce. Il nero invade tutto. Un contatto radio con Michel Tavernier, mi conferma la violenza di quel che si sta preparando. Un lampo, a più riprese. In pochi istanti sono al centro di un turbinio di grandine. In pochi secondi la roccia è tutta bianca. Esito. Il fulmine s'abbatte di nuovo, assai vicino. Butto giù una doppia e comincio la discesa delle Petites Jorasses, tanto veloce quanto me lo consentono le condizioni del tempo. L'acqua cola ovunque; si sono formati dei veri e propri torrenti e delle cascate. Quando arrivo sul ghiacciaio di Fréboudze, la neve è marcia e impregnata d'acqua. Dei ruscelli hanno scavato solchi profondi per scomparire poi nei crepacci. Al bivacco Gervasutti, assisto allo scatenarsi del maltempo fino a notte tarda.






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