mercoledì 28 febbraio 2018

LA SOLITARIA DELLE SOLITARIE




Agosto 1933

La parete nord della Cima Grande di Lavaredo è stata scalata.
L’impresa è riuscita a Emilio Comici e ai fratelli ampezzani Angelo e Giuseppe Dimai, che impiegano tre giorni e due notti per vincere la parete. 
Emilio Comici descrive così la scalata
“Ci sono serviti novanta chiodi da roccia e quasi cinquanta moschettoni, quindi anche moltissima corda e moltissimo tempo, ma ce l’abbiamo fatta"
Julius Kugy gli risponde Vedi che avevo ragione a dire che la parete nord delle Tre Cime è impossibile da scalare?”. Con quest’affermazione Kugy aprì una disputa sugli ausili che l’etica dell’alpinismo permetteva di usare. Lo stile di questa prima ascensione era infatti eticamente scorretto agli occhi di molti rappresentanti dell’alpinismo classico.

Nel 1937, Comici mette a tacere tutte le inutili polemiche ripetendo la sua stessa via sulla nord della Cima Grande da solo e completamente slegato.

Non serve altro ....

lunedì 26 febbraio 2018

NORD DEL MONVISO D'INVERNO


http://www.giacoletti.it/
VIA DEI TORRIONI CENTRALI MONVISO

Primi salitori: Marco Caneparo, Sergio Gay, Elvasio Micca, 12 settembre 1960

Prima invernale: Clemente Berardo, F.Colombero, R.Genovese, 23-24 gennaio 1964


Prima solitaria: Michele Ghirardi, 24 luglio 1977


Prima solitaria invernale: Tristano Gallo, 23 gennaio 1983


SCRITTO TRATTO DA:



1964
 Invernale alla via dei "Torrioni centrali" Parete Nord
di Clemente Berardo

"..Il 22 gennaio, nel pomeriggio, arranchiamo sotto il peso di enormi zaini, sprofondando a tratti, nella neve crostosa, sino al ginocchio. Non abbiamo gli sci; soltanto racchette e bastoncini. Nei punti più soleggiati il solco già tracciato da altri in precedenza e indurito dal gelo, ci permette di salire più veloci e senza troppa fatica.
Nel piano di <<Bealera Founsa>> la neve arriva alla cintola ma ci ostiniamo ancora a procedere senza racchette. Domani sarà la volta buona.
Alle due di notte, insonnoliti e tremanti per la gelida brezza, lasciamo von un po' di rimpianto il rifugio e iniziamo a salire. La luna piena rischiara il cammino e rinfrange le nostre piccole ombre contro la parete del canalino sopra il rifugio. Renzo che apre la strada, lascia dietro a sé una profonda traccia nella neve alta e farinosa, ammucchiata dal vento. Ad intervalli di pochi metri ci alterniamo al faticoso lavoro.
Sopra la morena la neve si fa crostosa e cede al nostro peso costringendoci ad una tremenda fatica. Ma alle prime luci dell'alba sbuchiamo al Colle delle Cadreghe. Guardo la parete ancora immersa nell'ombra e nel mio intimo un desiderio di rinuncia mi assale. Sono attimi tremendi. Scruto il cielo nella speranza che si metta a nevicare. Ma non vedo la più piccola nuvoletta all'orizzonte.
Le ultime stelle stanno per spegnersi. E' giorno ormai. Ci leghiamo ed incominciamo la traversata del ghiacciaio pensile per portarci al vero attacco, sotto il primo sperone. Un venticello gelido sale per il colatoio, sollevando piccole nuvolette di neve. Fa un freddo cane. Franco ed io, raggomitolati sotto una sporgenza di roccia, stiamo battendo i denti, mentre Renzo assaggia le prime rocce. Come antipasto non c'è male!
Superate le prime placche vetrate dello zoccolo, quasi paralizzati per le lunghe soste di assicurazione, a poco a poco riprendiamo familiarità con la roccia e padronanza di noi stessi. Davanti a noi un camino di circa dieci metri viene salito in elegante spaccata da Renzo che mi grida adesso di venire. Parto, mi innalzo di qualche metro quando una tremenda mazzata mi colpisce la testa. Lì per lì non mi rendo conto di cosa mi sia successo, ma ben presto una fitta atroce si fa sentire ed un rigagnolo di sangue mi scende sul volto. Inerte, penzolo nel vuoto, trattenuto dalla corda assicurata dal compagno che non mi può vedere e che non si è accorto di nulla. Con quanto fiato ho ancora in gola, gli grido di tirare mentre in me penso con orrore ad una tragedia. La corda si fa tesa, e lentamente, quasi di peso, Renzo mi solleva fino a sé. Piango per il dolore acuto della ferita, per le mani che quasi non sento più e non ho il coraggio di togliere il passamontagna per medicarmi. Sono vivo. E questo mi basta, per avere coraggio, per lottare ancora.
Sono le dieci del mattino e siamo appena all'inizio delle vere difficoltà. Con le lacrime agli occhi, come un bambino che a tutti i costi vuole un giocattolo, devo sostenere una spiacevole lite con i miei due amici che vedendo la mia situazione, vogliono scendere immediatamente. Solo dopo infinite suppliche riesco a convincerli che non intendo, per questo, rinunciare alla salita. O adesso o forse a mai più, penso tra di me.
Guardo in basso. La traccia lasciata qualche ora fa sul nevaio è ancora laggiù. So io quanta fatica ci è costata... L'orrido imbuto si apre sotto di noi come una voragine pronta ad inghiottirci da un momento all'altro.
No! -grido ai compagni- voglio salire fino in cima ...a qualsiasi costo. Scendere sarebbe mille volte peggio. Con questa neve sarebbe come voler giocare con la morte.
Riprendiamo a salire: la continua tensione ci fa dimenticare quasi subito lo screzio, ma adesso arrampico sotto l'incubo continuo delle scariche. Diventano per me una vera ossessione. Aumentiamo ancora la prudenza e l'assicurazione. Da più di dieci ore arrampichiamo ormai senza soste e senza aver toccato cibo.. Approfittiamo ancora della poca luce per toglierci dalle difficoltà più grosse e, soprattutto, per trovare una comoda camera da letto...
Siamo a circa 3500 metri, alla base dell'ultimo torrione. Agli ultimi bagliori del crepuscolo, su di un terrazzino nevoso, in bilico sul canalone Coolidge, ci apprestiamo per il bivacco. Scegliamo, dopo averne scartate alcune altre, una cameretta libera, 2 metri x 1 e mezzo, senza riscaldamento, ma con aria condizionata, acqua corrente (quando piove), e panorama sulla pianura. Un telo di tenda, fissato ad un paio di chiodi e a due piccozze infisse nella neve, sventolante rumorosamente come volesse prendere il volo, costituisce il nostro riparo. Sotto, scavata una fossa nella neve, ci stendiamo nei sacchi piuma e prepariamo con cura la nostra cena. 
Sul ventre di Franco che sta in mezzo, disteso per riposare, Renzo sistema in pittoresco disordine un'enorme quantità di roba. C'è ogni ben di Dio: salamini, frutta sciroppata, calze di riserva, arance, pile di ricambio, cotolette, moschettoni. Tutto finché Franco innervosito da tanta sfacciataggine, o stanco della posizione, si alza di scatto mandando all'aria ogni cosa, borraccia compresa. Delizie dei bivacchi! Freddo alle estremità, naso che cola, scatole semivuote che si rovesciano sui sacchi, vino che va a tingere di rosso la neve del pavimento, lampadine che non vogliono saperne di riaccendersi ..e.. moccoli!
Lente trascorrono le ore mentre i brividi di gelo mi corrono per la schiena scuotendomi ad ogni istante. Cercare di dormire^ Impossibile. Mi rimetto a mangiare, con più calma, con una ventina di prugne secche e prosciutto. Oggi non ne avevo il tempo, ma adesso mi rifaccio, senza fretta alcuna. Domani sarà ancora lunga ...
Mi addormento per pochi istanti e...sogno materassi. Dopo un'eternità, impaziente, guardo l'orologio. Sono le quattro. Ancora due ore -penso- poi uscirò da questa cella ghiacciata. Anche i miei amici adesso si sono svegliati e si rivoltano intirizziti nei loro freschi giacigli. Dedichiamo questa pausa ad un'allegra cantata, mentre alcuni corvi, forse disturbati nel loro sonno, compiono evoluzioni sopra il canalone, lanciandoci grida di saluto. Si distinguono ancora nella pianura i paesi illuminati, mentre già l'orizzonte si tinge di mille colori. L'alba ed il primo sole ci risvegliano del tutto, ridandoci di colpo vigore e forza. Solo per brevi attimi il sole, però, fa capolino attraverso le quinte della cresta nord-est, poi la nostra parete ripiomba nell'ombra più fredda. Siamo ora sul filo dell'esile crestina nevosa che divide i due rami del ghiacciaio superiore Coolidge. Ci separa dalle rocce un ripidissimo pendio, non difficile d'estate, ma adesso, per l'inconsistenza della neve che ricopre il ghiaccio vivo assai infido e pericoloso. Sono soltanto tre o quattro tiri di corda in tutto ma ci richiedono ben due ore per superarli. Sappiamo bene tutti e tre che un volo da questa posizione costerebbe una lunga scivolata fino ...al lago Chiaretto con le conseguenze inevitabili. Procediamo con la massima cautela e un po' su neve, un po' su misto, assicurandoci con chiodi da roccia e piccozze nella neve. Le ore adesso volano, ma dobbiamo renderci conto che le difficoltà non sono ancora finite. Un attimo di distrazione da parte di uno di noi potrebbe costare la vita a tutti!
Solo la fiducia reciproca, il senso di responsabilità verso i compagni, ci assicurano dal pericolo. Mai come in questi istanti si sente tutto il valore di una corda. Alle 14 usciamo in vetta. Un velo di nebbia intanto è salito a cingere la cima del Monviso, ai nostri piedi. Solo la croce brilla al sole ed abbiamo la sensazione di essere su di un'isoletta sperduta. Lacrime di commozione mi inumidiscono il volto e solo così riesco ad esprimere ai miei amici tutta l'intima gioia che è in me".

VERTICALITA' DI UNA SOLITUDINE








Mi piace sempre credere che ci sia verità al di la dell'invidia ...


domenica 25 febbraio 2018

ANNO 1989 12 ORE 4 NORD

VALERIO BERTOGLIO

"..La velocità apre comunque uno spazio nuovo all'alpinismo, permette di fare delle cose che una volta erano inconcepibili, il cumulare numero di salite, di vette fatte nella giornata, di pareti superate..."
Valerio Bertoglio 

21 luglio 1989 in 12 ore Valerio Bertoglio concatena quattro pareti Nord del Gruppo del Gran Paradiso

Gran Paradiso –Parete Nord 46'
Ciarforon –via Chiara 40'
Monciair –Parete Nord 31'
Denti del Broglio –Parete Nord 1h 03'

https://www.summitpost.org/gran-paradiso-parete-nord-ovest/307098

https://www.summitpost.org/ciarforon-3-642-mtrs/653173/c-151800

https://www.summitpost.org/becca-di-monciair/154531

https://www.summitpost.org/denti-del-broglio/585676

https://www.youtube.com/watch?v=Pj7GRoJqmdo

venerdì 23 febbraio 2018

PATRICK , JEAN-MARC e IL DELTA





Monte Bianco 1981
14 agosto, vengono messe insieme la via Americana all'Aiguille du Fou e la Diretta Americana al Petit Dru in giornata.


Patrick Berhault risponde ad alcune domande (tratto da Alp n112 agosto 1994)

Qual è stata la "molla" per questa impresa?

<<Un giorno ho letto su "Alpirando" un articolo sulle grandi vie superate in tempi rapidi. Quest'articolo concludeva, tra il serio e il faceto, con un "quando si arriverà a concatenare la Sud del Fuo e la Diretta americana in giornata?". Mi sono detto che tecnicamente parlando era possibile: una cordata ben allenata poteva farcela in giornata, con la nuova concezione di arrampicare leggeri. Restava il problema del collegamento. Da Pschitt ho avuto l'idea del deltaplano: è stato lui a consigliarmi di chiedere a Boivin, che all'epoca non conoscevo. Jean-Marc si è rivelato subito entusiasta e mi  ha fatto fare un volo con lui per vedere di che si trattava (io non ne sapevo nulla). Poi ci siamo dedicati alla preparazione, in cui siamo stati aiutati da molti amici: è stata un'impresa corale, molto bella anche per questo>>.

Conoscevi bene le vie?

<<Non certo a memoria ... Le avevo percorse una volta. il Fou nel 1977>>.

E le salite come si sono svolte?

<<E' stata una giornata fantastica. Abbiamo avuto l'impressione di essere dei ragazzacci che fanno uno scherzo... Abbiamo bivaccato alla base delle difficoltà del Fou, con due amici, che hanno recuperato in seguito il materiale. Siamo partiti di notte e verso le dieci, se mi ricordo bene, eravamo in cima. Abbiamo attraversato le creste e siamo giunti in cima al couloir Spencer della Blatière, dove avevamo lasciato il deltaplano. Altri amici, che avevano bivaccato lì, ci aspettavano per aiutarci a montare l'ala: eravamo una bella banda, una cosa molto simpatica. I bordi dell'ala toccavano quasi i fianchi del colatoio....Abbiamo aspettato a lungo prima di decollare, perché c'era vento di traverso e Jean-Marc aveva paura di incastrarsi sui bordi col delta! Eravamo in equilibrio su un piccolo masso di un metro quadrato incassato nel ghiaccio. Poi,trovato il momento giusto, con un urlo da bestia, Boivin si è gettato ..e io al seguito!>>.

Non avevi paura?

<<Avevo totale fiducia in Jean-Marc e non potevo farne a meno...Sentivo però molta emozione, perché sapevo che tutto era legato; se riuscivamo a decollare, avevamo grandi possibilità di riuscire nel progetto>>.

E poi?

<<Abbiamo fatto un super volo passando sopra l'Aiguille des Grands Charmoz e siamo atterrati così così alla base del colatoio che porta al Bonatti, toccando un blocco e danneggiando un'ala. All'arrivo, brutta sorpresa: il materiale da scalata che avevo lasciato nascosto sotto un masso, per essere più leggero nel volo, era stato rubato...Se un presentimento non mi avesse detto di tenermi addosso quello del Fou, ce lo saremmo presi in quel posto...All'inizio del pomeriggio ci siamo lanciati sulla Diretta. C'era un affollamento incredibile...Abbiamo giocato alla cavallina, doppiando a destra e a manca, e ci siamo fatti strada, esponendoci anche a dei rischi, perché bisognava saltare le protezioni. Siamo scesi in doppia dal Bloc Coincé e, ripresa l'ala, ci siamo preparati per il volo di ritorno, che si è rivelato il momento più delicato della giornata>>.

Per quale motivo?

<<Per il punto di decollo, situato sulla cima di un blocco che dominava la morena da circa 8 metri, non lasciando spazio all'errore. C'era vento di dietro, non portante, che ci ha fatto aspettare due ore. Poi Jean-Marc, che aveva messo sul delta una bandierina, mi ha dato il segnale di partire: credo di non avere mai corso così veloce in vita mia...Siamo caduti e abbiamo preso portanza a tre metri dal suolo! Poi il cambiamento: finita la tensione, tutto si è acquietato e, dopo esserci goduti un magnifico tramonto, al cader della notte abbiamo toccato suolo. Cinque minuti dopo eravamo seduti sul divano di casa: un altro mondo>>.

Un concatenamento che sembra vissuto in un contesto di divertimento?

<<Assolutamente. Era il progetto folle, il gioco da ragazzi. Era l'originalità, la creatività che ci spingeva, il modo di affrontare le cose: non era certo l'exploit sportivo. Attraverso un'apertura di spirito e una certa concezione dell'arrampicata, avevamo trovato la soluzione per quello che all'epoca rappresentava un problema>>


mercoledì 21 febbraio 2018

VORREI UN GIORNO VEDERE IL MARE D'INVERNO




E' un desiderio più che un sogno, lo porto dentro da ormai tanto tempo, forse troppo .. e forse rimarrà tale, un desiderio.
Vorrei VEDERE IL MARE d'inverno, lo vorrei guardare dall'alto del Gran Sasso, splendida Montagna. ..
Intanto sono Massimo, Paolo, Cristiano, Tiziano, Andrea e, Tutti quelli che in Inverno hanno visto il Mare a tenere il desiderio vivo ..."


Sul secondo pilastro  foto. Marcheggiani


Secondo Pilastro d'inverno  di Massimo Marcheggiani

"..E' il gennaio dell'83 quando, ancora con Paolo Caruso, saliamo verso il rifugio Franchetti. L'amico e gestore del rifugio Pasquale Jannetti ci da le chiavi e passiamo così la notte all'interno del rifugio dove possiamo anche cucinare qualche cosa di caldo.
Usciamo al mattino presto in modo da trovarci alle prime luci in vetta all'anticima dell'Orientale, da dove inizia l'insidiosa discesa del canale Jannetta. L'affrontiamo con i primi raggi del sole, ben visibile in lontananza. Per iniziare una scalata bisogna prima scendere a ritroso, come gamberi, il lungo e profondo canale che ci conduce alla base dei pilastri., e poi affrontare la parete per la quale si è partiti ..."


".. E' la seconda volta che mi legavo in cordata con Paolo, ma nonostante ciò eravamo in sintonia perfetta; non dovevamo dirci nulla, ognuno sapeva esattamente cosa e come fare. Nessuno di noi aveva mai scalato la via, aperta dalla cordata Mario-Jovane, ma forti della bella e veloce scalata dell'inverno precedente stavamo osando quello che nessuno aveva mai provato: uscire in giornata dal secondo pilastro; non avevamo con noi sacchi da bivacco, né cibo o fornello, solo una borraccia a testa.
Superiamo il caratteristico tetto quadrato a filo tra sole ed ombra; più in alto ogni tanto il sole ci accompagna e scalda. Siamo fortunati, in cielo neanche una nuvola e solo un leggero vento di quando in quando ci fa indossare i guanti e chiudere bene la giacca. Pur trovando neve in parete, non calziamo quasi mai i ramponi, ma quando la verticalità della parete viene a mancare, molto in alto, la continuità di ghiaccio e neve ci fa capire che il secondo pilastro è sotto di noi".


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domenica 18 febbraio 2018

RITORNO ALLE ORIGINI?




Senza luogo e senza tempo   

Piccozza, ramponi, tre viti da ghiaccio, tre chiodi da roccia del tipo Cassin universali, una linea effimera davanti a noi. Il nostro unico cordone ombelicale: una minuta corda del sette da cinquanta metri, sottile e leggerissima, da usare solo in caso di estrema necessità.
La luce artificiale delle nostre frontali illuminava i nostri passi nella gelida notte, le punte dei ramponi mordevano alla perfezione il ghiaccio duro. Tutto stava andando per il verso giusto: entrambi slegati ma entrambi legati dalla fiducia reciproca, salivamo al ritmo dei nostri pensieri. I metri percorsi aumentavano con il nostro battito del cuore. Salivamo leggeri, nascosti dal buio, consapevoli che buio voleva dire freddo e freddo voleva dire sicurezza … Sì, perché nei canali bisogna anticipare il sole, bisogna goderli di notte, e festeggiare di giorno seduti sulla cima, fuori da ogni pericolo.
Ma quella volta commettemmo uno sbaglio, o semplicemente stava scritto così, perché quasi in prossimità della cima, a due passi dal giorno, quasi fuori dal freddo, la cornice terminale cedette con tutto il suo carico: neve, ghiaccio e sassi di ogni forma e dimensione … tutto giù, nel canale, che per noi due si trasformò in una trappola senza uscita. Un rumore, uno spostamento d’aria anticipò il tutto. Poi solo buio. Le frontali si spensero, la neve ci gelò i vestiti, perdemmo le piccozze, perdemmo il tempo  Mi svegliai, ma forse non mi ero neanche addormentato, e mi resi conto che era successo un gran casino. Lui stava a pochi metri da me, mi guardava, dalla sua fronte usciva una fontanella di sangue. Ci abbracciammo, con un dito gli tappai il buco tamponandolo alla meglio. Niente cellulari, non esistevano, soltanto buio, freddo e paura. Ci ritrovammo alcune settimane dopo. Ci ritrovammo davanti ad una birra (lui) e ad un succo (io): ci ritrovammo tutti ammaccati ma felici di avere qualcosa da raccontare … a chi? Al sole, alle stelle, al cielo, alla luna e a tutte le cose e alle persone buone di questo mondo... streghe comprese!





Oggi, dopo parecchio tempo, quello che serve per farti pensare che non lo rivedrai più, è venuto a trovarmi l'Amico di tante folli salite, quel tipo di salite mai raccontate e che mai racconteremo. Troppo uniche, troppo forti soltanto "il pensarle". Ci siamo riabbracciati, Lui è invecchiato, io di più. Entrambi, su due binari differenti continuiamo ad andare per monti, entrambi abbiamo "obblighi quasi obbligatori". Una piccola cicatrice ricorda il momento descritto poco sopra, ed i suoi occhi sono ancora gli occhi lucidi dei geni, dei fuoriclasse ...

"Cosa ne dici Zar, se quando il tuo braccio ti da l'ok, di andare a farci una viozzola insieme, magari una di quelle lasciate là, mai iniziata ed ora da finire, sì, quelle che conosciamo e sappiamo vedere?"

"Ci puoi contare E..."

mercoledì 14 febbraio 2018

UNA CRESTA SENZA FINE PARTE 9


Lunedì 24 agosto

Devo attendere fino allo otto per indovinare che il tempo è bello. Il Monte Bianco è nascosto da un'enorme nube lenticolare, la cui estremità scende fino alla Fourche. C'è un bello strato di neve fresca. Preferisco offrirmi lo sperone della Brenva, che attacco dai pendii Güssfeldt. E' un percorso che adoro. Mi sento davvero le ali, e malgrado debba fare la traccia su neve instabile, mi muovo veloce. Il livello delle nuvole si alza al ritmo della mia progressione. Grande felicità. La montagna è magnifica, purificata dalla siccità, illuminata da una luce cruda  limpida. passo i seracchi  sulla destra e sbocco al Colle della Brenva, in pieno vento. Violenza. La nebbia si squarcia per riformarsi. Raggiungo la traccia della traversata dei quattro "4000". Mi muovo piegato in due controvento, penando. Poi mi raddrizzo e apro le braccia sottovento. Prendo il volo. Incrocio qualche rara corda congelata.
la cima. Sono solo. Sono commosso. E' stupido ma è così. Mi tuffo nella discesa. Di nuovo nebbia al Col du Dôme. Alcune cordate, fantomatiche, perdute. degli italiani mi domandano la direzione per rifugio Gonella. Insistono per saper dov'è la traccia che lo raggiunge. Non capisco perché non ci sia... Un signore anzianotto, con una barba di tre giorni e occhiali da saldatore, mi interroga intedesco. Cerca il <<sentiero per il rifugio del Goûter>>. Lo riconduco sulla traccia e l'abbandono al suo destino per risalire il Dôme e filare sulla Biannassay. La cresta è sottile. Abbastanza perché, per alcuni passi, io mi metta umilmente a quattro gambe. Scendo sul rifugio Durier, dove i custodi mi chiedono se io sia una guida o se sto facendo una traversata. Non so perché ma la formulazione delle domande mi fa sorridere. Mi offro la migliore omelette della mia vita. Le chiacchere scorrono: cristalli, macchie solari, tecnica foto. Ma mi sento completamente da un'altra parte, ho difficoltà a stare attento. Come spiegare che ho già bisogno di starmene da solo, che ho ancora la necessità di camminare, di arrampicare?
La luce diminuisce, l'orizzonte si addolcisce. Le mie gambe vanno da sole. Mi lascio andare. Mi sento in armonia. Non è una pretesa: è il benessere di vivere in modo intenso l'equilibrio che si è attinto in montagna. Sono semplicemente felice di trovarmi là. Felice dei giorni passati, felice di ritrovare ciò che amo.

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sabato 10 febbraio 2018

FUORI MANO (Grignetta)

















Dalla Segantini la guardavamo sempre, un giorno l'abbiamo salita ... liberi come piace a noi. Hanno pure tentato di ripeterla, perdendosi prima ancora di toccarla ...vicinissima e snobbata?

via Fuori Mano
Dario (Pepetto)e ivo (Ivetto)

domenica 4 febbraio 2018

RESEGONE FORMATO FAMIGLIA



DUE MATTINE FANNO UN GIORNO

La mattina ha l'oro in bocca, così si usa dire, sinceramente, io preferirei dormire ... 
"Svegliati Ivo, è ora"

Uscendo da casa vedo bene il Resegone; la vista oggi ci fa ben sperare in un classico e simpatico giro nel famoso Canale Comera, è da parecchio che non ci andiamo ... La fortuna e un po' di allenamento ci fanno arrivare "primi" al punto di partenza, tutto per noi ... A dire il vero oggi dopo di noi soltanto altre due cordate. La neve c'è, non è tanta ma c'è e questo rende la salita piacevole e sempre "diversa". Poi con Federica mi trovo bene ...è la Mamma dei miei bambini che ogni giorno diventano sempre più "ragazzi".


















TRAVERSATA DELLE CIME

Ieri mattina (sabato) dalla Cima ho osservato le Creste ...c'è voluto poco per sapere che ... Accompagno i bimbi al Pullman, il corso sci parte presto, la Mamma invece mi ha lasciato, preferendo lo sci-alpinismo al mio andare ... Non sono mai stato su "tutte" le cime del Resegone nello stesso giorno, è ora.
Potrei scrivere un sacco di parole, lettere, ma mi limito a tenere dentro me le sensazioni e dirvi che questa galoppata sopra il lago è fantastica in inverno, non trovi nessuno, il panorama è straordinariamente straordinario e le gambe devono trottare, una Cima, una Torretta, uno scivolo, una cresta, tutto rigorosamente a filo di cielo ... Mi sono divertito tanto, meglio....TANTISSIMO!