lunedì 26 febbraio 2018

NORD DEL MONVISO D'INVERNO


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VIA DEI TORRIONI CENTRALI MONVISO

Primi salitori: Marco Caneparo, Sergio Gay, Elvasio Micca, 12 settembre 1960

Prima invernale: Clemente Berardo, F.Colombero, R.Genovese, 23-24 gennaio 1964


Prima solitaria: Michele Ghirardi, 24 luglio 1977


Prima solitaria invernale: Tristano Gallo, 23 gennaio 1983


SCRITTO TRATTO DA:



1964
 Invernale alla via dei "Torrioni centrali" Parete Nord
di Clemente Berardo

"..Il 22 gennaio, nel pomeriggio, arranchiamo sotto il peso di enormi zaini, sprofondando a tratti, nella neve crostosa, sino al ginocchio. Non abbiamo gli sci; soltanto racchette e bastoncini. Nei punti più soleggiati il solco già tracciato da altri in precedenza e indurito dal gelo, ci permette di salire più veloci e senza troppa fatica.
Nel piano di <<Bealera Founsa>> la neve arriva alla cintola ma ci ostiniamo ancora a procedere senza racchette. Domani sarà la volta buona.
Alle due di notte, insonnoliti e tremanti per la gelida brezza, lasciamo von un po' di rimpianto il rifugio e iniziamo a salire. La luna piena rischiara il cammino e rinfrange le nostre piccole ombre contro la parete del canalino sopra il rifugio. Renzo che apre la strada, lascia dietro a sé una profonda traccia nella neve alta e farinosa, ammucchiata dal vento. Ad intervalli di pochi metri ci alterniamo al faticoso lavoro.
Sopra la morena la neve si fa crostosa e cede al nostro peso costringendoci ad una tremenda fatica. Ma alle prime luci dell'alba sbuchiamo al Colle delle Cadreghe. Guardo la parete ancora immersa nell'ombra e nel mio intimo un desiderio di rinuncia mi assale. Sono attimi tremendi. Scruto il cielo nella speranza che si metta a nevicare. Ma non vedo la più piccola nuvoletta all'orizzonte.
Le ultime stelle stanno per spegnersi. E' giorno ormai. Ci leghiamo ed incominciamo la traversata del ghiacciaio pensile per portarci al vero attacco, sotto il primo sperone. Un venticello gelido sale per il colatoio, sollevando piccole nuvolette di neve. Fa un freddo cane. Franco ed io, raggomitolati sotto una sporgenza di roccia, stiamo battendo i denti, mentre Renzo assaggia le prime rocce. Come antipasto non c'è male!
Superate le prime placche vetrate dello zoccolo, quasi paralizzati per le lunghe soste di assicurazione, a poco a poco riprendiamo familiarità con la roccia e padronanza di noi stessi. Davanti a noi un camino di circa dieci metri viene salito in elegante spaccata da Renzo che mi grida adesso di venire. Parto, mi innalzo di qualche metro quando una tremenda mazzata mi colpisce la testa. Lì per lì non mi rendo conto di cosa mi sia successo, ma ben presto una fitta atroce si fa sentire ed un rigagnolo di sangue mi scende sul volto. Inerte, penzolo nel vuoto, trattenuto dalla corda assicurata dal compagno che non mi può vedere e che non si è accorto di nulla. Con quanto fiato ho ancora in gola, gli grido di tirare mentre in me penso con orrore ad una tragedia. La corda si fa tesa, e lentamente, quasi di peso, Renzo mi solleva fino a sé. Piango per il dolore acuto della ferita, per le mani che quasi non sento più e non ho il coraggio di togliere il passamontagna per medicarmi. Sono vivo. E questo mi basta, per avere coraggio, per lottare ancora.
Sono le dieci del mattino e siamo appena all'inizio delle vere difficoltà. Con le lacrime agli occhi, come un bambino che a tutti i costi vuole un giocattolo, devo sostenere una spiacevole lite con i miei due amici che vedendo la mia situazione, vogliono scendere immediatamente. Solo dopo infinite suppliche riesco a convincerli che non intendo, per questo, rinunciare alla salita. O adesso o forse a mai più, penso tra di me.
Guardo in basso. La traccia lasciata qualche ora fa sul nevaio è ancora laggiù. So io quanta fatica ci è costata... L'orrido imbuto si apre sotto di noi come una voragine pronta ad inghiottirci da un momento all'altro.
No! -grido ai compagni- voglio salire fino in cima ...a qualsiasi costo. Scendere sarebbe mille volte peggio. Con questa neve sarebbe come voler giocare con la morte.
Riprendiamo a salire: la continua tensione ci fa dimenticare quasi subito lo screzio, ma adesso arrampico sotto l'incubo continuo delle scariche. Diventano per me una vera ossessione. Aumentiamo ancora la prudenza e l'assicurazione. Da più di dieci ore arrampichiamo ormai senza soste e senza aver toccato cibo.. Approfittiamo ancora della poca luce per toglierci dalle difficoltà più grosse e, soprattutto, per trovare una comoda camera da letto...
Siamo a circa 3500 metri, alla base dell'ultimo torrione. Agli ultimi bagliori del crepuscolo, su di un terrazzino nevoso, in bilico sul canalone Coolidge, ci apprestiamo per il bivacco. Scegliamo, dopo averne scartate alcune altre, una cameretta libera, 2 metri x 1 e mezzo, senza riscaldamento, ma con aria condizionata, acqua corrente (quando piove), e panorama sulla pianura. Un telo di tenda, fissato ad un paio di chiodi e a due piccozze infisse nella neve, sventolante rumorosamente come volesse prendere il volo, costituisce il nostro riparo. Sotto, scavata una fossa nella neve, ci stendiamo nei sacchi piuma e prepariamo con cura la nostra cena. 
Sul ventre di Franco che sta in mezzo, disteso per riposare, Renzo sistema in pittoresco disordine un'enorme quantità di roba. C'è ogni ben di Dio: salamini, frutta sciroppata, calze di riserva, arance, pile di ricambio, cotolette, moschettoni. Tutto finché Franco innervosito da tanta sfacciataggine, o stanco della posizione, si alza di scatto mandando all'aria ogni cosa, borraccia compresa. Delizie dei bivacchi! Freddo alle estremità, naso che cola, scatole semivuote che si rovesciano sui sacchi, vino che va a tingere di rosso la neve del pavimento, lampadine che non vogliono saperne di riaccendersi ..e.. moccoli!
Lente trascorrono le ore mentre i brividi di gelo mi corrono per la schiena scuotendomi ad ogni istante. Cercare di dormire^ Impossibile. Mi rimetto a mangiare, con più calma, con una ventina di prugne secche e prosciutto. Oggi non ne avevo il tempo, ma adesso mi rifaccio, senza fretta alcuna. Domani sarà ancora lunga ...
Mi addormento per pochi istanti e...sogno materassi. Dopo un'eternità, impaziente, guardo l'orologio. Sono le quattro. Ancora due ore -penso- poi uscirò da questa cella ghiacciata. Anche i miei amici adesso si sono svegliati e si rivoltano intirizziti nei loro freschi giacigli. Dedichiamo questa pausa ad un'allegra cantata, mentre alcuni corvi, forse disturbati nel loro sonno, compiono evoluzioni sopra il canalone, lanciandoci grida di saluto. Si distinguono ancora nella pianura i paesi illuminati, mentre già l'orizzonte si tinge di mille colori. L'alba ed il primo sole ci risvegliano del tutto, ridandoci di colpo vigore e forza. Solo per brevi attimi il sole, però, fa capolino attraverso le quinte della cresta nord-est, poi la nostra parete ripiomba nell'ombra più fredda. Siamo ora sul filo dell'esile crestina nevosa che divide i due rami del ghiacciaio superiore Coolidge. Ci separa dalle rocce un ripidissimo pendio, non difficile d'estate, ma adesso, per l'inconsistenza della neve che ricopre il ghiaccio vivo assai infido e pericoloso. Sono soltanto tre o quattro tiri di corda in tutto ma ci richiedono ben due ore per superarli. Sappiamo bene tutti e tre che un volo da questa posizione costerebbe una lunga scivolata fino ...al lago Chiaretto con le conseguenze inevitabili. Procediamo con la massima cautela e un po' su neve, un po' su misto, assicurandoci con chiodi da roccia e piccozze nella neve. Le ore adesso volano, ma dobbiamo renderci conto che le difficoltà non sono ancora finite. Un attimo di distrazione da parte di uno di noi potrebbe costare la vita a tutti!
Solo la fiducia reciproca, il senso di responsabilità verso i compagni, ci assicurano dal pericolo. Mai come in questi istanti si sente tutto il valore di una corda. Alle 14 usciamo in vetta. Un velo di nebbia intanto è salito a cingere la cima del Monviso, ai nostri piedi. Solo la croce brilla al sole ed abbiamo la sensazione di essere su di un'isoletta sperduta. Lacrime di commozione mi inumidiscono il volto e solo così riesco ad esprimere ai miei amici tutta l'intima gioia che è in me".

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