sabato 24 marzo 2018

IL DESTINO SIAMO NOI ...


Vorrei fermarmi un attimo ...vorrei spiegarvi cosa sento e provo, ma so bene che farei male o, perlomeno difficilmente sarei capito. Vorrei fermarmi un attimo, magari pensando con più calma troverei la soluzione. Non credo al destino, a quel colpevolizzare sempre il fato, no, mi spiace e accetto volentieri i vostri "cazzo dici!", ma non ci credo. 
E' morto un amico, un alpinista preparato e scrupoloso, uno di quelli che andando più piano di molti aveva già doppiato parecchi ...è morto, e dalla morte non si torna in dietro. Io a caldo dico sempre "sarai andato in un posto migliore", ma non credo nemmeno a quello, di posti migliori non ce ne sono, la famiglia, i figli, il sole, la pioggia, la neve, il freddo e il caldo ... la vita, quelli sono i posti migliori, gli unici che abbiamo a disposizione, come il nascere, crescere e invecchiare.

Noi esseri possiamo calcolare, ragionare e capire, ma capita che nel mondo attuale si arrivi vicino ad un vortice, un vortice pericoloso ma a prima vista quasi naturale...la velocità di sapere, anticipare e esserci ha preso il sopravvento sulla lentezza del venire a sapere e magari, non fare in tempo.
"La Montagna non perdona" sta scritto da qualche parte, ma insieme al fato e a tutte quelle parole inutili, è una frase senza senso... la Montagna non fa niente, non è nemica e nemmeno amica, la Montagna è inerte...è tutto il resto che si muove, ora troppo velocemente.
Ora vi chiedo perdono per queste parole, a volte non chiare per rispetto.
Ho deciso di fermare per un po' questo blog, di fermarlo ora, di chiudere tutte le letture di montagna che viaggiano su etere, di concentrarmi un attimo e vivere come un tempo quel destino inesistente.

"Potrei scrivere di una salita immaginata e la gente sarebbe già in fila per ripeterla" ...questo ci (me compreso) potrebbe far pensare.
Buona montagna a TUTTI.
Ivo Ferrari

Grazie Claudia, Pietro, Davide e Mimmo per i vostri pensieri.

giovedì 22 marzo 2018

PERCHE' DOMANDA, PERCHE' RISPOSTA?


Io sono bergamasco, uno di quelli nati in una citta di confine, vicinissima a Milano, Crema, Brescia, praticamente per capirci il Vero Bergamasco pensa che noi cittadini di Treviglio siamo un po' com'era Fiona May per la nazionale italiana ... Dico questo perché così sarò meno accusato di difendere un Bergamasco doc!
Sto parlando, in questo caso, scrivendo di Simone Moro e la sua ultima salita. Un'infinità di critiche e commenti oltre che negativi, secondo il mio pensare, anche abbastanza pesanti ...
PERCHE'? (domanda).
Simone mi ha fatto vedere alcune immagini della sua/loro ( Tamara Lunger) ultima salita, oggi, si è abituati ad immagini da capogiro, salite stratosferiche ...niente forse di tutto questo, ma sicuramente vere e per niente "semplici". Rocce ricoperte di verglas, brina , ghiaccio, sassi tenuti insieme dal freddo, isolamento e...Alpinismo vero.
Ora mi chiedo il perché di tutta questa gratuita cattiveria, si perché i commenti sono cattivi e fanno male (io per esempio mi arrabbierei moltissimo) a riguardo di Simone e la sua compagna di salita?
PERCHE'? (risposta)
Che sia invidia? certamente, sicuramente ...ma non solo.
Simone è un professionista ed il professionista deve accettare le critiche e la facilità odierna di farle, ma ci vuole rispetto, perché che piaccia o meno Simone è si un professionista della montagna, cosa non proprio facile da "essere", ma è prima di tutto una persona, intelligente e preparata.
Io non sto mai da nessuna parta, un po' come i politici, mi piace la destra, il centro e la sinistra, ma non disprezzo il fatto altrui, lo critico se voglio criticarlo con educazione e razionalità. 
A me è piaciuta la salita, non un 8000, e perché dovrebbe a vita salire 8000 per piacere?
Certo che si starebbe molto meglio se prima di sputare sentenze si usasse un metro di misura ...
Però stavo dimenticavo che SIAMO tutti più bravi di tutti e la sappiamo tutti più di tutti ...che peccato però.
Se riesco torno ignorante, così nessuno potrà invidiarmi!


martedì 20 marzo 2018

GRANDE ALPINISMO, GRANDE ALPINISTI.


Certe salite mi lasciano...felice! E' un po' come vedere che l'andare in montagna a volte va... niente pubblicità nauseante, gli sponsor giusti che servono e Alpinismo vero, senza le litigate e i giudizi divenuti di moda. Mi piace l'andare per monti di Matteo, lo ritengo una persona preparata in tutti i sensi, fisicamente e Mentalmente, che al giorno d'oggi è un bel vantaggio. La sua voglia la si vede di salita in salita, linee logiche, belle, ambienti superlativi e, magari ragionando a portata di molti, ma come ho scritto prima, mentalmente a portata di...molti meno...
Ogni stagione qualcosa di nuovo ed entusiasmante, almeno per me che leggo.
I suoi compagni scelti nel modo giusto "trovandosi" con le stesse idee e motivazioni, un Matteo che orami passa dalla roccia al ghiaccio senza destare stupore. Sono contento, la LORO  via al Riso Patron Sud è un capolavoro di concezione e stile, qualcosa che è sempre meno preso in considerazione. Solo gli stranieri fanno belle cose, questo si usava dire finché Matteo e il suo fortissimo Amico Silvan Schupbach non hanno cominciato a regalarci ...regalarmi, perché io posso solo permettermi di dare il MIO giudizio, queste belle salite. GRAZIE Matteo e Silvan, grazie per i sogni.... 

LA PERLA scovata da Matteo e Silvan


sabato 17 marzo 2018

PATRICK BERHAULT



Un bellissimo ricordo di Patrick Berhault, che va al di la dell'alpinismo ... uno scritto meraviglioso che sente di "amore".

E PATRICK?   di Nanni Villani (pubblicato su Alp aprile/maggio 2005)

Alla fine di un lungo viaggio era arrivato tra le sue montagne, quelle della gioventù, in giorni di neve e gelo. Una visione patagonica, quell'Argentera incrostata di ghiaccio che gli si era parata davanti appena valicato il colletto di Valscura.
Il Corno Stella era un obelisco di glassa. ma era dalla sua croce di vetta che passava il cammino di Patrick verso il mare ancora lontano.
Il Diedro Rosso sale verso il cielo lungo una tetra parete esposta a nord-est. L'idea di scalarlo da solo e in inverno lo aveva accompagnato fin da quando era ragazzino. Ora il momento era arrivato, a quella salita non voleva rinunciare. In cima, alla fine di tutto, aveva pianto: di sfinimento, di gioia.
Tra quelli che gli avevano dato una mano per il trasporto di corde e chiodi fin sotto la parete c'era Ernesto, una delle trentasette anime che vivono a Sant'Anna di Valdieri in inverno. Dopo quei giorni in cui due esistenze si erano incrociate, a ogni incontro Ernesto puntualmente mi avrebbe rivolto la stessa domanda: "E Patrick?". Come si chiede di un parente di cui si sono perse le tracce, di un amico lontano ...
Finché venne un brutto momento: "Hai visto, Patrick?. 
La voce bassa, il dispiacere negli occhi. Per puro caso era stato tra i primi in Italia a sapere di quel maledetto incidente su una montagna della Svizzera.


Arrivato al colle della Garbella, Patrick aveva voluto una foto con l'Argentera a fare da sfondo. Cielo senza nuvole, un sole freddo.
In discesa i tre amici di Montecarlo che avevano voluto essere con lui in quel passaggio dalle Marittime alle Liguri, a un tratto si erano fermati a dal fondo degli zaini era emersa una francesissima Galette des rois insieme a una bottiglia di champagne. Un sorso a testa, canti. La confezione in cartone dorato del dolce era andata a incoronare la testa di Patrick. 
Il "Re delle Alpi", alzando la bottiglia al cielo, aveva annunciato che di lì a qualche giorno ci sarebbe stata una grande festa. Con fiumi di nutella.
Prima, bisognava ancora affrontare l'ultimo ostacolo: lo Scarason. Aveva deciso di attaccare in scarponi, salire di qualche metro, per poi calarsi e infilare le scarpette. Un primo chiodo, un secondo ... Giusto il tempo di caricare il terzo, e quello era schizzato fuori dalla fessura. Un volo di sette, otto metri, con atterraggio morbido sul pendio di neve alla base della parete. Sembrava un esploratore polare, quando era riemerso dal baratro. Una bella scrollata, un sorriso, ed era ripartito. Carlo, che lo stava assicurando, mi aveva guardato. Non una parola.

In quei giorni a Paveragno, Patrick aveva vissuto nella cameretta d'angolo al primo piano. In quei giorni il suo cellulare squillò di continuo. Interviste, aggiornamenti sul meteo, contatti con gli sponsor. Ma soprattutto interminabili chiacchierate con gli amici e con le persone che più gli stavano a cuore.
Si può essere grandi in parete come nella vita di tutti i giorni? Si può. Di questo mi convinse lui.
Oggi, in quella cameretta ci dorme uno dei miei figli. Un giorno o l'altro gli chiederò di cederla, almeno per un po', a suo fratello. Perché voglio credere che lo spirito di ognuno di noi continui ad abitare i luoghi che ci hanno accolto in vita, e possa in qualche modo trasmettersi a chi con quegli stessi luoghi viene a contatto. Energia, entusiasmo, passione, voglia di vivere fino in fondo e senza compromessi. Questo è parte del lascito di Patrick Berhault.

Qualche tempo fa, passando per Sant'Anna, ho incrociato Ernesto. Mi ha chiesto: "E Patrick?".





giovedì 15 marzo 2018

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Sassolungo  foto archivio G.Travaglia
invernale Sassolungo foto:Toni Zuech
Invernale al Gran Sasso foto: Massimo Marcheggiani
Francesco Salvaterra Seconda invernale Via delle Guide Brenta foto:M.Cominetti

Fabio Valsechini via Dei 5 di Valmadrera Civetta



Poi, magari un giorno si ritornerà a quel tipo di salite invernali che mi sono sempre piaciute, che mi hanno tenuto incollato alla notizia mentre ne venivo a conoscenza. Cosa sia cambiato non mi è dato saperlo, ma le belle, sane e vere salite invernali sono divenute merce rara, quasi vintage... Ora si sale piccozze alla mano, tutto o quasi in velocità, le pareti non fanno più paura, ora ... però le scure muraglie, quelle dove l'ombra estiva non fa sudare e, quella invernale fa gelare, non vengono più o quasi affrontate. Diamo sempre la colpa al tempo, alla neve troppo una cosa o troppo l'altra...poi mi fermo ad ascoltare i racconti del grande vecchio, Gianni Rusconi, che mi parla dell'inverno, dei bivacchi, della spazzola per pulire gli appigli ricoperti non da neve troppo una cosa o troppo l'altra, ma da Neve, quella vera, polverosa a nord e bianca da sempre. E mi piacerebbe leggere ancora di vere invernali, dove per salire occorre anche sapere, conoscere e capire quello a cui si va incontro....chissà che il tempo non la pensi come me!

mercoledì 14 marzo 2018

FOU D'INVERNO



A me, l'Americana sulla Sud del Fou mi è piaciuta moltissimo, l'ho ripetuta più di venti anni fa con un Amico importante, granito fantastico e arrampicata superba.
ivo

INVERNALE AL FOU  di Robert Flematti

"... L'inverno del 1975 giunge puntuale. Dopo molti mesi di inattività, dopo lunghe settimane senza avventure, sognavo di salirla, quella parete sud del Fou. Sostando alla "salle à manger" della Vallée Blanche, sovente l'avevo lungamente osservata, maestosa nel suo mantello rosso. Come una sfida. A mano a mano che l'autunno ricopre i sentieri di un dorato mantello di aghi di pino, che le creste, poi il sotto bosco ed infine le valli si vestono di un candido manto, io la immagino là dietro, in pieno sole, forse ancor più bella e più pura che in estate. Più selvaggia, anche.
Decido dapprima di partire in quattro. Ma più si è e più si diviene lenti: me ne rendo conto ben presto durante la salita. Raggiungiamo la prima lunghezza di corda della diagonale. Ma appena il P.S.H.M di Chamonix ci annuncia l'arrivo del cattivo tempo, ci ritiriamo dopo aver schiodato completamente la via. A ciascuno il suo stile".

Febbraio 1975 La salita vittoriosa

Di ritorno a Chamonix, ci rendiamo subito conto che i candidati sono numerosi. Fortunatamente, il cattivo tempo li terrà tutti lontani dalla parete. Lì terrà così lontani, che, attendono l'arrivo del bel tempo, ho la possibilità di realizzare la prima invernale della parete nord del Pain de Sucre, che culmina a 3607 metri.
Venerdì 7 febbraio, le previsioni sono ottimiste per almeno tre giorni. E' esattamente quel che ci occorre per raggiungere il passaggio chiave della salita: la diagonale. Questa volta parto con Michel Berruex. Alle 8 prendiamo la funivia per l'Aiguille du Midi. La discesa lungo la Vallée Blanche è straordinaria per la leggerezza e la facilità della neve. Ci concediamo solo una breve sosta al rifugio del Requin per mettere le pelli di foca. Ogni gesto è volto al risparmio del tempo.
La risalita del canale che porta all'attacco del "mostro" si rivela particolarmente pericolosa, a causa delle recenti (ed importanti...) nevicate. Dopo aver evitato alcuni tratti insidiosi, alle 14 ci lanciamo all'assalto del muto che precede il "tetto a 7". 
Il "tetto a 7" non è altro che uno strapiombo fessurato così battezzato da Hemming ed Harlin a ragione della sua somiglianza con la famosa cifra...
Alle 17 e 30 ridiscendiamo alla base del muro per bivaccare. Quella notte osservando le stelle, sogneremo di berci la Via Lattea... All'alba attacchiamo di gran fretta. Tutto procede bene. Troppo bene, infatti schiodando il "tetto a 7" rompo il manico del mio martello. Non me ne do pace!
Subito mi sento avvilito e demoralizzato. Disperato. Come se tutto sprofondasse con il rumore secco di questa frattura. Fortunatamente, son riuscito ad afferrare la testa del martello, come per miracolo. Un riflesso istintivo. Dopo qualche attimo di riflessione, decidiamo di continuare con il materiale che ci resta. Senza neanche saper bene il perché, conservo il mio mezzo martello. Intuito salvatore perché...il secondo martello ci scappa di mano e naturalmente si lascia risucchiare dal vuoto più profondo. Non ci resta che proseguire usando il mio mezzo martello. Ed è precisamente in queste condizioni che superiamo la celebre diagonale...
La prima lunghezza sopra lo strapiombo è zeppa di ghiaccio. Le mie dita si gonfiano a forza di battere. Comincio a sentire dolore nello stringere le mani. La seconda lunghezza, più asciutta, ci ridà un po' di coraggio. Dopo ore di sforzi, la diagonale è vinta. Ridiscendiamo alla sua base, per trascorrere la notte. Sfortunatamente non è possibile distendere le amache come avremmo desiderato. Non dormiremo molto. Tuttavia, il bilancio della giornata è piuttosto incoraggiante. Ed il mattino della domenica, alle 6, il sole viene a tenerci compagnia. Ma è necessario non perdere di vista la realtà della nostra situazione. Se mai perdessimo la sola testa di martello che ci rimane ...Impegnati nella diagonale senza corde fisse alle nostre spalle, non ci resta che una soluzione; uscire verso la vetta! Ogni ritirata era impossibile, Armand Charlet, d'altronde, un giorno disse: << Quando avrai bisogno di attrezzare le nostre montagne con delle corde fisse, è perché tu sarai completamente cotto. Allora sarà meglio per te restartene a casa!>>. Questo giudizio, senza possibilità d'appello, sull'etica alpinistica, aveva fatto di me un purista. Ci sono delle situazioni in cui la vita cessa di essere una scelta e si impone come un'evidenza. Proseguiamo in un diedro magnifico. Ma il ghiaccio nelle fessure rende estremamente difficile la chiodatura. E, dalla parte alta del diedro, riusciamo finalmente a scorgere la vetta.
Teniamo bene il passo. Ma la lunghezza seguente sarà per me la più sofferta di tutta la salita. Mancino, maldestro con questo embrione di martello, eccomi a picchiare gagliardamente sulle mie dita. Il dolore è lancinante. Sanguino terribilmente. Ma presto il sogno diventa realtà.
E' lunedì. Sono le 16. Finalmente è la vetta. Questa volta è fatta. Ed allora tutto assume un'altra dimensione. Anche il tempo... Ci vorranno due giorni per ritornare a valle. Per me "valle" ormai significa soltanto "minestra fumante" e "calore". Dopo i gelidi connubi delle nostre mani con la roccia, il ghiaccio ed il metallo, dopo la bellezza rude del granito e l'esatta dimensione umana del gesto compiuto, tutto ciò è molto naturale ... 

Tratto da: Scandere 79

lunedì 12 marzo 2018

BEL POSTO ...C'è pure una Comici!



Zuccone dei Campelli, : Emilio Comici, Riccardo Cassin, Mario dell'Oro (Boga), Mary Varale e Mario Spreafico. 

la Grande Cordata


"[...] Comici ha espresso il desiderio di conoscere anche questa grande costiera di tipo dolomitico che massiccia si impone tra la Valsassina e la Valtorta. L'occasione è offerta dall'inaugurazione del Rifugio Cazzaniga sopra i Piani d'Artavaggio [...] una volta che ci si trova dinanzi alla bastionata è per noi un piacere additare a Comici la parete inviolata. Numerosa è la brigata: oltre a Comici ci sono la Varale, Boga, e Mario Spreafico. Per questo ci si divide in due cordate. [...] Realizzata la via, che battezziamo "Fessura Comici", se ne divide fraternamente l'onore. [...]". (dal libro "Capocordata" di Riccardo Cassin - CDA Vivalda Editori)

Seduto sull’ampia cima, cerco di riconoscere l’orizzonte, respiro a pieni polmoni l’aria di fine agosto, Federica è accanto a me, non siamo soli, sento le voci di altre cordate... Gioco con un sassolino e mi ritrovo ad osservarlo, la mia testa inizia a lavorare aiutata dalla fantasia.
Pochi minuti fa ero impegnato lungo la linea del “cambiamento”, una delle vie che aiutò i forti alpinisti lecchesi ad aprire gli occhi: sì, perché fu proprio l’arrivo a Lecco di Emilio Comici, invitato per un corso roccia, la chiave del cambiamento, nuovi metodi, nuove idee, nuovi orizzonti... Comici aprì i confini, liberando la forza e la bravura di molti alpinisti lombardi!
Oggi ho preso la funivia, le gambe in settimana si sono fatte sentire, gentilmente mi hanno chiesto un po’ di riposo, le braccia invece tacciono, quasi rassegnate. Camminando piano ci siamo portati alla base della Torre: sopra le nostre teste, la via più famosa del gruppo, la linea che molti hanno fatto e che io non ho mai ripetuto.
Gli appigli sentono di “storia”, una bella e lunga storia scritta sulla roccia e lungo le pagine di molti libri. Salgo piano, con calma, la lunghezza e le difficoltà non sono da fretta, qui si deve solo godere lungo appigli netti e comodi. E' da parecchio tempo che voglio salire la “Comici”, ora tocca a noi...
Salgo, osservo le rocce tutto intorno, un piccolo “gruppo” di pinnacoli simili alle Dolomiti, un bel Rifugio alla loro base, comodo punto di partenza e arrivo. La linea è evidente e logica, figlia del suo tempo, opera di artisti del tempo.

Mentre mi alzo sempre più da terra, immagino i loro discorsi, in un’epoca in cui tutto era da scoprire e fare, con materiale e mezzi che oggi possono solo far rabbrividire. Loro erano fortissimi, incoscienti preparati. Che bellissimi personaggi! Capaci di lasciare pagine piene di storie e linee fantastiche. E' grazie anche alla loro caparbietà che l’alpinismo ha fatto passi in avanti.
E' la mia “prima” volta lungo questa via, il divertimento è dentro in me. Fatico il giusto e scopro cose nuove, ora ottimi resinati rendono meno “pensierosa” la salita, alcune varianti elevano il grado rimanendo varianti... Non amo le varianti!
Depongo il sassolino al suolo, lui deve rimanere qui, dove è sempre stato, caldo d’estate e freddo d’inverno. Lui che ha visto epoche di arrampicatori, che ha giocato forse con gente molto più preparata di me... Scendo con la convinzione che un giorno di non so quale mese, ritornerò, magari accompagnando mio figlio... chissà! Forse!

Alla base mi giro verso la Torre, rivedo una bellissima estate ricca di Amicizie e di tanta roccia, sana e friabile, rivedo gli Amici che mi hanno accompagnato in un gioco che sembra non finire... Ho notato che con gli anni il cervello ricorda solo quello che vuole lui, quindi, prima di incasinarmi e mandarlo fuori giri (il cervello), mi sembra giusto ringraziare chi mi ha fatto attraversare mezza Italia.


E in inverno? Lì è freddo, sempre freddo ... il posto giusto per sentirlo.. il freddo! Ottime pareti per prepararsi ai sogni ...freddi sogni. Andateci.

domenica 11 marzo 2018

SOLO ANDATA...


https://www.summitpost.org/steve-house-vince-anderson/345008

Nanga Parbat versante Rupal
di Steve House



"... A mezzanotte suona la sveglia. Giorno di vetta. Vince, che di nuovo non ha dormito, accende il fornello e l'attesa inizia. Fisso la fiamma augurandomi che scaldi più in fretta ma l'altitudine fa le sue vittime tra i pezzi di meccanica come tra quelli umani.
A quote più basse scalare su misto è divertente, ma appena trenta metri fuori dalla tenda è una lotta riuscire a fare anche il più semplice movimento, litigando di continuo con il mio corpo gelato e affamata di ossigeno. Là dove la roccia finisce, leghiamo a un grosso masso la corda d'arrampicata e buona parte del nostro materiale. Procediamo con un solo zaino, con dentro cibo, acqua, indumenti e una statica da cinque millimetri per la discesa. Quello senza lo zaino batte la traccia.
Il couloir lungo il quale stiamo avanzando è via via più ripido, la neve profonda e instabile.
Vince avanza aprendosi a fatica un varco nella neve.
<<Pensi che ci sia il rischio che possa partire?>>, domando io. Una valanga qui ci spazzerebbe via per 3650 metri di salto.
Vince risponde che è tutto okay, ma entrambi sprofondiamo nel mutismo più assoluto. La distesa di bianco attorno a noi sembra scindersi in singoli cristalli separati; molteplici fattori pronti a configurare il nostro successo o insuccesso, la nostra sopravvivenza o la nostra fine. A questa quota è difficile dire se il nostro intuito, lasciamo stare la nostra capacità di giudizio, possa essere affidabile. Mi metto davanti a batter traccia, è il mio turno ora. Premo la neve in giù con le piccozze, la frantumo con le ginocchia, poi la calpesto con un piede per riuscire a salire di qualche centimetro. Dopo cinque minuti mi faccia da parte e lascio passare avanti Vince. Lavoriamo così per più di due ore, alternandoci in testa, per poter procedere assieme.
Il sole sorge nel cielo limpido per il sesto giorno consecutivo colorando di una morbida luce rosata il nostro universo rarefatto. In due ore e mezza abbiamo salito solo sessanta metri: è insopportabilmente lento. Continuiamo a lavorare. Avanza altro tempo nella giornata. Proseguiamo sospinti da tutte le azioni compiute finora: i passi, i colpi di piccozza, la fortuna e, prima ancora, le ore, i giorni e gli anni di preparazione.
Nella luce del sole individuo un'increspatura sulla neve prodotta dal vento, in prossimità di una parete rocciosa. Con un rampone che striscia contro la roccia in cerca di liste su cui appoggiare, e l'altro nella neve, progredisco più velocemente. Ben presto abbiamo alle spalle altri sessanta metri e la neve inizia ad indurirsi, fino a reggere i nostri passi. Proviamo sollievo inespresso, ma non vi sono certezze.
A 7620 metri, con il sole alto nel cielo, resto con la sola maglietta, niente guanti, niente cappello, fradicio di sudore. Immagino che la cima si nascosta appena oltre la cresta, ma la mia fiducia è così scossa che la vetta mi sembra inverosimilmente distante. Vince si appoggia con la testa alla piccozza, esausto da quattro notti praticamente insonni e sei giorni di maratona.
La parete sotto di noi si spalanca in un baratro infinito. Lì sulla sua cresta ci scaviamo un buco per riposare.
<<Come-ti-va?>>, domando ansimante, spezzando la domanda tra una boccata e l'altra di aria. E' così difficile respirare quassù. Vince solleva lo sguardo e, piegate le dita della mano a mo' di pistola, si punta l'indice alla tempia. Ridere fa male, ma è lo stesso. Se ha ancora voglia di scherzare, per quanto nero possa essere il suo umorismo, significa che è in buone condizioni per andare avanti.
Vince socchiude gli occhi e con la serenità impressa in volto tira un grosso respiro, in cerca di ossigeno. Si è spinto oltre ogni limite, oltre ogni dolore Vince, fino a questo solitario stato di grazie.
Mi sfilo i calzini madidi di sudore, li aggancio allo zaino e calzo gli scarponi a piedi nudi. Quando ci rimettiamo in cammino il nostro passo è lento e l'altimetro segna solamente 7697 metri, 428 metri dalla cima. Spero si sbagli. Contavamo di essere in cima per le due del pomeriggio, ma mi rendo conto solo ora di quanto la neve alta abbia rallentato la nostra progressione. Il cielo è limpido e non c'è un alito di vento.
Alle quattordici mi fermo, mi volto e comunico l'ora a Vince. La fissità del suo sguardo mi dice già tutto quanto mi serve sapere. Ora qualsiasi possibilità di tornare indietro è esclusa. Vado avanti, battendo traccia verso la cima.
Alle sedici siamo in cresta a una falsa cima, la cima vera è a novanta metri di distanza. Prendiamo fiato su una grossa roccia piatta, il primo posto in sei giorni dove riusciamo a sedere senza legarci. Vince si stende e ben presto si addormenta. Io mi infilo nuovamente le calze ora asciutte, scuoto Vince perché si svegli, e lo seguo muovere gli ultimi passi verso la cima ..."



Tratto da: Steve House  OLTRE OGNI LIMITE (Priuli e Verlucca)

mercoledì 7 marzo 2018

FANTASTICA QUADRILOGIA




Mars 1986 : enchainement de l'Aiguille Verte, des Courtes, des Droites, des Grandes Jorasses en 20 heures seulement, en conjuguant ses talents d'alpiniste, de skieurs, de parapentiste et d'aile delta pour les liaisons entre les faces.
Après une nuit passée à la gare du téléphérique de l'Aiguille du Midi, Jean-Marc Boivin arrive à ski aux pieds de l'Aiguille Verte (4122 m) à 4h30, 2 h d'ascension par la goulotte Grassi (réalise en plus une première dans sa première). Il s'élance en parapente et se pose aux pieds des Droites (4000 m) qu'il gravit en 3h30 - couloir Davaille en face Nord. Descente en aile delta vers les Courtes qu'il remonte en 2h30 par la voie des Suisses. Il rejoint les Grandes Jorasses par un troisième vol plané à 16 h et sort du Linceul huit heures plus tard. Trente minutes après il se posait à chamonix.
Un gentil pied de nez à la compétition naissante!


MONTE BIANCO  BOIVIN SI SCATENA
MARZO 1986

"... Se la trilogia rappresenta qualcosa di straordinario, per la quadrupla salita di Boivin non esistono aggettivi appropriati. Il grande Jean Marc, partito nella notte, superava in un'ora e mezza la Comino-Grassi sull'Aiguille Verte, quindi si gettava dalla vetta col paracadute e raggiungeva la base della mitica Nord delle Droites. La saliva in tre ore e mezza lungo la via da lui stesso aperta: in vetta un amico lo attendeva col fedele deltaplano. Una rapida, dolce discesa fino all'attacco delle Courtes e di nuovo su, velocissimo: in due ore e mezza la vetta è raggiunta lungo la via degli Svizzeri. Ancora deltaplano fino sotto la Nord delle Jorasses: ora tocca al Linceul, che viene superato in quattro ore e mezza. L'elicottero, come già sulla vetta delle Courtes, ha lasciato il deltaplano ad attendere il solitario: insieme possono lanciarsi in una lunga, incredibile planata, nel buio della notte, verso le luci di Chamonix.
Tratto da: ALP maggio 1986

www.renerobert.net/work/great-alpinists-jean-marc-boivin

martedì 6 marzo 2018

MAGIC LINE 2004


https://www.summitpost.org/k2-karakoram/628397

Prima ripetizione Sperone SSO del K2  MAGIC LINE
Spedizione Catalana 2004
di Valentin Girò

"... Passione per l'alpinismo "vero": questo ci ha portati al K2, e l'ascesa del Pilastro SSO ci ha permesso di ritrovare le radici dell'alpinismo più autentico, esplorativo, per il quale si accettano condizioni di incertezza estrema ..."

Una spedizione essenziale
" ... Il nostro esiguo gruppo contava su un numero essenziale di portatori, due scalatori baltì
-Ahmed e Ghulam- che ci hanno aiutato a trasportare il materiale fino al Campo 1 (6400 metri). Dall'ingresso al ghiacciaio De Filippi (5200 metri) al campo 3 del Pulpito (7500 metri), abbiamo collocato un totale di 4500 metri di corde fisse, per rendere sicuri i movimenti lungo la via e permettere, in caso di necessità, una fuga rapida. Dal campo 3 alla cima abbiamo scalato in stile alpino, per poter procedere con maggiore celerità. In nessun momento dell'impresa abbiamo fatto uso di bombole d'ossigeno..."

Storia alpinistica dello Sperone SSO
Classificato "Estremamente Difficile", lo Sperone SSO copre 3500 metri di dislivello, ed è composto da un terreno vario di neve, ghiaccio e roccia, e un granito di eccezionale qualità, specialmente tra i 6400 e i 7500 metri di altezza.
Nel 1979 una spedizione francese numerosa e ben equipaggiata affrontò per la prima volta lo Sperone SSO  e la cordata composta da T.Leroy e D.Monaci raggiunse, il 10 settembre, la quora di 8450 metri.
Durante l'estate del 1986 si susseguirono diversi tentativi allo Sperone SSO, che videro come protagonisti una spedizione polacca, una nordamericana, una italiana, la squadra di Quota 8000 capeggiata da Agostino da Polenza e, infine, il tentativo intrapreso da Renato Casarotto, che percorse la via in solitaria fermandosi a soli 300 metri dalla cima.
Il 16 luglio Casarotto, mentre scende lungo la via dopo il terzo tentativo di toccare la vetta (precisamente aveva raggiunto quota 8300) cade in un crepaccio profondo 40 metri nel ghiacciaio De Filippi, ad appena 20 minuti di distanza da un luogo sicuro. Gravemente ferito, Renato riesce ancora a comunicare via radio e chiedere aiuto. Sono le sei del pomeriggio, fa molto freddo e, oltre che per i colpi ricevuti durante la caduta, Renato incomincia a soffrire di ipotermia. Goretta, la sua compagna, dà rapidamente l'allarme e una squadra di soccorso, della quale fanno parte il leggendario Kurt Diemberger e l'italiano Agostino da Polenza, giunge sul posto dell'incidente alle 9 di sera.
Il corpo di Renato viene recuperato, ma i tentativi per riportarlo in vita risulteranno inutili e l'alpinista morirà a mezzanotte. Il suo corpo sarà quindi, con l'autorizzazione di Goretta, restituito al crepaccio, per dargli sepoltura nel ventre della montagna..."

"...Il 1986 fu un anno drammatico anche per altre spedizioni che tentarono di scalare lo Sperone SSO. I nordamericani John Smolich e Alan Pennington, che arrivarono fino a 6900 metri, morirono il 21 giugno, sepolti da una valanga di placche di grandi dimensioni staccatesi dalla Negrotto. Dopo l'incidente, il resto della cordata americana rinunciò alla spedizione e gli italiani di Quota 8000 lasciarono il Pilastro SSO, per tentare la salita lungo la via dello Sperone Abruzzi.
Intanto la spedizione polacca, costituita da sette alpinisti -quattro uomini e tre donne- dopo un lungo periodo di brutto tempo, decise di lasciare il campo base la notte del 29 luglio per iniziare l'attacco alla montagna. La cordata, composta da P.Bozik, l'unico ceco della squadra, P.Piasecki e W.Wroz, raggiunse gli 8000 metri il 1° di agosto, attrezzando un primo bivacco a questa altitudine e un secondo, il giorno seguente, a un'altezza di 8400 metri. I tre alpinisti completarono la via del Pilastro SSO due giorni dopo, raggiungendo la cima il 3 agosto, alle 6 del pomeriggio. La via dello Sperone SSO, la più difficile del versante meridionale, era finalmente ultimata. A causa delle difficoltà tecniche dello sperone, la cordata decise di scendere per la via normale degli Abruzzi, intorno alle 11.30 della notte, Wroz cadde, perdendo la vita. A quanto pare non si era accorto in tempo che la corda fissa lungo la quale stava scendendo era troncata. Bozic e Piasecki arrivarono alle tende del campo 4 alle due di mattina del 4 agosto.


http://www.mountainsoftravelphotos.com/K2%20China/About.html


La nostra ascensione
"..Alle prime luci dell'alba del 17 giugno raggiungiamo il campo base del K2, situato nella parte superiore del ghiacciaio Godwin-Austen. 
Quest'anno, per via della ricorrenza del cinquantenario della prima ascensione, compiuta dalla squadra italiana che portò in cima Lacedelli e Compagnoni il 31 luglio 1954, il K2 è stato "assediato" da molte spedizioni.
Sul versante pakistano della montagna la maggior parte dei gruppi si è diretta verso la via normale dello Sperone degli Abruzzi, e solo due spedizioni hanno scelto vie alternative. Sul nostro stesso versante, una squadra giapponese composta da quattro alpinisti ha deciso di tentare la via Cesen, facendo uso di bombole di ossigeno.
Raggiungeranno la vetta il 16 agosto.
In pochi giorni miglioriamo sensibilmente il nostro acclimatamento, grazie alle numerose ascensioni compiute per attrezzare con corde fisse l'accesso al ghiacciaio De Filippi e, soprattutto, il Couloir Negrotto. Finalmente, l'8 luglio, riusciamo a piantare le due tende del campo 1 sulla Sella Negrotto, a 6400 metri di altezza.
La meteorologia del Karakorum è molto variabile, e caratterizzata in genere da periodi brevi di tempo buono. Ciò ci costringe molto frequentemente a scalare e attrezzare la via in condizioni avverse, con vento forte, nevicate e scarsa visibilità. Poco a poco, metro dopo metro, con grande sforzo, guadagniamo terreno e, alla fine di luglio, riusciamo a istallare Campo 2 (6900 metri), sullo spigolo di una cresta spettacolare, e anche Campo 3 (7500 metri), sul ghiacciaio pensile del Pulpito.
All'inizio di agosto le condizioni metereologiche sfavorevoli ci obbligano a rimandare la data del rientro, inizialmente prevista per l'11 agosto. Ci rendiamo conto che dovremo prorogare la nostra permanenza sulla montagna di almeno due settimane per avere la possibilità di attaccare la cima. Finalmente arriva l'atteso spiraglio di tempo buono, Jofre Janué, il nostro meteorologo del Servizio Audiovisivo di Meteorologia (SAM), ci conferma un periodo di tempo stabile dal 13 al 15 agosto..."

"..Decidiamo, finalmente, di attaccare la cima martedì 10 agosto.
Intorno alle 17.30, la cordata composta da Oscar Cadiach, Manel de la Matta e Jordi Corominas, lascia il campo base per salire fino a campo 2 (6900 metri), il "nido di acquile" che avevamo montato sullo spigolo della cresta quasi due settimane prima, circondati da un forte vento e in condizioni di scarsa visibilità. Dopo aver riposato alcune ore al campo 1, sulla Sella Negrotto (6400 metri), i tre alpinisti proseguono la salita fino al campo 2, dove arrivano mercoledì 11 intorno alle 15.45. Il tanto desiderato spiraglio di bel tempo li obbliga a iniziare l'attacco alla cima in cattive condizioni fisiche..."

"..Il giorno seguente, giovedì 12 agosto, la cordata giunge al limite della sua resistenza cercando di raggiungere Campo 3 (7500 metri), tra forti raffiche di vento e in mezzo a una bufera di neve che li obbliga a ricavare un piano, scavando, e quindi a piantare la tenda a soli 100 metri di dislivello dal Pulpito, dove era stato montato il Campo 3.
Venerdì 13, così come era stato previsto dai bollettini, il tempo migliora; il vento è diminuito e così pure l'umidità ed è addirittura uscito un po' di sole. 
Quello stesso giorno la cordata passa la notte al Campo 3, al quale è giunta alle 10 del mattino circa...."

"...Dopo una giornata di scalata intensissima, interamente compiuta in stile alpino, sabato 14 agosto il nostro gruppo riesce a piantare una tenda leggera a un'altezza di 8100 metri, in mezzo a fortissime raffiche di vento provenienti da ponente, iniziate nel tardo pomeriggio. In quelle condizioni ambientali qualsiasi azione, anche la più insignificante, diviene una prova estenuante, e operazioni come l'ancoraggio della tenda, far sciogliere la neve e preparare una parca cena si dilatano all'inverosimile, tenendo gli alpinisti impegnati sino a notte fonda.
Il logoramento delle forze fa sì che la cordata si veda obbligata a posticipare di un giorno l'attacco alla cima, previsto in un primo tempo per domenica 15 agosto. I tre devono per forza prendersi una giornata di riposo, a costo di incappare nel brutto tempo, per cercare di recuperare un po' di energie, ma, si sa, a quella quota non è facile...
La giornata del 15 agosto viene dunque dedicata al recupero, e all'esame dei primi tiri di scalata situati in cima alla Torre Casarotto, nome da noi dato alla guglia di granito, ai piedi della quale abbiamo montato la piccola tenda del Campo 4.
Dopo il raggiungimento del Campo 3 sul Pulpito (7500 metri), la scalata di Jordi, Oscar e Manel è diventata tecnicamente più complessa e fisicamente impegnativa. La difficoltà dei passaggi che via via incontrano, come ci comunicano via radio, dà loro l'impressione di trovarsi in un labirinto di roccia, neve e ghiaccio.
La notte del 15 agosto, al campo base, riceviamo una chiamata dal nostro Jofre Janue da Barcellona, che ci avvisa che la parentesi di bel tempo sta volgendo al termine. Secondo quanto indicato dai modelli, il jet stream, o corrente stratosferica di venti forti, sta tornando ad avvicinarsi pericolosamente nelle ore seguenti. Questa previsione, insieme al perdurare del vento, che avrebbe soffiato per tutta la notte, ci fa pensare che stia sfumando la nostra ultima possibilità di attaccare la vetta. Fortunatamente così non è, poiché il cattivo tempo ritarderà il suo arrivo di 24 ore. Il contatto-radio con gli scalatori conferma che le condizioni del vento sul Pilastro SSO sono buone. Alle 3.30 del mattino del 16 agosto la cordata abbandonala piccola tenda del campo 4, diretta verso la cima. E' già il settimo giorno da quando i nostri compagni hanno lasciato il campo base, ed è il terzo che passano sopra gli 8000 metri.
Nel giro di alcune ore, Oscar Cadiach e Menel de la Matta, che stavano arrampicando sopra gli 8300 metri, sono costretti a tornare, a causa del freddo intenso e della stanchezza accumulata.
Entrambi non sono nelle condizioni migliori per continuare a salire e, fedeli al principio base della sicurezza in montagna, che obbliga gli alpinisti a mantenere l'autonomia personale durante la discesa, cioè a essere in grado di muoversi individualmente, senza l'aiuto di alcuno, decidono di rinunciare all'attacco alla cima.
Jordi Corominas, galvanizzato da buoni presentimenti e fortemente motivato, decide di continuare in solitaria. Nel corso di tutta la giornata, Jordi comunica per radio il suo procedere, a intervalli di due ore e con grande puntualità e precisione nei commenti. A mezzogiorno informa il campo base che sta cercando di superare un tratto di cresta molto esposto e ingannevole. Alle 18 comunica che si trova a soli 80 metri di dislivello dalla cima del K2, sta procedendo a fatica al di sopra degli 8500 metri, scavando nella neve appoggi per i piedi.
Finalmente a mezzanotte di lunedì 16 agosto, Jordi Corominas calca il punto più alto del K2, toccando i suoi 8611 metri. Lo Sperone SSO è stato scalato per la seconda volta nella storia e, per la prima volta, una spedizione catalana è giunta in vetta. E' stato un successo collettivo, culminato nell'impresa di Jordi. Come squadra, abbiamo affrontato questa sfida fin dall'inizio con grandi speranze, duro lavoro, costanza e perfetta coesione nel gruppo. Abbiamo avuto anche molta pazienza, abbiamo resistito e, alla fine, il Chogori, la grande montagna, ci ha offerto un'opportunità.

PS: Il 19 agosto Manel de la Matta è deceduto mentre si trovava a campo 1 (6400 metri) alle 4.30 del mattino, probabilmente vittima di un attacco di appendice degenerato in peritonite.

Tratto da: ALP dicembre 2004


domenica 4 marzo 2018

BERHAULT, LA CRESTA NORD/NORD-OVEST DEL MONVISO E GLI AMICI VERI


Una delle più belle invernali, una storia di forza e determinazione, una STORIA DI AMICIA vera,  perché senza l'Amicizia, senza qualcuno "dietro" non sarebbe stata così bella.

foto webcam
Di Patrick Berhault

Lunedi 8 gennaio 2001

"Scalare richiede molta concentrazione, è una cosa che ci assorbe e tiene desti tutti i nostri sensi. La scalata solitaria, per l'estremo impegno che esige, acuisce quella che è una condizione particolare e ne amplifica le sensazioni. Se viene praticata sulla base di sane motivazioni e con sufficiente realismo, può essere la quintessenza della scalata. Ho sempre provato un intenso piacere a vivere questi momenti in cui si è così vicini a ciò che ci circonda che ci si sente lontani da tutto, in cui si vivono le cose con tale intensità che non esiste nient'altro ...Fuori dal mondo, fuori dal tempo, l'alpinista solitario è l'artefice dei suoi movimenti. Oggi so che l'assenza di ciò che, in montagna, mi spinge verso la solitudine risiede nei risvolti profondi di questo viaggio. Nel programma della traversata era prevista una sola ascensione solitaria, la Nord-Est del Corno Stella, parete a cui mi sentivo legato dalla mia storia di alpinista adolescente. La prima invernale della cresta Nord/Nord-Ovest integrale del Viso non era in programma, ma le circostanze hanno voluto che andasse così.
Sono le tre del mattino e tutto è pronto. Verranno ad accompagnarmi Marco, guida e albergatore di Crissolo, e Pier Paolo, un bravo alpinista che fa il volontario del Soccorso Alpino. Il cielo è stellato, la luna, quasi piena, si riflette sulla superficie gelata della neve. Intorno a noi è tutto uno scintillare. C'è un'atmosfera magica. I miei due compagni, che fanno gare di scialpinismo, sono in piena forma e ci mettiamo meno di due ore a raggiungere il Colle delle Traversette dal Pian della Regina. Ci accoglie un vento gelido. Fa un freddo cane! I preparativi e i saluti sono sbrigativi..."


"...Sotto lo sguardo protettore dei miei compagni, risalgo i primi contrafforti della cresta. A presto! Dopo la partenza facile, la cresta sovraccarica di neve diventa affilata e irta di gendarmi. Il percorso si fa complicato. Su un terreno di questo tipo, molto più che altrove, diventa decisivo studiare di continuo l'itinerario più vantaggioso. Dal risparmio di tempo e di energia dipenderà il successo dell'ascensione. Regolarmente si rendono necessarie piccole manovre di calata a corda doppia. E'  faticoso, ma anche così bello! Prendo d'assalto la cresta, che è molto sottile e orlata di enormi cornici, dal versante nord, lungo profonde rigole di ghiaccio. Nei paraggi non si vede anima viva, sembra di essere sulla Cordillera Blanca o in Himalaya.
Tra la Punta Roma e la Punta Gastaldi, la cresta diventa ancora più sottile. Qui incontro il passaggio più aereo e più difficile di questa prima giornata d'ascensione. Per essere sicuro di farcela, sono costretto a togliermi lo zaino e a recuperarlo in più riprese, liberando ogni appiglio dalla sua incrostazione di ghiaccio. Qui non è consentito alcun errore. Nonostante la neve, la mia progressione è stata veloce. Mentre scendo verso la Punta Due Dita e poi sul colle omonimo, individuo i miei amici sotto di me, lungo il canale d'accesso. Sono venuti a portarmi il materiale al bivacco. Lo raggiungiamo contemporaneamente. Bevande calde, spuntino, chiacchere su quel che è successo in questa prima tappa ... Ma gli amici non si trattengono molto, sappiamo che il ritorno a valle è particolarmente lungo. Li guardo allontanarsi.
Poiché è ancora chiaro, ne approfitto per fare la traccia e una ricognizione sulla cresta nord-ovest del Visolotto, la cui parte superiore, in condizioni spaventose, sembra particolarmente delicata. Nell'osservarla qualcosa mi dice che sarà l'osso più duro di tutta la cresta".


Martedi 9 Gennaio 2001

"Non riesco a lasciare il bivacco presto quanto avrei voluto. Ho dei problemi con il fornellino perché il bruciatore non vuole saperne di funzionare. Mettendoci un po' di tempo, svitando leggermente la bomboletta in modo che un po' di gas fuoriesca da sotto, riesco lo stesso a far scaldare il cappuccino. Un po' arrischiata la manovra! Uno scherzo ritrovarsi in mutande in mezzo alla neve...
Ero impensierito dal Visolotto e avevo ragione. Sul suo versante nord le condizioni sono tremende da tutti i punti di vista. Dei risalti di roccia pressoché verticali sono tutti rivestiti da spesse placche di neve inconsistente. La progressione è spossante e pericolosa. Nel tentativo di sfuggire alle placche, cerco di tenermi il più possibile sulla roccia, che però è carica di neve e di ghiaccio e mi costringe a ripulire ogni appiglio. Il vento furioso che risale lungo la parete mi rimanda sul viso la neve che tolgo. Ho le ciglia e le sopracciglia gelate, non vedo più niente, e devo regolarmente fermarmi per togliermi questa crosta di ghiaccio dagli occhi. Caro mio, non volevi le invernali? Eccoti servito! Vicino alla cresta sommitale mi preoccupa un salto di roccia quasi verticale; la struttura di neve che vi è attaccata sembra molto precaria...Non se ne parla di passare di là, troppo rischioso! Decido di provare più a destra, sulla roccia, ma anche quel lato non mi convinca: la parete è completamente ghiacciata e carica di neve. Mi tolgo lo zaino e -per precauzione- passo la corda dentro un vecchio chiodo che ho appena scoperto rimuovendo la neve.
La battaglia per superare questo muro difficile di circa otto metri mi richiede una mezz'ora buona. Sono congelato. E pensare che ieri pomeriggio, arrivando presto al bivacco, ero stato sfiorato dall'idea di proseguire, nella speranza di raggiungere il Visolotto prima di notte, e perché no, anche il Colle delle Cadreghe con la pila frontale! Fortunatamente ho rinunciato, perché avrei passato una notte glaciale, mezzo sospeso nel vuoto...
Traversata delle tre magnifiche vette del Visolotto, discesa, corde doppie, ed ecco finalmente il Colle delle Cadreghe. Davanti a me resta l'ultimo salto di questa lunga cresta, alto seicentocinquanta metri, la parte superiore del versante nord del Viso. Osservo attentamente i tre canali che separano i torrioni in centro parete: sono zeppi di neve, salire di là deve essere spossante e, ci giurerei, anche pericoloso...Invece, a destra, il filo della cresta nord-ovest, molto esposto al vento, sembra completamente spazzato e indurito dal gelo.
La mia valutazione si rivela fondata, progredisco molto rapidamente sulla cresta, fino ai piedi del risalto centrale, che supero percorrendo un tratto del Canale Perotti. Questi centocinquanta metri mi confermano che i canali non hanno ancora scaricato nonostante la loro forte inclinazione. Per maggior sicurezza, lungo tutto il couloir costeggio la roccia, sprofondando talvolta fino alla cintola. La parte sommitale della cresta sembra una gigantesca meringa di ghiaccio. La roccia è totalmente scomparsa sotto la crosta di neve e i pennacchi di ghiaccio. Ogni tanto questo rivestimento è così superficiale da costringermi ad affrontare passaggi di misto molto delicati. Avvicinandomi alla vetta, il vento glaciale, artefice di questa costruzione invernale, riprende a pieno ritmo.
Che panorama! Il Monviso oggi è all'altezza della sua fama. Davanti a me si disegna l'insieme dell'arco alpino.
Sto a contemplare lo spettacolo addossato alla croce di vetta, carica di brina e mezzo sepolta sotto la neve. La mia mente fugge via ..."


"...La discesa sul versante sud non potrebbe essere più semplice. L'accumulo di neve è tale che i risalti rocciosi, normalmente ben marcati, sono pressoché invisibili e superarli non pone alcun problema. Conoscendo bene l'itinerario, tiro dritto giù dai pendii e in una mezz'ora sono al bivacco Andreotti. Spingendo la porta, scorgo sul tavolo i viveri, il fornellino, gli sci e gli scarponi depositati da Gian Carlo, Anna e Paolo. Una dimostrazione ulteriore del sostegno di cui sono circondato. Seduto all'interno per mangiare un boccone, costato che il tempo sta cambiando, stanno venendo nubi scure. Poiché è presto, cercherò di scendere stasera. La discesa sulla Val Varaita è molto più lunga di quanto pensassi. Marciando, mi rendo conto degli sforzi compiuti dai miei amici italiani per portarmi i rifornimenti fino al rifugio. Il sentiero che non finisce più mi permette di apprezzare meglio il valore del loro gesto. Dal profondo del cuore, grazie a tutti! E' ormai buio quando, con gli sci a spalle, attraverso la borgata Castello, sul fondovalle. La mia mente è altrove, non so perché, ma questa volta faccio una certa fatica ad "atterrare" al termine del mio lungo viaggio tra terra e cielo..."

Tratto da :  Patrick Berhaut  LEGATO MA LIBERO  la traversata delle alpi Vivalda Editori