mercoledì 14 marzo 2018

FOU D'INVERNO



A me, l'Americana sulla Sud del Fou mi è piaciuta moltissimo, l'ho ripetuta più di venti anni fa con un Amico importante, granito fantastico e arrampicata superba.
ivo

INVERNALE AL FOU  di Robert Flematti

"... L'inverno del 1975 giunge puntuale. Dopo molti mesi di inattività, dopo lunghe settimane senza avventure, sognavo di salirla, quella parete sud del Fou. Sostando alla "salle à manger" della Vallée Blanche, sovente l'avevo lungamente osservata, maestosa nel suo mantello rosso. Come una sfida. A mano a mano che l'autunno ricopre i sentieri di un dorato mantello di aghi di pino, che le creste, poi il sotto bosco ed infine le valli si vestono di un candido manto, io la immagino là dietro, in pieno sole, forse ancor più bella e più pura che in estate. Più selvaggia, anche.
Decido dapprima di partire in quattro. Ma più si è e più si diviene lenti: me ne rendo conto ben presto durante la salita. Raggiungiamo la prima lunghezza di corda della diagonale. Ma appena il P.S.H.M di Chamonix ci annuncia l'arrivo del cattivo tempo, ci ritiriamo dopo aver schiodato completamente la via. A ciascuno il suo stile".

Febbraio 1975 La salita vittoriosa

Di ritorno a Chamonix, ci rendiamo subito conto che i candidati sono numerosi. Fortunatamente, il cattivo tempo li terrà tutti lontani dalla parete. Lì terrà così lontani, che, attendono l'arrivo del bel tempo, ho la possibilità di realizzare la prima invernale della parete nord del Pain de Sucre, che culmina a 3607 metri.
Venerdì 7 febbraio, le previsioni sono ottimiste per almeno tre giorni. E' esattamente quel che ci occorre per raggiungere il passaggio chiave della salita: la diagonale. Questa volta parto con Michel Berruex. Alle 8 prendiamo la funivia per l'Aiguille du Midi. La discesa lungo la Vallée Blanche è straordinaria per la leggerezza e la facilità della neve. Ci concediamo solo una breve sosta al rifugio del Requin per mettere le pelli di foca. Ogni gesto è volto al risparmio del tempo.
La risalita del canale che porta all'attacco del "mostro" si rivela particolarmente pericolosa, a causa delle recenti (ed importanti...) nevicate. Dopo aver evitato alcuni tratti insidiosi, alle 14 ci lanciamo all'assalto del muto che precede il "tetto a 7". 
Il "tetto a 7" non è altro che uno strapiombo fessurato così battezzato da Hemming ed Harlin a ragione della sua somiglianza con la famosa cifra...
Alle 17 e 30 ridiscendiamo alla base del muro per bivaccare. Quella notte osservando le stelle, sogneremo di berci la Via Lattea... All'alba attacchiamo di gran fretta. Tutto procede bene. Troppo bene, infatti schiodando il "tetto a 7" rompo il manico del mio martello. Non me ne do pace!
Subito mi sento avvilito e demoralizzato. Disperato. Come se tutto sprofondasse con il rumore secco di questa frattura. Fortunatamente, son riuscito ad afferrare la testa del martello, come per miracolo. Un riflesso istintivo. Dopo qualche attimo di riflessione, decidiamo di continuare con il materiale che ci resta. Senza neanche saper bene il perché, conservo il mio mezzo martello. Intuito salvatore perché...il secondo martello ci scappa di mano e naturalmente si lascia risucchiare dal vuoto più profondo. Non ci resta che proseguire usando il mio mezzo martello. Ed è precisamente in queste condizioni che superiamo la celebre diagonale...
La prima lunghezza sopra lo strapiombo è zeppa di ghiaccio. Le mie dita si gonfiano a forza di battere. Comincio a sentire dolore nello stringere le mani. La seconda lunghezza, più asciutta, ci ridà un po' di coraggio. Dopo ore di sforzi, la diagonale è vinta. Ridiscendiamo alla sua base, per trascorrere la notte. Sfortunatamente non è possibile distendere le amache come avremmo desiderato. Non dormiremo molto. Tuttavia, il bilancio della giornata è piuttosto incoraggiante. Ed il mattino della domenica, alle 6, il sole viene a tenerci compagnia. Ma è necessario non perdere di vista la realtà della nostra situazione. Se mai perdessimo la sola testa di martello che ci rimane ...Impegnati nella diagonale senza corde fisse alle nostre spalle, non ci resta che una soluzione; uscire verso la vetta! Ogni ritirata era impossibile, Armand Charlet, d'altronde, un giorno disse: << Quando avrai bisogno di attrezzare le nostre montagne con delle corde fisse, è perché tu sarai completamente cotto. Allora sarà meglio per te restartene a casa!>>. Questo giudizio, senza possibilità d'appello, sull'etica alpinistica, aveva fatto di me un purista. Ci sono delle situazioni in cui la vita cessa di essere una scelta e si impone come un'evidenza. Proseguiamo in un diedro magnifico. Ma il ghiaccio nelle fessure rende estremamente difficile la chiodatura. E, dalla parte alta del diedro, riusciamo finalmente a scorgere la vetta.
Teniamo bene il passo. Ma la lunghezza seguente sarà per me la più sofferta di tutta la salita. Mancino, maldestro con questo embrione di martello, eccomi a picchiare gagliardamente sulle mie dita. Il dolore è lancinante. Sanguino terribilmente. Ma presto il sogno diventa realtà.
E' lunedì. Sono le 16. Finalmente è la vetta. Questa volta è fatta. Ed allora tutto assume un'altra dimensione. Anche il tempo... Ci vorranno due giorni per ritornare a valle. Per me "valle" ormai significa soltanto "minestra fumante" e "calore". Dopo i gelidi connubi delle nostre mani con la roccia, il ghiaccio ed il metallo, dopo la bellezza rude del granito e l'esatta dimensione umana del gesto compiuto, tutto ciò è molto naturale ... 

Tratto da: Scandere 79

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