sabato 17 marzo 2018

PATRICK BERHAULT



Un bellissimo ricordo di Patrick Berhault, che va al di la dell'alpinismo ... uno scritto meraviglioso che sente di "amore".

E PATRICK?   di Nanni Villani (pubblicato su Alp aprile/maggio 2005)

Alla fine di un lungo viaggio era arrivato tra le sue montagne, quelle della gioventù, in giorni di neve e gelo. Una visione patagonica, quell'Argentera incrostata di ghiaccio che gli si era parata davanti appena valicato il colletto di Valscura.
Il Corno Stella era un obelisco di glassa. ma era dalla sua croce di vetta che passava il cammino di Patrick verso il mare ancora lontano.
Il Diedro Rosso sale verso il cielo lungo una tetra parete esposta a nord-est. L'idea di scalarlo da solo e in inverno lo aveva accompagnato fin da quando era ragazzino. Ora il momento era arrivato, a quella salita non voleva rinunciare. In cima, alla fine di tutto, aveva pianto: di sfinimento, di gioia.
Tra quelli che gli avevano dato una mano per il trasporto di corde e chiodi fin sotto la parete c'era Ernesto, una delle trentasette anime che vivono a Sant'Anna di Valdieri in inverno. Dopo quei giorni in cui due esistenze si erano incrociate, a ogni incontro Ernesto puntualmente mi avrebbe rivolto la stessa domanda: "E Patrick?". Come si chiede di un parente di cui si sono perse le tracce, di un amico lontano ...
Finché venne un brutto momento: "Hai visto, Patrick?. 
La voce bassa, il dispiacere negli occhi. Per puro caso era stato tra i primi in Italia a sapere di quel maledetto incidente su una montagna della Svizzera.


Arrivato al colle della Garbella, Patrick aveva voluto una foto con l'Argentera a fare da sfondo. Cielo senza nuvole, un sole freddo.
In discesa i tre amici di Montecarlo che avevano voluto essere con lui in quel passaggio dalle Marittime alle Liguri, a un tratto si erano fermati a dal fondo degli zaini era emersa una francesissima Galette des rois insieme a una bottiglia di champagne. Un sorso a testa, canti. La confezione in cartone dorato del dolce era andata a incoronare la testa di Patrick. 
Il "Re delle Alpi", alzando la bottiglia al cielo, aveva annunciato che di lì a qualche giorno ci sarebbe stata una grande festa. Con fiumi di nutella.
Prima, bisognava ancora affrontare l'ultimo ostacolo: lo Scarason. Aveva deciso di attaccare in scarponi, salire di qualche metro, per poi calarsi e infilare le scarpette. Un primo chiodo, un secondo ... Giusto il tempo di caricare il terzo, e quello era schizzato fuori dalla fessura. Un volo di sette, otto metri, con atterraggio morbido sul pendio di neve alla base della parete. Sembrava un esploratore polare, quando era riemerso dal baratro. Una bella scrollata, un sorriso, ed era ripartito. Carlo, che lo stava assicurando, mi aveva guardato. Non una parola.

In quei giorni a Paveragno, Patrick aveva vissuto nella cameretta d'angolo al primo piano. In quei giorni il suo cellulare squillò di continuo. Interviste, aggiornamenti sul meteo, contatti con gli sponsor. Ma soprattutto interminabili chiacchierate con gli amici e con le persone che più gli stavano a cuore.
Si può essere grandi in parete come nella vita di tutti i giorni? Si può. Di questo mi convinse lui.
Oggi, in quella cameretta ci dorme uno dei miei figli. Un giorno o l'altro gli chiederò di cederla, almeno per un po', a suo fratello. Perché voglio credere che lo spirito di ognuno di noi continui ad abitare i luoghi che ci hanno accolto in vita, e possa in qualche modo trasmettersi a chi con quegli stessi luoghi viene a contatto. Energia, entusiasmo, passione, voglia di vivere fino in fondo e senza compromessi. Questo è parte del lascito di Patrick Berhault.

Qualche tempo fa, passando per Sant'Anna, ho incrociato Ernesto. Mi ha chiesto: "E Patrick?".





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