domenica 11 marzo 2018

SOLO ANDATA...


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Nanga Parbat versante Rupal
di Steve House



"... A mezzanotte suona la sveglia. Giorno di vetta. Vince, che di nuovo non ha dormito, accende il fornello e l'attesa inizia. Fisso la fiamma augurandomi che scaldi più in fretta ma l'altitudine fa le sue vittime tra i pezzi di meccanica come tra quelli umani.
A quote più basse scalare su misto è divertente, ma appena trenta metri fuori dalla tenda è una lotta riuscire a fare anche il più semplice movimento, litigando di continuo con il mio corpo gelato e affamata di ossigeno. Là dove la roccia finisce, leghiamo a un grosso masso la corda d'arrampicata e buona parte del nostro materiale. Procediamo con un solo zaino, con dentro cibo, acqua, indumenti e una statica da cinque millimetri per la discesa. Quello senza lo zaino batte la traccia.
Il couloir lungo il quale stiamo avanzando è via via più ripido, la neve profonda e instabile.
Vince avanza aprendosi a fatica un varco nella neve.
<<Pensi che ci sia il rischio che possa partire?>>, domando io. Una valanga qui ci spazzerebbe via per 3650 metri di salto.
Vince risponde che è tutto okay, ma entrambi sprofondiamo nel mutismo più assoluto. La distesa di bianco attorno a noi sembra scindersi in singoli cristalli separati; molteplici fattori pronti a configurare il nostro successo o insuccesso, la nostra sopravvivenza o la nostra fine. A questa quota è difficile dire se il nostro intuito, lasciamo stare la nostra capacità di giudizio, possa essere affidabile. Mi metto davanti a batter traccia, è il mio turno ora. Premo la neve in giù con le piccozze, la frantumo con le ginocchia, poi la calpesto con un piede per riuscire a salire di qualche centimetro. Dopo cinque minuti mi faccia da parte e lascio passare avanti Vince. Lavoriamo così per più di due ore, alternandoci in testa, per poter procedere assieme.
Il sole sorge nel cielo limpido per il sesto giorno consecutivo colorando di una morbida luce rosata il nostro universo rarefatto. In due ore e mezza abbiamo salito solo sessanta metri: è insopportabilmente lento. Continuiamo a lavorare. Avanza altro tempo nella giornata. Proseguiamo sospinti da tutte le azioni compiute finora: i passi, i colpi di piccozza, la fortuna e, prima ancora, le ore, i giorni e gli anni di preparazione.
Nella luce del sole individuo un'increspatura sulla neve prodotta dal vento, in prossimità di una parete rocciosa. Con un rampone che striscia contro la roccia in cerca di liste su cui appoggiare, e l'altro nella neve, progredisco più velocemente. Ben presto abbiamo alle spalle altri sessanta metri e la neve inizia ad indurirsi, fino a reggere i nostri passi. Proviamo sollievo inespresso, ma non vi sono certezze.
A 7620 metri, con il sole alto nel cielo, resto con la sola maglietta, niente guanti, niente cappello, fradicio di sudore. Immagino che la cima si nascosta appena oltre la cresta, ma la mia fiducia è così scossa che la vetta mi sembra inverosimilmente distante. Vince si appoggia con la testa alla piccozza, esausto da quattro notti praticamente insonni e sei giorni di maratona.
La parete sotto di noi si spalanca in un baratro infinito. Lì sulla sua cresta ci scaviamo un buco per riposare.
<<Come-ti-va?>>, domando ansimante, spezzando la domanda tra una boccata e l'altra di aria. E' così difficile respirare quassù. Vince solleva lo sguardo e, piegate le dita della mano a mo' di pistola, si punta l'indice alla tempia. Ridere fa male, ma è lo stesso. Se ha ancora voglia di scherzare, per quanto nero possa essere il suo umorismo, significa che è in buone condizioni per andare avanti.
Vince socchiude gli occhi e con la serenità impressa in volto tira un grosso respiro, in cerca di ossigeno. Si è spinto oltre ogni limite, oltre ogni dolore Vince, fino a questo solitario stato di grazie.
Mi sfilo i calzini madidi di sudore, li aggancio allo zaino e calzo gli scarponi a piedi nudi. Quando ci rimettiamo in cammino il nostro passo è lento e l'altimetro segna solamente 7697 metri, 428 metri dalla cima. Spero si sbagli. Contavamo di essere in cima per le due del pomeriggio, ma mi rendo conto solo ora di quanto la neve alta abbia rallentato la nostra progressione. Il cielo è limpido e non c'è un alito di vento.
Alle quattordici mi fermo, mi volto e comunico l'ora a Vince. La fissità del suo sguardo mi dice già tutto quanto mi serve sapere. Ora qualsiasi possibilità di tornare indietro è esclusa. Vado avanti, battendo traccia verso la cima.
Alle sedici siamo in cresta a una falsa cima, la cima vera è a novanta metri di distanza. Prendiamo fiato su una grossa roccia piatta, il primo posto in sei giorni dove riusciamo a sedere senza legarci. Vince si stende e ben presto si addormenta. Io mi infilo nuovamente le calze ora asciutte, scuoto Vince perché si svegli, e lo seguo muovere gli ultimi passi verso la cima ..."



Tratto da: Steve House  OLTRE OGNI LIMITE (Priuli e Verlucca)

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