mercoledì 2 maggio 2018

HERMANN



                                L’ULTIMA NOTTE DI HERMANN BUHL
Nella tendina a quota 6800 Hermann e Kurt si strinsero l’uno all’altro cercando di conservare quel poco di calore prodotto dal fornelletto. L’acqua del tè bolliva e loro stavano in silenzio assorti sul pentolino come sacerdoti all’altare. L’umidità prodotta dal fiato e dai loro corpi che scaldandosi rilasciavano calore condensò rapidamente creando dei festoni ghiacciati sul telo dell’esigua tendina.
Domani, se il tempo li avessi aiutati, sarebbero arrivati in cima al Chogolisa. Il desiderio di quella cima li aveva come posseduti nei giorni precedenti nonostante la fatica e l’appagamento successivi alla salita del Broad Peak. Avevano portato l’alpinismo un passo più avanti, ma ancora non lo sapevano. E se anche lo avessero saputo la cosa non avrebbe importato più che tanto. I loro occhi erano puntati sul quel trono di luce e di neve così ammaliante, così imponente, grande e lontano come una promessa. Il Chogolisa o Bride Peak, detto anche, la cima della sposa.
Forse perché il manto candido ricorda un abito nuziale pudico e seducente allo stesso tempo. Kurt ed Hermann non avrebbero resistito al richiamo. Il tè bollente restituiva calore e conforto alle mani strette in preghiera attorno al gamellino. Man mano che l’aria della piccola tenda si scaldava e i muscoli della faccia si rilassavano tornava anche la voglia di parlare, scambiarsi qualcosa in più dei semplici comandi di cordata.

“Qual è stata la tua salita più bella Hermann?”
La voce di Kurt si espanse nell’aria vaporosa della tenda giungendo all’orecchio di Hermann come un suono lontano.
Era una domanda che da tempo desiderava porgli. Si erano ritrovati quasi casualmente e quindi più naturalmente amici e fratelli nel corso di quelle settimane. Non tutti avrebbero fatto a ritroso quei passi, pesanti come macigni, per tornare una seconda volta sulla cresta dorata del Broad Peak, solo per accompagnare un compagno rimasto indietro. Seppure nel silenzio che lo contraddistingueva, Hermann rimase colpito e commosso da quel gesto.
Hermann non rispose subito. Continuava indaffarato a preparare la cena, mentre nella sua mente scorsero immagini diverse, come a frammenti e via via più nitide man mano che sentiva la punta del naso e delle dita scaldarsi al contatto con la tazza e il vapore del tè. Attese qualche secondo, guardando fisso un punto tra il fornello e il saccopelo come a cercare di mettere a fuoco qualcosa.


“Tu ora penserai che ti parlerò del Nanga Parbat o forse della Marmolada. No, non credo Kurt. E nemmeno il Badile, quella mattina d’estate, sebbene quel giorno mi sentissi così pieno di vita da poterne riempire il mondo.”

La risposta spiazzò Kurt che lo guardò interdetto. Si chiese se forse la domanda non lo avesse infastidito e si pentì di aver infranto la loro tacita armonia. Ma un leggero sorriso, come di nostalgia più che di tenerezza, comparve sul volto bruciato di sole di Hermann.

“Vedi Kurt, alla fine noi che scaliamo le montagne, noi che saremmo disposti a qualunque sacrificio, a dare ogni nostro briciolo di energia e fino all’ultimo dei nostri averi per salirle…ebbene noi viviamo pensando o forse sognando che ci sia da qualche parte, in qualche continente, una montagna più belle delle altre. E che un giorno arriveremo ad afferrarla, a stringerla anche solo pochi istanti, quella vittoria assoluta che assolverà ogni nostra fatica, ogni nostro azzardo. Chissà cosa pensiamo di trovare su quella cima”.

Il sorriso si espanse, il cuore si aprì. I secondi e i minuti, a quella quota non avevano importanza e probabilmente ne passarono diversi prima che Hermann riprese a parlare.

“E comunque, se proprio ci tieni a saperlo, devo dirti che la mia salita più bella è stata sul Bernina, alcuni anni fa con mia moglie. Che giornata stupenda! Una montagna bellissima. Non sono mai stato così bene come quel giorno. Magnifico!”.

Kurt sorrise e senza dire nulla riprese a scavare con il cucchiaio nel pentolino, sperando di ripetere il prodigio della moltiplicazione dei pani. I viveri erano pochi, ma tra due giorni sarebbero stati di ritorno. Terminarono la cena scambiandosi poche parole rispetto alla salita del giorno dopo. Tutto sembrava già scritto. Quindi Hermann si girò nel saccopelo e chiuse gli occhi. Per un attimo sentì il vento calare, il telo esterno non sbatteva come una vela nella tempesta. Pensò a sua moglie, a quel giorno sul Bernina, alla sua notte più bella. Sentì il cuore caldo e il respiro farsi più lungo. Domani sarebbero stati su, avrebbero sollevato il velo della sposa. E tutto questo poi sarebbe finito. Già immaginava il lungo rientro, assaporava il ritorno alla terra, alla polvere, quindi all’erba dei primi prati fragili ai bordi della morena. Un bagno caldo!  E tutti quei giorni di ghiaccio sciolti  di colpo come neve a primavera.  E poi a casa, come una sinfonia lenta, come questo ghiacciaio che si stende per chilometri. Si sentì improvvisamente leggero, come un tuffo trattenuto da misteriose ali. Come spesso gli accadde in quei giorno non percepì il passaggio dalla veglia al sonno.





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