lunedì 14 maggio 2018

NATALE SOLITARIO SUL CERVINO





NATALE SOLITARIO SUL CERVINO  di Giusto Gervasutti

Dopo due mesi di forzata immobilità, le conseguenze dei duri colpi subiti all’Ailefroide erano già scomparse completamente, tanto che a fine settembre avevo potuto riprendere ad arrampicare sulle rocce della palestra torinese.
Insieme all’efficienza fisica, ora che dalla grave avventura vissuta nelle solitudini del Delfinato non resta che l’ambito ricordo, ritorna anche il desiderio di essere nuovamente impegnato in qualche grossa battaglia. L’inverno, che si approssima, si preannuncia ottimo per chi voglia salire in questa stagione sulle grandi montagne; ma, sapendo per esperienza mia e altrui, che il periodo buono per le ascensioni invernali cade generalmente in febbraio, non formulo nessun programma preciso e vicino. Intanto dedico le domeniche a escursioni con gli sci.
La mattina del 20 dicembre, con gli amici Ceresa, Fiorio e Poma, salivo in macchina a Breuil. Meta erano i 4000 del Breithorn, ascensione sciistica ben nota agli alpinisti torinesi e che ora la funivia di Plan Maison permette di compiere agevolmente in giornata. Mentre superavamo il ghiacciaio sopra il Colle del Teodulo i miei sguardi si volgevano di frequente verso il Cervino. Nella fredda limpidità della giornata dicembrina, il <<più nobile scoglio d’Europa>> sembrava un gigante insonnolito, accoccolato al margine delle immense distese nevose della conca di Breuil. Di tratto in tratto dai ghiacciai sospesi tutt’intorno tuonava la valanga. Sui salti di rocce il lungo periodo di bel tempo e le tempeste di vento avevano fatto scomparire la neve. Solo sul Pic Tyndall una sottile linea bianca lasciava indovinare la cornice. In una sosta scambiai qualche commento con i compagni: <<Mi sembra che si potrebbe salire…>>. Ma non definii il proposito che intanto andava maturando nel mio animo. Io non avevo ancora salito il Cervino dal versante italiano. Sorse in me il desiderio prepotente dell’avventura nuova ed ignota, e con il desiderio quel particolare stato d’animo che precede l’azione, quando tutti i nervi, tutti i muscoli vibrano all’unisono e una necessità imperiosa del nostro essere vuole la lotta, sente il bisogno dell’aria frizzante e vivida, del pericolo, dell’ostacolo da combattere e vincere. A sera ritorno a Torino con l’ansia che mi rode. Vorrei già essere lassù…

Nel pomeriggio del giorno seguente, ultimata la preparazione del sacco esco per le vie della città per dar aria alla mia eccitazione. Quasi automaticamente salgo al monte dei Cappuccini. Sento il richiamo del vento lontano che rende più trasparente il tramonto, colorando di verde l’orizzonte. Sopra il Gran Paradiso due nuvolette riflettono ancora l’ultimo sole. Sotto di me la città sta accendendo le prime luci. L’idea dell’azione vicina suscita in me strane sensazioni e contrastanti pensieri. Provo una grande commiserazione per i piccoli uomini, che penano rinchiusi nel recinto sociale che sono riusciti a costruirsi contro il libero cielo e che non sanno e non sentono ciò che io sono e sento in questo momento. Ieri ero come loro, tra qualche giorno ritornerò come loro. Ma oggi, oggi sono un prigioniero che ha ritrovato la sua libertà. Domani sarò un gran signore che comanderà alla vita e alla morte, alle stelle e agli elementi. Ridiscendo verso la città camminando senza meta per le strade affollate di gente festosa che si prepara a celebrare la grande solennità vicina. Mamme e bimbi passano con grandi pacchi sulle braccia. Qualche fanciulla mi sfiora passando, ridente. Il richiamo è ora lontano, sommerso dal rumore chiassoso, e una strana nostalgia affiora dal fondo dell’animo, che aumenta ancora il piacere del prossimo distacco da tutto quel mondo.

Martedì 22 sono a Breuil, alla ricerca di un portatore che mi accompagni nell’approccio sciistico, alleviandomi così la fatica del sacco. Trovo Marco Pession, di Valtournanche. Avverto del mio intento Graziano Bich, conduttore dell’albergo omonimo, e il 23 mattina alle ore 8,15 io e il portatore partiamo con la funivia di Plan Maison, che ci farà risparmiare 600 metri di dislivello. Alle 10,20 siamo alla croce Carrel. Pession viene su con me ancora per mezz’ora. Poi io prendo il sacco e proseguo da solo. All’inizio del ghiacciaio del Cervino abbandono gli sci oramai inservibili e proseguo a piedi, affondando faticosamente nella neve. Alle 12,30 arrivo alla crepaccia terminale del canalone che scende dal Colle del Leone. Infilo i ramponi. E’ il momento decisivo. Confesso che mi sento un poco intimorito. Il Cervino, con tutte le sue leggende, con tutte le sue tragedie sta di fronte a me.
Marco Pession è ormai lontano. Scende veloce sugli sci, verso la nuova Cervinia. In alto neve e ghiaccio, roccia e solitudine. Quasi quasi sento il bisogno di un compagno. Ma poi penso che così la lotta sarà ancora più bella. Un ultimo sguardo alle fettucce dei ramponi, poi affronto la crepaccia. Mi innalzo piano piano, passo là dove il ponte sembra più solido. Sondo con la piccozza: il ponte è molle e non troppo spesso. Salgo strisciando su un blocco di ghiaccio, pianto la piccozza sull’altro bordo della crepaccia, il più alto possibile. Mi sollevo di scatto, passo. Nel canalone la neve è molle. Salgo facendo delle piste profonde, senza interruzioni, con rilevante fatica. Alle 13,45 sono al Colle del Leone. Mi fermo a mangiare. Riparto alle 14,30. Le rocce che portano al Rifugio Luigi Amedeo sono pulite. Solo di tratto in tratto qualche placca di ghiaccio mi obbliga a gradinare. Alle 15,40 arrivo all’aereo ricovero, vero nido d’aquile, costruito sotto una torre verticale, a 3850 metri d’altezza, sulla formidabile cresta S.O del Cervino.
La sera la passo nei preparativi per l’indomani. Sono perfettamente calmo e sicuro di me e a punto fisicamente, per niente provato dallo sforzo compiuto in questa prima parte della scalata. Alle 19,30 mi metto sotto le coperte. Alle 7,30 del 24 mattina mi alzo. Il termometro tascabile che ho con me segna all’interno della capanna 9 sotto zero: segno che la temperatura non è tropo rigida. Alle 8 esco dal Rifugio, ma il sole non è ancora giunto e aspetto ancora mezz’ora. Alle 8,30 lascio definitivamente il Rifugio. Sui 30 metri di corda fissa che bisogna superare, subito le mani mi si intirizziscono, malgrado abbia tenuto i guanti di pelle. Continuo ugualmente l’arrampicata fino all’inizio del Linceul, sbattendole ogni tanto sulle cosce per riacquistare la sensibilità. Il Linceul è una placca di neve che bisogna attraversare obliquamente. In questo punto è caduto, dopo una nuova via sul Pic Tyndall, tradito dalla neve, l’amico Crétier con due compagni. Il ricordo non serve certo ad incoraggiarmi. Tasto la neve: è pessima, molle, con fondo gelato. Allora preferisco tentare di passare sopra, sulle rocce, in leggera traversata ascendente, sia pure con maggiori difficoltà. Evito così la prima parte della placca. Ma la seconda non mi è possibile girarla. Mi metto i ramponi in una posizione piuttosto scomoda e poi scendo sulla placca. Attraverso lentamente, pigiando prudentemente la neve finché le punte dei ramponi trovano sotto il ghiaccio. Riprendo le rocce e due corde fisse mi portano in cresta. Proseguo per questa tenendomi alquanto sul versante ovest, molto freddo perché ancora nell’ombra, superando salti di rocce e gradinando placche e canalini ghiacciati.

Arrivo così sotto la punta del Pic Tyndall. La cresta a questo punto diventa uniforme, senza salti, a forma di dosso. La neve vi può quindi stazionare sopra. Mi rimetto i ramponi. E’ questo uno dei punti più pericolosi. La neve forma una crestina sottile ricoperta da una lieve crosta di vento. Sotto è polvere. Fin dai primi passi mi convinco dell’instabilità di questa costruzione. I ramponi non trovano da mordere, la piccozza non trova consistenza. Procedo come un equilibrista sulla fune, librato tra due abissi di oltre 1000 metri, senza nessuna sicurezza. Quando la pendenza diminuisce e la cresta diventa quasi orizzontale dimentico ogni dignità stilistica e mi metto a cavalcioni, avanzando muovendo i piedi a paletta, come fanno i bambini quando nelle piscine vanno a cavallo di mostri marini, sollevando la neve farinosa che il vento di N.O mi sbatte sulla faccia e dentro il collo, con mio grande godimento. Sulla spalla la neve migliora e posso così riprendere una posizione normale; ma intanto sono in ritardo di quasi un’ora sull’orario previsto. Comprendo che, data la brevità delle giornate, difficilmente potrò far ritorno con la luce del giorno. Ho quindi i minuti contati. Un momento di scoraggiamento mi assale. Guardo verso il Col Felicité. Il primo salto e l’Enjambée sono in pessime condizioni e tutti arzigogolati di neve. Altro tempo da perdere. Penso che potrei far ritorno al Rifugio e ritentare la prova domani, con le piste già fatte.

Faccio dietro-front e una decina di passi. Ma la visione della cresta percorsa a cavalcioni e delle cornici della spalla mi fermano. Dovrei ripercorrere quei passaggi altre tre volte, moltiplicando il rischio. Tanto vale dunque affrontare l’ultimo pezzo di discesa con la luna. Nuovo dietro-front e avanti nuovamente. Attraverso il Col Felicité, attacco il pendio sotto la Testa del Cervino. Vedo in alto penzolare la scala Giordano. Questo tratto normalmente facile, è ora tutto ghiacciato. Dovendo passare ripetutamente da ghiaccio a roccia, mi levo i ramponi e lavoro di piccozza. Sono costretto a diversi tentativi con relative piccole varianti e conseguenti perdite di tempo. Arrivo così alle corde sotto la scala. Per mia fortuna sono pulite. Procedo forzando l’andatura, malgrado la stanchezza che comincia a farsi sentire. Supero la scala Giordano, ma al termine di questa ho una brutta sorpresa. La placca che la sovrasta è coperta di neve e sia il piolo di attacco che la corda sono completamente sotterrati. Allora con i piedi sugli ultimi pioli della scala, sospeso completamente nel vuoto inizio un lavoro interessante: sfilo la piccozza dal sacco e incomincio a rompere il ghiaccio che trattiene la corda. Guadagno metro per metro, riuscendo a liberarla completamente. Finisco con le mani gelate. Mi arresto un momento per rimetterle in attività; poi quasi di corsa per la cresta più facile in pochi minuti raggiungo la vetta. Sono le 14,10. Uno sguardo circolare sull’orizzonte. Un mondo immenso è sotto di me.
Montagne e montagne, dal Rosa all’Oberland Bernese, dai più vicini Taschhorn, Weisshorn e Dent Blanche al Bianco gigante e massiccio, giù giù fino al Delfinato e al Monviso, si perdono in sfumature azzurrognole. La pianura è sommersa nella nebbia. Ma il tempo incalza. Deposito un biglietto in una scatoletta sotto il segnale trigonometrico, metto in bocca qualche zolla di zucchero e qualche prugna secca e alle 14,20 mi butto nella discesa. Ho poco più di tre ore di luce davanti a me. Brucio le corde e la scala, pasticcio nuovamente sulle placche sotto la Testa, supero l’Enjambée, sono di nuovo sul Pic Tyndall. Le piste della salita mi agevolano ora alquanto, d’altronde non ho tempo per considerazioni pessimistiche. Sotto, sulla cresta, due corde doppie mi permettono di evitare dei passaggi ghiacciati.
Arrivo sul Linceul che il sole sta scomparendo. Ora, nell’incerta luce crepuscolare, non posso più rifare la via della salita, percorro perciò completamente il pendio sospeso con infinite cautele. Oramai è notte. Ma la luna quasi piena mi permette di vedere sufficientemente. Folate di vento gelido mi investono a raffiche. Attraverso sotto la Gran Torre e da un terrazzino vedo il tetto del Rifugio luccicare poche decine di metri sotto di me. Mentre discendo l’ultima corda fissa, il puntale della piccozza, che ho infilata tra le bretelle del sacco, urta contro la roccia con violenza. La piccozza sfugge dai passanti e s’inabissa nel buio, sul versante ovest, sprizzando scintille al primo rimbalzo sulla roccia. Non mi prendo la cura di meditare sull’inconveniente: ci penseremo domani. Ancora pochi metri e sono al Rifugio. Saranno le 18,15. In fondo luccicano i lumi di Breuil. Entro nel ricovero e finalmente  -non ho mangiato in tutto il giorno- mi preparo qualche cosa di caldo con un provvidenziale fornello a spirito. E’ la notte di Natale. Termino il banchetto ingollando dell’acqua calda dove ho fatto bollire sei prugne secche.
Poi esco un momento all’aperto. Si è alzato un vento freddo, impetuoso. Nel chiarore lunare le montagne intorno sembrano irreali, evanescenti. Mi pare di essere in un mondo di sogno e di vivere una favola per piccini. Passa un’ondata di malinconia. Ma il rombo di un seracco che si stacca dalla parete nord della Dent d’Herens mi riporta alla realtà. Rientro nel Rifugio e mi butto sotto le coperte.
Per tutta la notte infuria la tormenta. Al mattino non cessa. Verso le 9 esco, ma il vento gelido mi ricaccia nel ricovero. Aspetterò che il sole abbia acquistato un po’ di forza. Nel frattempo cerco qualcosa per sostituire la piccozza. Non trovo che il manico della scopa, tagliato e appuntito come un bastone. Non servirà gran che, ma nel canalone mi sarà necessario come appoggio. Alle 10,30 incomincio la discesa. La tormenta che continua a soffiare ha rivestito tutte le placche di una patina di nevischio gelato che le rende pericolosissime, perciò scendo prudentemente facendo numerose corde doppie dove mi è possibile. Raggiungo così le piste di salita al Colle del Leone. Scendo in ramponi. La neve è sempre molle, di modo che il pezzo di bastone mi serve ottimamente. Il passaggio della crepaccia è più facile in discesa. Sul ghiacciaio usufruisco ancora delle vecchie piste fin che raggiungo gli sci. Piano piano –non ho nessuna fretta- mi lascio portare verso la valle dai docili legni. Sopra il Plan Torrette vedo degli sciatori che mi vengono incontro. Punto deciso gli sci verso di loro. Il sogno è finito

Tratto da: Giusto Gervasutti  Il Fortissimo Melograno edizioni

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