martedì 22 maggio 2018

OLAN INVERNALE

OLAN INVERNALE   di Rene Desmaison
Da: La montagna a mani nude edizione  DALL’OGLIO
Dopo l’invernale della parete ovest dei Dru credevo, con Jean Couzy, che gli alpinisti, di qualsiasi nazionalità, si sarebbero lanciati a loro volta nella lizza: le invernali delle grandi pareti. Invece, tre anni dopo, nel 1960, non era ancora accaduto nulla degno di essere registrato nella storia dell’alpinismo invernale.
Avevo segretamente in animo un’ascensione di una parete nord. Una parete che fosse ancora più difficile a causa del freddo e della neve. Osare sempre di più, insomma, spingermi sempre più al di là sulla strada delle difficoltà. Il mio sogno era l’invernale allo sperone Walker, nelle Grandes Jorasses, ma il caso volle che non potessi realizzare il mio progetto nell’inverno 1960-61.
Spinto dalla prudenza, avevo deciso di tentare con una cordata di quattro alpinisti. Così avremmo potuto portare con noi un equipaggiamento maggiore, il che, se il tempo si fosse guastato, ci avrebbe consentito più facilmente di tornare indietro o di forzare la via verso la vetta; se poi uno di noi fosse disgraziatamente rimasto vittima di una caduta grave e si fosse fratturato un braccio o una gamba, il trasporto sarebbe stato più agevole. In due, al contrario, la situazione sarebbe divenuta drammatica, anche perché non avremmo potuto sperare in alcun aiuto esterno.
Jean Puiseux, un bravissimo alpinista su ghiaccio e su roccia che aveva già al suo attivo pareti alquanto difficili, era d’accordo con me per tentare. A lui si unirono Georges Payot e Fernand Audibert.
Quell’inverno andavo e venivo da Chamonix, per osservare da vicino la montagna, ma il tempo era sempre pessimo e vedevo avvicinarsi con stizza la fine della stagione. Allora, rinunciammo al progetto iniziale, ripiegammo decidendo di andarcene nell’Oisans, dove avremmo potuto scalare la parete nord-ovest dell’Olan. Chissà che nell’Oisans le pareti non fossero meno ostili… Quell’ascensione doveva segnare l’inizio del grande alpinismo invernale.
La sera del 15 marzo, un mercoledì, arriviamo al Désert-en-Val-Jouffrey. Il tempo non sembra affatto dalla nostra, come del resto ci aveva annunciato l’ufficio meteorologico. Da otto giorni in vetta c’è sempre tempesta e in valle piove. Tra di noi c’è un traditore che fa il disfattista: Un’invernale alle Calanques, ci pensate? Altro che andare a congelarci le… Per fortuna non sempre il cielo osteggia i desideri degli uomini: nel corso della notte il vento gira a nord. Alle sette del mattino non c’è più una nube all’orizzonte. I pendii intorno alle baite sono coperti di neve fresca. Fiducia o incoscienza? Lasciamo perdere…
Ci carichiamo in spalla gli enormi sacchi e, sci ai piedi, incominciamo a salire verso il rifugio di Fond Turbat. Purtroppo d’inverno i muli non servono! Le grandi scarpate che dominano la valle di Bonne e le recenti valanghe, che la interrompono qua e là, ci spingono ad accelerare la cadenza. Il peso dei sacchi, però, ci riconduce a più miti propositi e a moderare il passo. Costretti a fare di necessità virtù, affidandoci ai geni di quei luoghi, ci diamo reciprocamente il cambio in testa per battere la pista, affondando nella neve fino al ginocchio. A una svolta della valle finalmente la parete: ci immobilizziamo colpiti. Sapevamo che l’avremmo trovata impastata di neve, ma non credevamo che lo fosse tanto.. A giudicare da sotto, le condizioni sembrano spaventose. Quanto al rifugio, lo individuiamo sotto una montagna di neve. Usando gli sci come badili, scaviamo un buco per trovare l’ingresso. Prima che faccia buio sgattaioliamo fuori dal buco per esaminare la parete un po’ più seriamente. Io contavo di attaccare lungo il colatoio centrale e di guadagnare così rapidamente circa cinquecento metri. Invece non è possibile: nella parte inferiore una cascata verticale di ghiaccio, alta un centinaio di metri, ne sbarra l’accesso. Saremo costretti a seguire integralmente l’itinerario di Devies-Gervasutti che, peraltro, è segnato da grandi colate di neve su tutta la sua altezza.
Già d’estate, quando la roccia è asciutta, l’ascensione è resa difficile dagli appigli levigati e dalla scarsezza di fessure, con la conseguente difficoltà di piantar chiodi, il che impone all’alpinista di compiere prodigi di equilibrio e di abilità, alleati a una forza fisica non comune. D’inverno è ancora peggio. La neve e il ghiaccio rendono ciascun passaggio ancora più duro, ancora più difficile. Non credo proprio che ce la faremo, ma, visto che siamo lì, domani tenteremo. Nessuno ci costringe a fare l’impossibile. Torneremo giù con il cuore in pace. Il sole al tramonto si lascia alle spalle una larga scia arancione. Il freddo si fa pungente: domani il tempo sarà senz’altro bello. Che altro chiedere, in montagna, se non il bel tempo? Se si mantiene, ogni speranza è permessa e se no…ebbene, non ci lasciamo andare al pessimismo. Bisogna sempre sperare. Quel che conta è partire e trovarsi troppo in alto, quando sopraggiunge il maltempo. Così, posto che non si può restare indefinitamente in parete (a meno che…) l’unica è di cercare la via del ritorno passando dalla vetta. Ed ecco come, qualche volta, si riesce a realizzare una grande prima.
La mattina dopo risaliamo il cono di neve sotto il colatoio centrale, sprofondando nella neve fino al ventre. Prima di partire, abbiamo rispedito gli sci verso il fondo del ghiacciaio della Maye, mandandoli a finire un po’ dovunque. Non è stata una mossa tanto furba: se viene il maltempo, c’è da scommettere che non li troveremo più. Sarebbe bella! Ridiscendere a piedi fino a Désert… Siamo appena arrivati alla crepaccia terminale, che una colata di neve farinosa staccata dal vento, salta lo sbalzo di ghiaccio e precipita su di noi. Abbiamo appena il tempo di piantare la piccozza: una nube impalpabile e ghiacciata si infiltra fin sotto gli abiti e ci raggela le ossa. Veloci, attraversiamo il colatoio e attacchiamo i primi centro metri, resi più facili dalla neve intasata dal vento. Ci riposiamo un momento in una piccola cavità della roccia e ne approfittiamo per toglierci di dosso la neve. E’ già mezzogiorno: duecento metri più su, una spalla coperta di neve segna la fine di un tratto difficile: sarebbe un buon posto per il bivacco, a condizioni di arrivarci in serata.
La parete diventa decisamente verticale e la roccia è meno innevata: in compenso è ricoperta da uno spesso strato di vetrato. Se non è zuppa è pan bagnato. Piano piano, in punta di ramponi, attacco; gli appigli si fanno più piccoli e sono costretto a togliermi i guanti. Le dita diventano insensibili e quando, dopo averle massaggiate a lungo, riprende la circolazione, sono le unghie che diventano viola e doloranti. Nonostante il rischio, spesso rinuncio a piantare chiodi, anche perché quelli che pianto non tengono poi molto. Mi faccio così delle lunghezze di quaranta metri senza assicurazione. Intanto, da sopra, si staccano a intermittenza delle colate di neve che valgono solo a complicare le cose. Per evitare a una seconda cordata di correre gli stessi rischi di quella pericolosa ascensione, decidiamo di fare cordata unica. Scende la notte e io mi trovo ancora a trenta metri dal punto di possibile bivacco: non ci si può fermare. Georges viene a raggiungermi. Il chiodo di sicurezza è abbastanza solido. Sotto, Jean e Fernand tirano su il mio sacco: l’avevo affidato a loro la mattina, non senza un certo piacere. D’altra parte non è possibile arrampicare in testa con un simile peso sulle spalle. Il punto ove sono fermo è decisamente troppo angusto per quattro persone e quando Jean e Fernand ci chiedono se possono salire, dato che la loro posizione è quanto mai precaria, rispondiamo con un <<no>> secco che ha la virtù di mandarli su tutte le furie. Segue uno scambio nutrito di insulti e di rimproveri.
-Bastava bivaccare cinquanta metri sotto: c’era una piattaforma sulla quale avremmo potuto sistemare le tendine-
-Sì, ma sopra è meglio e per di più guadagneremo tempo per domani-
- E se si rimane qui tutta la notte? Se più su non c’è niente?-
-Se vi piace così, se no potete anche tornare indietro…-
La prima giornata è stata durissima. Sono le dieci ed è buio pesto. La stanchezza e il freddo si fanno sentire pesantemente. Con tutto ciò ciascuno di noi ha i suoi problemi: aspettare al buio battendo i denti, issare il maledetto sacco che si impiglia dovunque, fare assicurazione, arrampicare. Finalmente, venti metri più su, trovo una piccola cengia, dove, in mancanza di meglio, si potrà star seduti. Georges assicura Jean Puiseux mentre sale, dopo di che si spingerà fino alla mia cengia, per lasciare il posto a Audibert. Seduto sullo stretto gradino, alla fioca luce della mia lampada, non appena comincio a mia volta a battere i denti, capisco l’impazienza dei miei compagni. Man mano che il tempo passa, la cengia, che sulle prime mi pareva buona, sembra rimpicciolirsi fino a diventare ridicolmente minuscola. L’idea di trascorrere tutta la notte in una posizione tanto scomoda, dopo una giornata come quella, mi spinge a scrutare in alto: voglio arrivare a un punto più su: potremmo scavare una trincea e montare le tendine. C’è però un muro verticale di cinque metri, prima dello spigolo, un muro che non dovrebbe essere molto difficile da superare, ma di notte e con i ramponi… Georges, occupato ad assicurare Jean, non può aiutarmi. Sarebbe prudente aspettare che avesse finito. Il tempo passa e non succede nulla.
Anzi succedono tante cose che, purtroppo, non facilitano per nulla l’avanzata dei miei amici. Il sacco si è di nuovo impigliato. Fernand deve scendere per sbloccarlo. Per poco un rampone non vola via. Una lampada si spegne. Insomma succede tutto quello che di solito succede in quel tipo di circostanze. L’ora avanzata, sono le undici, non invoglia certo a essere di buon umore. Moccoli violenti riecheggiano secchi nella bella nottata invernale La mia impazienza, nella morsa del freddo, aumenta e quando, per mia sventura, mi permetto di gridare verso il basso che forse sarebbe il caso di sbrigarsi un po’, è facile immaginare le pronte e pepate risposte dei miei compagni. Comincio davvero a non poterne più di quell’immobilismo forzato. Dopo tutto il passaggio del muro non dovrebbe presentare tanti rischi. Perché non provare? Non sono caduto fino a quel momento e non c’è ragione che cada proprio ora… Pianto l’ultimo chiodo che ho appeso alla cintura, e si direbbe che tiene bene. Un moschettone. La corda. Bene, muoviamoci.
Accidenti! Fa un freddo cane. Ma cosa fanno gli altri, sotto? René, sta calmo, non fare lo zelante. E se aspettassi che arrivino anche loro?... Beh? Vecchio mio: hai paura?
Un primo tentativo mi permette di salire di due metri. Il resto mi sembra evidente: un’opposizione, poi uno sforzo sulla gamba destra per riprendere l’equilibrio ed è fatta. Certo che, fatto quel passo, non si parla più di ridiscendere. E io non oso farlo, perché non sono assicurato. Il vuoto che si immerge nella notte non ha proprio nulla che mi attiri. Torno sulla cengia. Lascio passare un lungo momento. Sotto stanno lottando seriamente. Un secondo tentativo mi riporta al punto di prima.
Che barba! Per la quinta volta, do l’assalto a quel maledetto muro, che incomincia a uscirmi dagli occhi. Se non sono capace di fare un passaggio di 4° grado senza assicurazione posso tranquillamente rivendere il mio equipaggiamento. Questa volta ce la metto tutta. La mano destra, il piede destro, il rampone raschia la roccia e la lampada batte una sporgenza, si sposta e illumina le stelle. Eccomi nel buio fondo, senza che possa liberare una sola mano. Un pizzico di panico. Non posso puntare ancora a lungo sulla gamba destra. Il rampone sinistro sembra agganciare qualche cosa. Ho fiducia in lui. Finalmente sono in cima al muro. Era più difficile di quanto pensassi. La neve tiene. Veloce, risalgo la cresta, ma non posso arrivare sopra, perché non ho più corda. A cavalcioni con i piedi ai due lati della cresta nella parte più curva che si tuffa nel vuoto, non posso impedirmi di pensare al lato comico della mia posizione, nonostante la situazione poco invidiabile in cui mi trovo. E’ mezzanotte. Non abbiamo bevuto nulla dal mattino. Ho la gola secca. A colpi di piccozza, scavo un buco sulla cresta: la mia posizione diventa subito più comoda.
Finalmente anche Georges può salire. La sua lampada è guasta. Mi chiedo come può trovare gli appigli nella notte senza luna e con il sacco in spalla. Ci siamo veramente caricatoi troppo. E d’altra parte, come potevamo fare diversamente? Cedo il mio posto a Georges e risalgo per una trentina di metri la cresta fin dove diventa orizzontale. In attesa che arrivino anche gli altri, incomincio a scavare una trincea sul filo della cresta. Non c’è dubbio: sarà un signor bivacco!
Ed eccoci tutti riuniti: è dal mattino che non abbiamo avuto modo di vederci da vicino. Jean Puiseux prende dal sacco una bottiglia di cognac. Non c’è da stupirsi che i sacchi pesino tanto! L’idea, però, è eccellente. Scoliamo la bottiglia a grandi sorsate, dopo di che la lanciamo nel vuoto. Gli effetti dell’alcool, dopo la stanchezza della giornata, si fanno rapidamente sentire. Canzoni da corpo di guardia vengono intonate a turno da tutti e quattro. In quei luoghi eterei ci ritroviamo tutti sbronzi e sguaiati. Quando finalmente ci sistemiamo sotto le tendine, sono le due di notte. Per oggi abbiamo strappato alla montagna solo trecentocinquanta metri, ma erano davvero difficili.
Sabato 18 marzo: Usciamo dal bivacco alle dieci. E’ tardi, ma il giorno prima è stato pesante e dovevamo recuperare le forze. Centocinquanta metri più su c’è una grande torre gialla. Per arrivarci, bisogna praticare lo stesso tipo di salita del primo giorno, ma su una parete un po’ meno ripida. Per i primi cinquanta metri, la neve è più spessa e i ramponi fanno presa. Poi la parete si raddrizza: la roccia è coperta di vetrato e assicurarsi è una parola. Alle due del pomeriggio arriviamo alla torre gialla. Con una difficile traversata a destra la aggiriamo in direzione del versante ovest. Con la parete in quelle condizioni la traversata può essere considerata il <<punto del non ritorno>>. Sistemiamo il bivacco alla base della torre gialla, sul versante ovest. Oggi, altri duecento metri sono fatti. Dalla base, sono cinquecentocinquanta metri. L’uscita ormai obbligatoria passa cinquecento metri sopra. Il tempo è sempre bello. Speriamo che rimanga tale ancora per due giorni.
Domenica 19 marzo: Risveglio penoso. Fernand, che è in piena forma, prepara il tè. Ha solo il volto un po’ bruciacchiato dal freddo. Io ho le mani che mi fanno molto male: sono terribilmente gonfie e riesco a chiuderle a malapena. L’interno della tenda è ricoperto di brina.
Il tempo mi preoccupa: socchiudo la tenda e do un’occhiata fuori. E’ sempre bello. Nella tenda vicina anche Jean e Georges danno segni di vita. Dall’apertura esce fumo. Jean brucia una sigaretta dopo l’altra. Georges fa capolino: si sgancia dagli sbadigli alla ricerca di un po’ di aria pura. Alle otto attacchiamo la torre gialla sul versante ovest. La parete è verticale. Non calziamo i ramponi. Una fessura strapiombante pone alcuni problemi seri. Dal fondovalle ci giunge il rombo di un piccolo aereo che dopo un po’ effettua diversi passaggi davanti alla parete, ad altezze diverse. All’ultimo passaggio è a una trentina di metri da noi. Poi se ne va, il rombo diminuisce e torna il silenzio. La fessura è sempre là. Dopo alcuni tentativi devo arrendermi all’evidenza: devo cambiare tecnica, se voglio passare. Il primo chiodo, non molto solido, si trova cinque metri più sotto: se volo, finisce male. I cunei sono nel sacco di Fernand che è cinquanta metri più in basso. Prima che me li mandi, rischia di passare del tempo che è più prezioso che mai. Ce ne vorrà ancora, prima di arrivare a un bivacco.
Con il braccio e la gamba sinistra nella fessura, risalgo due metri con difficoltà. Più sopra la fessura è ostruita dal ghiaccio. Non posso certo rimanere a lungo in quella posizione. A destra c’è una piccola scaglia, nella quale riesco a far penetrare un chiodo per un paio di centimetri. Con il freddo che fa, non sento più la mano sinistra. Mi isso progressivamente sul chiodo, uscendo dalla fessura.
La scaglia si sbriciola: mi incastro veloce di nuovo nella fessura. Il chiodo mi rimane in mano. Forse un chiodo corto andrà meglio. Secondo tentativo: il chiodo si piega e non si muove più. Esco del tutto dalla fessura e mi ritrovo a gambe larghe sulla lastra di destra. Mi aiuto facendo forza con una mano sul chiodo e con l’altra su un piccolo appiglio, finché riesco a mettere un piede sul chiodo e a rimettermi ritto. Più su, sistemo un chiodo da ghiaccio tra ghiaccio e roccia, mi isso nuovamente, salgo alcuni metri di roccia asciutta e sono fuori. Ce l’ho fatta. Altri sessanta metri un po’ meno difficili e scende la notte. Dal mattino ho fatto centocinquanta metri, superando la parte più difficile. Tagliamo un ballatoio su un pendio nevoso, ma la neve non tiene. E’ un bivacco fragile: prima di coricarci, ci leghiamo.
 Nonostante tutte le precauzioni che abbiamo preso, la neve e la condensazione della tenda hanno bagnato i sacchi a pelo, e di notte aumenta il freddo. Con tutta quell’umidità gelata le mani diventano di nuovo doloranti. Sarebbe ora di arrivare in cima.
Lunedì 20 marzo: Partiamo di buon’ora. La salita si fa meno difficile e il tempo è bello. Con la fretta che abbiamo di uscire in vetta, trascuriamo la sicurezza. I chiodi rimangono nello zaino. Alla fine di una lunghezza di corda un masso che oscilla per poco non mi scaraventa nel vuoto. Trovo un appiglio per miracolo. I chiodi escono dallo zaino. Alle cinque, fatti gli ultimi metri, usciamo in vetta in pieno sole. La montagna è sotto i nostri piedi. Esplode in tutti noi una gioia immensa. Lontano, giù giù a valle, verso ovest, il Val-Jouffrey e il Valgaudemar serpeggiano tra le montagne. Già si accendono alcune luci, qua e là, mentre noi siamo ancora illuminati dal sole. Viviamo un momento straordinario. Eccoci tutti e quattro su una vetta conquistata metro per metro, dopo avere deliberatamente corso ogni rischio. Un miracolo! Se fossimo stati sorpresi dalla tempesta a metà parete, con tutta la neve che c’era, non ce l’avremmo mai fatta a scendere: non avevamo corda a sufficienza. In ogni caso, che si trattasse di salire o di scendere, avremmo dovuto correre il rischio delle enormi scariche di neve.
Dopo quell’invernale ho scalato ben altre pareti difficili e ho affrontato tempeste terribili, ma l’Olan, proprio a causa delle condizioni in cui lo abbiamo trovato, rimane fra le pareti più difficili che io abbia mai avuto la fortuna di vincere. Il giorno dopo, mentre scendevamo verso il rifugio di Fond-Turbat, il cielo si andava coprendo. A sera nevicava.

Nessun commento:

Posta un commento